Provocazione in forma d’apologo 4

ratto

Dodici anni fa, quando venne pubblicato il libro che la contiene, nessuno volle capire di che cosa veramente parlasse questa provocazione in forma d’apologo. Ora, per fortuna e purtroppo, le cose sono cambiate.

Era – anzi è, il presente racconto è presente davvero, questa vicenda accade realmente nello stesso momento in cui viene narrata, la narrazione non ne è che il verbale, il simultaneo regesto, la prima nota – e anche l’ultima.
E’, dunque, un ratto, un bel rattone di fogna; in verità né bello né brutto agli occhi di Dio, del tutto simile a milioni di altri individui della sua specie; e agli occhi degli uomini, se mai avesse importanza, piuttosto repellente e molesto.
Vive in riva a una fogna, ai bordi di una grande metropoli del Terzo Mondo, presso uno dei suoi immondezzai, dove conduce una quotidiana battaglia per la sopravvivenza con i suoi conspecifici e con gli esseri umani che su quei monti di spazzatura si aggirano per ricavarne un mezzo vasetto di marmellata ammuffita, un quarto di mela, un cencio col quale coprirsi.

Tutto ciò che ha d’intorno vede con mente sgombra e con occhi puliti. Rosicchiare, evacuare, combattere; fiutare una femmina in fregola e cercar di montarla. Nient’altro. Se la corruzione è nel cuore lui ha il cuore incorrotto. E se la vita è adesione alla vita lui vive in totale pienezza una vita che non teme confronti. Ma, al di là del sopravvivere puro, esiste l’adempiere all’ordine che prima o poi sopravviene. E lui, che lo attende pur senza attendere nulla, vi ha già obbedito in partenza.

Così adesso, in un momento qualunque e senza ragione apparente, si allontana dai suoi, attraversa la strada che segna il confine di quello che è stato il suo mondo e si avventura in un altro: per un varco nella rete metallica entra nell’area dell’aeroporto della grande metropoli, proprio in fondo a una pista.
Per un poco zampetta sull’erba ispida e gialla, bruciata, annusando a naso levato, coi baffi vibranti, l’aria diversa, più calda; poi, senza lasciarsi atterrire dai fasci di luce, dai rombi e dai sibili, trotterella deciso e tranquillo verso il lato opposto del campo, verso la torre di controllo, verso gli scali e gli hangar. Ogni tanto si ferma, si sposta del tanto che basta a non farsi portare dal vento degli aviogetti che scendono e salgono, quindi riprende il cammino, sicuro, come verso qualcosa che attende.
In breve, per quanto glielo consente la brevità del suo passo, raggiunge la zona di carico e scarico merci, giusto mentre c’è un cargo che viene svuotato di medicinali, di macchine e attrezzi, e riempito di stoffe multicolori, di frutti e di spezie. Gli imballi salgono e scendono a bordo di un nastro meccanico, il quale, quando ne viene invertita la direzione di marcia, ha strepitosi e bruschi sobbalzi.
Degli uomini, intorno, si affannano a sollevare e a calare le casse, altri uomini osservano il via vai e a mano a mano depennano i colli dalle carte d’imbarco e di sbarco.
Piazzato in un punto in cui vede senza essere visto (e poi chi gli farebbe mai caso, in tutto quel traffico?), il ratto annusa e contempla.
Ad un certo momento è attirato dall’odore proveniente da un contenitore di farmaci; sembra volervisi avvicinare, seguirlo, però ci ripensa: un’altra cassa, in partenza, ha un odore più forte, inebriante. Saltando da una pedana a un baule lui sale sul nastro, raggiunge quella cassa, sparisce nel ventre del cargo.
All’interno altri uomini sistemano il carico, lo ancorano al pavimento e alle pareti. Senza perdere d’occhio la cassa il ratto si acquatta spiando l’occasione per raggiungerla, per rosicchiarne un angolo e infilarvisi. Gli uomini nel frattempo finiscono le loro operazioni, escono, con fragore i portelli vengono chiusi, le luci si spengono. Il ratto è rimasto nel suo cantuccio, immobile, quieto.
Dopo un lasso di tempo trascorso in quel buio silenzio, con circospezione fa una sortita: si dirige alla cassa e si accomoda nello spazio che la separa da quella contigua, in cui sta di misura, e si dispone a forarla. Rosicchia e rosicchia – però a un tratto un sussulto, un boato: tutto intorno si muove: i piloti del cargo hanno acceso i motori, in attesa del via per rullare e partire. Se non fosse ancorato rovinerebbe dovunque, il carico, ed anche così qualche piccola scatola non bene bloccata rotola, frana, si sposta. La cassa di fianco a quella che il ratto sta rosicchiando ha un movimento lievissimo: e tuttavia bastante a intrappolarlo, a schiacciargli le costole. Ogni respiro per lui diventa un supplizio, ad ogni minuto, se appena lo spostamento aumentasse, corre rischio di morte. Poi il cargo si allinea alla pista, prende velocità, accelera al massimo, s’alza, acquista quota virando. Ed al dolore della compressione, al disagio di sentirsi in prigione, per il ratto si assomma un senso di mancamento, di nausea. Eppure se non fosse costretto nel suo pertugio ne verrebbe strappato, verrebbe sbattuto qua e là contro il legno, il metallo.
Quindi il cargo entra in rotta, inizia il tragitto verso l’Europa.
Nella stiva la temperatura in poco tempo precipita. Il ratto, schiacciato, prova troppo dolore per addormentarsi del sonno che precede l’assideramento; il freddo, d’altronde, glielo fa percepire in un modo inusuale, glielo ottunde, come se fosse di un altro. Sembra inoltre che l’aria scarseggi, è un’aria sottile, più povera; ma respirare con maggiore frequenza e più a fondo non riesce, non può. Così resta nella nicchia in cui si era cacciato sporgendo soltanto col muso, coi baffi vibranti; il respiro è udibile a stento, gli occhi rimangono sempre trasparenti ed aperti.

Quanto tempo trascorre in quel modo; ma la grande risorsa del ratto è che per lui il tempo non conta, poiché non dispone di parole e di numeri coi quali contare, né per misurarlo possiede strumenti. Per questo non perde la vita: perché aspetta, ma senza aspettare.
Infine l’arrivo, preceduto da nuove virate, da decelerazioni improvvise, dal duro impatto delle ruote di gomma contro il cemento della pista e dallo stridio potente dei freni – tutto ciò ha i medesimi effetti, se non più sensibili, della partenza, sulla stiva e sul suo contenuto; ma nel ratto non desta reazioni, il cumulo delle sue angustie è ormai a quel punto oltre il quale non si aggiunge più nulla.

E poi lo spalancarsi dei portelli, lo scoppiare di voci, della luce del giorno ancor prima che vengano accese le lampade; e l’irrompere dell’aria esterna dagli aromi compositi: che il ratto, scosso dal propriodeliquio, immediatamente analizza con lunghe e competenti fiutate: come una bandiera su di un territorio di recente conquista inalberando il suo naso.

Ora gli addetti cominciano a liberare le merci, a farle scendere su un nastro meccanico analogo a quello col quale eran salite sul cargo; e il ratto ancor più si rimpiatta, ora, di proposito adatta il suo corpiciattolo allo spazio ove si trova costretto: per non farsi scoprire: sia che operi in lui un insopprimibile istinto, sia che l’aria e la luce diverse gli rechino nuove energie; o è forse che nel respiro a un tratto affannoso, nel cuore a un tratto impazzito, incomincia a sentire, di questa avventura, il senso e la fine.
E una mano guantata di cuoio sfibbia le cinghie che trattengono la cassa vicina, vi pianta un raffio d’acciaio, la smuove. Il ratto si vede scoperto. Tanto a lungo compresso, il suo corpo è una molla: che scatta contro il braccio muscoloso e villoso al di sopra della mano guantata, e subito balza all’indietro, lasciandovi il segno dei denti. E poi giù, il ratto si getta alla fuga, si slancia verso l’esterno da cui provengon la luce, i rumori, gli odori. Però adesso l’istinto gli è avverso: se si spingesse nei penetrali del cargo, se si smarrisse nei suoi meandri, nei suoi stretti cunicoli, potrebbe magari far perdere le proprie tracce, e risbucare ad operazioni ultimate, quando fosse scordato. Invece, in quel modo, va giusto a finire dove gli scaricatori sono concentrati in un nugolo, e già messi in allarme dal grido rabbioso del loro compagno ferito. Per il ratto così non c’è scampo: tentando ogni finta sperimentata in passato, insieme alle altre, che gli suggerisce la congiuntura presente, lui schizza da tutte le parti; ma da tutte le parti è assalito, sta sotto una gragnuola di colpi che lo svuota di sangue e di forze; e sbanda, ormai corre chiuso in un cerchio, e si arresta come un giocattolo rotto, dalla molla spezzata. Allora un uomo, ridendo, lo pesta più volte con lo scarpone ferrato; e poi, per semplice scrupolo, gli dà il colpo chiamato “di grazia” schiacciandolo con un fusto metallico, spiaccicando il suo corpo sulla soglia del cargo.
Subito dopo il lavoro riprende: senza neppure che si sparga della segatura, un po’ d’acqua, senza nemmeno uno straccio a nascondere quella vista schifosa. Quelli sono uomini rudi, alla pulizia penseranno gli appositi addetti, domani.
L’uomo ferito bestemmia, mentre va a medicarsi viene preso un po’ in giro: gli dicono che è assai fortunato, che per oggi il suo lavoro è finito.
Per oggi e per sempre. Muore in capo a ventiquattr’ore; non prima però di avere il corpo fiorito di croste e di pustole, non prima di aver contagiato infermieri e parenti, e con essi l’intero Paese.
Muore intanto che il ratto viene portato all’inceneritore, sotto un lenzuolo di mosche tirato fino agli occhi; e con gli occhi misteriosamente inoffesi e innocenti, misteriosamente puliti ed aperti.

(Il ratto, da Storie di dèi e animali, Torino 1995)

4 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 4

  1. Che dire, in Giappone quando è terminata la cottura raku delle tazze per il tè, si valutano secondo i difetti che hanno e si distribuiscono. Se ce n’è una che risulta inutilizzabile per i suoi difetti, viene conservata per l’imperatore. Quella è la tazza perfetta.

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