Jean Danielou – RICERCA DI UNA LETTERATURA

(Da: “La cultura tradita dagli intellettuali”, 1974)

I problemi più difficili della cultura oggi si riscontrano nel campo letterario. La cultura scientifica non è nella sua essenza oggetto di contestazione. Ma c’è il pericolo che letteratura, filosofia e arte trascurino la loro funzione essenziale, che è quella di fare da contrappeso alla cùltura scientifica. Questa ne ha bisogno, perché tutto ciò che è profondità dell’animo, interiorità, esistenza personale, trascendenza del destino costituisce un campo che le sfugge: la cultura scientifica può solo permetterci di conoscere i condizionarnenti della nostra esistenza e offrirci la possibilità di dominarli, ma non è assolutamente capace di penetrare nel cuore perché essa, direbbe Pascal, appartiene a un altro ordine. Sarebbe veramente tragico se l’immenso apporto della letteratura, della filosofia e dell’arte finisse per essere trascurato o, addirittura, rinnegato.


La cultura letteraria oggi fa la parte del parente povero, incapace di giustificare la propria ragion d’essere, subisce l’allettamento della scienza e diventa preda dei sociologi, degli psicanalisti e dei linguisti. I primi a stupirsene sono gli stessi scienziati i quali, consci dei limiti del loro metodo, giustamente aspettano dalla- letteratura un complemento, che essa non apporta, e la tengono in maggiore considerazione degli stessi letterati. Hanno ragione: la letteratura, infatti, ha nella società la funzione insostituibile di essere « strumento di cultura interiore », e proprio per aver rinunciato a questa funzione essa rischia di scomparire. Se vuole sopravvivere deve ritrovare la propria missione specifica.
Certamente, si può ridurre la letteratura a un mero esercizio formale,. come fanno oggi tanti scrittori. Ma noi ne abbiamo un concetto più alto: la letteratura ha una parte di primo piano nel far percepire nelle cose visibili un contenuto nascosto, che possiamo chiamare il loro mistero. Se già il mondo visibile appare così carico di mistero, che dire dell’uomo, che da solo è un mondo? I veri scrittori dànno alla civiltà il senso del mistero dell’uomo: non soltanto un senso astratto della persona umana ma una emozione, pervasa di rispetto, davanti all’abisso di una sola anima umana.
Il nostro tempo, che Malraux ha giustamente definito « il tempo del disprezzo », ha perduto questo rispetto dell’uomo. La civiltà tecnologica, che si prefigge di liberare gli uomini dalle loro servitù e consentire a un maggior numero di essi di raggiungere una vita personale, è diventata invece uno strumento di avvilimento per tutta una parte della società. La psicologia, con il pretesto di svelare i veri moventi del comportamento umano, troppo spesso lo riduce a un gioco di istinti. Gli Stati considerano gli individui soltanto come ingranaggi delle collettività e li sacrificano per raggiungere i loro scopi. Compito degli scrittori è insegnarci di nuovo che l’uomo è più della tecnica, più della società, più dello Stato: questi esistono soltanto per aiutarlo a realizzare se stesso e soltanto così essi diventano elementi di civilizzazione.

Conoscere il reale.

Missione dello scrittore non è creare un universo illusorio, un paradiso artificiale per consolarci di una realtà considerata assurda. Questo era il pensiero dei surrealisti, i quali alla creazione di Dio, che essi respingevano, hanno opposto una creazione immaginaria. E nemmeno è necessario che lo scrittore si sforzi di stimolare l’interesse cercando nelle situazioni paradossali, nell’anormale e nell’insolito le fonti cui attingere per rinnovarsi. Il grande artista invece sa cogliere la poesia nella inesauribile ricchezza dei paesaggi familiari e dell’esistenza quotidiana.
Arte è percepire la profondità del reale; I pittori del secolo XVI riprendevano all’infinito lo stesso quadro cercando di penetrarlo sempre più in profondità Gli scrittori del secolo XVII riprendevano i soggetti più sfruttati, con le varie Fedra e Ifigenia, e riuscivano così a penetrare sempre più in una meravigliosa scoperta degli abissi del reale La noia dello spirito per il reale fa pensare a quelle persone il cui gusto si è depravato al punto che il loro stomaco non sopporta più i cibi genuini. Ed è triste vedere questa specie di nausea per quello che è il fondo inesauribile della realtà che ci è data.
Questa nausea non è altro in definitiva che una specie di risentimento contro la creazione, di gelosia verso il Creatore, di pretesa di fare meglio, e in fondo rivela un’impossibilità di uscire da se stessi, di aprirsi, e in particolar modo di ammirare, impossibilità che è forse una delle tare dell’intelligènza di oggi. L’uomo moderno, come affascinato dalla proprie invenzioni, sembra capace di apprezzare soltanto ciò in cui trova la espressione di se stesso e prova disagio nel riconoscere il valore di quanto non è il prodotto del la sua ingegnosità, nell’aprirsi alla contemplazione dell’essere. Ora, come ha scritto Pierre Emmanuel, «le parole chiave della cultura non sono educazione, conoscenza, distrazione, ma contemplazione, silenzio, gioia, Le prime tre corrispondono ad attività, le altre tre definiscono stati d’animo… Il programma culturale più serio non può fare altro che preparare, come un calco, le condizioni necessarie a raggiungere quell’ultimo traguardò che è la scoperta misteriosa dell’essere».
E Claudel ha detto a proposito di Dante: « Oggetto della poesia non sono, come talvolta si dice, i sogni, le illusioni, o le idee, ma la santa realtà, data una volta per tutte; è l’universo delle cose visibili, al quale la fede aggiunge l’universo delle cose invisibili. La poesis perennis non inventa i suoi temi, ma riprende eternamente quelli che la creazione le offre, così come fa la nostra liturgia, di cui non ci si stanca mai, come mai ci si stanca dello spettacolo delle stagioni. Scopo della poesia non è, come vorrebbe Baudelaire, scendere “in fondo all’infinito per trovarvi qualcosa di nuovo”, ma scendere in fondo al definito per trovarvi l’inesauribile. Questa è la poesia di Dante ».
A questa realtà ci introducono i grandi filosofi, ma è l’artista che ha la funzione insostituibile di farcela percepire nella sua evidenza concreta. Lo ha espresso in maniera mirabile Solgenitzyn: «Un giorno Dostoevskij si è lasciato sfuggire questa enigmatica osservazione “La bellezza salverà il mondo”. Per molto tempo ho pensato che fossero soltanto parole: quando mai, nel corso della nostra storia sanguinosa, la bellezza ha salvato qualcosa? Eppure, l’essenza stessa della bellezza e la natura stessa dell’arte hanno in sé questa particolarità: la vera opera d’arte ha una forza profonda e assolutamente inconfutabile che riesce a soggiogare anche il cuore più ostile ».
L’opera d’arte autentica ci fa toccare, con evidenza indiscutibile, le profondità della realtà. Ecco qual è la sua missione incomparabile, il suo valore permanente. Cito ancora da Solgenitzyn:«Un’opera d’arte porta in sé la conferma del suo valore. Un pensiero artificiale o esagerato non sopporta la trasposizione in immagini. Le opere d’arte invece che hanno cercato la verità profonda e ce la presentano come una forza viva, si impossessano di noi, si impongono a noi e nessuno potrà mai confutarle, neanche in futuro… Può quindi darsi che l’antica Trinità, composta dalla verità, dalla bellezza e dalla bontà, non sia affatto una formula morta e sorpassata, come ha creduto la nostra gioventù materialista ».
Grazie alla bellezza, quindi all’opera d’arte, la verità e la bontà ci appaiono indubitabili. E mi colpisce vedere un’altra grande mente del nostro tempo, Urs von Balthasar, esprimere in termini analoghi la stessa certezza: «In un mondo senza bellezza, in un mondo che forse non è privo di bellezza ma che non è più capace di vederla e di basarsi su di essa, anche il bene ha perso la sua forza di attrazione, le prove della verità hanno perso la loro forza. E se questo è accaduto per i valori trascendenti (perché se ne è lasciato sfuggire uno) che cosa sarà dell’essere stesso? ». Che altro aggiungere per mostrare la grande funzione della letteratura e dell’arte nel mondo d’oggi, quando esse si mantengono fedeli alla loro missione?
L’opera d’arte ha valore se mostra il reale, non se oppone l’uno all’altro i vari sistemi. Quello che a me interessa è la realtà, e ovunque la trovi io vi aderisco, perché è qualcosa di reale. «Non scandalizziamoci soltanto per compiacere a poveri bacchettoni, se vediamo arrivare la verità da dove non ce l’aspettavamo », diceva Péguy. Anche se a dire qualcosa di vero è un mio avversario, l’intelligenza consiste nel riconoscere che quanto egli dice è vero. Oggi invece si corre il rjschio di dimenticare che intelligenza è il conoscere la realtà- inesauribile, e non il sostituirle sistemi artificiosi. Non si deve sostituire questo modo onesto di usare l’intelligenza con uno distorto, altrimenti non resta che chiudersi nel silenzio per sottrarsi al brusio vano delle parole.
Le cause della decadenza della cultura letteraria sono state analizzate molto bene da Péguy. La prima è la sua corruzione per denaro nella società affaristica, la commercializzazione della letteratura che diventa una merce, vittima di una pubblicità che mira a lusingare le passioni. A ciò si oppone un’arte letteraria che si sganci dalla produttività, un’arte che sia lavoro onesto, retto, artigianale. Le mode, lo snobismo, le angosce sono sempre tipicamente borghesi, anche quando sòno di certi intellettuali di sinistra.L’arte autentica è legata al popolo, nel senso in cui « popolo »significa una certa dignità del lavoro, ciò che Proust definisce bene « la qualità per così dire dell’intelligenza ».
Ma se l’arte letteraria è minacciata dal danaro, più ancora lo è dallo scientismo. Péguy è’ un ammiratore della scienza: ha troppo spiccato il gusto del reale per non amare l’obiettività. Egli però è il testimone di un tentativo del «partito intellettuale», della Sorbona, di trattare l’opera d’arte con i metodi propri delle scienze naturali. Si pensa di spiegare l’opera d’arte determinando l’insieme dei suoi condizionamenti, ma allo studio di questi condizionamenti sfugge l’essenziale dell’opera d’arte, cioè il genio. Il genio non viene da qualcosa di confuso e di vago, bensì da. qualcosa « di chiaro, di definito, di esatto ». Soltanto menti che abbiano una formazione scientifica, come Pascal e Bergson, percepiscono la differenza tra gli ordini. Gli pseudoscienziati li confondono.
Questo influsso della scienza sulla letteratura ha una conseguenza che non è sfuggita a Péguy: il modernismo. Applicare alle opere letterarie un mètodo puramente storicistico, cioè studiarle come l’espressione di una società — oppure, come oggi, vedervi l’espressione di un linguaggio —significa dar loro un carattere irrimediabilmente anacronistico e, come conseguenza inevitabile, respingerle dalla cultura. Ma il conténuto della cultura letteraria è dato proprio dal suo intimo rapporto con l’elemento geniale delle opere del passato, e questo elemento non è legato alla storia. Lo storicismo rischia di distruggere gli strumenti stessi della cultura letteraria perché tra essi dà importanza soltanto a ciò che è espressione di un passato che non ha più valore.
Messa a confronto con la situazione odierna della scienza letteraria, la critica di Péguy è di un’attualità sorprendente. Dai pericoli che profeticamente egli aveva intuito sono esplose le conseguenze, e la gravìtà di queste conseguenze oggi è ancor più evidente. Forse l’avvertimento di Péguy, poco ascoltato allora, male interpretato in seguito, sarà finalmente compreso. La civiltà della tecnica non solo non distrugge la letteratura ma la invoca come una necessità imperiosa. Oggi niente è più serio dell’opera letteraria, ma proprio per questo essa, a dispetto dei mercanti e dei sociologi, deve esprimere le profondità dell’uomo.
Vi è dunque da trovare un equilibrio, se si vuole dare una cultura totale. Il problema è riuscire ad assicurare una vera formazione scientifica a ogni livello, ivi comprese la sociologia e la psicologia, e favorire nello stesso tempo la familiarità con tutti i valori essenziali che si sono avuti in arte, in letteratura e in filosofia: dare il sénso della qualità, il senso del genio; risvegliare l’ammirazione per i valori morali, estetici e spirituali profondi; raggiungere così il « cuore », che non è la sensibilità ma — se si prende la parola nel senso biblico — l’uomo interiore. Questo è lo spirito di un’educazione che tenga conto della tradizione pur essendo di una singolare attualità.
Quello che manca al nostro tempo per trovare il suo equilibrio non sono gli strumenti tecnici, oggi più sviluppati di quanto non lo siano mai stati, ma lo spirito interiore, senza il quale anche il popolo tecnologicamente più avanzato rimane sempre un popolo barbaro. Non si tratta di deprezzare la scienza – la cui importanza è grande, perché può modificare l’infrastruttura economica dell’esistenza umana – ma non si deve dimenticare che la civiltà è costituita dai valori spirituali, nei quali essa si esprime. La letteratura e in particolar modo la poesia sono espressione proprio di questi profondi valori spirituali, in base ai quali si deve giudicare la qualità della cultura di un popolo.

6 pensieri su “Jean Danielou – RICERCA DI UNA LETTERATURA

  1. Mi prendo la libertà di postare questo commento di Francesco Marotta via Mail e il mio, per avviare una discussione.

    Il testo è bello e suggestivo, ma è “una” visione unilaterale della poesia, della letteratura e del reale. Ed è, oltretutto, un testo datato; magari non per quelli che credono,giustamente dal loro punto di vista, nella “poesia perennis”, ma rimane datato. Lo conoscevo, ma riletto, e accettato, oggi, costringerebbe a prendere almeno due terzi della letteratura, e della poesia, prodotte negli ultimi trent’anni, a livello mondiale, e a buttarle nel cestino: e nel cestino finirebbero dei capolavori assoluti. Non mi addentro nei tantissimi rilievi discutibili che contiene (il che non significa che sono sbagliati), ma, se poteva andare bene, nel 1974, come argine a forme di scientismo anche letterario imperanti, oggi rimane il “testamento” di una grande anima, ma dice poco a chi si vuole
    muovere nell’ottica della costruzione di un orizzonte plurale di condivisione: e la poesia, se è “spirito”, parla in tutte le “lingue” possibili, non in una soltanto. I valori che la
    letteratura aggiunge alla formazione di una civiltà, non possono venire da una sola direzione. Danielou cita Dante: bene: basterebbe la lettura della XIII Epistola, tanto per dire, per contraddire buona parte delle sue argomentazioni sulla ricerca formale o sul concetto stesso di reale. Evito di addentrarmi, solo per sfiorare un altro tema, sul problemi degli apporti del pensiero filosofico, storico, antropologico alla ri-definizione delle categorie del poetico negli ultimi decenni. Ve la sentite, ad esempio (un nome per decine di altri) di cancellate Celan, Char, Jabès, per non citare i nostri grandi, dal novero delle opere poetiche. Io no. E forse è meglio riflettere un attimo.

    Francersco Marotta

    Una delle tragedie del nostro tempo è che non possiamo più condividere nulla, se non la totale autonomia del soggetto e quella dell’espressione che ne deriva. Sottoscritta questa premessa, siamo tutti buonissimi e complimentosi per esempio nei nostri commenti, a costo di diventare un po’ oleografici, ma è chiaro che non c’è da litigare e nemmeno da discutere se nessuno più rivendica una funzione pedagogica alla letteratura, e se il critico diventa inattuale quando chiede all’immaginario di essere strumento di conoscenza e di giudizio, non solo invenzione. Ma va bene se serve a farci discutere, (non, spero, su chi è dentro e chi è fuori dall’orto dei buoni letterati, ma su cosa significa buono in letteratura), anche se è difficile. La politica ormai è un non luogo, l’etica segue a ruota e anche l’estetica la vedo maluccio.
    Le poetiche contemporanee sono come agnelli scappati dal recinto: sovrane per un giorno, muoiono in solitudine.
    Valter

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  2. difficile dare torto a danielou sul tema della profondità e sul compito dell’arte, legato anche alla domanda (non è un’affermazione) di dostoevskij: “potrà questa bellezza rovesciare il mondo?”, formulata davanti al quadro di una bellissima donna, quindi, potremmo dire, intrinsecamente ambigua, ma singolarmente aperta su versanti molteplici di riflessione sulla nostra esperienza. la bellezza: che oggi è anche complessità, basti pensare a tutta la letteratura antiromantica e alla sua attitudine a stimolare il pensiero, ricollegandosi al trascorso conte philosophique e alla visione di un’intelligenza globale, leonardesca, che lascia poco spazio all’effimero del sospiro, ai gridolini di stupore, in cui identifichiamo impietosamente e immediatamente, oggi, il fallimento di una poesia che s’illude ancora di essere innocente. il concetto di profondità si coniuga dunque con quello di complessità, sbaragliando ogni forma di arte tardivamente ingenua, per mettersi alla ricerca, invece, di una bellezza autentica, che non è mai banale e semplice. il simbolo di questo nuovo metro è l’inizio folgorante de L’uomo senza qualità di Musil, in cui l’ormai logora bella giornata viene scomposta nei suoi elementi chimici, o le analisi altrettanto serrate di sentimenti e strutture di pensiero ne La montagna incantata di Mann, esempio splendido di collocazione inedita di ciò che una volta si definiva bellezza (in sanatorio!). perfino i labirinti di Kafka rivelano un folgorante rovesciamento, capace di evocare e annientare in una sola frase il gridolino borghese di stupore: “qualcuno doveva aver calunniato joseph k. perché una bella mattina, senza che avesse fatto nulla di male, lo arrestarono” (Il processo). è solo l’inizio di un discorso che coinvolge le idee concentriche di bellezza, profondità, letteratura, alla ricerca di nuovi itinerari, senza approdi certi, ma di un’intensità che è essa stessa approdo degno di ciò che chiamiamo umanità.

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  3. Non sono convinto che trovarsi in tutto o in parte d’accordo con X comporti il mandare al macero Y e Z (anche perché probabilmente non mi sentirei di farlo); invece comporta una ridefinizione delle mappe concettuali, per farle diventare sempre più ricche e articolate. Certo, in questo modo il loro uso richiede sempre maggior discernimento; ed a volte malgrado tutto si arriva a ad un bivio, dove si pone il problema della scelta, che non voglio eludere o minimizzare. Ma già Platone parlava di diairesis e sunagoghè, scomposizione e ricomposizione delle conoscenze: vogliamo tacciarlo, proprio lui, di protodecostruzionismo?

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  4. Sul testo di Danielou qui proposto,tralasciando la questione della contestualizzazione storica e dell’attualità, posso dire questo poco: che lo Spirito soffia dove (e quando) vuole, e non si può programmarne la presenza; che gli autori ispirati si rivelano spesso dopo generazioni; che tutto il Novecento è stato pervaso dal velleitarismo di gruppi di intellettuali e letterati che volevano questo o volevano quello, e volevano soprattutto essere al centro dell’attenzione pubblica e avere potere, e solitamente erano risentiti perché non ce l’avevano; che è chiaro come nel mondo globalizzato la nuda poesia conti nulla davanti alla musica (che in parte l’assorbe), al cinema, alla TV e anche al romanzo.

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  5. Oddio, penso anch’io che ci sia tanto da impegnarsi – talvolta mi dico con Saba che “i poeti devono fare la poesia onesta”, o, ancora, che, rispetto ai filosofi (Saba si riferiva a Croce e Gentile), “i poeti promettono di meno e mantengono di più”, poi penso a Jabès o a Michelstaedter, ad Holan etc. e forse allora m’appaiono solo battute che solo Saba con la sua mite grandezza poteva permettersi – sul brano condivido parecchio gli argomenti
    di Francesco Marotta – bye e.d.l.

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