L’esperienza (di Massimo Sannelli)

Frammenti da «L’esperienza. Poesia e didattica della poesia» (2003)

La mano viene educata a poco a poco. L’immaginazione seleziona. Scrivendo, nasce un testo fermo, che sarà orale solo a partire da uno scritto: è questo. La voce alta del lettore viene più tardi, che completerà il gioco. Altri atti del corpo accompagneranno, volendo, la voce: se succede, è la cosa più grande della voce.

In una fase precedente ne nascono immagini di produzione e generazione, e di nascita: ora sono superate e mentali, quindi non pronunciate oltre.
La differenza tra il campo dipinto e il campo vero è totale: ma non così intoccabile come appariva prima; ora entrambi sono natura. Non c’è imitazione; né allegoria; l’uscita verso la pace («ho conquistato il diritto di stare solo con te…, e ne esco placato, placata…») può essere vista, ora, con una vivacità che solo tre anni fa faceva paura.
In realtà quella paura è rimasta: ma più di tutto impareremo a non averne vergogna; e che il cuore batta, come può e sa, e come si vuole e si agisce.

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È forte l’impressione che i ragazzi e le ragazze siano, in generale, molto maturi. In questo la loro effettiva cultura media non conta, e in uno scambio soprattutto emotivo (così è stato) il grado di informazione è sempre subordinato a scoperte non culturali in senso stretto.
In realtà questa esperienza di didattica e di condivisione della/nella poesia è ‘cultura’ a tutti gli effetti: ma in una forma troppo autonoma per stare in un canone, anche scolastico. Definirla «anarchica» sarebbe, a sua volta, una violenza. Infine (ultima ipotesi): l’esperimento sta in piedi da solo.

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Chi è appena diventato adulto si trova in una posizione intermedia tra l’età degli studenti e l’età dei docenti. Quindi rimane colpito da una cosa, più di tutto: la profondità dei più piccoli, che appare quasi casualmente (il 30 novembre 2002 Maurizio Pisati chiede in quante cose ci si può specchiare, oltre che in uno specchio, e una ragazza risponde: «Ci si specchia in un’altra persona»).

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Chi ha coordinato questo progetto, leggendo le proprie poesie in altri incontri, non si è mai sentito rivolgere domande sul contenuto; e invece: perché quella pausa?, perché la minuscola all’inizio della poesia?, perché hai saltato quel verso, leggendo? Come dire: mostraci il funzionamento (avendo capito sùbito che l’apparenza grafica del testo si traduceva immediatamente in un fenomeno orale: il salto da un verso all’altro verso comportava una pausa forte, magari a metà di un discorso e spezzando un complemento; una parola in corsivo diventava, musicalmente, sforzata).
Per questo motivo sembra giusto riconoscere e stimolare due dati di fatto, non solo giovanili e non solo pedagogici: la serietà senza rigore e la libertà senza caos. Per cui né un réportage né un insieme di riflessioni di giovanissimi obbligati a parlare di sé come gli adulti si aspettano che parlino; e quindi una riformulazione – e anche una narrazione delle cose avvenute – che non tradisce la serietà degli interventi.

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Je est un autre soprattutto in una scrittura che cerca di non rinnegare l’emozione e la vita. Anche questa tensione deriva dal rapporto con Giuliano Mesa, al quale, in realtà, dovrei dedicare ogni cosa che scrivo.
In questo lavoro il concetto di autore, presente, è più labile che in altri testi, e – a pensarci bene – già il concetto di adozione presuppone una famiglia, un rapporto e la volontà di dire (immaginare e creare).

§

[L’esperienza è stato pubblicato dalla Finestra editrice nel 2003. Il titolo deriva da un dialogo con Mario Luzi. E vorrei che questo testo valesse anche come piccolo omaggio a Giuliano Mesa, che il 2

Un pensiero su “L’esperienza (di Massimo Sannelli)

  1. Caro Massimo, condivido tutto ciò che hai scritto, soprattutto la possibilità – detta da occhi innocenti – di potersi specchiare in un’altra persona.
    Grande!

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