Il prezzo della libertà – L’handicap, la natura e Dio

di Vito Mancuso

Sono stato invitato a prendere la parola a un convegno dal titolo Essere facilitatori, non barriere (Milano, Palazzo Reale, 15 gennaio 2007). Queste note che seguono riproducono grossomodo il mio intervento, anche se occorre dire che l’esposizione orale sempre omette qualcosa e aggiunge qualcos’altro. Ho pensato di iniziare la mia collaborazione a questo blog con questo intervento sull’handicap e il suo senso teologico, o meglio il suo essere un cuneo di ferro che recide il nesso millenario di Dio e natura, perché è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Potrei anzi dire che è una delle vedette su cui mi pongo ad osservare il mondo per cercare di capirne qualcosa.
Un caro saluto a tutti gli altri redattori, in particolare a Fabrizio che mi ha invitato, e agli eventuali lettori.

1. L’importanza ontologica del tema

Una delle modalità di chiamare la vita è dis-equilibrio, disequilibrio termico, mentre la morte è equilibrio termico. Ciò che esprime questo stato di non-equilibrio è il flusso, il passaggio, il processo. Per questo, meno barriere ci sono, più la vita fiorisce; viceversa, più barriere ci sono, meno la vita fiorisce, perché il flusso che essa è non può scorrere. Per questo la libertà è la culla della vita. Senza libertà non vi può essere vita. La vita è libertà.
Ma proprio questa intrinseca caratteristica della vita è la radice delle malformazioni prenatali. La stessa radice alla base della vita, cioè la libertà, è alla base delle malformazioni. Ne viene che parlando dell’handicap in realtà parliamo del senso globale della vita. Non è qualcosa che riguarda alcuni sfortunati e le loro famiglie, è qualcosa che riguarda tutti.
Ora, se la vita è movimento e dinamicità, io mi chiedo come posso, da teologo, essere non una barriera, ma un facilitatore del flusso della vita.

2. Il mio essere teologo e la necessaria pars destruens

Mi sembra si possa sostenere senza timore di essere smentiti che generalmente la prassi che il mondo cattolico mette in campo verso le persone handicappate è oggi nella linea della facilitazione, non delle barriere. In mezzo a tanti scandali che toccano la vita della Chiesa, in mezzo a prese di posizione della gerarchia poco evangeliche, in mezzo a certezze di fede che diventano dubbi, la testimonianza della prassi positiva a favore della sofferenza umana è uno dei pochi punti fermi a favore della bontà del cattolicesimo.
Penso però che si può fare qualcosa per migliorare la situazione. Per spiegare che cosa, è prima opportuno chiarire come interpreto il mio essere teologo. L’interpreto nel senso che identifico il mio compito, fedele all’etimologia del termine teo-logo, nel pensare l’Assoluto logicamente. Il mio ultimo punto di riferimento è il logos, non la dottrina consolidata della Chiesa. In questa prospettiva io identifico il mio compito teologico nel rendere ancora più efficace lo scorrere dell’energia positiva della vita, abbattendo alcune barriere ancora presenti nelle menti degli uomini. Qualcuno forse ricorda il sottotitolo del Crepuscolo degli idoli di Nietzsche, che è “come si filosofa col martello”. Ecco io lo faccio mio dicendo “come si fa teologia col martello”. La barriera che desidero abbattere col mio martello è quella della colpa, della colpevolezza come origine del dolore che si abbatte sugli uomini. Desidero abbattere l’idolo negativo del dolore colpevole.

3. La lezione della storia

Comincio col porre una domanda: perché la cura verso le persone handicappate ha iniziato a realizzarsi solo di recente nella storia dell’umanità? Il cristianesimo c’è da 2000 anni, se questa cura verso le persone handicappate fosse una logica applicazione della sua dottrina, avrebbe dovuto esserci da sempre. Invece non è così. Nel mio libro al riguardo ho raccolto dei brani abbastanza terribili al riguardo, scritti da integerrimi cristiani in piena societas christiana, in quel medioevo che molti cristiani oggi rimpiangono, ben prima che arrivasse l’illuminismo con il suo corrosivo relativismo. La societas christiana di allora, per nulla secolarizzata, anzi fortemente teocratica, parlava delle persone handicappate come dei mostri, e li trattava con una prassi corrispondente, cioè in modo mostruoso. La mente di quegli uomini era ossessionata dal dover rintracciare il colpevole di quelle nascite mostruose.
Ma se si comportavano così, non era perché erano cattivi, così come noi che ci comportiamo diversamente, non siamo buoni. Non erano più buoni di noi, ma neppure erano più cattivi di noi. Erano tali e quali agli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Io credo però che la nostra società moderna nel suo insieme abbia un tasso di bontà più elevato rispetto al passato, basta considerare l’attenzione alla persona che si esprime negli ospedali, nel sistema pensionistico, nell’istruzione, nei diritti civili. Non c’è alcun dubbio che oggi si vive meglio e con più giustizia di un tempo.
Che cosa abbiamo allora? Abbiamo che i singoli sono sempre gli stessi, mentre le società sono diverse. Questo dato si spiega perché le società non sono semplicemente la somma dei singoli. La società è data dai singoli + l’idea che li tiene insieme. Società = singoli + idea politica (nel senso fondamentale del termine).
Qual è l’idea che tiene insieme la nostra società e la fa essere migliore rispetto al passato? È l’idea della centralità assoluta della persona (o dell’individuo, se si preferisce usare questo termine più laico). Questa idea della centralità della persona-individuo modella il vivere sociale. È in base ad essa che i diritti delle minoranze sono ora riconosciuti. Non conta essere uomo o donna, ricco o povero, nero o bianco, italiano o straniero, cattolico o protestante o ebreo o musulmano…, eterosessuale o omosessuale, sano o malato: quello che conta è essere un uomo, un individuo. Certo, per le persone handicappate e i loro familiari a livello pratico non è sempre così, c’è molto da fare, molte cose non funzionano come dovrebbero, bisogna lottare quasi ogni giorno. Ma il punto decisivo è che ora l’idea è dalla nostra parte, ora ci sono le condizioni culturali, politiche e giuridiche a loro favore. E soprattutto la vergogna è bandita. A provare vergogna nell’esprimere le opinioni sono semmai coloro che sono contro la piena integrazione delle persone handicappate.
Non so se ci rendiamo conto del valore enorme, epocale, di questo cambio di mentalità. Dal relativismo del mondo moderno, così spesso attaccato dal papa e da molti altri nella Chiesa, non viene solo male, anzi viene del bene, anche alla stessa Chiesa. Questo cambio di mentalità infatti è avvenuto anche all’interno della Chiesa. Spesso nel passato ai mostri si negava il battesimo, e ovviamente a maggior ragione gli altri sacramenti. Ora li si battezza come tutti gli altri bambini, si amministrano loro gli altri sacramenti come tutti gli altri bambini, e qualche disabile diviene anche prete o suora. Io ne conosco qualcuno.

4. Il dolore colpevole

Come mai nel cristianesimo non si è potuta affermare prima la prassi della piena accettazione a tutti i livelli delle persone handicappate? Perché (come avviene nell’islam ancora oggi) vigeva il paradigma del dolore colpevole. E perché vigeva? A causa dell’idea che la sorgente della vita umana è controllata direttamente da Dio. La vita viene direttamente da Dio, è Lui che plasma con le sue mani i bambini ancora nel ventre materno. “Sei tu che mi hai tessuto nel grembo di mia madre”, dice il Salmo 139, 13; “È lui che vi plasma come vuole negli uteri” dice il Corano nella sura 3, 6.
Se quindi nascono così, si ragionava, è del tutto evidente che Dio ha voluto che nascessero così, e se l’ha voluto aveva le sue buone ragioni, doveva punire. La Bibbia ebraica è dominata dalla teoria della retribuzione secondo cui non c’è disgrazia se prima non c’è una colpa (teoria contro la quale venne scritto il libro di Giobbe, edulcorato però dalla cornice narrativa entro cui è stato posto), e il Corano afferma che “nessuna sventura colpisce l’uomo senza il permesso di Allah” (64, 11).
Praticamente da sempre nella storia cristiana, tranne ai nostri giorni, all’origine di ogni nascita di un bambino handicappato si è vista la punizione per un peccato. Di chi? Chi era ritenuto il colpevole? Lo stesso nato (soluzione che ancora oggi l’induismo e il buddhismo abbracciano con la teoria della reincarnazione), o molto più frequentemente i genitori, e tra essi ancor più la madre. I peccati che venivano attribuiti loro erano ovviamente di origine sessuale. Il libro biblico della Sapienza per esempio dice: “I figli degli adulteri resteranno imperfetti” (Sapienza 3, 16), mostrando di ritenere che le malformazioni erano segno di nascita in seguito a una relazione adulterina.

5. Il dolore necessario a causa della colpa originaria

C’è un’altra spiegazione di queste nascite da parte del cristianesimo, e si tratta della risposta oggi più accreditata. Essa consiste nel legarle alla redenzione di Cristo. In che modo? Il fatto che sono nati così, si argomenta, non è un segno di punizione ma di elezione. Infatti l’evento più alto all’interno del cristianesimo è la redenzione di Cristo, la quale è avvenuta mediante la sofferenza innocente, e quindi la sofferenza (tanto più se è innocente) acquista un valore spirituale enorme. Se nascono così, è per salvare il mondo, come dei piccoli agnellini immolati sullo stesso altare su cui prima è stato immolato l’Agnello di Dio.
Si tratta di una prospettiva che per me ha due limiti: 1) passa all’eccesso opposto rispetto alla prima: mentre quella vedeva i piccoli e le loro famiglie immersi nel peccato, questa li trasforma in santi innocenti, mentre non sono santi, sono solo innocenti, e penso che avrebbero volentieri fatto a meno di questo genere di santità; 2) è una teoria che rimane comunque all’interno del paradigma del dolore colpevole, perché la sofferenza è considerata come necessaria a causa dell’incombenza della colpa primordiale, per riscattare la quale è stato necessario il sangue di Cristo.
Ma, contro questa prospettiva, io chiedo se Dio ha davvero bisogno di sangue innocente per salvare gli uomini. Mi chiedo che nesso c’è tra un Dio che è amore onnipotente e la necessità della sofferenza e della morte. Mi chiedo perché quel sangue innocente è ritenuto necessario per la salvezza degli uomini, e perché la sua necessità rende a sua volta necessaria la sofferenza degli innocenti. E non trovo nessuna risposta plausibile.

6. Il dolore innocente

La mia prospettiva teologica è quella del dolore innocente. Innocente è da intendersi nel senso etimologico del termine, “che non può nuocere, non-nocente”. Quel dolore non può nuocere, è in-nocente, perché non contiene il minimo rimando alla colpa, né attuale né originale, né personale né collettiva. È un dolore che si dà, che avviene, senza un perché. Certo, c’è una causa fisica che la scienza medica può indicare, ma questa causa materiale e strumentale non rimanda a nessuna causa finale né a nessuna causa formale. E mancando la completezza delle quattro cause (che ho enumerate secondo la classica dottrina aristotelica), non si può dare alcuna completa comprensione del fenomeno e della sua natura. Anche secondo Tommaso d’Aquino le nascite con malformazioni (monstra in natura) non hanno piena intelligibilità, e sicuramente anche Dio non le approva pienamente (providentia approbationis) ma solo permette che si diano (providentia concessionis). Perché? Tommaso confessa di non saperlo.
Per me però è doveroso proseguire il ragionamento. Se vi sono alcune nascite la cui modalità Dio non approva significa che esse sono senza un progetto. Ma se questo è vero, si deve dire che nessuna nascita ha un progetto divino prestabilito. Non è possibile immaginare che Dio faccia nascere la maggioranza dei suoi figli sani e intelligenti con un preciso disegno su di loro, e alcuni li trascuri al punto da abbandonarli allle malformazioni. Non è possibile, perché se c’è una logica dell’azione divina che emerge evidente dalla Bibbia è proprio quella dell’attenzione anche all’unica pecorella smarrita. Se quelle nascite sono senza un progetto voluto dall’alto, tutte le nascite ne sono prive.
È il principio formulato da Kierkegaard: “Se si vuole studiare correttamente l’universale è sufficiente ricercare una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto più chiaramente… Le eccezioni esistono. Se non si è in grado di spiegarle, non si è nemmeno in grado di spiegare l’universale” (La ripetizione, trad. di Dario Borso, Guerini e Associati 1991, 128). Nel dolore che il mondo riserva ai suoi figli è in gioco la complessiva visione del mondo, è in gioco la filosofia in quanto fisica + metafisica.

7. L’handicap come supremo luogo dialettico

Ma allora che cosa si deve concludere, che la vita è tutta un’assurdità? Che siamo in preda al caos? Io penso che l’handicap sia il luogo dialettico per eccellenza, dove si vede l’abisso, ma dove insieme lo si può superare. L’handicap mi ha fatto vedere l’abisso del nulla, ma al contempo mi ha mostrato la luce più intensa che io abbia mai visto intorno alla natura umana, quella che scaturisce da chi si prende cura di chi nulla mai gli potrà dare in cambio. Di fronte a un’assurdità naturale, l’uomo reagisce creando senso laddove senso non c’è. L’uomo si mostra in grado di produrre ciò che di più importante esiste per la vita, cioè il bene (e in questo si scopre figlio del Cielo).
Il bene è l’evento più nobile a cui l’uomo può accedere. Tutte le grandi spiritualità e le grandi filosofie lo hanno riconosciuto. Penso alla regola d’oro, presente in tutte le grandi religioni del mondo, e penso a Platone e a Kant.
Faccio tre esempi relativi alla cura verso le persone handicappate, e li prendo volutamente al di fuori del mondo cristiano per affermare l’universalità del bene. Oggi una delle più grandi organizzazioni umanitarie del mondo si trova in Pakistan, è la Edhi Foundation, fondata oltre 30 anni fa da Edhi Abdul Sattar, vincitore nel 2000 del Premio Balzan per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, il più consistente premio umanitario al mondo, superiore anche al Nobel, con due milioni di franchi svizzeri. L’azione di Edhi a favore delle persone handicappate a livello fisico e mentale (ma anche di tutti gli altri sofferenti, animali compresi) è assolutamente encomiabile.
Andando indietro nel tempo, a prima del cristianesimo, posso ricordare il libro VII della Politica di Aristotele, dove il grande filosofo scrive: “Vi dovrebbe essere una legge che proibisca alla famiglie di allevare i figli malformati”. Sembra che la cultura greca non avesse alcuna attenzione per i disabili. Ma attenzione, se Aristotele auspicava la presenza di quella legge è perché vi erano delle famiglie che allevavano i loro figli malformati esattamente come tutti gli altri, invece di gettarli dalla Rupe Tarpea (so che la Rupe Tarpea era a Roma e Aristotele ad Atene, ma penso che la cosa in questo contesto non abbia importanza).
Ma possiamo risalire ancora più indietro, molto più indietro. Recentemente ho avuto la fortuna di conoscere a un convegno il paleontologo Roberto Fondi dell’Università di Siena. Da lui sono venuto a sapere due cose. La prima è che noi come specie homo sapiens abbiamo 160.000 anni, mentre io ero fermo al dato di 100.000 (già vedevo tutta la problematicità di legare il destino umano a un evento accaduto solo 2000 anni fa, ma ora le cose sono persino peggiorate…). La seconda è che la cura verso le persone handicappate c’è fin dall’inizio della nostra specie. Mentre eravamo a pranzo il professor Fondi mi ha detto che vi sono prove, sulla base delle ossa ritrovate, che gli uomini delle primissime origini vivevano in clan di circa 20 persone e che questi clan si prendevano cura anche dei più deboli. Infatti sono state ritrovate ossa di uomini adulti che presentano tipiche malformazioni dovute a nascite anomale, il che significa che le malformazioni congenite non hanno impedito al clan di prendersi cura di questi più sfortunati. L’attenzione verso i deboli era presente fin dall’inizio della nostra specie (come ovviamente fin dall’inizio era presente la guerra, esattamente come oggi).

8. La primordialità del bene come relazione ordinata

Ma perché l’uomo è capace di bene? Eccoci all’ultimo punto. Il bene lo si comprende nella sua realtà ontologica come relazione ordinata. Il bene nasce sì dalla volontà, ma non è qualcosa che la volontà inventa. Se la volontà sceglie di attuarlo è perché prima l’ha riconosciuto, l’ha visto, l’ha sentito, e quindi si pone al servizio di un’oggettività che preesiste, che viene prima di lei. Se voglio fare del bene a una pianta, le devo dare la giusta quantità di acqua e la devo esporre alla giusta quantità di luce. Così è per ogni altra cosa. Il bene è prima di tutto comprendere che cosa ha bisogno chi è di fronte a me, e poi farlo. Esiste un ordine oggettivo preesistente, che è l’origine di ogni essere, dentro cui ogni essere si inscrive. Questo ordine oggettivo è la simmetria, la relazione ordinata, la logica che costruisce il darsi dell’essere.
Oggi sappiamo che l’essere è energia, sappiamo che l’atomo non è un mattoncino fondamentale ma è vuoto, e se è consistente così da costituire la base della materia è perché al suo interno i suoi costituenti si muovono a velocità forsennate legati l’uno all’altro. Costruito dal movimento delle particelle subatomiche, l’atomo a sua volta si muove e si lega ad altri atomi formando le molecole. Le molecole si legano tra loro e formano le cellule. Le cellule legandosi tra loro formano i tessuti, e questi gli organi, e l’insieme degli organi legati tra loro si chiama organismo. Ciò che io sono, il mio organismo, ben prima di essere materia, è relazione, anzi relazione ordinata. Io sono relazione ordinata. Per questo il bene è la cosa più importante che c’è, non per moralismo, ma perché serve l’essenza dell’essere, cioè la relazione ordinata. Questo è il senso speculativo sotteso alla dottrina teologica della creazione: che l’essere del mondo, l’essere che ci costituisce, non è caotico ma è ordinato.
L’ordine che governa il farsi del mondo la Bibbia lo chiama “sapienza”. Ma ciò che per gli ebrei è hockmà, per i greci è sophia, per i latini sapientia, per i buddhisti dharma, per gli indù brahman, per i cinesi tao, per gli antichi egizi maat. È questa la realtà ontologica mediante cui Dio crea e governa il mondo, è questo l’ordine da cui veniamo e che ci costituisce, che cerchiamo nelle nostre relazioni, che fa grande la nostra arte e la nostra musica, è l’armonia cosmica.
Le nascite di bambini con malformazioni, come tanti altri eventi della natura e della storia, ci mostrano che l’essere del mondo non raggiunge l’ordine necessariamente, ma solo attraverso la libertà delle relazioni. Proprio perché l’essere è energia che costantemente si muove, la libertà è intrinseca al suo darsi. Questa libertà di cui gode l’essere il più delle volte è ordinata e fonda relazioni simmetriche stabili e benefiche, alcune volte invece non lo è e fonda relazioni asimmetriche. Le malattie, sia quelle congenite sia le altre, sono descrivibili fisicamente come assenza di simmetria. E questa possibilità che vi sia assenza di simmetria, di ordine, è il prezzo che si paga per il darsi dell’essere, per la nascita della vita.
Alcuni, più sfortunati, pagano sul loro corpo il conto per il darsi della libertà. Coloro che se ne prendono cura fanno del bene a tutta l’umanità.

11 pensieri su “Il prezzo della libertà – L’handicap, la natura e Dio

  1. Forte e commovente… mi ricorda (spero di non commettere un errore filosofico) “Figure della sofferenza fenomenicamente inutili” di Caracciolo e la riflessione di Pareyson… Davvero bella questa necessità anche dolorosa dell’asimmetria. Grazie

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  2. Per prima cosa saluto tutti e ringrazio Fabrizio per la possibilità di un confronto aperto.

    Trovo questo intervento importante anche se non so fino a che punto posso dirmi d’accordo, prima di tutto sul discorso teologico, che, per la mia esperienza con l’handicap, non ha la rilevanza di quello più pratico e umano. Forse anche perché non condivido praticamente niente del modo in cui la Chiesa istituzionalizzata si confronta con certe tematiche.

    Ho lavorato sei anni con persone disabili e con l’autismo con i servizi sociali, avendo a che fare per lo più con bambini e ragazzi molto giovani. Se c’è qualcosa che ho sempre mal tollerato e che penso sia dannoso sia al portatore di handicap che alla famiglia (se c’è) in cui vive è la pietà, anche quando le premesse sono delle migliori.
    Non credo affatto che siamo più buoni di come eravamo nel 1500 quando Parè scriveva il suo saggio medico sul peccato e le nascite mostruose: credo che siamo tali e quali, semplicemente certe conoscenze diffuse più o meno accuratamente cambiano la percezione dell’altro a tutti i livelli e anche la modalità della sua esclusione. Vi sono molti handicap che non hanno a che fare con i cromosomi o il disagio mentale, ma con l’ottusità di cuore – e qualcosa in me ha sempre ritenuto i soggetti affetti da questo le persone sofferenti.

    Riguardo all’handicap “riconosciuto” l’unico vero sforzo che ogni giorno va fatto è verso una società dove ognuno possa vivere secondo la sua diversità, secondo i suoi mezzi e qui sì sono d’accordo con Vito, dove l’idea del bene coincida con l’aiuto reciproco, al di là delle chiese. Questo perché in modo molto egoistico sono spesso certe persone che faticano di più, nel linguaggio e nel corpo, a poter diventare i più grandi maestri.

    Maestri di una vita umana che trova la sua forma e la sua dignità anche quando questa sembra negata.

    Con questo – ritengo che tutto, ahimè, sia molto relativo. Le relazioni sono relative, dipendono dagli individui coinvolti: la persona con cui ho lavorato io mi ha “salvato” in un momento orribile della mia vita, con la sua sola presenza, ma il nostro rapporto è stato pieno di conflitti e scontri, autismo o non autismo. Con altri disabili che ho conosciuto non sarei mai stata in grado di lavorare – per incapacità mia e anche per poca sopportazione reciproca. Insomma per ciò che normalmente fa in modo che due persone si piacciano oppure no.

    Trovo che sia sano vedere la persona prima dell’handicap – ma a me è sempre accaduto così, fin da piccola: di certe diversità nemmeno mi accorgevo, o mi piacevi o non mi piacevi. Fine del discorso.

    Altra cosa ancora è la famiglia: oggi è possibile decidere legalmente di non avere un figlio con handicap, se questo viene riscontrato durante la gravidanza. Quello che poco è cambiato è il senso di colpa che scende sulla madre, in modo ingiusto e cattivo. Bisognerebbe provare ad essere quel corpo per una volta, forse… o imparare a rispettare chi sceglie di tenere il figlio, come chi sceglie dolorosamente (perché abortire è una ferita che non si sana MAI) di non averlo, perché ha paura di non poter garantire l’amore che meriterebbe.
    Pià importante del diritto alla vita è il diritto all’amore. è questo che spesso genera scelte impopolari e dubbi mai davvero risolti.

    E qui finisco con questo lungo commento, sperando di non essere andata fuori tema e di non aver offeso nessuno.

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  3. ringrazio per questo testo importante,aggiungo solo, se può servire, la mia esperienza. l’handicap è da sermpre nella mia famiglia. quattro cuguni figli tutti della stessa zia.un handicap grave, offensivo e lesivo di tutte le libertà di cui siamo a conoscenza:pensiero, parola, movimento,indipendenza. aggiungete voi quelle che vi vengono in mente, ai miei cugini e alle mie cugine sono state negate sin dalla nascita. la madre si è chiesta spesso il perchè, forse non ha fatto altro per tutta la vita,oltre a lavarli, imboccarli, accudirli. se prima non aveva fede, con questi figli non è proprio riuscita a trovarla. mi diceva “se Dio esiste è un dio crudele, ma siccome non possso pensare ad un Dio cattivo allora Dio non esiste”. potete credermi che se c’è un luogo in cui la presenza di Dio è manifesta è in questa donna fragile e forte, capace da sola di superare le ottusità del mondo quando, cinquanta anni, fa era vergogna avere un handicappato in famiglia figuariamoci quattro. da lei ho imparato non il rispetto, quello siamo capaci tutti di offrirlo, da lei ho imparato non solo a dare ma a ricevere amore da questi figli, se l’handicap è un errore di relazione, gli handicappati siamo noi.
    non c’è un logos che possa dare ragione dell’esistenza di queste creature, come non c’è un logos che possa dare ragione della male innocente nel mondo. l’unico logos che io conosco, per averlo visto con i miei occhi, è quello che si incarna e accoglie il paradosso del male e lo trasforma quotidianamente nella fatica dell’amore , pur arrivando a negare l’esistenza di Dio.non so chi è stato piu’ crocifisso se i figli o la madre, quello che so è che non si può conoscere la verità se non abitandola e che a volte pur abitandola non riusciamo a comprenderla. non tutti possono accettare questa risposta perchè non è logica , ma è la risposta del vangelo.
    mi disse: vorrei lasciarli, una volta e andare in crociera, per dimenticare. le chiesi: come faresti senza il sorriso di… mi rispose: non potrei.

    che logica c’è non lo so. ma l’amore è mai logico?

    elena f.

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  4. Cara Elena, sei una persona forte! si respira nella tua scrittura questa forza interiore così piena di fede e di amore, si respira…
    un abbraccio
    carla

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  5. …io non ho avuto mai esperienze dirette col tema in questione…grazie Elena….sono contento che ci siano persone come te….un abbraccio fortissimo

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  6. Dovevo preparare 2 temi sull’handicap nella nostra società e in quelle passate ho girato tnto prima di arrivare al tuo blog.Non ci crederai ma li ho fatti tutti e 2 solo kn quello chew tu hai scritto e penso che un bell’otto venga fuori! Grazie (scusami se TI do del tu)ciao e continua a scrivere mi raccomando… saluti da Alessandra B.

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  7. io mi contunuo a chiedere perchè quando si parla di Handicap si parla sempre della sofferenza dei genitori ? perchè non si parla mai della nostra ? io sono un ragazzo di 18 anni con handicap solo fisico…. e sono io che sopporto tutti i giorni il dolore e l’ottusità della gente e credo che siamo ancora ai livelli del 1500… perchè è pari la gente che ti guarda schifato e quella che ti guarda come per dire “poverino” … per quanto riguarda dio in certi momenti sono miscredente in altri pio…ma credo che in ognuno di noi sani o malati, ci siano queste due parti in alcuni prevale laprima , altri la seconda e in altri ancora nessuna delle 2.

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  8. Ciao a tutti,
    sono la mamma di una bambina “malformata”.
    So di cosa stiamo parlando e apprezzo tanto il tentativo di Vito Mancuso nel dare una spiegazione al dolore innocente.
    Risposte non ce ne sono. La malattia, la morte e la sofferenza rimangono un mistero.
    Se Dio esiste, un giorno, quando verrò chiamata in giudizio, il perché di questo dolore sarà la prima domanda che Gli farò.

    Se Dio non esiste, se Gesù non è risorto e non è venuto a proclamare la vittoria della vita sulla morte, noi Cristiani siamo semplicemente dei pazzi.

    Detto questo, amo mia figlia, anche così com’è. Porta dentro di sé un immenso oceano di amore, di dolcezza e di bontà, che la maggior parte della gente neanche conosce lontanamente.

    La sua nascita mi ha causato tanto dolore. Tanto dolore.
    Ma se dovessi tornare indietro, non abortirei. Ormai lo so, ne sono sicura. Non avrei potuto negare a mia figlia di vivere la sua “occasione”.

    In famiglia abbiamo milioni di difficoltà, ma ci amiamo, ci aiutiamo a vicenda e ci sosteniamo. Ci diamo da fare. E’ questo che conta.
    L’importante è amare, alleviare la sofferenza e farsi aiutare dalla scienza medica, per quanto possibile.

    Ma amare, amare sempre. L’amore non fa male a nessuno.
    L’amore è l’unica risposta che bisogna dare alle creature che nascono malformate.

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