Maria Pia Quintavalla

Parmigiana, I

Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,
tutta vi aderivi, alle promesse
dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita
del paradiso dalle palme lente e dolci
dell’amore improvviso nelle dita,
degli amanti napoletani della forza che
ti travolgeva ma di messi astrali, bianche
di una stella carnale

antiche passeggiate e dolci mani,
della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi
stupita appartenente a corse, statue di gaggie
erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.
Forti le braccia i baci le lusinghe,
per amore della vita che perdevi
e lenta nell’amore ti perdeva.

*

Parmigiana, II

Rivorrei la mia infanzia una triste
prigione del cuore – dissi
a lei che più non capiva da dove
tutto questo avesse inizio, così
mi mandò a dire, Vattene un po’
all’inferno vattene, sì vai via,
la tua finestra più non ci appartiene
né mai lo fece, Esci di scena.
Stanca sconsolata lei assentì, ma l’altra
da lì stette fuori tappata,
bocche e orecchie spaventata la guardava,
né poteva più rispondere.

Rivorrei la mia infanzia con le finestrelle
chiuse ottuse, lì nascosta poco di sotto
al cuore – ritornava ritornello infelice
per donarsi al suo portone.

Ritratto in piedi

Parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante
albero che parla (e che mi ama), cime alla luce
occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti
sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi
rimprovera anche, mi contraddice).

Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,
di passaggio di nascosto che fa luce – e
me li porto con me per digiunare gli occhi,
per le scale per le strade, poi divento normale

sottile netta, e bianca

(*)testo tratto da “Corpus solum”, ed. Archivi del 900, 2002.

La piantina

I)

Sono in pericolo, da anni invece della cerca della luce,
clorofilla e verdi sali vedo una pianticella da c u r a r e
il cui veleno proviene dal suo centro, dalla terra
un buco invalicabile e profondo – che
non dà spazio ad altro.Lo stesso buco alimenta
come acqua un pozzo – e spinge

radici povere che reggono la pianta,
io mi chino e ne bevo, la curo genufletto e
inculco suoi rituali – soli che si addicono alla pianta.
Essa prende me, lei non va via. Un male oscuro che
ghermisce inesplicabile ed io chinata, guardo e amo,
le dico: con oggi prenderemo un’altra medicina.

Lei è sepolta, ma con me alla luce rivivrà sicura!
E lei beve, beve non è stanca mai.

Mi riaddormento a sera con minor fiducia.
Che sia lei o io, la più ammalata non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato e lei
l’ho già incontrata (e scruto) quante foglie fiori
o foglie saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita e mi procura un crampo
stanco e duro, dolore al polso e poi, silenzio ma
le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole e un bel giardino.

II)

La pianta guarda sogna, a volte sembra assorta:
finestre che riflettono un suo cielo senza stelle mani
la carezzano vorrebbero donarle un nome un volto, e
voce – amica. (Ma la pianta avvizzisce e piano si
protende verso il basso, il fusto grigio e secco
come un vento che non ha respiro).A volte
migra, noi riposiamo là vicino
a lei che più non vedo. Il cielo annotta
tuona ma non può far nulla,
solo mani amorevoli le mie
intendono prestarle volto – e suoni
si azzittiscono, il mio viso già assopito
s o g n a di accendere una per una
la fiammacon cui bruciate dita riscaldano –
ed illuminano.

III)

La pianta tace sopra tutto il suo segreto
che è l’assenza di centro e sterno
vuoto al mondo da mostrare. Divide e intrica
con la sua secchezza il cielo ma
scruta dentro l’anima, vorace. E tace.

Tace di suoi algoritmi e voci che nel fondo
pre natali alla vita al tempo, al vivere
del mondo avevano attizzato fuochi lì
nel cuore, e morso l’aria
giacimenti interi e intanto voci –
anche di bambini – che dall’erba
suggeriscono preghiere,
e le dicono lascia, lascia tuo padre-
madre, e tuo fratello in terra
di sepoltura antica, tu foriera
di indiane corse di colori nuovi che
dal cielo fumano –

il suo Sole.

*

E’ là nel corso amico della storia
che vorrei tornare,
precipitare in corsa prender quota – camminare.
C’è un paese amico che mi segue e chiama,
mi protegge ha nome: amicizia affetto
figlia e poi, animali.

La piantina che sente si stupisce
di queste orecchie gravide del mondo,
non capisce. Coglie che
qualcuno è in movimento già nei piedi –
prato di un cammino. Lo trattiene,
non vorrebbe tutto quel chiasso
– e il fiato non udire; preferisce
tenere a sé le mani strette nelle
sue più forti di
quel mistico morire.

IV)

Intanto mille insetti avanti gli occhi
le offuscano la vista la tormentano
le dicono in segreto, Corri non correre,
non scappare.
Oppure, puoi restare.
La vita del guardiano è come questa di
un santo un angelo che guida
le sorti e annuncia al mondo, ai suoi bambini.
E tu, la guida! il suo Virgilio – noi l’inferno
giusto del vivere, resta – rimani
nella già sera ad aspettare che
non più vita ghermisca noi, né tu
cadendo addormentata più
dolore alcuno senta.

*
Potendo, urla piangi non
in tuo aiuto tornerò a sentirti dunque
arresta i pensieri, preghiere rumorose
al cielo arrovesciate – le mani aperte
che gridano, venite!
Venite a prenderci su un fosso
dove solo un bene
che fa vivere felici riesca a quietare
addormentarci – nel nome della figlia.
Non puoi fuggire più lontano tu, ché
un figlio veglia su di te e promulga
un canto. Che, morte dopo morte,
ricrea catene
fino al nulla dell’essere mai nati
e nel pensiero va lontano.

Intanto cresce l’erba piano
intorno a noi che più non vediamo
margherite e ranuncoli che restano
intrecciati, destini omofoni al morire
dove nel v u o t o nuovi legami
si t r a s m u t a n o
in viticci stecchi – e allentano, non legano

più bene quel s e n t i r e.

“Che cosa hai fatto per il padre, figlia ?

I

“Ho sopportato le parole antiche
i bassi fondi dell’anima ecco che cosa
ho sopportato lui, i detriti
un calcestruzzo mal digerito
le ingiuriate abrasioni dei no! quelle che
al collo le uncinavano la voce, schiaffi
le blasfeme stigmate del male
(mentre crollavi e ai miei ginocchi
ti sostentavi)
cadevi e cadevi, più non ti fermavi
eri mille e mille atomi e scintille
di passioni ferite divenute calce viva
ma ancor prima questo e quello
neanche ti bastava,
impetravi impedivi le passioni dell’essere
all’aperto: di noi altre, le belle.”

Siamo noi prima a voi, genitori siamo
padroni dalla terra generati,
che sfamato hanno, sbudellato – la terra le sue
singole figlie di guerra e morte –
e pace ai vincitori, e promesse!
le passioni dell’essere all’aperto.

E tu già figlia, paria pallida
ombra che Dio ti allevi,
spudorata canzone senza maestro e
regole di sola società civile.
Vai più in là a servire, figlia
ché calzini non si lavano
ai già morti.
Va’ sulla terra secca a rischiarare
il cammino del tunnel quando
seppellito chiederò a te, Guardami!

Ich, nicht, singultava la sparita,
traiettorie e pallottole più non sentiva:
si era deviata, solitaria pendenza
verso i campi all’aperto giù in pianura
dove luci sirene, case bianche basse
le annunciavano la fine della primogenitura.

“Resterò giù a lato, stai tranquillo
padre fedele, (dal silenzio al mito
all’abiura) padre debole
alle caviglie e ai polsi, che non so più dire.
Non mentire una volta non l’ultima,
lasciami dire, oh così
bianco vestito dai calzoni corti;
fa più bene viverti da anziano ora, da
Ascanio io, e tu il corpo di Anchise.
Va’ sul sentiero che ai meli bianchi
ti avvicina, preferirò sentire
battere tre volte al muro e
crederti già morto, che servir messa
alla tua porta.“

II

Sta’ tranquilla ora, figlia, le rispose.
Tu sei di specie piccola
mansueta, che ricalca i solchi di sabbia
nel terreno e con le mani bisbiglia
parole strane come le bestemmie
e piange sangue dagli occhi,
come i santi e gli ebeti in sordina;
sìi tranquilla, niente di tutta questa
morte ti avvicina.

Non è voce la tua che canti il male,
nella danza cannibale di fondo
quella pentola brucia da più secoli,
senza che al brodo corrisponda
la carne abbrustolita sembra
fuoco d’inferno, ma è impostura
specchio segreto di paura di tutti – e
di nessuno. Ha nome invidia, panico folle
abbandono di senno, non pietà e
paura, ancora e sempre stolida
paura che divide e fomenta,
che tortura.

Lascia tutto all’aperto, vai
pur via lontano, in Egitto al capanno
dove più Gesù e Marie non furono
predati. Salva la voce,
sfuggirai l’esilio. Né persecuzioni
più sentirai, proteggiti difendi
il solco della voce, la preghiera,
difendi te piena di istinto
che ti mise al mondo, e poi
più tardi oblia, sbiadisci i passi
di chi poté o non volle più capire.

Se l’altro è altro (da te), esso
se sbaglia, se è schiavo
sfugge, e vuole il male,
non vi inzigate chiedendovi l’un
l’altro “perché non cambi?”, esso non può
cambiare e così sia,
e sia così che vita (nuova) si ricrea
e ti dice a rivederci –
Arrivederci, figlia prossima
futura la tua vita è importante
più di ogni complice calunnia,
non dire più parole, non udire fiato
fino alle orecchie buone,
i bei consigli osserva –

III

Così parlava e più non ruzzolava
nel cuore osello, nelle gambe
lucido e tranquillo. Sereno
si sedette in cima a un tronco,
la collina scese giù da solo:
la passeggiata era finita, chiusi gli armenti
le legioni. Pecore e cani,
mucche chiuse giù in pianura.

La madre antica accolse lui
segreto benedicendolo, e il padre
silenzioso, da lontano lo riconobbe.
Era Pietro era lui, più d’altri
lo sentiva figliolo
adorato che seguiva piano –
parallelo alle stelle e ai casolari
il sentiero di casa, ombra di caseggiati

nuovi come scoperti amori.

Così madre, sposa e sorella
giovane – lo accolsero segreto
nelle case cascine di Via Moletolo
e di Sorbolo – lo presero in consegna
più povero, longevo e saggio,
studioso in mezzo ai campi coi calzoni
corti a studiare la matematica e le lettere
per guadagnarsi il pane – e nel sudore
della fronte sé riscattava, patria
parenti e tradimenti, né più
i suoi passi provavano paura, la di lui
ombra ai piedi della figlia.

Essa serena lo incitava a camminare
solo e libero nei pascoli dove
barbe del mais, per chiodi e chiodi, lo rieleggevano
bambino re, figlio di ricchi che
non mangiava la polenta.
A t’dvegnerà ricco, c’me ‘n sior, – diceva
Giuseppina madre – diventerai ricco,
perché il sapore del mais
non ti attirava, alle nozze con China tu
aspiravi. Povero –

non povero, più ricco era la margherita
che appassiva tra le mani.
Amo, non amo, vengo amato
e amerò l’altra più di me stesso
come un destino, così che un brutto figlio
diventò uomo.
Sposò China, ebbe due figlie,
non sentiva più urla e gemiti del cielo.
Si appassì, ritenne, poi sparì e
rimase. Essendo dolce d’erba
medica, passione.
Qualcuno dice che parlasse dall’erba
medica anche agli asinelli e i suoi cani,
o cavalli non avessero più soggezione
di lui amico, più del maestro
in scienze e lettere.
Ma i sogni sono tanti e vani e
di colore azzurro chiaro,
e gli occhi suoi erano grigio cilestrino.

Così se lo ricordano, il naso lungo
le mani belle, il fisico da sano contadino.
Ecce vivo tu re – di un rosso
amico, Vale! Ad altri e

a noi nel cuore.

35 pensieri su “Maria Pia Quintavalla

  1. Sempre bello rileggere le poesie di Maria Pia! Il suo stile sempre intenso e i suoi versi vibranti riportano a certe atmosfere a me così famigliari.
    Un caro saluto

    Mi piace

  2. Grazie, Luca, oggi ero a Parma, e mi riprometto di avvisarti la prossima volta( ma avevo le ore contate!)
    Cosa intendi per atmosfere familiari?I luoghi o l’anima?
    Volutamente domande retoriche, ma lasciatemi divagare negli incantamenti. . MPia

    Piace a 1 persona

  3. A dire il vero intendevo entrambe che diventano metafore reciproche. No so se mi sono spiegato? Un po’ complesso da dire il due parole… 🙂 Mi pare ne avessimo parlato a voce di tutto ciò.. Dai, volentieri, quando ritorni a Parma fammi un fischio che ci vediamo!
    Un caro saluto

    Mi piace

  4. Grazie, Luca, lo so, stavo scherzando, e anche senza scenari di festivals, ci prenderemo una granita a Parma, che a quanto so, ti è entrata nel cuore. Me too.
    Ieri i pesci e i cigni del parco ducale sembravano festeggiare la primavera..e lo facevano!Se ti capita, in Piazza Garibaldi c’è un superinsolito poster di mio padre,nella mostra “Generazioni”, che racconta di come allestirono il Rigoletto nel campo di concentramento Stalag XVII A, e sorride! Maria Pia sembra un nonno e lo è..parmigiano!MP

    Mi piace

  5. Già conoscevo queste poesie, ma rileggerle è sempre un piacere.
    Vi ringrazio per questa ventata di bellezza ed emozioni, non a caso ho letto nel “chi siamo” parecchi nomi di cui ho stima.
    Segnalo, e spero di di non fare cosa sgradita, altre splendide liriche della Quintavalla sul nuovo numero de “L’attenzione”, da poco disponibile sul web.

    Mi piace

  6. Certo Maria Pia! Sì, ho visto in Piazza quel grosso pallone ma non sono ancora riuscito ad entrarci dentro. Non sapevo ci fosse la foto di tua padre! Bella quell’iniziativa sulle generazioni: non credi? Sì, ieri a Parma sembrava di essere nel clima del Festival che appunto si tiene a giugno… 🙂 A presto e ti leggerò anche sull’Attenzione!
    Un caro saluto

    Mi piace

  7. Se non sono indiscreto mi piacerebbe sapere qualcosa di più su questa mostra in Parma; il padre penso sia quello di cui si parla in “Album feriale” ; non avrei mai immaginato che qualcuno fosse riuscito ad allestire – non oso immaginare con che fatica e coraggio – la recita di un’opera in un campo di concentramento. Sarebbe una storia da tramandare alla memoria collettiva.

    Mi piace

  8. “Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,
    tutta vi aderivi, alle promesse
    dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita
    del paradiso dalle palme lente e dolci…”

    Ma resta l’oro di una vita vissuta con pienezza, ritrattosi il corpo dai luoghi, dal tempo; almeno per noi che leggiamo, che entriamo nello sguardo riposto in questi versi vividi e sapienti.

    Giovanni

    Mi piace

  9. Rispondo a Giovanni che non conoscevo, e che ringrazio perché apprezza questi “momenti di essere”.. parli dell’oro di una vita.
    La poesia che nomini si chiamava “Napoletana” in effetti,e non “Parmigiana”,( che un consiglio editoriale finì per rovesciare,sbagliando in due, così), perché era a Napoli ispirata, gli amori erano “nostro”. Al sud del mio cuore, e seconda terra..e mi è venuta a mente un’altra poesia” Napoletana” dal secondo libro “Lettere giovani” del ’90!,poi battezzata “Ballata”, mai ascoltare i consigli..),dove dico:
    “noi abbiamo il nostro est, è Milano/ma l’ovest è certamente Napoli”. Poi parlo della Bellezza (dopo Rimbaud resta per sempre ingiuriata?) e anche dell'”oro colore” delle ombre, così è vero che a volte chi legge ricostituisce il senso in entrambe le direzioni..mi elettrizza che possa avvenire.
    Là, in quella ballata esistevano però i cipressi, anziché le palme, ed erano un ideogramma che prendevo dal “suo cielo” per amarlo meglio, lo riportavo…mah!
    Allora era una lunga lotta con il tempo, in Album feriale è disseminato o dissolto…
    A Berto, a Luca che con piacere risento: beh, ho mescolato un racconto, quello su Parma ieri, e la mostra su “Generazioni”alla vita ai testi.
    Non so stare ferma, si vede.Forse perché nello stesso humus. Comunque, Berto, chiudeva oggi, la mostra ed era un’iniziativa tipicamente civile come è la mia città di rendere udibile feconda una memoria. la storia della messa in scena, e a memoria! di Rigoletto, è lavoro a due che fecero, credo come Sherazade, per non morire..certo, e così il gigante tedesco si addormentò , per un poco.
    Mio padre faceva la voce dalla buca del suggeritore, credo,ma ricostruirono tutta l’opera a mente, avvenne nell’ultimo Natale, prima della fuga nel ’45, a piedi, dall’Austria..
    Sì, più che commovente, inimmaginabile.
    Oggi ci costa non tradire e dimenticare quasi ogni giorno, e quasi tutto, vorrei dire!
    Bene, sto narrando le mille e una poesia. Sono fatta così, prendetelo per amore – anche della poesia, della vita prima.
    Maria Pia

    Mi piace

  10. Quello che racconti mi ha colpito molto, anche perchè pure mio padre ha conosciuto, in forma meno crudele forse, il rigore della prigionia in guerra.
    Ma quello che tu lasci intravvedere – il Rigoletto rifatto “a memoria” in uno Stalag, la fuga a piedi dall’Austria – sarebbe materia sufficiente a un grande poema epico e al tempo stesso “civile”, nella scia dei grandi libri che impediscono la cancellazione della verità a dispetto della volontà di molti.
    Sono realmente commosso.
    Berto

    Mi piace

  11. E’ un dicorso lungo, quello della generazione dei padri, Berto.
    Io non ho avuto soltanto una madre fanciulla, ma anche un padre ragazzo.Che ne sapevano loro della “psicologia di massa e il fascismo2?Eppure la vissero, poi dimenticarono, negarono o rimossero, fecero (in altro modo i padri)la propria vita.
    Nel sociale, e nella storia restano! è quella la storia molto più dei compromessi storici ai vertici, tipo Yalta etc.
    Ora, in quarta età , forse sgravati dai compiti familiari e faide e guerre civile che incorsero poi – incomprese, essi tornano più liberi di ricordare, ricostruire sé, se si può dire questa sete di rivedere la propria vita – dotata di senso.
    La musica di Verdi nel suo compagno, e la sua letteratura Insegnava quasi di nascosto)si unirono; lui non era colto di musica, ma Verdi era davvero popolare, nel senso alto (e gramsciano) del termine, e la volontà di vivere anche.
    Come avranno fatto, se non per resistere al morire promesso, resta anche a me, incognito.
    E’ vero, un giorno, bisognerà scriverne, qualcosa di epico e individuale, uan storia un romanzo.
    Ma, aiuto, non ho che una vita, e io stessa della mia giovinezza, che pare recente ripetto al tempo divoratore e invece sembra un secolo di differenza, non oso.
    Il mio amico Mario Spinella disse che dovette attendere “almeno” quaranta anni pe potere parlare della ritirata dalla russia..
    A me toccherebbe prestare orecchio a vari capitoli del novecento, anche se bambinetta o ragazza, eppure mi scrivono tutti che esso va seppellito in fretta..Che dire.
    Ri torniamoci, invece.
    E su queste mie poesie, qui pubblicate, entrano invece i terribili anni sessanta, appena coniugati con quell’altro passato dei padri, meno mitici, ma realistici..brutta parola Ma qui si entra nel mistero(delle singole esistenze, infatti). Grazie, Maria Pia

    Mi piace

  12. belle. brava, Maria Pia, fai entrare la vita in una forma che l’accoglie quasi naturalmente, con la grazia di una femminilità che ne riceve ogni piega, di gioia o di dolore, trasfigurate nella metrica perfetta della memoria.
    fabrizio

    Mi piace

  13. “Parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante
    albero che parla (e che mi ama), cime alla luce”

    bellissimi versi. non solo quelli che ho riportato.
    è solo che questo padre-albero lo conosciuto. lo porto dentro.
    belli i commenti che offrono ai versi un corredo importante man mano che si leggono-
    un saluto
    paola

    Mi piace

  14. Grazie a Paola, che conoscerò leggendola, e a Fabrizio.
    Questa ospitalità, questa familiarità sono possibili grazie a a chi crea case, abitabili, per la poesia; e qui, pare francamente possibile.
    Anche i commenti e le contaminazioni vita-testo forse contribuiscono a farla, quella ricreazione di senso perennemente tenuta in vita da chi legge, riscrive, all’infinito, circolarmente.
    Oppure in apnea. Una volta ho scritto in una lingua apneica, un’altra in una “godiva”, dissi nelle “Lettere giovani”.
    Chi lo sa che alcuni libri possano essere salvati anche dall’era( e la pratica) di internet..oltre che da se stessi.
    Ai nuovi amici una buona sera, e notte! MPia

    Mi piace

  15. Cara Maria Pia, ho risposto al tuo intervento su Chi Siamo, al mio nome.

    (Quando dici: “Oggi ci costa non tradire e dimenticare quasi ogni giorno, e quasi tutto…” Sì, questa tracimazione di vissuto, di memoria fa riflettere; un’emorragia crescente quanto lo è la vita che s’incamera, per necessità, con avidità; destabilizzandoci, spesso, in questo modo, per semovenza del baricentro, che lascia il senso del distacco, del commiato, se non del tradimento. Che valori, che forza ci vogliono, per resistere? Semplicemente, dico, per vivere un’esistenza normale. Mi ricorda le balene che incamerano quantità enormi d’acqua, trattenendo solo il plancton)

    Un caro saluto, ancora.

    Giovanni

    Mi piace

  16. Saluto Franzk(non sarà un parente di Kafka, oddio!)Ribatti due volte.
    E grazie!
    A Giovanni, che andrò a leggere sulla pagina “Chi siamo”, anche se già qui le tue parole secche e precise, come l’analogia con le balene, che per sopravvivere non scherzano; anch’io credo che la prima libertà di cui si è deprivati è quella della vita -vita,normale, almeno ne sento molto il diritto.
    La Rosselli scriveva già,” ..Cara vita, se solo tu non mi fossi andata perduta..”.
    SEi a Cagliari, o a Milano?Ti rispondo tra poco, nel tuo.
    a Paola! Dove conoscerti non so, aiutami anche tu, dal mio sito hai le notizie postali ed elettroniche, ma ci sono anche gli incontri di vita, preferibili..lo so.
    So di una lettura che avverrà il 20 di marzo alla Palazzina Liberty,ore 21- dal titolo “Milano vissuta dai poeti” Brrrr!!! Un’altra il 29 c.m., in nuovo caffé poi saprò quale..,curato da G.Fantato.
    A Maggio alla Libreria Utopia,letture sulla metropoli(meno male che il conceto è estensivo,Milano non è punto IL modello..), ma poi le aggiungerò alla paginetta news(devo ancora imparare a usarla ).
    Mi dà calore la tua simpatia ed empatia. gratitudine per nadare avanti.
    Anche quella di Fabri. Dei vecchi amici poi, come sempre, ho bisogno! MPia

    Mi piace

  17. Non lo speravo..perché problematica Milano, arrivarci?
    Per me, pure (ma viverci).Sono nata in luoghi e civiltà differenti, contadine o meno, eppure è vero che l’essere anonimo sguardo nella folla l’ho vissuto sempre (Napoli, o parigi, New York, viaggi)e poi l’ho sedimentato qui, da estraneo sì, poi Baudelaire le ha già dette ‘ste cose, aggiungendoci: uomo di mondo, uomo-fanciullo.
    Ma siamo a secoli dopo , sembra, e sull’ ìmpero attuale lui non ne parlò. .Noi neppure, ancora.
    ci stiamo provando, da insettini..Maria Pia

    Mi piace

  18. Problematica nel senso che tutta settimana lavoro a Parma e il weekend quando torno in Lombardia sto a Vigevano dai miei. Solo quello intendevo. Non so se ci vivrei: per come sono fatto io preferisco la provincia. Ti capisco Maria Pia; sono nato e cresciuto a Mortara ed ho avuto un infanzia contadina, bertolucciana… 🙂 A presto e buone cose!
    Un caro saluto

    Mi piace

  19. anche io preferisco la provincia.
    scusate l’intromissione ma….
    i paesi….sono i paesi….e non c’è città che regge
    la poesia dei paesi!
    ciao
    carla

    Mi piace

  20. Scusate la divagazione, tanto per rimanere nella poesia di paese:

    Paese d’inverno

    Che il sole dopo la neve
    appaia, e le nuvole si tingano di rosso
    come schiave: la neve sui tetti
    un rossore colorirà, guancia di principessa.
    S’alzi un leggero vento
    e spenga l’acqua, che s’era addormentata,
    con assonnata voce di pastore;
    escano fanciulle con scialli,
    lampeggiando gli occhi neri,
    e improvvisamente corrano punte dall’aria
    simili a uccelli che s’alzino a volo.
    E gli zingari rubino ragazzi.

    ATTILIO BERTOLUCCI

    Mi piace

  21. Carla ho letto per la prima volta Bertolucci a 16 anni ed ogni volta che lo leggo è come la prima volta, stesse emozioni. Te li ricordi quegli Oscar piccolini formato tascabile? Ho iniziato così l’approccio di certi poeti. Tra l’altro non l’ho nemmeno più perchè l’ho regalato… 🙂 Mi fa piacere Bertolucci ti piaccia! Scusate ancora la divagazione.
    Un caro saluto

    Mi piace

  22. Grazie a Luca, che ho poi finalemnte incontrato a Parma, domenica 11, a Gian Ruggero,a Carla, a Paola, a Berto e Giovanni,ed anche a tutti quelli che non conosco, a Fabrizio per l’attenzione, sempre.
    Volevo comunicare:
    a chi interessa la videopoesia,che su “youtube” appare la mia prima videopoesia, “Movimento dell’immobilità” girato da G. Longo, su musiche di F. Marelli, e che fu premiato al Nosside poesia internazionale; fu girato durante lo scoppio della bruttisssima guerra del Golfo,nel ’91, e contiene molti rimandi che lascio indovinare a chi lo vedrà, da Tubinga ai Bochi di Carrega, di Parma.
    Ma se nessuno passerà più di qui ..??!! a leggere i commenti, ne darò notizia in altri spazi, sempre qui..

    Grazie a tutti intanto, dell’amicizia poetica, e non soltanto. MPia Quintavalla

    Mi piace

  23. grazie a te Maria Pia.
    ho problemi con la casella di posta di là ma ho letto. ti risponderò appena possibile e intanto ti ringrazio per il tempo dedicatomi.
    a rileggersi presto
    paola

    Mi piace

  24. Ho visto il video – bellissimo – che ha come protagonista la Quintavalla per la regia di Giorgio Longo; efficaci anche le musiche, di cui (ahimé) non ricordo l’autore.
    Per trovarlo su Youtube basta digitare nella “ricerca” Quintavalla. Buona visione a tutti, ne vale la pena.

    Mi piace

  25. Eh sì Maria Pia, sempre bello passeggiare per il centro di Parma. Poi ieri c’era un tempo splendido. Guardero su You Tube. Caspita che salto tecnologico. Ottimo!
    Un caro saluto

    Mi piace

  26. Riapro oggi, e ringrazio Berto per avere risposto in vece mia; ampio spiazzamento, come viaggiare nel tempo questi cambi bruschi fra bosco metropolitano milavese, e bosco vero,parmense, da sragionare, sì.
    Infatti. Per aprire su “youtube” va ben anche solo il mio cognome, ha ragine Berto, o il titolo”movimentodellimmobilità” che qui scrivo di seguito.Ho scritto “Movimento dell’immobilità”, ultima poesia del libro “Lettere giovani” (Campanotto, 1990, introduzione di Maurizio Cucchi), citando un bel titolo di una raccolta di Yves Bonnefoy,come esperienza limite di una transizione tra più stati della vita: età, luoghi di vita, forse per indirizzare un certo lutto della adolescenza prolungata, che voleva nuove forme.
    Che la poesia ha in parte trovate. In questo video: il gesto di chi scrive, la sua voce che recita, i luoghi e le immagini create per interazione, tra immaginario e oggetti quotidiani, oltre alla musica, formano una buona, secondo me, sinergia che riunisce qui tre artisti impegnati a girare questo breve video, per ragioni di concorso ridotto a quattro minuti.
    Da interni,carrellate sui libri o sulle foto d’infanzia, al viaggio a Tubinga alla torre di Hoederlin, alle passeggiate nei boschi di Carrega parmensi, fu girato come un pellegrinaggio interiore, in antidoto al terribile gennaio del ’91, anno in cui scoppiava la “guerra del golfo”, prima esperienza di mondializzazzione di una guerra in corso, la prima, per le generazioni cresciute in pacifico dopoguerra, che la conobbero in veste massicciamente spettacolarizzata dai media, in una serie di orrifiche dirette, 24 ore su 24.
    Isole di salvezza alla fine appaiono nell’Isola dei pescatori, isole dello studio, dell’amore, come nella Città del Sole, anche; ma molte citazioni è bene scoprirle personalmente..
    Ah!Registrai un’unica volta, senza replay, dopo un malattia, e la voce può apparire non scaldata, emotiva, questo aggiunge un quid di arte “povera”, se vogliamo, ma essenziale. Maria Pia Quintavalla

    Mi piace

  27. Bè, noi proseguiamo fino a che non cia azzittiscono, a quanto pare, un argomento ne innesca un altro.Un sito, un altro.
    E’così che la rete dovrebbe fare.

    Saluto Antonella e Paola,intanto.
    Che dalla poesia si parli- passi ad un video a me è capitato così.. non ne sentivo più parlare da un pezzo del “Movimento dell’immobilità”,e successivamente ne facemmo un altro, mutatis vitae, “Le Moradas”, poi mi scrivono che c’è,e corro a rivedermi.Piacere, gioia, e il senso del tempo che conserva le promesse, in questo caso perché si fa oggetto artistico.
    Non negherò l’imbarazzo: dei testi, i primi scritti, la maggior parte da “Il Cantare”,l’intimità fra vita e arte allora diffusissima, l’ ingenuità della lettura, io che di solito leggo bene, però quell’incanto(nei versi ,lo chiamo “incantamento”) su guerra e pace, amore e libri, amuleti simboli e atmosfere notturne rimane. . ,per fortuna mi dico.
    Dalla torre di HOederlin in Tubinga a ame che corro ad abbraccciare gli alberi (col volto stremato d a insionmnia per le continue offensive t.g.teletrasmettendoci la morte, di una guerra in diretta. . eravamo ’91).
    Poi, leggo un dibattito cui partecipo molto su Liberiinversi,arte e contaminazioni nel testo poetico, a dire le coincidenze, e scopro che sullo stesso “youtube”, appare anche un grande mio amore musicale,che è il grande sax Massimo Urbani.
    Ecco come l’arte e il suo amore rimescolano le loro carte, attenzione, non ogni giorno succede, ma quando c’è, è miracolo davvero. Grazie.
    E a voi amici, per mezzo suo, in più. .
    Maria Pia Quintavalla

    Mi piace

  28. Un altro video ?
    La vita è piena di sorprese. Su “Le moradas” ?
    Come si fa per vederlo ?
    Accidenti, i negozi sono pieni di pattume, le cose belle sono introvabili !
    Io da anni do’ la caccia ad un documentario su Massimo Urbani (a proposito…) dal titolo “Massimo nella fabbrica abbandonata”, pedinando perfino il regista che pare scomparso nel nulla.
    Neppure l'”Associazione Massimo Urbani”, che pure esiste, almeno nominalmente, non si è degnata di rispondere.
    A questo punto viva Youtube, sperando che affiorino altre pietre preziose dal passato.
    Un messaggio per Luca Ariano: ci incontriamo ormai dappertutto (tranne che nella bellissima Parma); la mia email è bertop@jumpy.it; mi piacerebbe chiacchierare, di tanto in tanto.
    Un saluto a tutti, a cominciare da Maria Pia, ovviamente.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.