Paolo Campoccia

GIARDINO

Là dove galleggiano i colori,
se tocchi
c’è angustia anche tra i fiori,
guardarvi schiude nuove strade
alle tue dita sconosciute
per cui scivoleranno i morti
presi nell’ingorgo dei vivi.

Bevi nel fiume dei derelitti, guarda gli oppressi
guarda gli amanti incontrarsi
col muro che li divide
con le mani della loro pelle
del loro cuore puro.
Baciano il soffrire della terra
si imparano vinti in ogni ‘eravamo’.
Capiscono la terra venire dal cielo
deposti sul tempo nel loro lontano
continuo sprigionarsi.

FIABA

Sgranchisce, trabocca dal muro
del ricovero, l’accenno di albero
di quelli che muovono occhiuti
col cavo per bocca e rami per braccia.
Uomo incolore, vegetava
senza lavoro, era e non stava.
Ora, fatto sterpi, fra i vecchi
e l’istigarsi dei gatti, compie l’ombra
per fiore, ha un’opera: offre
del fresco e qualche parola alla nonna
che dicono vaneggi, veda ombre.

DONNA D’OTTOBRE

È al fondo della borsa che fruga
a memoria la commessa, guarda la curva,
c’è nell’ottobre della fermata il tessersi
martellante dei rientri e non snidi
un minimo ‘adesso’ in quelle pupille
stinte dalle otto ore. Pulsano lontane.
Sorvegliano che sbuchi il ventuno,
ma più lontane si porgono al vento
che le sfiori cosa costa scoprirle
con le spalle ore inattese nel cuore
o (lei lo ignora) almeno un dolore.

VEGLIA

È una notte che convince la verità
il petto pensa mentre posa la sua catena
di giorni sotto le lenzuola,
già vede nel pianto come lei sia:
la carezza continua del sangue
nelle prime preghiere,
la mortalità accesa sui polpastrelli
mentre il peccato rimbalza sulla notte.

Tu, che rammenti
di avere tutto l’avvenire della luna
e del sole sei il seme,
ammetti d’esistermi, se scompare la notte.

ORA SANTA

All’uomo, mentre rinviene
nell’anima, pesa tutto il riposo
del corpo sulla schiena,
nel sangue gli scava una luce sotterranea.
Se ora lo sai, non toccare l’uomo
col cuore trapassato da una lacrima,
non ti avvicinare al sorso sofferto di chi
parla con labbra tagliate
da baci di giustizia,
lascia che la sua vista pianga
su quel colle ieri lontano
oggi in attesa di passi
di uno che va, cercando, col cuore dentro di sé.

GLOSSOLALIA

Più importante però dell’avvenire
delle primavere
è la fissità del mare a lungo
infuso nel silenzio: la parola che viene
a destinarti a un dato tempo, calma,
ma già libera nell’onda
di uomini all’orizzonte che non vedi.
Viene sussurrata
coll’ombra delle labbra sui sensi,
labbra che fiori
sanno chiedere al mare.

RIENTRO

Guarda chi torna dopo la verità
in solitudine e quanta via lo consuma.
Lo avverti nel vento
le rosse ossa di fatica
trapassare il cosmo doloroso, nel fiato
del fiorello attonito. E come torna
col suo senso d’esistere
dietro di sé
come si insegue nel sole
la penultima rondine
gridandosi addio.

UNA NOTTE DISTANTI
(a Loredana)
Lolò,
cala molta della tua vita stasera
dal balcone che prende un’aria stanca
mentre la pioggia
e l’odor di pioggia metto assieme.
Il ricordo di te circonda le stelle,
te lo vedo ora con più fuoco negli occhi
moglie
ora che sei della notte, di ogni altra cosa
mia piccola
solitudine,
porta che preme sulle dita di chi prega.

I bimbi li ho messi a letto,
la notte orbita sui monti, tutto adesso
non comunica con noi,
non dà segni di vita
diversa dal giorno svanito che mi rimorsica in fronte.
Mentre così dico, scompari meglio nella pioggia,
con le cose perse di fuori, dalla porta
vai in ogni altra cosa,
accompagni il nostro incontro vero
mia
ti fai
fraterna alla notte.

MATTINO

Solo lo stolto chiede dov’è il cielo
al mattino tra lenzuola e scrivania,
plana dove ha cuore lo sguardo.
Vieni giorno, scheggia di tempo accedi
questo è l’oscuro senso dell’uomo
che piaga la pelle, erra
fra le mie porte ferme, tasta
sui miei libri esterrefatti, assaggia
le sedie rabbrividite
le cose impassibili di qui
poi arresta
nel vederti, simile all’uomo,
l’anima e il corpo raccolto nel vento,
carne tolta al fresco primo suo gesto.

TESTAMENTO

Io da vecchio sono un fiume
spaesato, buttato lì
come un pavimento vuoto.
Questo vecchio
voleva essere un bambino
scherzare coi rimbalzi dei sassi
e coi salti d’insetti,
poteva essere la giovane gravida
che le vola la gioia salendo
le scale insistenti.
Invece il vecchio si ritrova,
con le briciole nelle lenzuola,
tutti i posti calpestati,
ogni vita avuta in faccia. Voi,
ricongiunti in quel delirio, diverrete
come dopo un vagito, sarete
il tempo spezzato, l’oggi
che, perdonate,
non avevo capito.

USCENDO
(a Giovanni già che lo raggiungo)

Per ora io voglio la vita distante come l’attendere
l’amico morto comparire, la sua voce
sorridermi dal vuoto di un telefono,
con quelle campane dormire
svegliarmi che sia spalancata l’aria,
guardare svolazzare sulla siepe
ed esser pieno di questi giorni, sempre
uguali sputati dal tempo, bucce
giorni come la vita di Giannino
lo scemo del cimitero che appare ai defunti
e domani mi condurrà per l’ombra di un fiore
a passi spenti nei suoi splendidi discorsi.

Ricorda io sono qualcuno che resta:
chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto
resta. Uno che vede chi vede il vento
uno che viene e paga di tutti il tempo.

2 pensieri su “Paolo Campoccia

  1. in “veglia” il poeta corrisponde a se stesso seppure che all’amore. c’è la pretesa, come in ognuno di noi, di conseguire la consapevolezza d’esistere tramite l’altro/se stesso.
    il pasto poetico di Campoccia commuove,
    come in “veglia”, dove il cibo, tra onirico, la periferia e la domesticità umana, è il racimolo di presenze essenziali, pilastriche e mai estranee.
    ecco. il poeta riesce, con un registro composto e delicato (a volte fin troppo composto e delicato laddove affondare nella carne avrebbe più suono grave e gravido) a far percepire al passante la sua ombra medesima contemporaneamente al suo presente.

    in alcuni versi, però, a mia personale opinione, sembra quasi mancare l’inseminazione per farli più densi

    “Io da vecchio sono un fiume
    spaesato, buttato lì
    come un pavimento vuoto.”

    questi versi lavorati avrebbero il suono duro degli zoccoli di gaugain

    e in altri mi pari manchi (rischiando l’insapore) quel quid svettante di maneggiamento delle parole più ardito a risalire i versi all’origine più intima e meno pudica ma, non per questo meno spirituale

    “Solo lo stolto chiede dov’è il cielo
    al mattino tra lenzuola e scrivania,
    plana dove ha cuore lo sguardo.”

    questa terzina, ad esempio, si risolve in una fuga senza lasciare traccia dietro di se.
    (potrei sbagliare e confondere l’insapore con limpida leggerezza evocata apposta… ma si sa, le interpretazione a pelle sono così soggettive…

    notevoli a mio ascolto:

    [cut]
    “Tu, che rammenti
    di avere tutto l’avvenire della luna
    e del sole sei il seme,
    ammetti d’esistermi, se scompare la notte.”

    [cut]
    “poteva essere la giovane gravida
    che le vola la gioia salendo
    le scale insistenti.
    Invece il vecchio si ritrova,
    con le briciole nelle lenzuola,
    tutti i posti calpestati,
    ogni vita avuta in faccia.”

    [cut]

    “lo scemo del cimitero che appare ai defunti
    e domani mi condurrà per l’ombra di un fiore
    a passi spenti nei suoi splendidi discorsi.

    Ricorda io sono qualcuno che resta:
    chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto
    resta. Uno che vede chi vede il vento
    uno che viene e paga di tutti il tempo.”

    mi scuso per i refusi.
    un saluto
    paola

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