Antonio Spagnuolo

Fugacità del tempo

I
E’ una storia che getta senza tregua i suoi fogli alla cenere,
l’ennesima parola di menzogne nel tempo
confusa all’ombra che contrasta fra le tue forme
e il viso di mia madre.
Si sminuzza, intarsia la melodia che raccontava
fandonie ed illusioni,
le insensate allergie dei corticoidi,
le impossibili favole della gioventù,
per il grido delle continue sconfitte.
Indefinito al segno si lacera l’ultimo giorno
fra i colori e le foglie, sottovoce,
si affretta al grido del tramonto in questo cielo
che vorrebbe riflessi.
Qui, è un colpo d’ascia la mia sera.

* *

II –
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.
* *

III

Bisbiglia ed incalza la tua danza,
ed increspa
sul pentagramma la corda degli anni.
Nei passi incerti
ancora una volta il sussurro della primavera
avviluppa le nostalgie, in attesa
di cambiare le impronte all’infinito.
Si sdoppia la carotide: l’insonnia,
divorando i riflessi
nell’inconsulto logorio delle reni,
rimbalza a specchiarmi nei gesti
destinati a stupore, a nevrosi, a distimie,
per la spartizione improvvisa della lingua.
Sono punti di luce alle tempie
per franare
nell’autunno inaspettato.

* * * *
IV
Il cimitero è qui, è qui a due passi,
ed il tempo è distante,
trascorso in mille giri d’orizzonte,
rassegnato alle fughe.

Anche se sbalordito
l’urlo secca alla gola per trattenere angosce,
nell’arbitrio che vuole un segno
per contattare
questo impazzito dramma.

Ostinato nel corpo mi basta un filo,
un ritaglio, per circuire ossessioni
e misericordie,
il sogno spietato che racchiude solitudini,
o le immagini di ieri, quando non c’eri
ed io drogato dalla gioventù
scomponevo calendari per temi giornalieri
destinati a menzogne.

Il cimitero è qui, è qui a due passi,
ed il tempo approda alla vecchiaia
nella forsennata poesia del mio terrore.
* *
V

Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.

Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.

Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli,disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.

* *

VI
Quando mura raccontano le rime
nel giro di un sorriso
lancio fragranze e malie mentre ribalti
il nostro amore,
coagulo di un tempo, così come l’ammicco
del tuo viso contro le mie ginocchia.
Recitando fra sillabe la volontà di favole
oggi le aritmie riportano scansioni,
quasi frammenti, da riproporre al giogo
dei tratti,
delle mie illusioni proposte sottovoce.
La mia sola memoria invecchia
tra pozze di colori,
e le foglie gridano l’assenza delle sere,
ove il tramonto vorrebbe prolungare
il tuo passo improvviso,
per un’ ultima volta.

* * * *
V II

Avvolge solitudini ed accompagna note di rimpianti
l’ora improvvisa.
Vecchia confidente di sospetti e di una favola
per la quale giocammo l’ultimo tarocco.
Ecco che le apparenze ritardano l’incendio
che avviluppa feste di fuga,
che distrugge ogni traccia,
ospite maledetto del bisbiglio di tutto ciò che il cuore
non seppe riferirti.

* * *

VIII

Sconosciuta radice fuori della terra
non domando più niente
se per caso la riva avvolge in sassi
col suo nome infranto.

Denudare, abbellire il corpo,
ché nessuna carezza giunga sino al cuore,
un corpo sensibile che cerchi corrosioni
tra la rugiada o la maschera bugiarda,
intenerito da profonde finzioni.

Inaccessibile vaso l’apparire,
ove il mormorio del sangue compone specchi
nel battito
e cancella la mia esistenza.

Eccomi senza più traccia,
quasi enigma del terrore,
se la parola travolge di sonoro
ogni mio gesto e non coincide
con l’unico intervallo che mi resta.

* * *
IX

Era come se tutto il mondo scherzasse intorno a noi,
oscillando nel vento,
finché incontrammo l’ultimo sogno di Venere
diventare malinconia fra i tuoi capelli.
Altro abbandono.
Ormai qualche nuovo mattino mi stupisce per colori,
per la freschezza di rugiada che inquietava gelosie,
e tutto rientra nelle connessioni, nella memoria,
di un paradiso che si distacca lentamente dal delirio
per rompere la seduzione della nostra stanchezza,
che si affretta nelle chiare schegge di un frantoio.

* * *

X

Soltanto nel diario ho la vendetta dei giorni,
degli istanti traditi che celano il disincanto dell’amore.
E’ segreto di fragranze a ridosso di fughe,
le mie, ove ogni rigo scioglie una bugia,
esplode nel rimpianto, finché non si nasconde
nella gola del tempo.
Mi appartieni ancora nel gioco delle trasparenze,
immagine segnata dalla mia ossessione
che non rende conto del silenzio.

* * *

XI

Quali distanze riempiranno
l’impronta della nostra demenza
o veloci
sfuggiranno le misure di una deriva,
netto contrasto al canovaccio delle manie
che hanno sigillato il mio timore?

Tutto o niente,
qualcosa che frantumi il clamore,
goffo retaggio di quanto l’ultima mano insegue
sempre più incerta alle lusinghe.

Rimane un trucco nel fondo della scena
che ci contende,
per quel che siamo,
e lascia che la cronaca riveli fantasie sconvenienti
complici del buio che sopravviene.

* * *

XII

Di me non resta altro che l’accadere delle forme,
sempre eguali,
in un percorso che trattiene l’unica parafrasi
di congetture,
accattivante e violenta.
Banalità che si realizza
dopo l’insulto degli anni,
una poesia senza soccorsi,
precipitata in verbi, fremente,
quasi una pazienza che blocca il tumulto,
che precede il verso,
per deformare il segno di follia
che mi costringe.
Il vuoto, l’assenza, ancora mi stupiscono
lontani dalla scelta.

* * *

XII

Dilegua tra l’inganno dei rami
l’improvviso tramonto,
a penetrare ricordi:
le braccia, il viso, il petto ardesia
di mura,
in mutevoli ferite.
Tenera danza di gabbiani al tempo,
che seduce cattedrali,
chiamate navi,
e tu ascolti la luce che agita
in segreti stupori.

Le logge ed i portali nel barocco
incastrano le strade contro il cielo,
traccia del testo che rivela
le magnetiche onde.
Ed il silenzio ritorna a raccontare
degli antichi pugnali,
nell’improvviso tramonto,
quando il respiro incredulo
insiste nel vento.

* * *

XIV

Si annienta l’ illusione.

Quindi
riappare la domanda che incalzava ai diciott’anni,
quando nuda cercavi i contatti
nelle impronte indistinte,
una domanda frequente che al mattino
diffondeva il tuo sesso fra le pigrizie riscoperte
e le pieghe del mio cervello.

Meglio tornare nel bar
tra mucchi di cioccolata e birra sospesa
fra le ossa,
meglio aspettare il nulla di una folle pretesa
ora che l’intervallo si raccorcia
e le immagini dileguano incostanti.

Sempre abbastanza presto per il ritmo
da licenziare prima che io vaneggi
la mia precisa linea di confine
quale la tua purezza ormai divenuta inconsistente.

* * *

XV

Il travaglio scardina ogni indizio fra di noi,
ogni simbolo,
morde il gioco delle regole tra la pelle ed il silenzio.
Strappa ancora una volta alla luna
l’incredibile tenerezza del suo lume
confusa ed indulgente per l’ignoto mendace.

Sconfinata la stagione che parla dei sensi,
delle ritrosie,
degli ammiccamenti;
nasconde l’immobile pudore e i turbamenti
delle mani stanche.

Tento ancora una danza che torturi il cervello,
per la paura di sfregiare
nel raccontarti fiabe
o farfugliare vuoto di linfa
nell’impossibile guizzo d’amore.

* * *

5 pensieri su “Antonio Spagnuolo

  1. Bravo Fabrizio,
    per aver postato questi splendidi frammenti di Antonio.

    “Il cimitero è qui, è qui a due passi,
    ed il tempo approda alla vecchiaia
    nella forsennata poesia del mio terrore.”

    La poesia teme il tempo, oggi…? e se sì perchè?

    Ciao
    Marco

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  2. Concordo con Marco!Ottima proposta. La Vera Poesia io penso che non debba temere il tempo, anche se oggi tutto sembra alla deriva…però forse siamo solo in un evo storico-culturale: la rinascita, in teoria, è sempre dietro l’angolo…però chissà quando? Magari anche un secolo?
    Un caro saluto

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  3. L’altro mese ho pubblicato degli inediti di Antonio Spagnuolo, unitamente a Vitiello e Mugnaini, poeti indicati dallo stesso Antonio. Questo è un esperimento di messa a confronto, di risonanza con le poetiche dei vicini e dei lontani. Peccato però che i frequentatori dei blog siano così abitudinari, come i bambini che mangiano sempre la stessa minestra. In questo caso amano frequentare solo la casa degli amici. (Scusate la piccola polemica)

    http://blog.libero.it/isolae/2156011.html

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