Scorie contemporanee

Scorie contemporanee – Antologia dei poeti de La Gru

testi poetici di Daniele De Angelis, Loris Ferri, Simone Lago, Emiliano Michelini, Davide Nota, Stefano Sanchini e Matteo Zattoni; con una lettera prefatoria di Flavio Santi e un saggio introduttivo di Gianluca Pulsoni.

Scorie contemporanee è il secondo e-book de La Gru, con cui si chiudono definitivamente le attività del quadrimestrale di poesia e realtà fondato ad Ascoli Piceno nel 2005.
Antologia di linea, forse, in quanto pur nella pluralità di modi e toni registra una nuova direzione, già data, già avviata, all’interno del panorama della poesia contemporanea.
Ma anche testimonianza storiografica di quel che ha potuto produrre, a livello di testi, un’esperienza autogestita e periferica quale è stata quella del gruppo raccoltosi per oltre un anno attorno alla rivista La Gru.

E-book scaricabile gratuitamente dal blog Carta Sporca di Davide Nota

http://davidenota.splinder.com/

24 pensieri su “Scorie contemporanee

  1. devo dire che il titolo fa veramente schifo. “score contemporanee” (nel senso di emesse contemporaneamente da tutti gli autori presenti nel libro) sarebbe stato più efficace, se proprio ci si deve connotare come maudits sub-urbani. ma sarebbe stato troppo poco serio.

    saluti,
    lorenzo

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  2. scusa lorenzo, ma questa illuminante valutazione sul titolo è la sola cosa che sai dirci su 100 pagine di poesia aperte da un saggio critico di 30 pagine?

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  3. Cercate di moderare i toni!! “Mah” sei pregato di firmarti così come tu Lorenzo di motivare le tue critiche. Certi comportamenti non saranno ammessi pena la cancellazione di certi commenti!

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  4. carissimi, io ho espresso una critica estetica personale sul titolo. non mi sono proprio letto le 30 + 100 pagine, e non vedo che bisogno io abbia di leggerle per parlare del titolo. le mie critiche sul titolo le ho motivate, nella giusta misura, ossia per quello che sono. se esce un libro di poesia che si chiama: “I paperini piangono melassa”, è lecito parlare del titolo senza leggere il libro. non nascondiamo neppure il fatto che i titoli esprimono idee, e si possono trattare e discutere come si fa con i messaggi pubblicitari, con gli slogan politici etc. etc.

    comunque, se volete, cancellate pure. non ne morrò.

    lorenzo carlucci

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  5. Lecito esprimere il proprio dissenso Lorenzo, ci mancherebbe!Invitavo solo a non usare certi toni forti prima che la conversazione degeneri. Tutto qui! Non offenderti, non mi sembra il caso…
    Un caro saluto

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  6. ….un pò di ironia condisce la vita!
    Suvvia!!!
    baci e
    buona serata!

    stasera un pò di minestrine, che fa bene…

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  7. Grazie Cristina per la segnalazione. E grazie Gian Ruggero, ti ho già inviato il libro antologico in allegato e-mail. Si tratta di un e-book, scaricabile da davidenota.splinder.com o da lagru.splinder.com. Per ora non è prevista nessuna versione cartacea.
    Per quanto riguarda il titolo posso dire che le poetiche del “detrito” e della “scoria” (che al di là dello scherno è vocabolo molto bello, petroso, semanticamente e semiologicamente denso, rimante con storia) rappresentano, proprio al di là di ogni maledettismo metropolitano, una nostra generale appartenenza storica e geografica all’habitat della periferia cementizia della provincetta italiana dei decenni ’90 e 2000.
    Sull’argomento, mi permetto di copia-incollare da Carta sporca (“Per una poesia del margine”): “Ciò che resta della muta è la pellaccia tra i rovi. La poesia italiana come scoria espulsa dalla polis mutante, pelle secca. Sotto il sole feroce del neoliberismo globale, tradizione e pietà attendono entrambe di decomporsi. Consapevole scarico urbano, ciò che oggi mi si spalanca, come poeta e come giovane uomo, è la possibilità di riconoscermi, finalmente, in un’alterità. Esiliata e oltre le mura nasce un’esistenza nuova.”
    Spero possiate presto leggere questo duplice lavoro, di teoria e di prassi, costruito con molta fatica.
    Un caro saluto a tutti,
    Davide

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  8. uh sì storia rima con scoria e rima pure con boria beati voi che siete generazione e siete pure interpretazione di voi stessi, “consapevole scarico urbano”, e poveri voi che interpretate voi stessi con concetti già vecchi bacucchi, vergognosi della propria debolezza, con différence et répétition (se va bene), con l’alterità, la scoria, lo scarto, la mutazione, la differenza. o furbi voi che vi gonfiate con concetti già vecchi perché il gioco sia facile poi a mostrare di saperle spezzare, queste catene auto-imposte (come l’illusionista disonesto), o solo illusi voi che ci credete, e allora, davvero, la pietà dovrebbe decomporsi sui vostri ginocchi.

    ciao,
    lorenzo

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  9. p.s. come si faccia poi a negare di presentarsi come (o sentirsi) “maudits suburbani” (dn dice: “al di là di ogni maledettismo metropolitano”) io non capisco, leggendo la “lettera prefatoria” di santi: “Poesia vissuta come dannazione. Come ossessione. Come follia.”

    lorenzo

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  10. p.p.s. ma il vostro lavoro non sta forse – essenzialmente, e chetamente – all’incrocio tra scapigliatura e crepuscolarismo…?

    ciao ciao
    lorenzo

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  11. Lorenzo rischia l’infarto se continuate ad ignorarlo…
    E poi chi mi massacra? Compi la tua buona azione quotidiana: rispondi a Lorenzo anche tu – altrimenti perdo il protagonista del mio film «un post vi seppellirà [critica carlucciana]».
    E dopo IT: POST -IT!

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  12. ohi chiara non esagerare ora. se non ho rischiato l’infarto vedendoti recitare, non lo rischio certo adesso.

    lorenzo

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  13. Anni di studio per omaggiarti della Emily-Courtney e neanche una fibrillazione? Un’aritmia? Un moto indignato dell’animo? Ti prego: tu sei la mia Kryptonite!

    Va bene, mi ritirerò in un offeso silenzio – ma concedimi l’esagerazione nell’uscire di scena, aggrappandomi alle tende e al testo!

    Chiara

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  14. ma al di là del fastidio che l’antologia ti crea, oltre questo che hai da dire caro lorenzo? cosa proponi? cosa di tutto questo ti rende tanto rabbioso?
    se hai qualche cosa di sensato da dire, anche una critica, ma che sia ragionata, dì pure.
    con sommo rispetto per la tua ironia,
    daniele de angelis

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  15. a daniele de angelis. dato che siamo in un posto così serio, riassumo il mio intervento così, con due osservazioni (entrambe discutibili):

    la poetica dello scarto, della scoria etc. sono forme “deboli” di concetti “filosofici” che andavano di moda trent’anni fa (differenza, alterità, deleuze, derridat etc.) e che si sono diffusi in italia mescolandosi allegramente – grazie alla loro intrinseca vaghezza – alle più varie “poetiche” e “ideologie” spesso da due soldi che popolano le nostre fragili teste. l’approfondimento filosofico di questi concetti (e non entro qui nel merito della loro “tenuta”) è quasi sempre lasciato da parte, ed essi vengono usati acriticamente.

    il titolo di questo libro si riferisce esplicitamente a questi concetti e mi chiedevo (dopo aver letto il titolo): ma questi concetti, vecchi almeno di trent’anni, irrigiditi in metafora, presi dalla dispensa, servono ancora a spiegare qualcosa? o servono solo a “figheggiare” seriosissimamente?

    e ora mi chiedo (dopo aver letto il libro): davvero sono questi vecchi concetti la chiave per spiegare questa poesia in particolare?

    per forma tono e argomento questi lavori mi sembrano rientrare a pieno titolo nella intersezione tra scapigliatura e crepuscolarismo (classici). e allora dov’è “l’alterità”?

    ciao ciao

    lorenzo carlucci

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  16. Il problema posto da Carlucci è un falso problema.
    Un falso problema a priori, perchè come ben espresso da Pulsoni qui si intende la tradizione come continuo e rinnovato colloquio, e per chi vede come suoi interlocutori Nietzsche, o lo Pseudo Dionigi o Bernardo di Chiaravalle (così come Pasolini, Sereni o Shakespeare, o D’Aubignè) la definizione di “vecchio bacucco” è svuotata d’ogni leggibilità.
    Un falso problema a posteriori, perchè quella del detrito è qui un’immagine poetica e non una nozione filosofica, nè filologica.
    Immagine nata cioè in seno alla produzione poetica dei singoli autori, catturata come singola allegoria biografica, e solo in un secondo momento estratta, ed astratta, ad icona (titolo) rappresentativa.

    Scrive Daniele De Angelis: “[…] condomini e grattacieli di un quartiere periferico, nato negli anni ’60, che continua a crescere e mutare. In qualche parte, come propaggini troppo lontane dal cuore, muore, incancrenito. Rimangono lì i suoi resti, aspettando una nuova lottizzazione e altre case o centri commerciali”.
    Scrive Enrico Piergallini (1975) nell’autointroduzione di Giacimenti (2006): “Nelle fosse, scovate a fatica e pazientemente carotate, si ritrovano i resti stratificati della storia crudele, che fermentano e si sfaldano, pronti a liquefarsi in combustibile animale, privo di forma ma finalmente utile alla comunità dei viventi. Catalogare i resti prima che si sciolgano, ricomporli e ricondurre le reliquie nelle mura…”.

    Qui si è tentata l’unica teoria che è quella che nasce dal “fare”. Vivere la scrittura e scrivere la vita, come dice Santi. Questo è stato il nostro movimento (inteso come aria musicale e non come gruppo organizzato) sin dall’iconografia reale ed emblematica de “La Gru”, oggetto di poesia, di biografia, di storia, e dunque titolo.
    La logica invertita del concetto filosofico tradotto in immagine poetica non ci appartiene minimamente. Per questo non ci capiamo. E forse questa impossibilità di comprenderci conferma lo scarto che questa e-antologia può, e vuole, rappresentare. E di questa conferma ti ringrazio.

    Davide Nota

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  17. Caro Davide, ti ringrazio molto per la risposta. Io non ho mai parlato di “concetto filosofico tradotto in immagine poetica”. Ho parlato invece del fatto che voi usiate questi concetti per fare la vostra autoesegesi (e guarda caso il saggio introduttivo si apre con una citazione da Derrida, e tu citi spessissimo Perniola) e per etichettarvi (Carta Sporca, Poesia Impura, Scorie Contemporanee etc.).

    E’ forse pure opportuno notare che la poesia di ciascuno è imbevuta di letture e di cultura, e dunque la cronologia che tu suggerisci (prima la vita, poi la poesia, poi la sua interpretazione) non è affatto piana. Il processo è spesso simultaneo e non lineare.

    Oltre questo spinoso problema resta il fatto che voi stessi abbiate scelto di presentarvi usando una serie di concetti ben riconoscibili, e certo non nuovi. Io non sono affatto un amante della novità in quanto tale, tutt’altro. Non ho pertanto criticato i vostri rimandi a Bernardo o ai trovatori, ma proprio l’altro “set” di concetti, uno dei quali è finito nel titolo.
    Non tutti i concetti sono buoni, alcuni sono “vecchi bacucchi” appena nati, e se ho chiamato “vecchi bacucchi” dei concetti introdotti solo qualche decina d’anni fa in filosofia, e che ha ancora ampio corso nella “filosofia” contemporanea, e non chiamo “vecchio bacucco” il concetto di “sostanza” è perché intendo parlare della qualità del concetto, non della sua età.

    Anche, non mi sono sognato minimamente di criticare la vostra poesia, il vostro fare, ma proprio la gabbia concettuale che avete prediletto per presentarla. Per questo ho detto: a me la vostra poesia pare scapigliata e crepuscolare… che c’entra Derrida?
    E’ esplicativo ricorrere a quei concetti per spiegare ciò che voi davvero fate (da opporre forse a ciò che voi volete o credete di fare)? Riconoscete in qualche misura la vicinanza del vostro lavoro poetico ai modelli che ho indicato prima? O nient’affatto?

    Saluti,
    Lorenzo Carlucci

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  18. caro lorenzo la tua critica la posso condividere in alcuni punti.
    quando infatti affermi che il concetto di “scoria”, sia un po’ datato, non posso che darti ragione. in effetti può apparire come troppo autocelebrativo, tipo ragazzi dei margini che resistono alla disgregazione. il fatto è che questa antologia rappresenta il termine di un percorso sviluppato all’interno della rivista “la gru”, nella quale, in modo molto naturale e onesto, sono affiorate delle tematiche, un sentire comune da parte di più poeti, una necessità di comunicare ciò che giornalmente si viveva nelle periferie, se così volgiamo dire. c’è , quindi, una buona dose di slancio eccessivo, spesso a-critico, ma sicuramente sincero. l’antologia rispecchia questo periodo della nostra produzione artistica. all’interno di essa, però, già da ora, ognuno ha intrapreso strade diverse e forse in futuro ne darà la riprova con le proprie opere.
    quello che invece non condivido della tua posizione, è il fatto di inquadrare gli autori all’interno di schemi prestabiliti come scapigliatura o decadentismo. se questi echi sono presenti, non è certo per una presa di posizione prestabilita. in questo credo che, al di là delle influenze delle letture compiute da ognuno di noi, si possa trovare un onesto specchio del sentire di un gruppo di poeti che ha cercato di confrontarsi con il passato della poesia e con il presente della realtà, tenendo sempre al primo posto la poesia e non le poetiche.

    daniele de angelis

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  19. caro de angelis, ti ringrazio per l’onestissima risposta.

    per quanto riguardava il merito della mia critica al titolo, la tua risposta “quando infatti affermi che il concetto di “scoria”, sia un po’ datato, non posso che darti ragione. in effetti può apparire come troppo autocelebrativo, tipo ragazzi dei margini che resistono alla disgregazione” è per me totalmente soddisfacente.

    per quanto riguarda “l’inquadramento” in “schemi prestabiliti come scapigliatura o decadentismo” vorrei solo dirti che il mio non era affatto un suggerire che i poeti in questione partono dalla poetica per arrivare alla poesia. era un semplice tentativo di inquadramento critico a posteriori, come di solito accade. da quanto ho letto mi sembra che non ci sia un grandissimo bisogno di creare nuove categorie per descrivere il lavoro di questi autori, e ho indicato i due movimenti che mi sembrano più adeguati. (tra parentesi ti dico che io non vedo nulla di male in questo).

    vedo pure che un concetto ricorrente nella tua risposta è “l’onestà”. vedo che ti sta a cuore sottolineare l’onestà di questi “ragazzi”. benissimo, non ho problemi a crederti e di sicuro si vede un amore sincero per la poesia in quello che scrivono e dicono. ma questo è un punto di partenza, non può essere una giustificazione estetica dell’opera. pertanto mi sembra un dato estraneo al discorso.

    saluti,
    lorenzo carlucci

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  20. Credo che alla domanda sulle “poetiche” di riferimento e di interpretazione, tra cui le proposte “scapigliatura” e “crepuscolarismo”, non si possa dare una risposta comune. Come dice Daniele la scelta antologica nasce da una sensibilità comune (trovata, non cercata) che ha forse origine da un habitat reale storico-geografico condiviso che è, a grandi linee, quello della periferia della provincia italiana degli ultimi due decenni, da un immaginario che abbiamo deciso di riassumere con il tanto contestato (quanto, credo, esatto) titolo, e da un’urgenza comunicativa che non ha avuto bisogno di teorie filosofiche o poetiche aprioristiche.
    Con questo voglio dire che i sette nomi antologizzati rappresentano evidentemente sette percorsi individuali e distinti che nell’arco temporale 2004-2007 hanno trovato (ripeto: non cercato) delle convergenze che Santi e Pulsoni qui presentano e descrivono.
    Alla tua domanda non possono quindi che arrivare sette distinte risposte.
    Io, personalmente, non nego di aver attraversato la poesia di Praga, di Gozzano e di Corazzini. Il riferimento alla scapigliatura e al crepuscolarismo è dunque, per quanto riguarda la MIA poesia, non inesatto, pur rimanendo questi autori tra i tanti percorsi “minori” assimilati, e non tra i principali riscontrabili (Genet, Pasolini, Bellezza; ma anche e soprattutto Rimbaud, Foscolo, Esenin).
    Ma non credo, ad esempio, che Daniele possa dare una simile risposta: altre sono le sue origini ed altri i suoi riferimenti (penso piuttosto a Sereni e a Pavese).
    Non abbiamo nessuna tentazione movimentista, abbiamo solo cercato di manifestare pubblicamente una tendenza reale riscontrata nella pluralità di una polifonia stilistica ed espressiva: il dialogo con la tradizione, lo sguardo nell’epoca, la tentazione critica e riflessiva.

    Davide Nota

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  21. Davide, forse sarebbe opportuno inserire un post con un’antologia di vostri testi. altrimenti si rischia di rimanere nel vago.
    saluti
    fabrizio

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  22. caro davide, grazie per la risposta. devo però tornare a distinguere tra il percorso del poeta, i suoi riferimenti consapevoli, la sua volontà etc. e il carattere giudicabile del prodotto. come ho già detto a de angelis, non facevo ipotesi sulle vostre fonti o determinazioni “aprioristiche” bensì proponevo dei modelli di riferimento per l’esegesi del vostro prodotto poetico, a posteriori. credo che la distinzione sia chiara.

    saluti,

    lorenzo

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  23. p.s. come ho già detto rispondendo a de angelis, a me sembra inutile e anche pericoloso rimarcare sempre e soltanto la tautologia che ogni poeta sta a sé e merita un discorso ex novo a sé (tu dici: “i sette nomi antologizzati rappresentano evidentemente sette percorsi individuali e distinti”). come riconosceva aristotele, non vi è scienza dell’individuo. e la critica è una forma di scienza, o perlomeno un discorso “generale”. naturalmente quasi ciascun poeta desidera essere unico e “fondante” e ciascun essere umano desidera riconosciuta la propria unicità. ciò non toglie che individualizzare sempre e assolutamente il discorso critico rischia di renderlo (gnoseologicamente) piuttosto vacuo.

    arisaluti,

    lorenzo

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