MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Terza

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Cronache dal paese dei Balocchi

Sono cresciuto tra boschi di robinie e campi di calcio dell’oratorio, la sera si giocava a nascondino nel frumento e si scopriva cosa c’è sotto le gonne. Il primo computer, a 32 anni, è stata una scoperta, ha arricchito il senso del reale di un adulto. Negli ultimi anni ho cominciato a chiedermi com’è il senso del reale di un ragazzo di oggi, che apprende la realtà nei nostri appartamenti pastorizzati, in forma quasi esclusivamente mediatica e soprattutto simulata. Ho fatto una ricerca nella cronaca bianca e nera, e nelle sterminate possibilità dell’industria dei giochi. Ne è nato un romanzo, “La porta degli innocenti”, in cui si racconta di crimini indecifrabili e giovani naufragi virtuali.
Il paese dei Balocchi è diventato un incubo?
(Da: V.Binaghi, La porta degli Innocenti, Dario Flaccovio Editore, 2005)

Genesis

Com’è finito il mondo di prima? Ci sono diversi scenari a disposizione.
Nel primo scenario è stata la Quarta Rivoluzione Industriale, quando anche i cinesi hanno cominciato a pretendere il frigorifero. L’effetto serra ha sciolto le calotte polari facendo alzare il livello degli oceani e sommergendo la maggior parte della terra. Restavano spuntoni di roccia inabitabili, dove un tempo arrivavano solo gli alpinisti. Per un po’ i superstiti hanno vissuto su barche, come in quel film con Kevin Costner dove la gente per bere ricicla le proprie urine, ma non era vita, e gli ultimi si sono suicidati in massa bestemmiando l’Arconte Supremo.
Nel secondo scenario è stata la paranoia degli Americani. Si sentivano minacciati dal terrorismo e hanno cominciato a parlare di guerra preventiva contro i paesi-canaglia che ospitavano basi terroristiche o semplicemente erano il Male, perchè odiavano la democrazia. Così hanno attaccato prima l’Iraq, poi l’Iran e la Siria. A quel punto un attacco atomico orchestrato da Al Qaeda ha praticamente distrutto lo stato d’Israele e da quel momento è stata la guerra di tutti contro tutti. Non si è salvato nessuno, neanche quei drappelli di mutanti cannibali che vagano nel day after dei racconti di fantascienza.
Nel terzo scenario è stata una malattia, di quelle che secondo le leggende metropolitane sono frutto di esperimenti di scienziati squinternati, come l’Aids o la polmonite cinese, ma questa volta il contagio si trasmetteva per via aerea, bastava che tu viaggiassi nello stesso scompartimento di uno malato e t’infettavi al cento per cento. Per un po’ la gente ha vissuto dentro abiti che erano in realtà scafandri muniti di respiratore, ma è stato tutto inutile, in due anni il morbo ha trasformato la terra in un cimitero.
Marco ha scelto la prima, io la terza. Ma in fondo queste sono opzioni trascurabili.
Il gioco vero comincia adesso e consiste nel rifare il mondo da zero.

All’inizio liberi le prime Monadi. Sono entità piccolissime, il minimo della capacità vitale, che si sollazzano nel brodo primordiale. Puoi dargli un nome e lasciarle così, senza sesso, a brulicare disordinatamente prima che il mondo cominci sul serio.
Poi pian piano carichi i dati a disposizione, le ere geologiche, il Giurassico coi dinosauri, l’era glaciale, i mammuth e tutto il resto. A ogni fase del gioco ti crei un tuo avatar e partecipi alla storia. Una volta sei una trilobite, una volta un brontosauro o una tigre dai denti a sciabola, e ogni volta devi nutrirti e combattere per la sopravvivenza. Ma la parte più bella è quando fai comparire l’uomo. Lì puoi cominciare a costruire villaggi, ponti, a programmare battaglie, che man mano progredisce la civiltà diventano vere e proprie guerre. Templi, piramidi, città, un po’ come Ages of Empires, ma con maggiore libertà.
A questo punto sei tu che fai la Storia decidendo come ti pare, per esempio Atlantide non sprofonda e diventa il più grande Impero del mondo. Dall’altra parte dell’oceano c’è un altro Impero, e il problema per entrambi sono le materie prime e la conquista di nuovi mercati. La gente è pacifica, ma non vuole rinunciare al riscaldamento centralizzato. Missili di qua, missili di là, e senza saperlo ti ritrovi a maneggiare la solita merda.
Ha ragione Maimo: a questi giochi nessuno vince mai sul serio.
L’unica maniera di vincere è uscire dal gioco.

The Sims

Il padre, Tom, è ancora sul divano per il pisolino postprandiale. Gli affari vanno così così e la signora non vuole saperne di stringere i cordoni della borsa. Si è addormentato col Wall Street Journal aperto sulla pancia, seguendo la fluttuazione dei suoi nuovi titoli messicani, oggi in leggero rialzo. Al risveglio avrà un certo languorino, pescherà a caso nel vassoio e potrà godersi un Bacio, un Pocket Coffee o un Boero. Il Boero.
La madre, Connie, è davanti allo specchio della camera da letto in slip e reggiseno, ha nella mano destra un abitino blu e nella sinistra un completo giacca-pantaloni in lino glacé, se li mette addosso alternativamente, valutando l’effetto sulla leggera abbronzatura primaverile. Scegliamo il blu. Piacerà sicuramente al suo analista, il dottor Partridge, di cui è disastrosamente innamorata.
Jennifer, di anni quattordici, si è appena fumata uno spinello in cantina e sale le scale barcollando. Se entra in camera troverà il fratello immerso in una traduzione dal tedesco, il soggiorno è da evitare per via del padre, meglio il dondolo in giardino, per sballare un quarto d’ora a occhi chiusi in santa pace.
John Ross, di anni sedici, va niente male in tedesco ma oggi ci sta mettendo più del solito perchè non vuole allontanarsi dal telefono, non prima di aver ricevuto la chiamata di Deborah, che puntualmente gli chiederà una mano per il compito. Lui si offrirà di dettarle l’intera traduzione, lentissimamente, ascoltando il suo respiro all’altro capo del filo, e alla fine potrà chiederle di uscire, cosa che ha pensato di fare dal primo giorno di scuola. Riuscirà a chiederglielo questa volta? Meglio di no. Oggi è lunedì e sono chiusi sia il pub che il drive-in. Meglio aspettare la settimana prossima, il ballo degli studenti. Quale sentimento dovrà provare J.R, appendendo il ricevitore? La scelta è tra rammarico, rassegnazione e tiepida speranza. Sceglie la terza.

Nella casa ci sono anche un cane, Doggy, che passa il tempo con una vecchia pentola d’alluminio tra i denti, e una coppia di canarini. Hanno avuto il loro cibo? Spetta a Jennifer cambiare l’acqua agli animali: dovrà farlo entro mezz’ora. Il tempo di programmarla, e poi per questo pomeriggio si può chiudere The Sims.
Arianna abbandona le sue creature ed esce dalla casa virtuale, lasciando il computer acceso. Va in cucina e toglie dal frigo una confezione famigliare di yogurt agli agrumi. Ne versa una dose abbondante in una tazza e ne sorbisce grandi cucchiaiate.
Delizioso, e soprattutto fresco. È faticoso essere un dio, e fa venire sete.
Arianna ha speso i suoi anni migliori, tra i quattordici e i sedici, con EverQuest, ma ormai sente di appartenere a un’altra categoria di giocatori. Elfi e complotti gnostici hanno il loro fascino, ma lì è più come sognare che vivere. The Sims è la vita in diretta. Qui Arianna può proteggere la tenerezza infinita di Jennifer al punto tale da sentirla come il suo avatar, e provare davvero quello che prova lei.
Non c’è niente che sia meglio di questo, tranne forse entrare nell’altro mondo con il corpo e tutto. Ma bisogna essere via di testa per pensare una cosa del genere, anche se c’è uno in Rete che dice che si può fare. Gliel’ha detto Katia, le ha mandato anche il link per posta, lei e suo fratello Gianluca ci sono già stati. Nel gioco di Maimo.

The body
«… e tu cos’hai risposto?».

La testolina bionda del bambino comincia a ondeggiare da dietro la grande copertina del libro che ne nasconde quasi completamente il volto: si capisce che lo tiene aperto più per giocare a “ti vedo non ti vedo” con la mamma che per leggere la storia di Trottolo l’anatroccolo. Poi gli occhi vispi fanno capolino dal bordo di cartone.
«Gli ho detto di sì. Che ho imparato a leggere quest’estate. Che mi ha insegnato la mia mamma».
La donna abbassa lo sguardo, fingendo di continuare la lettura della rivista di moda che tiene sulle ginocchia, ma sorride commossa: è seduta in poltrona, proprio di fronte al divano dov’è accoccolato il figlio.
«E quanti altri bambini», chiede ancora la donna dopo qualche istante, affettando una certa noncuranza, «quanti sapevano già leggere e scrivere, prima di venire a scuola?».

La copertina-paravento viene finalmente abbassata e appare il volto paffutello del bimbo, che scruta il soffitto come per ricordare meglio.
«Allora… Alice, Barbara, William, Matteo Anzani. Scrivono anche, in stampatello. Ma solo io e Alessandro scriviamo stampatello e corsivo».
«Dovrete avere un po’ di pazienza», sospira lietamente la donna», la maestra dovrà riprendere tutto da capo per gli altri, e forse vi annoierete un po’…».
«Cosa dici?» scatta il bambino, visibilmente infastidito: «La maestra ha detto che faremo lavori diversi, e diversi tipi di schede, e ci divertiremo tutti quanti…».
La madre chiude la rivista e ammira lungamente il suo cucciolo, che si è messo a ruzzare sui morbidi cuscini azzurri del divano.
«Ti ricordi», domanda improvvisamente, «quali sono i primi libri che tu e Valentina avete letto da soli, in settembre?».
«Quando siamo tornati dal mare? Allora… Il gatto con gli stivali, Il maialino Lolo e poi… Il libro dei nidi degli uccellini».
«Ce n’era un altro, non ricordi?».
«Quale?».
«Ma sì. Il draghetto col raffreddore. Che si disperava perché non riusciva più a mandare fiamme dalla bocca. Ti ricordi?».
Il bambino s’irrigidisce improvvisamente in un’espressione indecifrabile.
«No», dice soltanto. Ma con un tono gelido, lontanissimo.
«Ma… che strano… eppure ti piaceva tanto», la madre pare smarrita, come se qualcosa dell’atmosfera idilliaca di poco prima si fosse irrimediabilmente infranto.
«No», ripete il bambino.
Adesso sta seduto semplicemente, le mani in grembo, lo sguardo astratto, fisso altrove.
La donna si agita in poltrona, le mani sui braccioli come aggrappate a quei ricordi di cui non è più così sicura. Finché fa un mezzo giro a sinistra col capo e finalmente si accorge di lei.
Valentina è entrata in silenzio come fa sempre, è in piedi a due passi da lei, lo zainetto in spalla, le braccia lungo i fianchi e un’espressione di mesto rimprovero sul viso.
«Non può ricordarsene», dice: «Il libro del draghetto lo regalaste a me per Natale, dopo l’incidente. Questa informazione non c’è nel programma».
La donna ha gli occhi lucidi e il labbro tremante come sul punto di piangere, ma si scuote bruscamente. Afferra il telecomando sul tavolino e lo punta contro il bambino.
L’ologramma svanisce immediatamente e subito il divano è vuoto, di un azzurro spietato. La ragazza parla lentamente, senza guardarla negli occhi. Ha una voce stanca e arrochita, come se ripetesse le stesse cose da secoli.
«Avevi promesso di usarlo solo una volta alla settimana. Ti farà diventare pazza, lo sai?».
La madre ha ripreso la sua svagata serenità. Si alza per avviarsi verso la cucina, come se non avesse sentito. È una donna ancora giovane, slanciata, i movimenti rivelano un che di spensierato nel carattere.
«Ci sono polpette e insalata a cena. Ti va?», domanda dall’altra stanza.
Si affaccia, non ottenendo risposta. Valentina è rimasta immobile accanto alla poltrona, fissando il divano vuoto dove poco prima appariva l’ologramma del fratellino morto a sei anni di meningite.
Il caro estinto, il nuovo software della Wondersoft, per consolare gl’inconsolabili.
La madre si avvicina e le stringe il braccio, come per rassicurarla.
«Va tutto bene, cara. Lascia che ognuno passi il suo tempo come vuole».
Valentina posa lo zaino a terra e si avvia verso il bagno. L’acqua fredda sulle mani e il viso scaccia per un attimo dalle membra il torpore della serata incredibilmente calda.
La follia della mamma è solo un po’ più patetica, non molto diversa da quella di tutti gli altri. Inseguono fantasmi evanescenti, fingendo di avere compagnia nella sala degli specchi. Il mondo non c’è più da tempo: solo copie di copie di copie senza l’originale. Il mondo non c’è mai stato: solo nel mito dell’Autentico, il Primo Giorno di cui si favoleggia da sempre. (…) È per questo che Valentina ha tagliato i ponti con tutti. Le amiche, il suo ragazzo, le chat, tutta gente che spaccia sogni e regala deliri, e si aggrappa a oggetti ingombranti. Tutti tranne Maimo.
Lui non vuole cambiare il mondo, lui vuole andarsene. Domani.

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