MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Seconda

Gaston Bachelard – La poesia, o di un’infanzia immemorable Gaston Bachelard
Con Cyrano abbiamo esemplificato il potere alienante di un’immagine proiettiva, piccolo contributo a una psicologia del narcisismo. Ora, invece, mostriamo come l’immaginazione poetica ci permetta di compiere il movimento opposto: quello che ci riporta al più profondo di noi stessi. Celebre epistemologo e raffinato lettore di poeti, Bachelard (1884-1962) indica la via della rigenerazione d’anima nella réverie, lo stato sognante che la parola poetica induce. Nella réverie poetica troviamo un’infanzia più vera di quella che i nostri ricordi ci insegnano a ricostruire: all’orlo del tempo, nella solitudine cosmica di una coscienza aurorale, noi abitammo il mondo come mai più. Spetta alla poesia rivelarci una precedenza d’essere che è più vera della storia, e riportare la prosa dei giorni alle origini dell’essere parlante. Il testo è tratto da: G.Bachelard, La poetica della réveerie, Dedalo 1972.

Quando, sognando a lungo nella solitudine, ci allontaniamo dal presente, per rivivere i tempi della nostra vita, ci vengono incontro numerosi visi infantili. Noi fummo molti nella nostra vita già vissuta, nei nostri primi anni di vita e solo attraverso il racconto degli altri abbiamo incominciato a conoscere la nostra unità. Sul filo della nostra storia raccontata dagli altri, finiamo anno per anno, a somigliarci. Raccogliamo tutti i nostri esseri intorno all’unità del nostro nome. Ma la réverie non racconta. O, quantomeno esistono réveries così profonde, réveries che ci aiutano a scendere così profondamente in noi stessi che veniamo liberati dalla nostra storia. Ci liberano dal nostro nome.
Le solitudini d’oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste prime solitudini, solitudini infantili, lasciano, in certi animi, tracce indelebili. Tutta la vita è sensibilizzata dalla réverie poetica, una réverie ‘che conosce il prezzo della solitudine. L’infanzia conosce l’infelicità attraverso gli uomini. Nella solitudine, può lenire le sue pene. Il bambino si sente figlio del cosmo quando il mondo umano gli lascia la tranquillità; così nelle sue solitudini, quando è padrone delle sue réveries, il bambino conosce la felicità di sognare ciò che sarà in seguito, la felicità dei poeti. Come non sentire la comunicazione che c’è tra la solitudine della nostra réverie e le solitudini dell’infanzia? Non è senza motivo che, in una réverie tranquilla, seguiamo spesso la strada che ci porta alle nostre solitudini infantili. Lasciamo alla psicanalisi il compito di guarire le infanzie mal vissute, di guarire le sofferenze infantili di una infanzia indurita, che opprime la psiche di tanti adulti. E’ aperta una strada a una poetico-analisi che dovrebbe aiutarci a ricostituire in noi l’essere delle solitudini liberatrici. (…) Quindi la tesi che vogliamo sostenere in questo capitolo tende a far riconoscere il permanere, nell’anima umana di un nucleo infantile, una infanzia immobile, ma sempre viva, fuori della storia, nascosta agli altri, travestita da storia quando è raccontata, ma che è essere reale solo negli istanti di illuminazione il che equivale a dire negli istanti della sua esistenza poetica. (…) Questa infanzia rimane inoltre come una simpatia, un’apertura alla vita; ci permette di capire e di amare i bambini, come se fossimo a loro uguali. Se un poeta ci parla, eccoci acqua viva, nuova sorgente. Ascoltiamo Charles Plisnìer:

Ah! Purchè io vi acconsenta

Mia infanzia, eccoti Così viva, così presente

Firmamento di vetro blu

Albero di foglia e di neve

Fiume che corre – dove vado?

Leggendo questi versi, vedo il cielo blu sopra il mio fiume nelle estati dell’altro secolo.

L’essere della révenie attraversa senza invecchiare tutte le età dell’uomo, dall’infanzia alla vecchiaia. E è per ‘questo che, avanti negli anni, quando si tenta di far rivivere delle réveries di infanzia, si ha come la sen¬sazione di un raddoppiarsi della révenie. Questo approfondimento di réverie che proviamo quando sogniamo la nostra infanzia, dimostra che, in ogni réverie, anche quella che ci prende nella contemplazione di una grande ‘bellezza del ‘mondo, ci troviamo ben presto sulla scia dei ricordi; senza quasi accorgercene, siamo riportati a vecchie réveries, improvvisamente così vecchie che non pensiamo nemmeno più a datane. Un bagliore di eternità scende sulla bellezza del mondo. (…) L’infanzia è all’origine dei più grandi paesaggi. Le nostre solitudini infantili ci hanno dato le immensità primitive. (…) E abitiamo meglio il mondo se lo abitiamo come il bambino solitario abita le immagini. Nella réverie del bimbo, l’immagine supera tutto. Le esperienze vengono dopo. Vanno in senso opposto a ogni réverie di slancio. Il bimbo vede grande, vede bello. La révenie dell’infanzia ci restituisce la bellezza delle immagini prime. Il mondo, ora, può essere altrettanto bello? La nostra adesione alla bellezza prima fu così forte che se la réverie ci riporta ai più cari ricordi, il mondo attuale diventa scolorito. (…) Ah! come saremmo saldi in noi stessi se potessimo vivere, rivivere senza nostalgia, in pieno ardore, nel nostro mondo primitivo. Insomma, questa apertura al mondo di cui si valgono i filosofi, non è una riapertura al mondo favoloso delle prime contemplazioni? In altre parole, questa intuizione del mondo, questa Weltanschauung, è altra cosa da un’infanzia che non osa dire il suo nome? Le radici della grandezza del mondo affondano in una infanzia. Il mondo comincia per l’uomo con una rivoluzione d’anima che molto spesso risale all’infanzia. (…) Così, in un ora senza nome, il mondo si afferma per ciò che è e l’anima immersa nella réverie è una coscienza di solitudine. Alla fine del racconto di Villiers de L’Isie Adam, l’eroina può dire: “La mia memoria improvvisamente inabissata nel profondo dei sogni, provava incredibili ricordi”.L’anima e il mondo sono così, insieme, aperti all’immemorabile (…).

Insomma, raccontare bene dei fatti, nella positività della storia di una vita, è il compito della memoria dell’animus. Ma l’animus è l’uomo dal di fuori, l’uomo che ha bisogno degli altri per pensare. Chi ci aiuterà a ritrovare in noi il mondo dei valori psicologici dell’intimità? Più leggo i poeti, più trovo conforto e pace nelle réveries del ricordo. I poeti ci aiutano ad aver cura delle nostre gioie d’anima. Naturalmente il poeta non ci dice nulla del nostro passato positivo. Ma attraverso la qualità della vita immaginata, il poeta mette in noi una nuova luce: nelle nostre réveries, facciamo dei quadri impressionisti del nostro passato. I poeti ci convincono che tutte le nostre réveries infantili meritano di essere ricominciate. (…) Si tratterebbe allora per noi, se potessimo approfondire il nostro schizzo, di risvegliare in noi, attraverso la lettura dei poeti, grazie a volte alla sola immagine di un poeta, uno stato di nuova infanzia, di una infanzia che va più lontano dei ricordi della nostra infanzia, come se il poeta ci facesse continuare, terminare una infanzia che non è finita bene, e che malgrado ciò era nostra, e che senza dubbio, in parecchie riprese abbiamo sognato (…). La storia della nostra infanzia non è psichicamente datata. Le date si mettono dopo; vengono da altri, da altrove, da un tempo diverso da quello vissuto. Le date vengono dal tempo in cui raccontiamo. (…) Quando un bimbo raggiunge l’età della ragione, quando perde il suo diritto assoluto a immaginare il mondo, la madre si fa un dovere, come tutti gli educatori, di insegnargli a essere oggettivo: – oggettivo nel modo banale in cui gli adulti si credono oggettivi. Lo si riempie di socialità. Lo si prepara alla vita nell’ideale degli uomini inseriti. Gli viene insegnata anche la storia di famiglia. Gli vengono insegnati la maggior parte dei ricordi della prima infanzia, una storia che il bambino saprà sempre raccontare. L’infanzia, questa materia plasmabile, è spinta in uno stampo perché il bambino prenda un’impronta e segua il corso della vita di tutti gli altri. Il bambino entra così nella zona dei conflitti familiari, sociali, psicologici. Diventa un uomo prematuro, un uomo prematuro in stato d’infanzia repressa. (…) È spesso tardi nella vita quando scopriamo, nella loro profondità, le nostre solitudini infantili, le solitudini della nostra adolescenza. È nell’ultimo quarto della vita che si capiscono le solitudini del primo quarto, ripercuotendo la solitudine dell’età avanzata sulle solitudini dimenticate dell’infanzia. Il bambino che fantastica è solo, assolutamente solo. Vive nel mondo della sua réverie. La sua solitudine è meno sociale, meno rivolta contro la società di quella dell’uomo. Il bambino conosce una réverie naturale di solitudine, una réverie che non deve essere confusa con quella del bambino musone. Nella sua solitudine felice, il bambino sognatore conosce la réverie cosmica, quella che unisce il mondo. A parer nostro, è nel ricordo di questa solitudine cosmica che dobbiamo trovare il nucleo di infanzia che rimane al centro della psiche umana. È questo il punto in cui si congiungono più da vicino l’immaginazione e la memoria. (…) Ecco l’essere dell’infanzia cosmica. Gli uomini passano, il cosmo resta, un cosmo sempre primo, un cosmo che nemmeno i più grandi spettacoli del mondo cancelleranno nel cosmo della vita. La cosmicità della nostra infanzia rimane in noi. Riappare nelle nostre réveries solitarie. (…) Sembra che le nostre réveries sulle reveries della nostra infanzia ci facciano conoscere un essere preliminare al nostro essere, tutta una prospettiva di precedenza d’essere. Eravamo, sognavamo di essere e, ora, fantasticando la nostra infanzia, siamo noi stessi? (…) Continuamente lo psichismo tenta di rinascere (…) Rari poeti ci illuminano con bagliori per aiutarci a penetrare nei limbi della antecedenza d’essere. Bagliori! Luce senza limite!

15 pensieri su “MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Seconda

  1. “Nella réverie poetica troviamo un’infanzia più vera di quella che i nostri ricordi ci insegnano a ricostruire: all’orlo del tempo, nella solitudine cosmica di una coscienza aurorale, noi abitammo il mondo come mai più. Spetta alla poesia rivelarci una precedenza d’essere che è più vera della storia, e riportare la prosa dei giorni alle origini dell’essere parlante.” “…Rari poeti ci illuminano con bagliori per aiutarci a penetrare nei limbi della antecedenza d’essere. Bagliori! Luce senza limite!”

    Mi è rimasta in mente, negli anni, ciò che secondo H. Hesse doveva saper fare la poesia: “suscitare nostalgie”.
    Dico così, a caldo, due nomi che mi paiono capaci di questo, G. Bàrberi Squarotti (con quel suo “melo nevicato”, così evocativo) e a Francesco Marotta, che qui ho commentato (molto brevemente) per il suo ultimo lavoro.

    Gianni

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  2. In effetti, è proprio la lettura delle ultime poesie di Francesco che mi ha ricordato questo brano. Ho letto questo libro di Bachelard quasi trent’anni fa, ed è uno di quelli che ha cambiato il mio modo di leggere.

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  3. Valter, grazie per questo brano. Avevo letto e amato il libro subito dopo l’uscita in edizione italiana, più di trent’anni fa, appunto, ma non avevo presente quanto mi riguardasse soprattutto adesso: forse anche per essere entrato nell'”ultimo quarto”…

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  4. “nelle sue solitudini, quando è padrone delle sue réveries, il bambino conosce la felicità di sognare ciò che sarà in seguito, la felicità dei poeti”.

    sì, penso che la felicità si nasconda anche nell’ascolto di quel sogno. 18 volumi di Jung mi hanno radicato in quest’idea. la solitudine che il mondo vuole cancellare è la chiave universale. che qualcuno ha gettato via, credendola inutile: condannandosi a una solitudine senza riscatto.
    ciao, Valter.
    fabrizio

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  5. Grazie ragazzi. Condividere le buone letture con gli amici è una delle gioie di questo mondo. E “lassù” ha scritto sempre Bachelard: “non è forse il paradiso un’immensa biblioteca?”
    Dopodiche mi piacerebbe sapere perchè cazzo mi è sparita la foto del vecchione. Ci sono pantecane nel ciberspazio che rosicchiano?

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  6. Visto che siete andati su uno dei miei “amori” di sempre, mi permetto di suggerirvi, per chi non li conoscesse, alcuni testi correlati all’argomento (credo siano tutte opere facilmente reperibili):

    – Psicanalisi delle acque (1987)
    – Psicanalisi dell’aria (1988)
    – Poetica del fuoco (1990)
    – La terra e il riposo (1994)
    – La poesia della materia (1997)

    Tutti pubblicati da Red Edizioni di Como.

    – Il diritto di sognare (1993)
    – L’intuizione dell’istante (1993)

    Pubblicati da Dedalo Libri di Bari.

    N.B.

    Le date si riferiscono all’anno di edizione delle copie in mio possesso. Ignoro se siano mai stati ristampati.

    fm

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  7. Leggendo questo bel testo mi vengono in mente due Grandi:
    Rabindranath Tagore e Kahlìl Gibran.
    Qualcosa di grande li accomuna a Bachelard.

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  8. “Ci liberano dal nostro nome” – al contempo credo ci aprano ad una nozione più ampia di coralità umana. Penso anche alle riflessioni di Aldo Capitini, un autore certamente diverso da Bachelard . In particolare a due sue raccolte poetiche apparse neghli anni Quaranta/Cinquanta “Atti della presenza aperta” e “Colloquio corale”.
    Grazie per la proposta di questo brano. Ciao.

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  9. E’ vero gran bel post. Unico difetto (se proprio vogliamo trovare da ridire?!!) la lunghezza: anche io come Antonella me lo sono dovuto stampare. Grazie a Francesco Marotta per la bibliografia. Quanti spunti. C’è da riflettere!
    Un caro saluto

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  10. “Gli uomini passano, il cosmo resta, un cosmo sempre primo” e Debussy ne musica e mai si dimentica (o almeno,non si dovrebbe).

    Grazie
    Chiara

    P.s. Anch’io l’ho stampato e rimane (ondate che devono scorrere)

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  11. lo spazio è il luogo dei corpi, Dio è il luogo degli spiriti.
    la poesia è anticipazione della visione dei luoghi di Dio.

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  12. Sarebbe interessare capire in base a quale criterio il mio commento è stato cancellato: ho espresso un semplice apprezzamento e non mi sembra di aver scritto nulla di offensivo..

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