SCRITTURE # 4 – Biagio CEPOLLARO

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di Francesco Marotta

“senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare”
 
Biagio CEPOLLARO
(Napoli, 1959)

Ha pubblicato, per la poesia: Le parole di Eliodora, Forlì, 1984; la trilogia De Requie et Natura
(che comprende: Scribeide, Lecce, Manni Editore, 1993; Luna persciente, Roma, Mancosu Editore, 1993; Fabbrica, Genova, Zona Editrice, 2002); Emendamento dei guasti, Marzoli, 2001; La poesia: Vale, Poesia Italiana E-book, 2003; Versi Nuovi, Salerno, Oedipus Edizioni, 2004; Lavoro da fare, Poesia Italiana E-book, 2006.
Per la saggistica e la critica: Perché i poeti (1986-2001), E-book, 2004; Biagio Cepollaro e la critica (a cura di Giorgio Mascitelli), E-book, 2005; Blogpensieri (V Supplemento a “Poesia da fare”), E-book, 2006; Note per una critica futura, E-book, 2006.
 

Tra i promotori del Gruppo ’93, ha fondato, insieme a Mariano Baino e Lello Voce, la rivista Baldus. Dal 2003 cura il sito www.cepollaro.it , il blog Poesia da fare e relativi Quaderni (trasformato dal 2005 in rivista mensile on line), e dal 2004 l’iniziativa italiana Poesia Italiana E-book. Nel 2006 ha fondato con Andrea Inglese la rivista on line Per una critica futura.
 

TESTI

Da: LAVORO DA FARE (2006)

 http://www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

*

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo
risposta che travalica
domanda e nel vuoto degli occhi
si schianta
ora scrivi come hai sempre fatto
e non scherzare più col fuoco
della vita
o in una di queste mattine la piccola
storia sgangherata e sempre
pronta a rimangiarsi il cielo
finirà tra lo strepito del condominio
non come si chiude un volo
ma come un colpo di tosse
 

calmati e scrivi: fallo anche ora
in mezzo ai capelli bianchi
fallo come quando eri ragazzo
col terrore negli occhi
fallo anche solo per non crepare
non si tratta più di conoscere
si tratta ora nel pericolo
grande solo di portare a casa
la pelle: non c’è niente in questo
di cui ti devi vergognare: è così
e basta.

e ora che la voce si alza riesci
perfino a vedere nella finestra
di fronte l’onda del mondo
che s’appiana in risacca di pietra
e metallo: senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare

e lo hai sempre saputo di andare
storto nel mondo come uno
che anche correndo lo fa
con una corda al collo: ora
non dare strappi: fa colazione
fatti la barba siediti pure
ma fallo lentamente senza la stretta
non è colpa di nessuno se la voce
che ti dai è la sola che in piedi ti tiene
 
I
forse siamo stati come quelli che danno
un’occhiata
al ristorante
e non entrano.

intanto i cani al giardino
del parco
riconoscono a fiuto l’erba
che li cura e giungono cose
nella testa – anche quando
si cammina per strada
che uno neanche se l’immagina –
cose che poi sogna tutte alla rinfusa
che però ci parlano

così non guardavo in alto ma a mezza altezza
che la mente è larga   larga di cose
che fanno a pugni e uno
ci deve mettere prima
o poi la pace
e ci entra tutto ma davvero tutto
e sono tanti i vicini
che ascoltano
senza approvare
e tanti i vicini
che chiamiamo perché ascoltino

(o che credono di ascoltare
o, che è lo stesso, che noi crediamo
che ascoltino: se si può solo
riconoscere è per continui
travisamenti. come in sogno,
appunto)

e allora abbiamo detto all’anima di farsi avanti
che noi poi ci facciamo
un bel lavoro
sì, ci sono cose che lei preferisce
non pensare
così come ci son cose
che noi preferiamo non sentire:
ma è dalla sua acqua che il fiume s’ingrossa
e si sa che l’acqua
è segno di pericolo (pericolo
di chi si trasforma: dunque l’acqua
è dappertutto…)

*

certo noi fummo ragionevoli
e non insistemmo più di tanto
ci tenemmo per noi
con l’alibi dell’arte
quest’eccedenza
di psiche – provammo
terrorizzati anche ad esorcizzarla
facendone bieco
commercio –
ma quella folla è infinitamente
più grande di noi
e oggi
nel meriggio della vita
siamo costretti ad ascoltarla
perché il bene non si dà
come intenzione buona
ma come una pura
possibilità di questa sofferenza
e di questa
agnizione

da giovani si cerca fuori
e si convince
o costringe
il mondo a seguirci
questo ovviamente non è vero
ma per un po’ ci crediamo
e in quel po’ di tempo sembra
che le cose confermino
nostre attese: un quartiere
diventa tutta la città
una città diventa tutto il paese
un paese diventa il mondo
ed era solo un’idea o una fantasia
cresciute a dismisura
dove di reale c’erano solo
le disfatte che avremmo poi dopo
inseguito come spie di nascoste
verità: solo
che le disfatte come le vittorie
non contavano molto che contava
solo il nostro sentirci vivi
 

e di ciò soprattutto facemmo
esperienza
ma una volta sicuri
della vita
cominciò a contare la direzione
(della nostra vita)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa

i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.
 

VI

sembra che cerchio di un anno
si stia chiudendo e a fatica si tira
su la rete con nuovo
pescato: è stato
essere trascinati
dall’arpione al largo
quasi portando la barca
allo sfascio
ma non fu decisione:
forse davvero fu nuvola
che al punto esatto di tempo
interiore – che sfugge –
si trasforma in pioggia

cosa c’è nella rete: ecco è questo
che ora va pensato e detto
o semplicemente guardato:
il grosso pesce che si dibatte
è un modo di stare al mondo
che si è rivoltato contro:
ci vuole dire abbiamo fin qui
abitato la nostra mente in un modo
che ora ci uccide, ci dice: è necessità
sgombrare la mente ché quel che appariva
amico fin qui si è rivelato terribile
nemico che oggi sappiamo finalmente
cosa sono le afflizioni
della mente

e come un oggetto
di piacere si rovescia
nel suo contrario
ora ci spaventa questo vuoto
come nel sogno dell’ascesa
salire senza vetro
e salendo provare fisica
la vertigine per un mondo
non riconoscibile:
tenere la mente a bada
non è questione etica
ma di salute: non esiste
conoscenza malata
delle cose
esiste solo la malattia
che le cose rappresenta
e impone come vere
 

bene, ora vediamo l’intreccio
quotidiano tra l’aria che fresca
soffia nella mente e il terrore
e il desiderio che allora
non riconoscemmo, terrore
e desiderio che si mostrarono
solo nell’inganno e nel travestimento
ma furono questi gli eletti
più prossimi alla ferita
e dunque più protetti
da occhi indiscreti: è come se
la vita faticasse a porre i suoi
diritti e fosse più semplice
ripetersi in coazioni che accettare
un dolore semplice ma ricco
di germi, di restare
insomma lì dove c’era stato
l’intoppo e con pazienza
chiedere alle cose
di cambiare e noi
con esse
 

*

dunque era questo
il lavoro da fare: giungere
alla Porta

e anche se presto
gli abiti ci si richiudono
addosso
il grosso del lavoro
è stato fatto

il sospetto della bellezza
dell’essere
oggi non è più sospetto
ma un’esperienza

oggi non vogliamo più
che le porte siano chiuse
abbiamo sbirciato
 e nella grande sala
c’era un lago verde-chiaro
e profumo di alghe
e di presto mattino

ci siamo visti al centro del lago
con i piedi sui sassi del fondale
e le mani che toccavano
il cielo
ci siamo anche voltati
da ogni lato
e da ogni lato c’era il verde
del lago

ora siamo sulla Porta
e non sappiamo né c’importa
quali saranno le parole
a venire
per il tempo che ci resta

noi andiamo a ringraziare
per essere stati invitati
al banchetto

ora siamo sulla Porta
del ritorno e della restituzione
 

***

[…]  Si potrebbe forse parlare di una tensione ad una storia dell’anima, in cui l’anima diviene il centro principale d’attenzione della scrittura: “fare dell’anima / la nostra vita / gettare un ponte / tra ciò che siamo e ciò / che comunque eravamo già / da prima”. E’ un richiamo ad una traiettoria ancestrale ed archetipica dell’anima e della sua memoria che non è più solo anima individuale, ma anima collettiva, così come la memoria che s’intende recuperare è un “oltre” junghiano della “memoria individuale”. Vi è un continuo richiamo all’ “origine”, a un’origine mitica in cui tutto è presente e tutto è già detto e ascoltato. Ciò che ha valore nella storia dell’anima è la sua capacità di divenire, mutare insieme al continuo mutamento delle cose: “l’importante è non restare / incistati in una vita / boccata” e “non dare requie / al cadavere / che addosso ci portiamo”. La forza centrale del percorso è il mutamento, l’ “energia da smuovere”, per seguire  “l’onda del mondo”. In questo irrefrenabile mutamento del tutto in cui le memorie “sono già aria”, vi è un continuum di generazione e dileguarsi delle cose: “le cose che generano / scompaiono nella stessa / generazione”. La principale tensione dell’io sembra essere quella della perdita del possesso del sé “ed è che noi non siamo / nostri” e di una preparazione e di una consapevolezza al suo ineluttabile dileguamento materiale. E la prima lotta in questo senso è la lotta contro l’umana paura. La scrittura stessa diviene momento sostanziale di tale preparazione e del saper “nuotare negli strati / del cervello”. Se siamo in movimento, in un mondo che è conoscenza, non ha più importanza per l’anima “che siamo ognuno ad un certo / punto / del binario”, l’importante è il lavoro da fare.
(Florinda Fusco)

Forse il tema più convincente di queste poesie non è tanto quel “concreto” che ancora pare inattingibile, ed impossibile, nonostante sia costantemente invocato. Forse il tema vero sono proprio le “afflizioni della mente”, ma anche i “sollievi della mente”, quegli sprazi di pace e di concentrazione calma, di visione tersa e chiaroveggente. Il luogo comune dell’ultima poesia di Cepollaro è ancora questa “cattura nella mente”, e la povertà esistenziale di questa condizione, che ci riguarda tutti. Non dunque un resoconto di saggezza, più o meno prossima, forniscono questi versi. Ma nei versi, quello che veramente ci incanta e chiama, è questo dibattersi con noi stessi che conosciamo, questo dibattersi per la felicità e il presente, per l’amore dato e per il concreto vissuto.
(Andrea Inglese)

Ancor più dei Versi Nuovi, questo è un libro “di meditazione e di preghiera”, e potrebbe sembrare irriguardoso soffermarsi sui riferimenti culturali. Potrebbe non esserlo ricordando che il “lavoro da fare” “non è lavoro / da fare da soli”. E’ anche, dunque, “lavoro fatto”, nel corso dei millenni. E il legame con questa tradizione di lavoro è lo stesso Cepollaro a ribadirlo, ribadendo, nella V sezione, la memoria di Ifigenia e Agamennone.

Che cosa “suoniamo”, “con corde rimediate / tra le rovine della storia”? A questa implicita domanda, nella sezione II, sembrano rispondere alcuni versi della sezione V: “è questo suono acuto / e grave, limpido e / rauco / pieno e gracidante / questo suono ora / è dentro / al cerchio / di noi che non siamo / già più noi finalmente”. E il percorso, anche il percorso del libro, conduce alla “Porta / del ritorno e della restituzione”, ritorno al mai stato e restituzione del mai avuto. […] Quel suono onnicomprensivo, onnisonante, risuona dentro il cerchio che congiunge la fine e l’inizio, la strada che scende e quella che sale – il cerchio dentro cui si può giungere e stare, soltanto, finalmente, non essendo “più noi”.
(Giuliano Mesa)
 

[…]  L’altro motivo che percorre lavoro da fare, con espressione poetica particolarmente intensa nella quinta sezione, è il motivo religioso di umiltà e di senso della propria pochezza che sacralizza in qualche modo la vita che uno può salvare così grazie a questa umiltà, che nasce dal conoscersi almeno un po’. […] Anche se Cepollaro avverte taoisticamente che la nostra individualità non può percepire la dimensione ampia del tempo storico, va però detto che la storia è sentita come un bulldozer della barbarie che avanza ed è di danno a qualsiasi forma di vita. Tuttavia questo pessimismo, del resto difficilmente contestabile in questi nostri travagliati giorni, non diventa mai lo sguardo assente di un pessimismo onnisciente che sa già come andranno le cose perché è convinto di sapere benissimo come sono sempre andate: qui non si danno mai giudizi drastici e astratti su una malvagità della natura umana e c’è sempre il senso del profondo valore di alcune conquiste storiche che si vanno perdendo (se la barbarie avanza adesso, vuol dire che un tempo è avanzata anche la civiltà) e addirittura un appello morale alla resistenza culturale ai meccanismi del potere mediatico nella società.
(Giorgio Mascitelli)

Il Lavoro da fare di Biagio Cepollaro è la poesia che si dà nel suo farsi e nel suo aprirsi al futuro. Lavoro da fare come atto quotidiano, semplice, rito che si rinnova ogni mattina, e ogni mattina coincide con il vivere tout court: «calmati e scrivi» (p. 3). Scrivere è «portare a casa / la pelle» (p. 3), è un atto di preservazione dell’umano, del suo stare nel mondo, del suo essere corpo, del suo occupare uno spazio, in una sola parola vivere: «fallo anche solo per non crepare» (p. 3).

Il fare individua nell’operatività la ragione dell’esistenza, per una volta slegata da logiche economiche, ma intesa come atto costitutivo dell’intera vita, come apertura all’insieme delle possibilità e modalità dell’umano: un’operatività inclusiva, in cui voce, scrittura diventano modi e forme di «reintegrazione», nonché riappropriazione da parte dell’uomo della sua vita, disincrostata dalle scorie sovrastrutturali del nostro tempo… […] Ecco che la poesia riporta alle origini: ha a che fare con l’ontogenesi culturale, è traccia rizomatica dell’uomo. Poesia che fende, apre crepe nella terra, «poema abissale»… […] e che tuttavia non rinuncia alle sue ragioni operative. Essere operativi in Cepollaro equivale ad essere militanti, senza dover abusare troppo della matrice politica della parola… Non è forse una scelta di campo netta, rigorosa, quella di scegliere i margini?
Stare ai margini vuol dire, da questa prospettiva, anche andare oltre, essere sentinella e la poesia della raccolta in questione mira principalmente a questo: «dire oltre se stessa», uscire fuori, darsi agli altri, «fare anima» (p. 10).
(Luigi Metropoli)

I testi critici riportati sono tratti da:
www.cepollaro.it/LavFare/TeLetLF.pdf

***

Da: Note per una critica futura
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/NotCriTe.pdf )
 Nota 2
 

Le dimensioni a cui un testo poetico allude, il crocevia di informazioni in cui consiste, anche quando si irrigidisce in una pretesa autoreferenziale, anche quando esibisce la sua letterarietà
come un luogo atemporale e impermeabile, sono troppo presenti perché sia possibile ignorarle.
Certo, vi sono testi che indicano questa molteplicità di attraversamenti, altri testi che addirittura mimano il caotico sovrapporsi di informazioni, ma il punto è sempre, per chi legge, riuscire ad individuare il punto di vista, la posizione, il contributo di intelligenza che non è calco ma fattura originale dell’autore.
Perché dall’altra parte del testo c’è un autore: qualcuno che ha ridotto la molteplicità ad una serie di scelte discrete: ha scelto per noi un lessico, una sintassi, una ritmica. Oppure si può dire che da queste cose è stato scelto. Se si dice in questo secondo modo, la ragione sta nel fatto che si sottolinea la parte non consapevole dell’agire artistico. Dunque alla fine il paradosso di un agire non consapevole capace di questi attraversamenti molteplici…

E allora da dove origina uno stile piuttosto che un altro? Una selezione lessicale, sintattica, ritmica, piuttosto che un’altra? Il critico dovrebbe, tra l’altro, forse mostrare proprio la necessità di questa riduzione (la configurazione formale): in questa sottrazione di possibilità, tra l’altro, sta il segreto dell’efficacia di quella allusione alla molteplicità di dimensioni…
 
 

Nota 3
 

Le convenzioni letterarie, e in genere, le strutture che permangono nel tempo, riconoscibili socialmente come arte, le fondamenta antropologiche della poesia, sopravvivono attraversoi secoli e le tecnologie, mutando continuamente, non solo nell’utilizzo dei materiali ma anche nelle funzioni.

E così da un certo punto di vista l’oralità primaria delle epoche prima dell’invenzione della scrittura e della stampa, e l’oralità secondaria indotta dalle nuove tecnologie, non spostano nulla di fondamentale per quel che concerne il ‘fenomeno di lunga durata’di cui parla Inglese* che è l’arte o la poesia, in questo caso.
Eppure le convenzioni di volta in volta devono essere animate per poter vivere; il rito continuamente deve rinnovarsi come esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno…

Ed è da questo lato, dal lato di chi rinnova il rito, dal lato delle sue concrete circostanze storiche peculiari, che la nostra attenzione si sposta, quando si formula la domanda intorno al leggere, cioè all’uso concreto della poesia.
La critica è innanzitutto un atto di lettura che attualizza, in senso letterale, una ritualità dell’immaginazione e del pensiero. Ma i modi dell’immaginazione e del pensiero sono sempre legati a contesti peculiari: forse è proprio questo lo specifico di una critica che riemerge come bisogno, bisogno di tratteggiare delle peculiarità.

Chi fa la poesia sente oscuramente che i modi della critica, cioè i modi della lettura, devono rinnovarsi nel rinnovarsi dei contesti…Ogni atto di lettura ripercorre le scelte, direbbe Inglese, le ‘posture’, le prospettive complessive a partire dalle quali le selezioni (lessicali, sintattiche, ritmiche, metriche etc.) si sono realizzate. Questi punti di vista si àncorano alla radice doppia del dentro e del fuori, della molteplicità degli attraversamenti e delle scelte compiute: tutto ciò va ripercorso accettandone le sollecitazioni, amplificando questo o quell’aspetto dell’insieme.

Rispondere a tali sollecitazioni (di immaginazione e pensiero) significa leggere, ricostruire il punto di vista significa interpretare: aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili.
 
 

***

INQUIETE MATERNITA’ DI VOCI
(di Francesco Marotta)                 

A Biagio Cepollaro

1.

“senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare”

L’attimo di una forma increata, che segna il sentiero e il primo passo. Il chiarore di una assenza che si profila  nella  traccia  del  suo  verbo possibile. Irrivelata  lontananza  che  la  pupilla  tenta. Vigile custode del  suo  desiderio,   del  suo  vuoto  abissale  da  colmare.  L’origine è  nell’atto  che  la  coscienza  esprime  quando  si  fa  radura  e vento.   Il  suono  inascoltato  di ciò che si pensa per pura devozione di essere.
Esistere  a disperazione dell’oblio.  Onda e suono  delle misere maree senza  rive  che  siamo.  Un pensiero che non si distende, ramificando, sul  corpo  del  tempo.  Perché  è  il tempo che cresce, come un ospite amato, nella dimora futura di un respiro, nell’eco,  di un senso da fare.

2.

“fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature”

C’è sempre un’ombra.  Anche al fondo di un’ora,  costretta in reticoli stanchi di voce,  che a illusioni di neve  ci   conduce. Forse lo specchio di radici alate che spuntano  dal sonno quieto della terra. Il fiore di piovasco portato in dono a una madre ignara.  Petali colmi d’acqua per le sue labbra, invisibili alla luce,  perché  respiri  una  lacrima  per  ogni  parola  taciuta.  E’ sostanza di silenzio, dimora di stupori, la mano dell’altro che incide la sua carne fino alla vertigine albeggiante della prima immagine. E’ amore questo volere rovesciato l’ordine che  ci  sottomette  al flusso innaturale della piaga. Misericordia, forse, questo richiamare ogni creatura  nel cono di luce  di una stessa  attesa.  E’ farsi simili al bambino  che cerca di fermare l’incanto lunare,  mentre trascorre nell’alveo senza argini delle sue mani.   Nel suo sguardo  che tutto prende,  senza  tenere niente per sé. Nemmeno un nome che dica il cielo dei suoi giorni da inventare.

3.

“ora raccogli quel fiato
denso di palude
e scioglilo
nella luce…
anche lei si volta
e comincia a disgregarsi
il calendario
appeso alla parete”

La luce,  nei suoi tratti profondi di domanda,  vive l’attesa della prima mano che ha smarrito la speranza di incontrarla.  La mano di chi, senza conoscerla, esplora l’ombra delle stagioni  e legge il suo alfabeto con le labbra.  Esistere è abitare la fame di ciò che non si cerca. Offrirla in voto alla follia dei giorni per ogni piaga risanata prima che il corpo migri,  inciampi,  privo d’ali, nella carne che trascina.  Solo gli anni aspettano, per riconoscersi, l’ultimo stormo alla foce,  il vuoto immenso che il segno attraversa prima di farsi  voce, onda.

4.

“ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un segno
una svolta
dove all’improvviso 
il mare
si mette a parlare”

Guardo queste  parole  come osservassi l’eco di un ricordo,  una  disperata  veglia. Con gli occhi  dell’erba  incendiata  dalla  grandine,  mentre  nell’aria  schiumano acque  di  idoli  franati.  E forse è  sera.  Dal cuore dell’ombra si leva un richiamo che posso concepire solo sottotraccia.  Come una vela,  arresa al divenire perpetuo delle onde,  che scopre di essere  l’origine  di quel moto senza  requie.  E ovunque sento implorare la  muta  fierezza di una foglia che risale l’albero dalle  radici alla sommità del ramo.  Ovunque.  E tutto è  segno,  un solco  che regala  labbra,  voci dove poggiare l’inquieta oscurità di ogni  cammino,  il desiderio di essere scintilla o cenere di un fuoco mai del tutto estinto. Riconoscere al passo il paese delle fonti.

5.

“importa possedere corpo che molto
in sangue trasforma e l’accaduto
ringraziare”

Le  parole  che  la  luce  degli  anni  spegne  al  giorno,  conservale come respiri della  tua  mano  che  ha  vinto la stretta del vento   e  del  dolore  conosce  ogni strada,  anche quelle ormai  perse  per  sempre.   C’è  una  lacrima  che  sarebbe ancora  quell’istante,  l’ora  in cui lo sguardo  declina  nell’alveo delle sue ferite come un seme sconosciuto alla sua stessa aurora. Eco di vecchie mura, il sangue, rivolo che incespica in cumuli di storia  per limitarne la memoria.  Varca il cielo di sempre  prima che la vita diventi introvabile,  un astro illeggibile tra le pagine di  un eterno crepuscolo.  Io  mi  distendo  nel mondo che si consuma tra cuore e labbra,  al riparo sotto gli archi di foglie di un minuscolo  grido.  Solo ora le mie stagioni  si  rivelano  lampi  del  cielo,   fioriti  a  illuminare  la  carità  dei  passi.

6.

“è strano come parti
di noi malate si fanno per noi
oggetti
sacri d’amore”

Per risalire i crinali della solitudine,  insegnavi  al  corpo  a  volare  al  di  là delle  luci  alla  fonda  nell’ombra.  Non era  il gelo della notte  a fare  ala ai pensieri, se  bastava  negare  la  tua  immagine  agli  specchi  per non essere più riconoscibile agli occhi del lume che ti cerca.  Portavi appesa alle labbra la prigione d’acqua di una cascata muta, il suo universo inesploso di muschi, la  benedizione  innevata  dei fiori che scambiano la fame per presagi.  Il tuo orizzonte  era  troppo  vicino  alla disperazione degli steli, al desiderio di un giardino che si vede crescere senza radici.  Infermo  il  tuo  volto   di  parole, il tuo  mondo  inturbato,  immobile,  tra  le  sabbie  di  mille  varchi  sbarrati. Oggi ti basta  la  carezza  di una foglia,  la sua mano che restituisce ai giorni la  breve fiamma del tuo sguardo morente, il calore dell’assenza che sei stato.

7.

“e in quel fermarci a mani giunte
noi ci facciamo magico cerchio”

Ringrazia  coloro  che  ancora  aspettano  di  essere  tratti   a  riva dal naufragio. Guardano l’onda  reclamare,  impassibile,  contro  la  prima  vela  che si profila all’orizzonte.  Solo gli uccelli  in  lontananza  si  piegano  all’acqua  per  amore.
In un abbraccio che non grida  addio,  ma  stenebra  il  cielo  con  la passione di chi dimora un lampo.  Pensa  una luna  che inventa il giorno  dal desiderio delle sue sabbie chiare.  Pensa  una  rosa  che  argina l’uragano col suo ultimo respiro.

Qui  è  l’oblio  che  spinge  ai  margini  la  morte. Qui il verso con cui testimoni la fioritura  e il nulla,  il viaggio  e l’abisso.  Il  canto  senza  fine  della  polvere, quello che nasce dall’eco delle risacche e si leva  libero  dall’inverno fiammante dei relitti.  Libero.  Restituito  per sempre alla sua  sostanza  di luce e di silenzio. 

8.

“e questo mistero del vasto
e del senza tempo
questo suono che talvolta
ai più fortunati sembrò fermarsi
nella gola per venire all’aria”

Ho  strappato  all’agonia  di  una  rosa   appassita   l’unico  occhio  superstite. Poi  l’ho  sepolto,  sul  margine  più  in  ombra  di  una  fonte, tra le sue spine capovolte.  Mio  padre,  intanto,  si  trascinava   stanco  l’ultimo  respiro  fino alla sommità del suo silenzio d’albero. L’ultima parola,  il suo grido di fiume. La promessa, in forma di  preghiera,  di  rendere  visibile  agli uccelli assetati del tramonto l’acqua che la sua lingua conservava  dal  più  antico  dei  giorni. Si  addormentò  reclinando  lievemente  la  testa  sulla mia mano,  che volò in frantumi.  Stringeva nel pugno sabbia,  tra le labbra  un solco troppo profondo per le stagioni del sole.  Nulla  ormai può naufragare in cenere le messi fiorite in  quell’abisso.   Anche  la   morte,   stupita,   si  abbevera  ancora  al  riflesso notturno  in  cui  zampilla  linfa  il  suo  respiro.  Io  devo  una  sillaba  a  ogni viandante, uno sguardo a ogni lampada,  la mia bocca di custode a una nuvola, alla  pioggia  levigata  che  alleva  nella  febbre  dei  rami. Oggi, nello sguardo  di  mio  figlio,  il  mio  alfabeto  di  figlio  recita  la  passione  delle  api al fare dell’alba. La misericordia delle terre inesplorate che non traverseremo insieme.

9.

“insegnaci una nuova tenerezza
che le nostre madri furono troppo
oscurate per amarci”

Solo  la  storia  ignora  che  le tue mani  restituivano  all’erba  il  suo  mistero dopo il passaggio dell’ultimo uragano.  Non sa che anche il mare  ti  lambiva nei  sogni , come fa la rupe che tenta l’orizzonte.  Eri  la  morte  che  stupisce ai bagliori dell’incendio  che lascia alle sue spalle.  Eri  il  frammento di  luce superstite  che  si  oscura  mentre  prepari  il  pane  dell’esilio.  Impossibile fu il ritorno alle tue fonti,   se già eravamo  stranieri  alla  lingua  magra  del  tuo ventre.  Le tue catene baciavano in fronte i mattini,   e il giorno era un tragitto di polvere tra ombra e ombra.  Le strade, dicevi, i sentieri di cui sono la vigile stellalba,  l’approdo  delle sere.  Ora indichi  un breve parto di voci tra i sassi. Parli  a  labbra  serrate,  perché un grido matura nel gelo  solo accenti di spina, risveglia il silenzio dal suo sepolcro di vento. Tu che hai anni che sanguinano florescenze   di   vite   nel   palmo.  Relitti   aggrumati   per   un   ultimo   rogo.

10.

“fluente scorre la parola e dagli occhi
agli occhi ci riversa un fuoco”

E’   di   brina   anche   il  sogno,  nel  paese  dei  ciechi.   Vi  crescono  foglie senza    rami.  Ogni   domanda   ha   il   peso  di   un’eco,  quello  dell’aurora quando si affaccia ai vetri di una lampada spenta.  Chi  ho tanto amato,  oggi si   allontana   dalla   memoria    col    passo   furtivo   di   un   fiore invernale. Lungo il mio corpo, il giorno tenta di emergere dagli occhi in forma di parole. Nelle vene, intanto,  il sangue  prepara il fuoco di altre nascite.  Consentire  a quest’ordine della vita,  è definire l’enigma  che chiama a raccolta  i millenni.  Il tempo di un lume acceso contro il sole.  Lo spazio esatto della morte. Abbi cura che a varcarlo  sia  ciò  che  deve  unirsi  al nulla  per fiorire.  Per durare anche contro la  sua  stessa  speranza.  Solo il rifiuto della maceria elimina la gratitudine. Ridona allo sguardo la bellezza. Alla pupilla spenta altezze d’ala.
 

Inquiete maternità di voci

17 pensieri su “SCRITTURE # 4 – Biagio CEPOLLARO

  1. Caro Francesco,
    leggendo commosso ciò che scrivi su e a partire da Lavoro da fare ho pensato che ci deve essere un momento nella vita di un artista in cui l’arte non è più il punto di arrivo ma il punto di partenza. Quando la vita ci sopravanza e si chiamerebbe ‘maturità conquistata con gli anni’ se non fosse così dura la perdita delle illusioni giovanili, presunzioni, identificazioni, durezze, proiezioni, manierismi esistenziali, ci si può accorgere che la forma tanto cercata e lavorata era solo la scala da gettare via dopo l’uso, come diceva Wittgenstein. Che quella forma, come suggeriva Eliot, si mostra alla fine inadeguata per dire e che di essa occorre spogliarsi per arrivare ad un’altra non cercata ma trovata in una specie di resa alla cosa da dire. E comunque in ogni nuovo gesto di scrittura resta memoria del percorso anche se non appariscente. Forse per noi è stato così.
    E ciò che ora vediamo, ciò che cerchiamo di sapere, a stento si regge sulle parole perché allude a ciò che parola non è più, a ciò che parola non ha più. E sappiamo che questo viene dopo, qualunque sia stato l’inizio, qualunque cosa di volta in volta possiamo intendere per ‘dopo’. Il mio incontro con te ha oggi il sapore dell’inizio. Del nuovo inizio. Un abbraccio a te e alla gentilezza degli ospiti.
    Biagio Cepollaro.

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  2. “Scritture” poteva anche avere a margine una dicitura, diciamo, una specificazione, del tipo “Scritture di vita” o qualcosa del genere. Perché mi sembra che l’operazione che sta compiendo Francesco, al di là della raccolta di materiale di e su importanti poeti della scena italiana dei nostri giorni, è quella si sovrimprimere la scrittura o, anche, ricavare scrittura da scrittura, con l’intento di cercare la vita. Così mi piace interpretare questo scrivere saggistico-creativo che Francesco pone alal fine dei post. Un omaggio ma non solo. Il livello, poi, degli autori qui presentati è altissimo. Infatti per meglio dialogare con tali autori giova “scrivere su e partire da[lle]” loro opere (come ha scritto sopra Cepollaro). Quello che ne viene fuori non è una violazione analitica (un’appropriazione), ma un esempio di sintonia umana e poetica. Da autore ad autore.

    Noi lettori non possiamo che esserne contenti.

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  3. oggi non vogliamo più
    che le porte siano chiuse
    abbiamo sbirciato
    e nella grande sala
    c’era un lago verde-chiaro
    e profumo di alghe
    e di presto mattino

    mi piacerebbe sapere se esiste un legame tra cepollaro e i chiari del bosco di maria zambrano. ci vedo lo stesso ottimismo stritolato da un pessimismo necessario eppure pronto a esplodere di nuovo in speranza.
    un grazie di cuore a francesco e biagio.
    fabrizio

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  4. Fabrizio, posso solo azzardare una mia personalissima ipotesi al riguardo, perché solo l’autore potrebbe dire meglio e, sicuramente, senza (i miei ampi) margini di rischio. Penso che tra “Lavoro da fare” e “Chiari del bosco” (ma non solo: mi vengono alla mente anche alcune pagine significative dei “Beati” e il corpo centrale delle riflessioni della Zambrano sul tema, quale è possibile leggere in “L’uomo e il divino”) corra, in sostanza, lo stesso filo che unisce questo “poema” al complesso della riflessione “spirituale” che da sempre attraversa culture ed epoche. Non a caso, Mesa e Mascitelli vi fanno esplicitamente riferimento nei loro scritti critici: dalla ricerca del radicale “inespresso” dei miti greci, passati attraverso la rivisitazione tragica, alla letteratura taoista. E credo non vi sia estranea né la riflessione di matrice junghiana, con il suo corollario di archetipi, né gli scritti di Bachelard (in particolare “La terra e le acque”). E infatti, il tema dominante di tutta l’opera è la “persistenza” dell’elemento mobile per eccellenza, l’acqua, simbolo tangibile, anche quando è pura astrazione, del divenire e della metamorfosi, cioè della vita che si espande di “forma” in “forme”, in un moto che si dà solo in quanto gli estremi, l’inizio e la fine, sono tali se considerati come cifre provvisoriamente poste e storicizzate, in un rapporto di alterità dialettica col tempo della coscienza. Non a caso, oltretutto, il titolo che avevo dato, mesi fa, alla mia lettura di quest’opera, era “Doni d’acqua”. Tutti i significati compresi nell’area semantica di questo termine vi sono presenti: proprio perché tutti rimandano al suo equivalente assoluto: vita.

    Ma l’intervento di Biagio mi ha suggerito un paio di idee che domani proverò ad esporre.

    fm

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  5. grazie, Francesco: esauriente come sempre. ho visto anche la risonanza di Biagio nel suo blog: una linea pienamente condivisibile.
    un abbraccio
    fabrizio

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  6. Se l’esigenza di una critica “nuova” nasce dalla consapevolezza che l’atto della lettura è, in ogni caso, possibilità che si realizza di “aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili”, e dilata a dismisura l’orizzonte del testo, facendone oggetto di impensabili e imprevedibili suggestioni ermeneutiche, l’opera stessa deve dare ragione della molteplicità di sguardi a cui si presta, mostrandosi nella sua nudità assoluta e nella gratuità dell’atto in cui si offre all’ascolto e alla condivisione.

    Questa dispositio comporta l’azzeramento degli “schermi” coi quali il testo protegge, a volte contro la stessa volontà dell’autore, le ragioni profonde della forma nella quale si avvolge e con la quale si presenta, e ha come conseguenza la sua “epifania” come corpo mobile votato “naturalmente” all’attraversamento e alla metamorfosi: anzi, come “creatura” che, proprio nell’incontro con lo sguardo dell’altro, trova la sua ragione peculiare di esistenza: e il suo dilatarsi, l’aprirsi a un universo imprevedibile di anticipazioni, è la cifra stessa della “voce” con la quale si annuncia e si dispone al radicale silenzio dell’ascolto: una voce che, sostanzialmente, ha già “negato” la forma-vita di cui è traccia, nel momento in cui, esponendosi all’osservazione e all’esplorazione, si è fatta “cibo” di quel “partage” universale in cui risiede, come realtà e necessità, ogni possibile condivisione.

    E’ esattamente quello che lo stesso Fabrizio aveva acutamente osservato, in un suo commento su “Liberinversi”, quando, riflettendo su quest’opera, vi aveva letto la volontà di “fare della letteratura un dialogos, una parola che passa attraverso di me perché prima ha sgretolato le pareti della (sua) prigione”. Un “dialogos” che si sostanzia e si concretizza in una esplicita “dimensione teatrale”, come giustamente osserva Luigi nella sua bellissima nota: “teatro”, il luogo della visione e della convergenza degli sguardi: lo spazio, condiviso, dove tra l’oggetto che si offre all’osservazione e la pupilla che lo accoglie non si frappone nessuna parete: perché solo “qui” il “sé” si spoglia e, disponendosi ad accogliere l’altro, cioè a “diventare altro”, si riconosce nella sua autenticità. Il “lavoro da fare”, è questo. Anche e soprattutto questo.

    fm

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  7. Si, Francesco, il mio lavoro è stato ed è di spoliazione. Che non è semplice riduzione intellettuale, sottrazione di attributi, retorica minimalista, ma catastrofe vissuta delle proiezioni e delle identificazioni che vanno ad alimentare il circuito egoico e dolorante della personalità. Eppure sono sempre molto cauto ad usare le parole per ciò che parola non è: questo forse è lo specifico della parola poetica, il suo ‘lavoro da fare’ ed è per questo che forse di una poesia si può solo dire per risonanza in una radicale e umile deontologizzazione del testo, a contatto stretto con la propria condizione creaturale e storica.
    Alla base di ‘Lavoro da fare’ vi sono , come si intuisce, delle esperienze che con il ‘letterario’, inteso come repertorio formale, hanno poco in comune: ho provato ad usare i risultati, le sedimentazioni, del lavoro precedente (dalla Trilogia a Versi Nuovi) badando ad altro, a ciò che chiamo ‘resa alla cosa da dire..’
    Come in un certo senso mi aveva profetizzato Amelia Rosselli, alla conclusione della vicenda del Gruppo 93, ho intrapreso una strada solitaria e silenziosa, non facilmente comunicabile di duro lavoro e di non riconoscibilità. Lavoro di spoliazione prima, poi dentro il silenzio, la parola che avesse il sapore di una traccia. Dopo dieci anni e più di ricerche credo di essere ancora all’inizio ma qualcosa è accaduto, se è arrivato, risuonato, a leggere le vostre parole che vedono ‘attraverso’, dicendo di dialogo e di teatro e di un vedersi reciproco.
    Un ultima cosa. All’origine di Scribeide, primo libro della Trilogia, vi era Jacopone da Todi: lingua corporale e sovversiva, lingua del limite e della catastrofe. Per me venticinquenne fu una rivelazione di ciò che la poesia poteva dire al di là del Poetico, della differenza sempre da suscitare tra poesia e poetico, tra il dire necessario e il dire che finisce spesso per assomigliare soprattutto ad un gioco di società.
    Il dire, insomma, credo abbia bisogno di una vita a testimonianza: come nel dialogo umano, come nella vita che vale la pena di vivere. Non è forse per questo che dopo tanti anni siamo sempre qui a girare intorno allo stesso mistero? Non è questa gaia serietà che ci fa riconoscere come prossimi in cammini similari? Ma per giungere alla paradossale semplicità di tutto questo occorre dimenticare molto e dunque la metamorfosi, l’acqua, la trasmutazione…
    Biagio Cepollaro

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  8. Questa di francesco è una lettura davvero “speciale” dell’ultimo libro di biagio. testimonia l’importanza e la profondità di questo dialogo, sia per quanto riguarda la poesia che per la costruzione di una “nuova” visione della critica. Grazie

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  9. ringrazio Biagio e Francesco per il coraggioso messaggio sulla testimonianza di vita: oggi sono veramenti pochi a dichiararlo con tanta trasparenza e libertà rispetto alle aggressive riserve (nel doppio senso del termine) formalistiche. mi vengono in mente subito altri due nomi: Massimo Sannelli e Maria Grazia Calandrone.
    da qualunque parte lo si voglia vedere, non è poco.
    fabrizio

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  10. “Il dire, insomma, credo abbia bisogno di una vita a testimonianza: come nel dialogo umano, come nella vita che vale la pena di vivere”.

    Mi sembra che qui, alla luce anche di quanto sopra detto da Fabrizio e Francesco, ci sia la poesia intera.

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  11. (…) non c’è luogo a cui
    tornare ma solo energia da smuovere
    a sé per risonanza.

    questi dell’VIII poesia del “lavoro” di Capollaro, sono versi che mi hanno sempre colpito, perchè toccano un punto fondamentale dell’essere uomini, che è quello di un bivio perenne tra il “ritorno” e il presente… il “ritorno” è il luogo dello scacco del presente ed è in realtà un luogo fittizio, un terreno illusorio di felicità passate, e che in quanto passate non esistono più. e allora Cepollaro ci dice di avere la forza di guardare al presente, di cui fare comunque, nonostante le avversità, un principio di risonanza, di senso.

    non credo che esistano fini che giustificano mezzi. le finalità sono già dentro i mezzi adoperati per raggiungerle. con questo, voglio dire che se anche dovesse esserci uno scopo nel “lavoro” di Cepollaro (come quel “da fare” lascia intendere), questo scopo è già tutto esplicitato nella sfera poetico-riflessiva. e questo di per sé, è una grande conquista etica.

    davide racca

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  12. capita raramente di trovare umanità e ragione, apertura e umiltà, nel medesimo cerchio. Ciò è possibile perché le parole le fanno gli uomini, non i caporali.

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  13. Belli questi testi e questo scambio, li ho letti ammirato. “Una resa alla cosa da dire” mi pare un bel modo per dire un’idea di scrittura che ho cara e che vedo ricorrere in questo blog, detta in forme diverse.

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  14. ecco questo è uno di quei post dove è davvero difficile essere brevi e dove non si sa tuttavia cosa aggiungere.

    Trovo umanamente bello il dialogo costruito dai versi, portando l’esperienza l’uno nel sentire dell’altro.

    Forse alla fine tutto il lavoro che si compie è esattamente quello di ridursi in una testimonianza – di renderla fruibile agli altri, viva per gli altri. Lasciando che la vita abbia la meglio sull’ego – che non si sia più coloro che cercano, ma coloro che sono trovati.

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  15. Pingback: Biagio Cepollaro - Lavoro da fare « letture

  16. Pingback: Amleto dopo Wittgenstein: la poesia letta - di Biagio Cepollaro « La dimora del tempo sospeso

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