Il canto della follia di un mondo

Nerone – Il parto del mostro – scultura in bronzo 1967

Alla luce di ciò che sta succedendo in molti blog, più o meno collettivi, e, soprattutto, tra la fauna spesso psicolabile che ne fa vivere i commenti (moltissimi dei quali sconcertanti… se non vere e proprie testimonianze di deliranti, privati di una salutare camicia di forza – commenti, spesso anonimi, perciò ‘codardi’, che, di solito, ridacchiando sardonicamente, volutamente fomento, buttando ulteriore benzina sulla pira della vanagloria e dell’ ‘imbecillità’ dilaganti, così, tanto per far intendere dove l’altrui follia, nonché, ovviamente, la mia, può arrivare – ma non la follia ‘bella’, cioè quella follia infine letterariamente costruttiva-ispiratrice, ma quella più ‘becera’, quella più alienata, quella più ottusa, quella avariata, quella ammorbata, quella velenosa, quella crudele), voglio rituffarmi in ciò che fu la prima analisi ‘lucida’ della modernità (e anche del ‘post’, della stessa) che la scrittura italiana ci ha offerto e quindi consegnato tramite uno dei pochi giganti che possiamo annoverare tra le fila delle nostre patrie lettere. Ovviamente, la sua, fu ed è anche grande metafora dello smarrimento che l’Occidente stava e ancora sta vivendo. Lezione esemplare, atemporale… fino a quando non ritroveremo il Centro in un Assoluto (sacrale) comune (oggettivo), oppure fino al giorno in cui non ci autocancelleremo, alla buonora, da questo universo (a cui ben poco rendiamo gloria e che, reputo, neppure si accorgerà di tale nostra totale e miserabile dipartita).

In “Sei personaggi in cerca d’autore” Luigi Pirandello mette in scena un paradosso: non attori che recitano una parte, ma personaggi incarnati, che si presentano in un teatro, dove si sta provando una commedia dello stesso Luigi Pirandello, “Il giuoco delle parti”, e chiedono che la loro storia venga rappresentata. Ha inizio il teatro dell’assurdo, dove l’impossibile viene dato come reale, sensibile, razionale. I personaggi non fingono una parte, sono personaggi, partoriti dalla fantasia creatrice di un autore che, dopo averli messi alla luce, li ha rifiutati rinunciando a scrivere il loro dramma. I personaggi sono veri e reali, ma il loro autore è assente, anonimo: rifiuta l’esistenza delle sue creature. Al paradosso iniziale si sovrappone un altro paradosso: l’autore è scomparso, ha abdicato alle sue responsabilità, abbandonando al loro destino i fantasmi della sua mente che, incarnatisi, ossessionano il Capocomico e la sua Compagnia perché ascoltino la loro storia e la recitino così com’è, vita direttamente balzata sul palcoscenico, senza la mediazione di un testo scritto. Pirandello, nella Prefazione, allude ad una sua personale esperienza di dissociazione e disgregazione psichica da cui sono nati i suoi personaggi, dotati di un’autonoma consistenza fantastica tale da renderli vivi ed ossessionanti. Questa concezione della vita psichica come dissociazione e conflitto tra più e opposte personalità, fu fortemente influenzata dalla lettura del libro dello psichiatra francese Alfred Binet, “Les altérations de la personnalité”. Ciò chiarisce la dinamica da cui nasce il personaggio come frammento, scheggia, proiezione di un processo di disgregazione dell’ Io fortemente sofferto, di persona, da Pirandello: il teatro diviene la rappresentazione di un frammentarsi di quella che l’Autore chiama fantasia in impulsi affettivi e oscure tendenze, venutisi a concretizzare in personaggi che individuano le opposte personalità che si scontrano nell’Autore che li ha creati. Il Padre riesce a convincere il Capocomico a provare la loro storia sulla base di un canovaccio, buttato giù in un intervallo, mentre qualcuno trascriverà le battute dei personaggi, che sono quelle veramente scambiate tra di loro nel vissuto che ha preceduto la rappresentazione. Viene abolita ogni mediazione tra vita e teatro: la vita è già teatro. Gli attori protestano, si rifiutano di recitare parti non scritte, fatte di gesti e parole riferiti da chi li ha vissuti in prima persona. Il paradosso continua: i personaggi infatti impongono alla Compagnia di assistere direttamente agli eventi che verranno riproposti nella loro verità carnale, con le emozioni di quel momento ora vissuto, senza finzioni, dai protagonisti. Un ennesimo paradosso: gli attori diventano spettatori. Rappresentare il dramma significherà per i personaggi fissare quel momento eterno in una sequenza temporale che garantisca loro la vita crudelmente negata loro dal creatore. I sei personaggi non cercano una vita qualunque, ma l’eternità: vogliono un autore che trasformi la loro storia in scrittura. Per capire, bisogna sospendere l’incredulità, credere nei paradossi di un teatro che è metafora di sé stesso (un metateatro/una metavanguardia… a me molto cara), cioè un teatro che si riflette in sé stesso e si pone come autoanalisi. Lo spettatore è costretto ad assistere allo smontaggio analitico della forma teatrale; il metateatro si dà come visualizzazione della propria impossibilità. Qui si dimostra la sua forza innovativa: nell’analisi dell’assurdo come forma teatrale, come sfida alla convenzione della “quarta parete” (l’illusione di realtà tipica della finzione) e reciproca intromissione dei piani di realtà (quello della vita, quello del palcoscenico, quello dei sei personaggi, quello degli spettatori, quello della fantasia dell’autore come creazione di vita). Pirandello con i “Sei personaggi in cerca d’autore” ha distrutto la “finzione verosimile”, sostituendo, a questa, una diversa ed inquietante magia, quella di un teatro dell’inconscio, del rimosso, del fantastico come caos psichico, violentemente rappresentato, concreto come lo è la vita stessa, sul palcoscenico. Anche in questa opera Pirandello si conferma grande conoscitore della sofferenza umana, molto aveva capito di questa, senza però riuscire a trovare vie di scampo. Al creatore dei sei personaggi piaceva il loro mistero, quell’insondabile Oltre (la fantasia, l’inconscio, la morte, il niente cosmico) dal quale nascono i fantasmi poi materializzatisi in personaggi. Il mistero dello spazio-tempo in cui vivono i sei personaggi (non si sa da dove vengono, né dove andranno), è il mistero stesso della vita: il teatro se ne fa carico e lo rappresenta. L’inconscio e la morte sono quindi i luoghi del teatro pirandelliano. Le pulsioni aggressive di sesso e morte sono ossessivamente presenti nella storia dei sei personaggi: si pensi all’incesto, per poco mancato, fra il Padre e la Figliastra, alla tragica fine della Bambina e del Giovinetto, alle tinte colorite con cui l’autore descrive il comportamento seduttivo della Figliastra e alla tragica figura, strettamente collegata con il lutto, della Madre. Anche la forma-teatro sembra cedere, sotto la violenza delle passioni distruttive messe in scena: Pirandello rappresenta la morte del teatro tradizionale a favore di un teatro di parola, in cui si dibatte dietro le metafore della maschera e dell’assurdo, l’impossibilità di rappresentare il reale, perché forse il reale non esiste. Nella concezione pirandelliana solo il Personaggio ha un’identità inconfutabile, dal momento che non può essere altri che la forma incarnata nella fantasia dell’Autore: l’uomo, invece, immerso nel tempo e nel caos delle relazioni interpersonali, illusorie e inautentiche, è soggetto labile, alienato, ed esiste solo per il ruolo sociale che ricopre agli occhi degli altri. L’uomo ha un’identità anagrafica, ma, in realtà, si trova ad essere “uno, nessuno e centomila”. Sempre attraverso le parole del Padre, Pirandello enuncia uno dei suoi temi principali: l’assoluta relatività delle opinioni, la contraddittoria molteplicità delle certezze e l’ambiguità delle parole, che mai definiscono esattamente, in quanto investite di altri sensi da parte di chi riceve il messaggio. Rivolgendosi al Capocomico, il Padre dice: “Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che è per sé, del mondo com’egli l’ ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!”. Accanto al tema dell’incomunicabilità si affianca, direttamente collegato, quello della pazzia. Tema caro a tutta l’opera di Pirandello, e che anche nei “Sei personaggi in cerca d’autore” ritorna con insistenza. Il Capocomico: “Come, chi sono? Sono io!”. Il Padre: “E se le dicessi che non è vero, perché lei è me?”. Il Capocomico: “Le risponderei che lei è un pazzo!”. La pazzia del Padre, agli occhi del Capocomico, consiste nella distruzione di una delle grandi certezze della vita, l’identità, la consistenza dell’ Io come persona distinta dagli altri: il Padre invece ci tiene a ribadire che, mentre il Personaggio ha una forma-identità eterna, immutabile, l’uomo comune è invece soggetto ad instabilità, cambiamento, equivocità, che minano la consolatoria fiducia nella propria identità. La follia, dunque, come motivo di riflessione costante, follia come fuga o come dolorosa coscienza della realtà, ‘sentimento’ col quale Pirandello dovette scontrarsi e convivere tutta la vita. Follia, che ci pone il problema della nostra autenticità e che, con sarcasmo, ci dimostra quanto ciascuno di noi non sia altro che ” uno, nessuno e centomila”… in balia di qualsiasi intemperia e di qualsiasi ‘variante’ umorale dovuta al credersi ciò che infine non si è.

13 pensieri su “Il canto della follia di un mondo

  1. “Ma se è tutto qui il male! Nelle parole!”
    Tutta la mia scrittura si arrovella intorno a questo punto, e ben capisco il fastidio, che provo anch’io, per i commenti inutili, ruffiani, spesso vanagloriosi, di chi commenta solamente perché la persona che si commenta è il miele che attrae le mosche. Ha la nomea di essere famosa, brava. Pirandello l’ho letto tutto d’un fiato nel corso della mia adolescenza. Io sono di Siracusa, di quelle parti. Credo ancora che egli sia stato, insieme a Kaka, il più grande pensatore del ventesimo secolo. Andrebbe riletto, rimesso in scena con assoluta verginità. Per esempio andrebbe fatto recitare dai bambini. Prima o poi lo farò. La sicilia continua a sfornare grandi scrittori; Bonaviri, per esempio. Era un centro e lo è ancora, in un modo più misterioso, nel suo essere periferia. La scrittura della rete, pepr certi versi, e l’ho già detto, è un’occasione mancata perché è ancora una cosa del Nord. Credo ci sia un grosso problema di koiné linguistica e culturale.
    Sebastiano Aglieco

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  2. @grmanzoni

    il tema della pluri-identità, della pluri-personalità sappiamo quanto abbia determinato l’opera di Pessoa, che andrebbe riletto congiuntamente a Pirandello

    @ aglieco
    ah, la Sicilia (sono di Messina, ma vivo “in continente”, come dicono gli anziani): quante splendide sorprese nel rileggere certi autori (Angelo Fiore, Addamo, Cattafi, Joppolo, per citarne alcuni – dimenticati – che amo)…

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  3. Mi piacerebbe molto fare qualcosa per farli venire fuori, questi e altri. Ma ci torni ancora a Messina?
    Sebastiano

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  4. sì, per le feste di fine anno e ad agosto – poi, invariabilmente, ritorno al nord con la nostalgia ed il rimpianto che chi è andato via per motivi di lavoro può ben immaginare…
    alla fine ci si illude di esser cittadini del mondo, ma in fondo si è figli del solito vicolo assolato, dove il sole scotta di vita vera anche a febbraio…

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  5. Sono daccordo sulla assoluta rilevanza filosofica oltre che letteraria del teatro di Pirandello, capace come nessun altro di svelare la fragilità del soggetto moderno. Ma come Fuerbach serve più a far piazza pulita dell’idolo borghese che non a fare a meno di Dio, così a me Pirandello fa l’effetto non di un coperchio sulla bara del soggetto unitario, ma di uno stimolo a ritrovarlo oltre le maschere dell’inautentico sociale.

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  6. …credendosi diversi da ciò che non si è, ed ecco come si diventa pazzi. diceva pure rousseau per bocca di un suo personaggio nella nuova eloisa. (vabbé ogni tanto mi scappano citazioni) oppure è un gioco. il classico gioco delle parti, di ruoli, secondo l’ormai scaduto luogo comune.
    Pirandello, a mio modo di vedere, è irraggiungibile, è spettatore egli stesso, come pochi, sta fuori dalla scena mettendo la scena negli autori-personaggi. ed entrambi, giovani e vecchi, si ritrovano nella medesima situazione, ignorano quanto sta per accadere. esattamente come nella realtà.
    mi viene da pensare che i sei personaggi, gli unici sembra ad avere un carattere determinato, cercano la mano dell’autore, che sembra non averne, così come le sei facce di un dado da gioco cercano la mano che li faccia roteare sul panno verde.
    la sola differenza tra loro e l’autore è che egli può smettere di giocare.

    ma tu guarda, sono anch’io di messina, salute

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  7. «Allora dove la vita è creata liberamente, è là invece, nel teatro! Ecco perché mi ci sono sempre trovata subito, sicura – là sì! E il vago, l’incerto che sentivo prima, non dipendevano dal non avere, io, ancora una vita mia: ma che! È peggio, è peggio averla! Non comprendi più nulla, se t’abbandoni ad essa perdutamente […]
    Allora, è tutto incerto, di nuovo, instabile; ma con questo: che non sei più come prima; che ti sei legato compromesso con ciò che hai fatto, e in cui è così difficile, impossibile trovarti tutto intero, sicuro – lo comprendevo anche prima; ma ora lo so, lo so per prova».

    Alcuni segmenti da “Trovarsi”: la funzione dell’indagine Pirandelliana, per come la vivo, com-porta una naturale “presa di essenza” (l’intero sé) dopo la “presa di coscienza” (l’io franto).

    Per questo l’io-Pirandello rimane – “sprone” di riflessione.

    Chiara

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  8. Complimenti a Gian Ruggero per l’ottimo post ricco ancora una volta di spunti. Andiamo con ordine.
    – Nei blog davvero si assiste troppo spesso ad un delirio di anonimi che insultano, fomentano risse, ecc. Forse l’unica soluzione sarebbe l’obbligo di iscrizione con dati anagrafici, ecc…Forse potrebbe sembrare da GF ma è davvero brutto leggere certe cose, assistere a certe situazioni. Si può benissimo criticare motivando le proprie ragioni. La rete è uno strumento bellissimo perchè da spazio a tutti. Molti discussioni che, per esempio, facciamo qui, sulle riviste cartacee o in convegni sarebbe impossibile.
    – Pirandello è stato geniale nell’anticipare di un secolo, o forse nel mettere in evidenza sofferenze, problemi, ecc. da sempre latenti nell’uomo. Nessuno fino ad allora aveva messo, secondo me, così in primo piano la stortura di certe nevrosi, di certi tic, spersonalizzazioni che oggi, come non mai, sono esplose. Più leggo e rileggo le novelle di Pirandello e più lo trovo attuale. Ottimo il risvolto psicologico-filosofico messo in evidenza nel post!
    Un caro saluto

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  9. @ Aglieco. Condivido, Seb, in effetti anche qui in rete ci si accorge che il nord è dominante, ma per un semplice motivo… perché le grosse case editrici sono qua, così come i grossi eventi d’arte si tengono qua. Esistono, ancora, 2 Italie, a loro volta trapuntate da infiniti campanili, enclave, luoghi dove un qualcosa pur succede, altri in cui, culturalmente, e non solo, non succede alcunché. Triste dirlo, ma è così. Cmq voi siciliani non potete lamentarvi… avete dato e state dando molto a questa nazione. Da considerarsi che tre nostri premi Nobel alla letteratura sono insulani: Pirandello, appunto, e Quasimodo, tuoi conterranei, quindi la Deledda, sarda… Grazie a te.

    @ Enrico. Pessoa-Pirandello due P fondamentali. Condivido il tuo appunto. Molte affinità. Uomini del sud dell’Europa. Grazie.

    @ Binaghi. Molto profondo quel che hai detto. Grande ‘smascheratura’ di un sociale (appunto), e grande ansia di poter ritrovare un Autore-Assoluto, che, cmq, sotto il ‘velo’ s’intravvede. Grazie.

    @ Marcos. “…così come le sei facce di un dado da gioco cercano la mano che li faccia roteare sul panno verde.
    La sola differenza tra loro e l’autore è che egli può smettere di giocare”. Verissimo. Noi si è in ‘gioco’, ignorando, quasi sempre, quali siano le regole. Frase, la tua, che apre altri e altri mondi. Grazie.

    @ Chiara. Così come tutte le grandi indagini-scritture. Ho letto che hai esperienze anche in campo teatrale… come ti sentiresti nei panni di uno dei sei personaggi, e quale ti piacerebbe interpretare, e perché? Grazie a te, cmq, per la citazione molto sentita (e di tensione) e l’intervento.

    @ Orodè. Nerone è artista dai più considerato naif… ma, per me, va oltre certe ‘ingenuità’. Grazie del passaggio.

    @ Luca. Grazie e un saluto anche a te.

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  10. «come ti sentiresti nei panni di uno dei sei personaggi?» a casa, Gian Ruggero, a Casa! Il Teatro è la «festa dei sensi!». Io mi sento VIVA solo sul palco! L’esplosione sinergica e sinestetica attori-pubblico è il sentire di grado più alto che io possa (e voglia!) provare. «La Merca» è nato come copione prima di “fissarsi” in un romanzo… Non riuscirò mai a essere una “lettrice” non – performativa!

    «quale ti piacerebbe interpretare, e perché?»
    Vorrei “immiarmi” nella Figliastra perchè è un microcosmo in bilico: mantiene ancora legami con la carnalità e l’umanità; è un breviario di psicodramma e problematiche “agite” (la prostituzione come soluzione “imposta”); si fa portavoce dei contrasti generazionali e dei rischi dovuti alla disgregazione della Famiglia (il quasi – incesto e la sconvolgente “agnizione”) – oltre che alla disgregazione dell’Io.

    La Figliastra traumatizzata dal rifiuto del Genitore (l’autore) è mescola di tragedia e commedia.
    Con 2 risate (all’inizio e alla fine) significa.

    Rendere l’espressione corporea-animica di una figura simile in ogni minimo vibrato è linfa di cui si nutre ogni attore.
    Il mio Maestro diceva che ogni personaggio vive un contrasto: i contrasti pirandelliani si combinano all’infinito, nell’alchimia che è la Vita.

    Grazie per le domande e per la posssibilità di esprimere tutto il Duende che mi pervade…
    anche se mi ha provocato un’enorme “crisi di astinenza”!

    Chiara

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  11. Grazie a te Chiara, le tue risposte non hanno fatto che confermare ciò che mi era stato già detto riguardo la tensione umana, emozionale ed artistica che proietti nel tuo lavoro. Più che esaustivo il tuo fare il punto su te stessa in arte. Un abbraccio.

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