Covare

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di Franz Krauspenhaar

1.”Siamo animali del bosco, saremo bosco, saremo foglie, sotto di noi cammineranno passi, si spegneranno cicche di sigarette, e poi svaniremo accartocciati nel nulla“. Così disse mio figlio a mia nuora, la quale era una creatura senza grilli per la testa, e pensò bene di guardarmi sgranando gli occhi, come se mio figlio avesse detto una fanfaronata delle sue; invece mio figlio aveva detto una cosa intelligente una volta tanto, era stato preciso sul destino che ci attende, sulla fine inevitabile, e io ne rimasi naturalmente di sasso; e nonostante stessi apprezzando la lucidità di mio figlio finalmente ritrovata non avevo voglia di complimentarmi con lui, dopo tutto quello che mi aveva fatto negli ultimi anni.

 

2. Era stato crudele e meschino, piccolo e infingardo, stupido e mellifluo; aveva tentato di truffarmi con l’assicurazione sulla vita e aveva fatto carte false per mandare sua madre – mia moglie – in una casa di cura per malattie mentali. Era un giovane egoista, proiettato esclusivamente verso se stesso, si autoproiettava edonisticamente; non cercava il piacere della massa, preferiva i piaceri dello specchio mentale, in quanto s’era creato questa sua immagine di intellettuale rimirabile e in quest’immagine tutto sommato squallida ci sguazzava all’interno abbondantemente. Io avevo voglia di farla sotto il naso di mio figlio, vale a dire avrei voluto con tutte le mie forze sedurre una buona volta mia nuora, farmela nella stanza di sopra, mentre lui, mio figlio, si rimirava al suo specchio intellettuale senza aver ancora scritto una sola riga significativa del suo romanzo. Ogni tanto affermava che il libro l’aveva già scritto, ed era già tutto dentro di lui, e che era solo questione di tempo, sarebbe venuto fuori da solo, si sarebbe trascritto automaticamente, lo scrivere per lui era un semplice stenografare per la qual cosa adesso non aveva tempo, in quanto s’era messo a covare nel frattempo il secondo libro della trilogia; e questo covare era lo scrivere ed era il vero lavoro da fare, mentre scrivere su carta era per lui solo stenografare, e questo era il meno, il tempo sarebbe venuto, si sarebbe trattato di un’operazione semplice ma noiosa; e ora lui aveva il suo bel daffare nel covare il secondo volume della trilogia, questo per lui era scrivere, covare. Gli chiesi se quella frase che aveva detto a mia nuora – sua moglie – era l’attacco del secondo libro; lui mi rispose che era il finale del primo. Gli chiesi allora cosa ci stava prima. Lui mi rispose, semplicemente: “Tutto”. Guardai mia nuora con desiderio e con una scusa mi feci seguire da lei nel giardino, mentre mio figlio continuava a covare il suo secondo romanzo, il secondo della trilogia. Non mi ci volle molto: guardai mia nuora intensamente negli occhi, avvicinai il mio viso al suo e la baciai delicatamente sulle labbra. Lei chiuse gli occhi  e si abbandonò facilmente, mentre io, invece, la guardavo bene, volevo vederla perfettamente nell’atto di abbandonarsi. Non c’era alcun pericolo: mentre salivamo di sopra facendo scricchiolare le scale lucide per finire in camera da letto, ero perfettamente sicuro che mio figlio non ci avrebbe disturbati, e che non avrebbe sospettato nulla: lui avrebbe continuato a covare il secondo romanzo della trilogia da stenografare fino a chissà quando, mentre io avrei potuto portare a compimento il mio vendicativo incesto in tutta tranquillità.

3.Durò poco, forse un quarto d’ora, forse venti minuti, ma non arrivammo comunque alla mezz’ora; lei partecipava poco, anzi quasi per nulla, era più che altro abbandonata sotto di me, gli occhi sempre chiusi, quasi del tutto passiva, determinata a subire l’inevitabile, così era la mia impressione mentre le stavo sopra e mi muovevo dentro di lei. Rivestendoci alla svelta, le dissi di scendere lei per prima e di dare un colpo di tosse nel caso ci fosse stata via libera, per non insospettire mio figlio; allora sarei sceso anch’io.
“Siete della stessa razza, tu e lui”,  disse mia nuora di colpo, a tradimento, senza guardarmi in faccia, mentre si abbottonava la gonna, evidentemente disgustata. Non riuscii a dire nulla, pensavo soltanto alla parola razza, e al fatto che mio figlio dopotutto era una mia creatura.
Lei scese, poco dopo sentii il colpo di tosse, scesi anch’io e non trovai mio figlio, il quale –così scoprii pochi minuti dopo – era nel giardino e guardava nel vuoto, o le nuvole in cielo come spesso in quel periodo, perché stava covando, stava covando il secondo volume della trilogia; il primo libro, così aveva detto a me e a sua moglie, mia nuora, da pochi minuti la mia amante, si sarebbe intitolato Se il telefono potesse urlare di dolore, mentre sul secondo ancora non aveva le idee chiare sul titolo. Di colpo mi guardò, sdraiato sulla sdraio, sviando il suo sguardo dalle nuvole che osservava spesso mentre covava la sua trilogia appena attaccata da lui – e a spada tratta, a quanto si poteva osservare osservandolo – nel secondo libro; mi guardò e disse: “Annegare nel liquido amniotico, è questo il mio unico sogno, tornare da dove sono venuto annegando, è questo il ritorno alle origini che deve per forza essere il nostro premio per una vita ingiusta e assurda, altrimenti tutto è stato inutile, qualcosa deve pur esistere al di là di questo”. Gli chiesi se fosse una frase che aveva appena covato, e lui mi rispose di sì, e mi chiese cosa ne pensavo, e io per la prima volta in queste occasioni peraltro rare mentii, e gli dissi che era una grande frase, mentre in realtà era una vera e propria stupidaggine, uno sbocco di finto nichilismo e per di più di maniera, e quella storia del liquido amniotico era davvero insulsa, completamente; e, in fondo, c’era una speranza in un senso che attraversasse la vita che io trovavo addirittura patetico; ma in quel momento guardavo mio figlio e mi faceva una gran pena, come mi aveva fatto pena col suo grembiule indossato il primo giorno di scuola, come  mi aveva fatto pena quando era tornato dalla festa di laurea dieci anni prima, come mi aveva fatto pena quando si era sposato due anni prima. Tutto l’odio s’era dissolto, ora mio figlio mi faceva una pena credo immensa, una pena che usciva a ondate devastanti dal mio petto, una pena addirittura violenta, che in qualche modo cominciava a devastarmi; avrei voluto piangere per la pena ma naturalmente di piangere non ero più capace, e da parecchio tempo, da così tanto tempo che non ricordavo più con precisione né con approssimazione, forse da quando ero stato un adolescente, ma non ne sono per nulla sicuro, di sicuro c’è soltanto che non sono certo un tipo come si suol dire dalla lacrima facile.
“Io ti ho fatto un torto grave, un torto irrimediabile che non potrà mai essere cancellato. Non ho la forza di confessartelo, e non chiedermi nulla, o potrei perdere questa vergogna che mi assedia, e potrei dirti tutto”, così dissi di colpo – e senza pensare a quello che stavo dicendo-  a mio figlio, travolto da quel senso di pena terribile che provavo per lui.
“Puoi avermi fatto qualsiasi cosa, a me non importa”, disse prontamente lui. “Ma ti conosco bene: non sei capace di fare del vero male. L’unico torto che hai fatto a me, che mi hai potuto fare, è stato ficcare il tuo arnese da spasso dentro la mamma, e venirci dentro. Ecco tutto; hai fatto il guaio, l’hai fatto tu solo, perché la mamma era arresa, non poteva far nulla, era arresa alla sua maternità, non avrebbe potuto farci niente. Tu invece mi hai fatto volontariamente nascere, e avresti potuto, con un po’ di giudizio, deviare quel maledetto fiotto di sperma. Ma niente. No, tu hai fatto solo questo. Ammettilo. Sei una brava persona come tante; e sono quelli come te, gli incoscienti, che rendono questo mondo lo schifo assoluto che è”.
“Hai ragione”, dissi con un soprassalto di stizza per quell’uomo che era mio figlio e per il quale, d’improvviso e per fortuna, non provai più alcuna pena. Sospirai quasi di liberazione. “L’errore è stato mio, l’errore è stato di farti nascere. Ma non sono un brava persona; non lo sono mai  stato”.

(Immagine tratta da: “L’ occhio che uccide”, di Michael Powell – 1960)

19 pensieri su “Covare

  1. Tremendo, Franz, una lama tra l’ego e i suoi specchi.
    Vedo che anche tu sei ossessionato dall’idea di decifrare la personalità narcisistica. Mi sa che dovremo scambiarci qualcosa di più che qualche Mail.
    Conosci i libri di Lasch?

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  2. E’ terribile, sì. (speriamo che Giancarlo non legga):-)
    Anto, tu lo leggi dalla parte della madre; ma guarda che “figura” ci fà il padre. Uno che va a letto con la moglie del figlio. E il figlio? Manda in manicomio la madre. Insomma, è l’uomo, qui (padre e figlio) a meritare il ludibrio. O no?

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  3. Gli uomini prestano più attenzione alla razza dei loro cavalli e dei loro cani che a quella dei propri figli.
    [William Penn]

    Triste, ma vero e mi chiedo: quei “forse venti minuti” sono bastati a originare il figlio di uomo che dovrebbe essere “nonno” e biologicamente è – padre?

    L’ego egoista di Narciso giustifica la fine di ogni Eco positiva?

    Complimenti Franz: è davvero specchio. Crudo e vero.

    Chiara

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  4. @Chiara. E sì, sono uno diretto. Ma spesso non mi fà bene. Grazie ancora.

    @Antonella. Scusa, devo aver equivocato io. Grazie anche a te.

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  5. Ciao Franz,
    lucido e freddo l’impatto, a una prima lettura…
    Disprezzo, vendetta, pena, rabbia….
    Forti emozioni negative, ma c’è n’è una tra questa, che reca in sè un amore, un trattenimento sacro, a proteggere l’oggetto della pena, ed è la pena stessa.
    Chi la prova ti fa sembrare vera quella frase:”qualcosa deve pur esistere al di là di questo!”

    ciao
    carla

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  6. Meglio prosciugare genocidi in carta igenica. D’accordo.

    Ma quanta differnza d’età c’era tra il figlio e il padre 🙂

    Si sente peso Thomas Bernhard qui. Bello tuttounfiatononstanca.

    gisy

    Lo spasimo degli amantiè la specie che vagisce.

    A.S.

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  7. invece è molto bello saper dire grazie.

    Franz prendo spunto dal tuo racconto spietato e divago, provando a far parlare l’altra metà di questo covare/generare che ha il sapore di una megalomane sterilità.

    Sarà una coincidenza fortuita leggere questo mentre riflettevo sul silenzio della donna, quella donna che anche quando celebrata altrove (come MADRE, non come DONNA) sembra un animale da circo che segue da vicino, con distacco di pochi punti la foca ammaestrata ed il delfino canterino.
    Una donna che è sempre lo strumento della colpa dell’uomo o della sua meraviglia. Non so se ricordate L’infanzia di Maria di De Andrè. Una canzone che mi ha sempre stupito molto (perché scritta da un uomo) che lascia emergereil silenzio, il grande immenso silenzio in cui la donna è costretta. ANCORA. Anzi dopo trent’anni sembra di essere balzati indietro.
    Virginia Woolf abbastanza risentita negli anni venti ad un giornale scriveva che della donna quello che si sa per certo è che partorisce, non ha la barba e raramente soffre di calvizie.
    Poco è cambiato. Dal silenzio della storia, alla rabbia stravolgente (ma quanto comprensibile) del femminismo, alla “storia delle donne” nel nostro bel paese invece dei Gender Studies (guardate che la differenza è sottile, ma significativa), ad un altro silenzio – dovuto alla confusione su un’identità troppo a lungo costruita da altri e ora da recuperare.
    Non a caso quando la donna parla nella letteratura (del suo corpo, della sua vita, del suo male e del suo bene) spesso grida. Ma come dall’urlo di Munch, da una tela, arresa, sotto l spettatore/autore.

    Direi che a suo modo anche questo testo mette molto bene il dito nella piaga. E lo fa senza retoriche, senza pretendere di parlare per l’altra.

    Scusate l’amarezza.

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  8. Vabbè ma si sa, qualunque cosa faccia uan donna è sempre sbagliato. E’ un pò così o no? Franz mette il dito nella piaga in lettaeratura – ma ci sono tanti di quei altri esempi ben peggiori. Non è cambiato troppo il mondo, questo vale anche per il modo di percepire che hanno le donne verso le donne, non solo gli uomini verso le donne.
    Credo.

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  9. Gisy – sono perfettamente d’accordo: su come le donne percepiscono le donne.

    Quando parlavo del silenzio attuale mi riferivo proprio a questo…

    E’ difficile liberarsi da un ruolo che ci portiamo dietro da secoli ed in cui ovviamente siamo state complici.

    Per me è un morso doppio: sia perché sono donna, sia perché le donne (e i loro corpi) nella storia fa un po’ parte del mio lavoro.

    Il racconto di Franz mi sembra una finestra anche su questo – non parla della donna più di quanto un uomo possa dire, ma non vittimizza la donna – non la mostra come innocente… tra arresa o incapace a reagire c’è la sua bella differenza.

    (se non si fosse capito, perché mica sempre sono chiara! specialmente a quest’ora, il racconto mi è piaciuto, a partire dal bosco).

    (tra il figlio ed il padre ci saranno stati almeno 18 anni, provo ad indovinare… ma l’uomo maturo ha il suo fascino).

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  10. Sono molto contento di questi vostri commenti sul tema “donna”. In effetti la figura femminile, in questo racconto, è resa volutamente arresa a una condizione di subalternità psicologica, anche mettendola sullo sfondo; nel contempo, questa nuora esprime al suocero, al padre di suo marito, dunque al “generatore” di vita di suo marito, un forte disprezzo, un forte disgusto. Che è quello che le donne spesso provano nei confronti dell’uomo. C’è, in questa giovane donna, secondo me, una rassegnazione risentita – e c’è evidentemente del rancore, che lei esprime dopo il rapporto sessuale avuto con il “vecchio”; io ho inteso il racconto (ma badate che la mia è solo una delle varie possibilità d’interpretazione, benchè ne sia l’autore) come uno squarcio impietoso sul generare vita. Sul “fare” vita. In un mondo che questa vita la abiura, spesso, in un mondo, per tanti, morto in partenza. Il nichilismo del vecchio supera quello del giovane (chiama quello di questo, infatti, “nichilismo di maniera”). Tutta questa violenta negazione della vita parte fin dall'”attacco”. Nel fare letteratura (la trilogia) il figlio cerca di sfuggire alla morte dell’anima, come fanno gli artisti veri; e anche in questo, su questa posssibilità, il padre è impietoso; perchè non crede a nulla. Queste sono alcune suggestioni che mi sono venute durante la stesura, che è di quasi due anni fa. Ma non si finisce mai di scoprire. Quindi grazie. La letteratura spesso è una sorta di “solidificazione” dell’inconscio.
    Una buona giornata dal vostro mattiniero Franz.

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  11. @fk Proiezione futura? 🙂

    @Francesca – Sarebbe un discorso lunghissimo da sviluppare e ancora non so se ne verremo a capo. Anzi no probabilmente. Il fatto è che l’idea del modello più forte che poche balle è quello maschile nella società porta a spostare la “fievole” identità delle donne verso questo associandosi (per sentirsi più forte appunto) o per imitazione (cercando di essere da sole come questi). Non so se ciò sarà davvero uno snodo…
    Tutto il resto continua a essere visto come sesso debole, l’alternativa come sesso patetico. Più o meno.
    Il racconto è bello al di là ed è narrato ottimamente. Pure Berhnard le donne non le salva mai quelle volte rare che le cita.

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