Non ho niente contro il mondo

pipa

Poesie di Roberto Ceccarini con presentazione di Giacomo Cerrai

Roberto Ceccarini (a.k.a. RedMaltese) è un runner che ogni tanto si ferma e scrive poesie, o viceversa. Voglio dire: non è soltanto uno che ha idee, un appassionato operatore culturale (e qui, in quest’epoca che vede deperire l’editoria classica nella sua propria scarsità e lentamente emergere un’editoria liquida – per dirla con Bauman – ma non priva di valori, bisognerebbe forse ripensare un ruolo per chi democraticamente “muove le acque” della cultura poetica e non). Non è soltanto questo, dicevo, ma anche (in più) uno che verifica in proprio una dimensione poetica per-corribile, anzi “abitabile”. Mi piacerebbe approfondire questo concetto a cui sono molto legato, ma parliamo di lui.

In questi testi la dimensione di Ceccarini sembra avere due versanti principali: uno esterno, rivolto al mondo, proprio quello contro il quale Roberto afferma di non avere niente (ma mi permetto di dubitarne); l’altro interno, che è più dell’io e del noi, del dentro e del privato, nel quale si traggono consuntivi cui la vita ci costringe a far fronte. Il mondo a cui allude Ceccarini è, in un certo senso, davvero esterno, per quanto possa esserlo un ambiente da indagare poeticamente: intanto c’è subito, fin dal titolo, un’opposizione dell’io, come se l’osservazione rendesse necessaria una distanza adeguata; e questa distanza è rafforzata da alcuni segnali semantici inconfondibili, a cui l’io (o il noi) si contrappone: si parla di “quelli” che manovrano luci sotterranee, di lavoro degli “altri” presi in una serie di attività omologate, di un paesaggio altero segnato da “discariche di nomi e cognomi” ( e cioè da perdita di senso e/o identità), un ambiente in qualche modo grigio, battuto dalla pioggia come una scena di “Blade runner” (“milioni di freccette di pioggia”), in cui persone affette da una compulsiva indifferenza sostano “nella campana notturna, a fecondare”. Sempre, in questi testi, il soggetto poetico (l’io, il noi, Ceccarini) reagisce con un suo peculiare modello di resistenza (forse quella resistenza che è stata tanto spesso evocata in rete in questi ultimi tempi) in questa contrapposizione di cui dicevamo, interpretativa del reale, ma anche assertiva di una identità a volte perplessa, a volte impotente (“io non ho testa per pensare né per ispezionare / tutti i santi suoni”), a volte con la mente cautelativamente all’indietro, come ogni corridore che getta lo sguardo alle spalle per controllare l’avversario (“ora il passo aumenta, […] ,si lascia dietro storie”, o ancora “questo è il dolore: / percepire il mondo all’indietro”), ma che sempre il poeta dichiara orgogliosamente sua.

Sul versante privato, quello di “Consuntivazioni”, si esercita la vena più lirica di Roberto e anche, a mio avviso, la migliore, ad esempio in belle poesie come “ora che non penso…” e “in casa le cose attendono…”. Su questa sponda il poeta parla di sé uomo, magari su quell’indispensabile territorio del vivere che sono le relazioni affettive con gli altri individui, uomini o donne che siano. Certo, anche qui le cose non sono facili, e certe difficoltà tendono a riproporre il privato come metafora del mondo di cui parlavamo, quello esterno, un’entità di “reduci frammenti” e di difficile lettura, in cui “tutto capita”, “l’opera sfalda”, “le giornate si allungano neutre”, in cui “dalla mia vita tu esci ed entri” e ogni cosa “è seduta, da rimontare, rinominare”. Una realtà la cui interpretazione è affidata al linguaggio, a quelle ali (poetiche suppongo) senza le quali ci si riduce “all’esercizio assordante del silenzio”, tramite l’espressione di un verso per lo più lungo, a tratti prosastico e colloquiale, a volte un po’ teso alla ricerca dell’immagine “giusta”, spesso capace di felici intuizioni poetiche (“il nostro star fermo nelle domeniche / … / vedere tutto il cenare d’occhi scettici / nella curva del caffè…” o anche tutta la chiusa di “è di questo che ti volevo parlare…”). E se questo mondo è complesso, doloroso, difficile, è proprio la lingua della poesia a dare un nome alle cose, rimontandole. E là dove essa non arriva, Roberto getta almeno lo sguardo di chi alza la testa e osserva fiducioso che “l’alba ha un colore / morbido, accogliente”. Che sembra tanto la speranza di una illuminazione.

Giacomo Cerrai, sabato 27 gennaio 2007

****

di Roberto Ceccarini

Da: “ io non ho niente contro il mondo “ (microraccolta inedita).

io non ho niente contro il mondo
contro la gestione speculare che fa delle ore
ma la pioggia che mi cade addosso
è l’unica perturbazione che riesco a sopportare

se la luna fosse luna
e la strada un posto dove stare
starei lì a poltrire nel bel mezzo
come quel tale della reclame
seduto al tavolo a brindare.

*
.

manovrano luci sotterranee, quelli: passante
gestore – utente: tutti nella campana notturna, a fecondare.

pelle – sedile –pelle (“eccitazione – fiume – oceano”)

io non ho testa per pensare né per ispezionare
tutti i santi suoni.
questo è il dolore:
percepire il mondo al’indietro,
sbiadire, fino a sparire nelle sue forme.

*

il lavoro degli altri è marciare, spianare
nomenclature, assorbire facce,
occhi, cervelli, scintillare denti
prima che le serrande si chiudano
con tutto il peso che si portano dentro;
e noi che ci svegliamo dal monologo dei nostri sogni,
tra candidi lustrini, nell’orbita di tangenziali vuote.

dici farfugliando senza cautela tra discariche di nomi e cognomi e un milione di “freccette di pioggia” infilzate nella giacca.

è tutto un cadere di cose in fondo.
di parole e occhi nei paraocchi
che si sente un pregare dentro
che sale nelle vene e scuote.

intanto le memorie si siedono,
prendono posto, si appoggiano
come noi ci appoggiamo a loro.

*

ora il passo aumenta, aumenta e consuma. si lascia dietro storie, cortili, tamburi sepolti. il passo, ancora, aumenta e consuma. è orologio sterile che accavalla il tempo, scarta frangenti, tira via dritto, scorre verso l’indefinito, spostando colline, montagne, alberi, grattacieli, giorni appena nati.

laggiù stanze proiettano atti compiuti
trasmettono campionature di voci
nere ore disseminate – sbrigliate
ed un silenzio che alza il volume
spolvera pensieri li cataloga
li dispone in bella mostra…

Da: consuntivazioni (sezione tratta da giorni manomessi, raccolta inedita)

mi accennavi degli spostamenti dell’anima
ma l’essere ama essere
ed io sono venuto per dirti di lasciarmi germogliare.
nel racconto rauco imprescindibile delle nostre voci

*

se avessimo detto – le ali sono accessori –
avremmo camminato per sempre alla cieca,
nella pellicola liscia, sin dentro l’obiettivo.
strisciando magari, sotto un alone di veleno.
sordi, all’esercizio assordante del silenzio.

*

ora che non penso. che tutto è lasciato al caso.
che il corpo non vibra al rumore della strada,
dei piani inferiori e superiori, delle sezioni.
che tutto è singolo. che tutto capita, sotterraneo.
ora che non ti vedo. che non vi vedo.
che l’opera sfalda, sborda davanti, dietro.
che l’appartamento si divide, i mobili si dimettono.
che ogni cosa è seduta, da rimontare, rinominare.
la musica cade a caso, come la pioggia:
sottile, fitta, sporca e dove cade fa una pozza.
ora, che tua madre quando passa, sembra salutare
e il gatto accroccato sul piano, quasi fa una smorfia.
le giornate si allungano, neutre, come bisce sull’asfalto

*

in casa le cose attendono. fluttuano.
dalla mia vita tu esci ed entri,
intermittenza lontana.
lontana la polvere in posa su cose
che chiacchierano di come al buio
eravamo persi nelle stazioni desolate
(delle nostre taciturne partecipazioni).
lontana la luce nel soggiorno,
lontani i nostri reduci frammenti
spauriti, che nuotano verso terra.
non c’è ragione di restare
incollati al pavimento,
come anni indistinguibili:
fuori l’alba ha un colore
morbido, accogliente.

è di questo che ti volevo parlare: di come il tempo serri le fila
cataloghi i tempi morti li metta ad essiccare sul davanzale
materno mentre tu stendi memorie ad asciugare e bambini
lievitano come soli estivi allargati sul bagnasciuga. E sentire
gli anni sentirli tutti: il fruscio il salto più in basso la voce rauca
che scema chi trema dietro la porta e che importa se tutto tace
quando viene sera e il sole affoga e nessuno accorre.

liturgie

il nostro star fermo nelle domeniche
(letargico canto ab imis:
liturgia – quadro crepuscolare).
vedere tutto il cenare d’occhi scettici
nella curva del caffè (spirito monumentale).

e dalla finestra poi una piccola Manhattan
sbianca e si prepara al silenzio ossidante,
di albine vecchie lanugini pomeridiane.

19 pensieri su “Non ho niente contro il mondo

  1. un senso di vuoto che governa il nostro caos…, questa la prima impressione. Il tempo non interagisce con tutto questo, sembra dirci l’autore, è “bloccato” dalla quotidianità “del racconto rauco delle nostre voci”. Una poesia solida che non lascia vie di scampo. Piaciute. Marco

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  2. Piaciute anche a me, Roberto, ed è una bella sorpresa trovarti qui.
    Poesia solida mi sembra un’ottima definizione breve: forte senso del quotidiano e del familiare (o, comunque, del colloquiare), della stanchezza di giorni portati avanti ad uno a uno come i passi, il silenzio, il tentativo vano di librarsi.
    Trovo anch’io piacevole la vena lirica, con quel senso di perdita e di abbandono, che in qualche modo ricorda le poesie dello stesso Cerrai lette/ascoltate su oboesommerso.
    E complimenti anche a Giacomo.

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  3. Bene, caro Roberto, eccoci qui. Come ogni commento che riguardi la poesia, anche il mio è per forza di cose parziale e suscettibile di infinite variazioni. Spero comunque che abbia aggiunto qualcosa alla lettura…
    Un abbraccio
    G.

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  4. Complimenti a Roberto per la sua ricerca poetica sempre più fitta e tagliente. Sai già quanto io apprezzi il tuo modo di scrivere.
    Complimenti anche a Giacomo: ha reso giustizia a questi versi. Roberto lo merita tutto.
    Un abbraccio,
    Anila

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  5. voglio ringraziare l’amica antonella per l’ospitalità qui.approfitto poi per salutare il mitico amico “corsaro nero”. a giacomo cerrai, autore del poderoso cappello, dico “semplicemente” grazie, ma lo faccio dal profondo del cuore.unica cosa, caro giacomo, puntualizzo il fatto che sono un runner che ogni tanto si ferma si, ma per infortuni muscolari più che altro. sono al “palo” ancora, infatti.
    credo di dover dare qualche spiegazione alla mini raccolta in bozza di “io non ho niente contro il mondo”, frutto di un lavoro sperimentale volto a dare alla luce, recuperare, atmosfere urbane, underground, frutto di ultime mie letture. un miscuglio di citazioni, di input, status emozionali,
    per la prima volta ho cercato di ricreare certe atmosfere. molto utile l’utilizzo di sonorità post urbane di sottofondo, in particolare brani di un trombettista norvegese, tale Neils Petter Molvaer.
    peccato che all’amica antonella ho mandato i testi in bozza e non in versione definitiva. manca per es. il virgolettato delle citazioni(maiorino, fabbri).
    ringrazio inoltre le belle parole degli intervenuti: marco(il termine di poesia solida, è calzante, credo. c’è stata una ricerca del “dire”, infatti, per tentare di essere più incisivi del solito: spiattellare “nomi e cognomi”, per esempio.
    ali, anila, giacomino, poi, ancora grazie!.
    Roberto.

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  6. “ora che non penso. che tutto è lasciato al caso.
    che il corpo non vibra al rumore della strada,
    dei piani inferiori e superiori, delle sezioni.
    che tutto è singolo. che tutto capita, sotterraneo.
    ora che non ti vedo. che non vi vedo.
    che l’opera sfalda, sborda davanti, dietro.
    che l’appartamento si divide, i mobili si dimettono.
    che ogni cosa è seduta, da rimontare, rinominare.
    la musica cade a caso, come la pioggia:
    sottile, fitta, sporca e dove cade fa una pozza.
    ora, che tua madre quando passa, sembra salutare
    e il gatto accroccato sul piano, quasi fa una smorfia,
    le giornate si allungano, neutre, come bisce sull’asfalto”

    Condivido quanto dice Giacomo Cerrai sui due versanti principali esterno, rivolto al mondo, ed interno.

    Con movenze morbide e suadenti, per ritmo cadenzato e per l’anafora, molto si dice in questi versi capienti e protesi a fissare il tempo, con occhio attento e pure trasognato.

    Un saluto. Giovanni

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  7. Quella del runner era una maniera leggera di attaccare il discorso. Però nella tua poesia c’è davvero qualcosa della corsa, la falcata, il respiro…per questo parlo di poesia per-corribile. Anche della pioggia, così presente, credo che tu abbia un’esperienza da corridore…
    Un saluto a tutti
    G.

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  8. Mi piace questa riflessione protratta, insistita ed osservante le cose con calma fertile. Considerazioni al limite dell’approccio testuale filosofico, che hanno evidentemente saputo cogliere in lui tutta la poesia di cui si è sempre nutrito. Bravo Roberto, davvero. (Ho poi una notevole simpatia per quei versi lunghissimi, quelle frasi che si tengono su da sole, autoportanti, che ogni tanto utilizzi prima o dopo altri flussi…)

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  9. Mi compiaccio con il mio eccelso amico Roberto per le sue poesie dense davvero. Ricche di passi in divenire e dotati del tempo infinito dei verbi. (e calibrate nelle atmosfere).
    E complimenti a prefatore, eccelso anch’egli – eccelso amico Giacomo.
    Vostro Gianfry

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  10. intanto inizio con giacomo:
    mi fa piacere che nella mia poesia emerga il respiro del corridore: poesia-percorribile, come tu definisci.
    e quando ti riferisci alla pioggia presente e forse derivante dall’esperienza di corridore, non sbagli caro amico. magari è una ricerca inconscia che tende a ritrovare gli elementi/segnali di una natura che il mio corpo è abituato ad incontrare nel gesto della corsa.
    come dico in un mio post nel mio blog,
    il corpo esausto (degli impegni) sente l’esigenza e l’urgenza di ritemprarsi, lavarsi, lucidarsi come un’auto all’autolavaggio. e lo fa nel mio caso correndo.
    Non c’è fatica nell’allungare la falcata, nell’aumentare la frequenza, tra pioggia, vento e altro,quando la mente si svuota e tutto il resto non conta. anche l’esercizio della scrittura mi dà queste sensazioni.e sono felice che tu l’abbia captato ed evidenziato.

    silvia l’utilizzo della prosa che spezza il discorso è un idea che m’è venuta dopo la lettura di “stato di vigilanza” dell’amico gianfranco fabbri. “io non ho niente contro il mondo”, come dicevo sopra è un esercizio, un divertissement, che prende spunto, appunto, da alcune letture, alcune atmosfere riscontrati in altre forme d’arte.. anche per es. la lettura di ivan della palma di testi di s.lorefice, nel suo blog, è stata fonte di ispirazione. intendo nel cercare di riportare a livello “cutaneo” certi immagini/suoni, tracce di contesti metropolitani, che restano a volte intrappolate nel “corpo”, dentro noi, in letargo.

    scusate ho scritto molto frettolosamente, non so se mi sono spiegato.
    R.

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  11. ringrazio poi giovanni nuscis per l’intervento:
    fermare il tempo ed essere trasognato, sono due miei obiettivi dichiarati.

    ringrazio poi l’amico “maestro gianfry” e oltrenauta per essersi soffermati.
    queste poesie le dedico in maniera perticolare a te amico gianfranco e a chiara (altra fonte d’ispirazione involontaria).

    saluti.

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  12. “quelle frasi che si tengono su da sole, autoportanti”: definizione assai azzeccata, quella di Silvia Molesini. Potremmo dire lo stesso di G. Fabbri e del suo “Stato di vigilanza”, di cui ho parlato altrove e che Red cita come “buona lettura”. In entrambi, nella lunghezza dei versi, nel colloquiale, negli inserti prosastici, c’è un gran bisogno di oralità, che non a caso Red sperimenta consapevolmente nel suo blog.

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  13. sento come se la tua magnifica poesia
    scorresse verso una luce inconfondibile
    diretta al tramonto…
    l’urgente sforzo di rimanere accesi
    incalzati dal tempo …

    non so se mi sono spiegato…elle vero…

    🙂

    bravissimo roberto

    vaan

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  14. onore al corsaro rosso e al suo degno recensore. considero Roberto e Giacomo amici veri, in un mondo che di vero, spesso, ha molto poco. e vera è anche la poesia di Ceccarini, un pane tagliato e sistemato sulla tavola, pronto per essere mangiato: senza lenocini, come una preghiera laica nei giorni di lavoro sodo. parole che lasciano sulla pagina – anche elettronica – il sapore di una corsa onesta contro un temibile avversario: il tempo.
    un abbraccio
    fabrizio

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  15. – giacomo: mi fa molto piacere giacomo che richiami il discorso dell’ oralità a me, come sai, molto caro.
    si, c’è un gran bisogno di oralità!
    il contagio che può trasmettere una voce è un “mezzo” da prendere, da utilizzare per amplificare, divulgare poesia. credo che non si possa prescindere dall’oralità.

    – tonino, fabrizio, non esageriamo,su.
    vi ringrazio immensamente, ma siete troppo buoni.
    – anto…caro sponsor…, grazie ancora

    ciao,
    Roberto

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  16. Ciao Red,
    “Io non ho niente contro il mondo” è forse la tua più bella composizione (almeno tra quelle che ricordo e che conosco). La leggerezza con cui dipingi le tue idee e le vibranti sensazioni evidenziano, secondo me, una tua maturazione artistica. Complimenti ancora e… alla prossima lirica, caro Roby!

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