Il libro di poesia

 

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Il primo libro consapevole della poesia lirica italiana è la Vita Nova di Dante: non il Dante-aquila dei monumenti, ma un uomo di trent’anni. Che arriva ad un risultato sconvolgente rispetto agli usi dell’epoca (la piccola serie di poesie liriche, che corre di mano in mano in forma di fascicolo, senza grandi preoccupazioni strutturali): questo libro ha un titolo, dunque un nome, come una persona, e il suo titolo mette al primo posto la VITA (non tanto quella vissuta dall’individuo Alighieri e da madonna Bice-Beatrice, fiorentini: quanto un’essenza della vita, che varrà come una specie di nuovo vangelo laico, di amore e poesia).

Il libro mescola narrazione e insegnamento sull’amore. Ciò che si sa corrisponde a ciò che si è e a ciò che si offre al «pubblico della poesia»: perciò essenza e conoscenza si radicano nella struttura fascicolata e lunga di un «libello». A che cosa serve veramente la Vita nova? Solo a lodare la maestà di Beatrice viva e morta o anche ad impedire la dispersione di alcuni testi del giovane Dante? Se corpo deve essere, e un libro è un corpo, questo corpo non può essere smembrato, finché il suo nome è VITA. Il centro di una cosa può essere chiamato CUORE. Così l’organo vitale per eccellenza è la metafora di ciò che importa nella struttura: il centro (e per Dante: la rivelazione della sufficienza della lode, priva di qualsiasi ricompensa). Il Medioevo è ancora nostro: il cuore è la sede di Amore, e Amore è la fonte della parola. Nessuna parte si isola, ma l’integrazione fisica della parola è corpo e percorso, che incatena tutti i termini: «Chantars no pot gaire valer, si d’ins dal cor no mou lo chans; / ni chans no pot dal cor mover / si no i es fin’amors coraus», come scrive Bernart de Ventadorn («Cantare non può avere alcun valore / se il canto non viene dall’interno del cuore; / e il canto non può venire dal cuore / se il cuore non possiede amore»).

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La raccolta consapevole di poesie non è una semplice successione di liriche, ma ciò che Eugenio De Signoribus chiama, da anni, «percorso poetico». Quindi un viaggio; e non c’è viaggio senza un cuore – un punto di partenza o una centralità da abbandonare; il punto di arrivo non è altro che l’esistenza del libro realizzato. Tutto questo non è solo una metaforica raffinata, ma la vita di persone, impegnata con un ardore che sostituisce il corpo scritto al corpo reale, una vita ad un’altra. A noi, a scuola, sembra di imparare che il poeta scrive UNA poesia o ALCUNE poesie, già antologizzate e da massacrare nella pratica del commento (e/o di una cattiva lettura). Ma il poeta è autore più di LIBRI di poesia che di singole poesie. Il libro di poesie è l’opera. L’opera è un oggetto misurabile. L’oggetto misurabile ha un centro, o cuore. Non è il caso di farne elenchi parziali qui: ognuno può verificare dove e come vuole. E scoprirà, nel suo esame personale e in silenzio, ciò che non si insegna a scuola, e che il singolo insegna a se stesso. Basterà come modello – filologico e santissimo – il centro nudo della Torah (un corpo di 79976 parole, per un totale di 304805 lettere) nello spazio bianco al centro del versetto di Levitico, 10, 16: dove lo spazio cade tra due parole appartenenti al campo semantico del «cercare, esaminare, interpretare, domandare» (cfr. Silvano Facioni, La cattura dell’origine. Verità e narrazione nella tradizione ebraica, Jaca Book, Milano 2005, p. 25).

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Una struttura è tale per la costituzione di un ordine, che forma il «percorso poetico» della raccolta e il corpo virtuale dell’opera scritta. Mi ha sempre impressionato la vicinanza, nelle fonti antiche e medievali, dei concetti di ORDO e di IUSTITIA. Non si tratta di astrazioni, ma di princìpi che regolano la distribuzione della materia: a ciascuno – cosa o persona – il suo, non di più né di meno. Per sant’Agostino l’ordine è una disposizione che dà ad ogni cosa il suo luogo (de civ. Dei, XIX 13); la Rhetorica ad Herennium (III 2, 3) dice che la iustitia est aequitas ius uniuique rei tribuens pro dignitate cuiusque; e così Cicerone, più o meno (de inv. II 160); Ulpiano (dig. I 1, 10) specifica che la giustizia è la «volontà costante» di attribuire il giusto ad ogni cosa o persona. Non c’è percorso senza giustizia? Nella formulazione perfetta dei concetti-chiave, no. E non c’è corpo che non sia subordinato ad un dovere: in primo luogo quello della propria conservazione, che è naturale e comune ad ogni vivente (ma il cuore può anche non reggere il peso del corpo e della sua esistenza in terra: perciò – come scrive Emily Dickinson nel poem 536 – chiede di «andare a dormire» e poi, se il suo «Inquisitore» lo permette, la «libertà di morire»; e ogni poeta, in quanto tale, conosce da secoli questo richiamo del Silenzio, ad ognuno il suo: il Novecento è stato il tempo dell’autodistruzione dei poeti perché è stato il tempo della distruzione di tutto: di interi popoli). In secondo luogo, il corpo (il cuore) deve essere giusto e nel giusto, ordinato, e perciò significante. Il cuore parla in quanto organo-simbolo pieno, perciò vomitando un contenuto che differenzia e indirizza la parola dell’individuo: Amore sta nel cuore e coincide con il cuore, e il cuore programma ed emette la parola. Il còmpito ordinato e giusto è fare, o partorire, o rigettare, o far uscire da sé ciò che non è parte fisica di sé: la parola scritta (la cellula) e il libro che ne è l’insieme (il corpo). Così un libro come la Vita Nova – organizzato da un autore che si rende riconoscibile per la propria esperienza vitale e il proprio lavoro di poeta, sui testi – può nascere solo quando i fili a cui sono appesi, come etichette, i concetti di Ordine, Cuore, Amore, Parola, Autore (in quanto Cuore), si congiungono. Non prima. E questo è precisamente il discorso che – tradotto in termini di filosofia e spiritualità contemporanee – vale anche oggi, nei nostri piccoli libri. La scrittura e la pubblicazione di un libro, coordinando tutte le parti, non sono atti ingenui o irresponsabili, in nessun tempo.Vivete felici, nell’ascolto del centro, o cuore: ad ognuno il suo. Scrivo questo – scienza apparente; in realtà gli appunti di un medievista che si è perso per strada – dopo averlo sentito battere, per paura di morire, per volontà di dire, per desiderio di amore: le vere necessità e le chiare lettere che appartengono a questa vita e a questo corpo.

massimo sannelli

(17-18 gennaio 2007, tra buio e luce)

5 pensieri su “Il libro di poesia

  1. “Ma il poeta è autore più di LIBRI di poesia che di singole poesie. Il libro di poesie è l’opera. L’opera è un oggetto misurabile. L’oggetto misurabile ha un centro, o cuore.”
    Parole sante, ma che implicano che al lettore sono richieste fatica e attenzione perlomeno confrontabili a quelle dell’autore: e ben pochi, sempre meno sembrano disposti ad avventurarsi per questo cammino; anche se, a leggere certi blog, verrebbe da pensare che la situazione non sia poi così nera.

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  2. molto nella bibbia mi è stato più chiaro, Massimo, quando ho scoperto che il lev, il cuore, per l’ebreo è la sede non solo dei sentimenti, ma anche della volontà, della progettualità, dell’organicità profonda – almeno potenziale – di un intero universo interiore. lo ritrovo qui e ti ringrazio.
    fabrizio

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  3. cari tutti… sono temi e metafore che non si esauriranno mai. non a caso si dice CORPUS: Luigi ha ragione. non a caso abbiamo alle spalle una lingua sacra, l’ebraico, in cui sembra che tutto sia in tutto e che una radice di tre consonanti porti a cinque lemmi significanti (e a più significati!) diversi e paralleli. il libro di Facioni mi ha colpito molto. per l’attenzione teologica a Celan, ad esempio; e per il richiamo alla santità nel senso etimologico di diversità/separazione. vi abbraccio sempre, mi aiutate tanto
    massimo

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