L’atto di origine dell’8 Marzo

Oggi è l’8 marzo, “giornata della donna”. Perché non sia solo una ritualità, ma occasione di memoria, propongo un articolo di qualche anno fa che ne chiarisce l’origine.

di Gian Antonio Stella

Negli occhi di tutti, scrisse atterrito il cronista del New York Times, restò l’immagine di una ragazza che, lanciatasi nel vuoto nella speranza di aggrapparsi all’edificio accanto, restò impigliata per alcuni interminabili secondi finché le fiamme le divorarono il vestito lasciandola precipitare. Forse era russa, tedesca, finlandese… Ma non è improbabile che quella poveretta fosse italiana. Come italiane erano almeno 39 (molti corpi erano irriconoscibili) delle 146 donne morte in quello spaventoso incendio in una fabbrica di camicie dimenticato dall’Italia e ricordato invece, per un equivoco storico, come l’atto di origine dell’8 Marzo.

Era il pomeriggio di sabato 25 marzo 1911, quando il fuoco attaccò gli ultimi tre piani di un palazzone di Washington Place, nel cuore della metropoli americana. E ancora non è chiarissimo come la data, col passare dei decenni, sia stata «adattata» alla Festa della Donna. Ci hanno provato in diversi, a cercare di ripercorrere la storia di questa svista che ancora oggi domina gran parte dei siti Internet (prova provata: mai fidarsi della «rete») dedicati alla genesi della ricorrenza odierna. Prime fra tutti Tilde Capomazza e Marisa Ombra, autrici una quindicina d’anni fa di 8 Marzo.Storie, miti e riti della Giornata Internazionale della Donna. Studio ora ripreso dalla tesi di laurea di una giovane veneziana, Marina Senigaglia, che ricostruisce con qualche integrazione un’infinità di versioni diverse.

C’è chi, come le femministe francesi degli anni Cinquanta, dice che la giornata della donna sia stata scelta «per commemorare il 50° anniversario di uno sciopero di lavoratrici tessili, brutalmente represso a New York l’8 marzo del 1857». Chi per ricordare la rivolta pacifista delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo 1917. Chi, come il bollettino del Pci Propaganda nel ’49, per celebrare l’8 marzo 1848, quando le donne di New York scesero in piazza per avere i diritti politici. Chi in memoria dell’incendio del 1911 (con la data sfalsata di due settimane e passa) e chi di un fantomatico incendio a Boston nel 1898. Col risultato che alla fine, a forza di passaparola e di equivoci, ne è uscito un collage, fissato nel 1954 da un fumetto del settimanale della Cgil Il lavoro (che due anni dopo pubblicherà anche una specie di fotoromanzo assai raffazzonato) in cui si è mischiato tutto: date, luogo, episodi, numero dei morti, tutto. Con la probabilità che siano stati confusi più incendi (81 nella sola New York e nel solo 1911 in fabbriche di quel tipo) compreso uno avvenuto effettivamente l’8 marzo (1908) alle scuole di Collingwood in cui erano morti 173 bambini e due insegnanti. Per non dire del caos su chi, come e quando propose per primo la fatidica data oggi legata alle mimose.

Certo è che, fosse anche falso il collegamento storico, non c’è episodio nella storia delle donne più adatto a segnare un punto di svolta quanto la catastrofe alla Triangle Waist Company. Le cinquecento ragazze tra i 15 e i 25 anni che lavoravano con un centinaio di uomini e rare colleghe più anziane, negli ultimi tre piani del palazzo, alle dipendenze di Isaac Harris e Max Blanck, facevano infatti una vita infame. Una sessantina di ore di lavoro la settimana (l’anno prima un grande sciopero durato mesi aveva strappato un orario di 52 ore, ma lì non era applicato), straordinari sottopagati, spazi ridotti, sorveglianza feroce. Come accade con certi contratti anomali di oggi (della serie: nessuno inventa mai niente) i padroni avevano infatti affidato tutto, con una specie di subappalto interno, a una rete di caporali ciascuno dei quali gestiva e pagava sette operaie, che faceva marciare a ritmi elevatissimi. Incidenti sul lavoro a catena. Tutele sindacali zero. Porte sbarrate dall’esterno perché le ragazze non si allontanassero. Il posto giusto per gli ultimi degli ultimi: gli ebrei e gli immigrati italiani.

Mancavano venti minuti alle cinque del pomeriggio. Altri cinque e tutte le lavoratrici della camiceria si sarebbero alzate per tornare a casa, a Brooklyn. Gli impiegati degli altri uffici del palazzo se n’erano andati a mezzogiorno. Come fosse partita la prima fiammata, avrebbe ricostruito il giorno dopo il Daily Telegraph ripreso dal Corriere della Sera, non si sa. Ma in pochi istanti il fuoco attaccò i mucchi di stoffa dilagando per l’ottavo piano e avventandosi sul nono e sul decimo. Fu l’inferno. Le poverette cercarono di scendere per la scala anti-incendio ma era troppo leggera e cedette di colpo, mentre le fuggitive piombavano. Alcune riuscirono a raggiungere l’ascensore, che per un po’ andò su e giù portando in salvo alcune decine di ragazze, poi cedette di schianto: nella tromba, a fiamme domate, sarebbero stati trovati una trentina di corpi.

Fu allora che New York assistette, col cuore in gola, a decine di scene che avrebbe rivisto l’11 settembre del 2001 alle Twin Towers. «La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte». Forse erano Rosaria e Lucia Maltese, forse Bettina e Francesca Miale, forse Serafina e Sara Saracino…

Erano centinaia, le ragazze e le bambine italiane che lavoravano lì, sfruttate da quei carnefici. Centinaia. E almeno 39 identificate («da un anello, da un frammento di scarpa») più dieci ufficialmente disperse, videro finire così il loro sogno americano. I loro assassini, al processo, vennero assolti. L’8 marzo, dopo tante rimozioni, ricordiamoci anche di loro.

(Corriere della sera, 8 marzo 2004)

4 pensieri su “L’atto di origine dell’8 Marzo

  1. Approfitto del tuo forum, Giorgio, per ricordare una mia concittadina, Anna Rita Buttafuoco, giovane studiosa prematuramente scomparsa che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della storia delle donne.

    Nei suoi scritti, di Portoferraio luogo in cui crebbe e frequentò le scuole ha sempre accennato, senza raccontare, forse per una sorta di pudore , forse perché non sarebbe stato facile per lei, forse perché troppo intimi.

    Era molto amica di un suo compagno di liceo con cui discuteva a lungo di filosofia, religione, politica e con il quale si confidava.

    Una volta “maturati” lui prese i voti e entrò nell’ Ordine dei Servi di Maria, lei seguì altre strade e di lei nel sito della storia delle donne si legge:

    Nata a Cagliari il 15 marzo 1951, ha vissuto sino al 1970 all’Isola d’Elba; trasferitasi a Roma si laurea nel 1974 con una tesi su Lineamenti antropologici del Sanfedismo. Dall’autunno del 1974, inizia l’insegnamento all’Università di Siena, sede di Arezzo; nel 1981 è ricercatrice e nel 1992 diventa professore associato. Tiene innumerevoli conferenze e corsi in moltissime città italiani e straniere.
    A Roma nel 1975 fonda assieme a Tilde Capomazza la rivista DWF, che dirigerà poi dal 1978 al 1986.Dal 1991 al 1995 é Presidente della Società italiana delle storiche e promotrice della Scuola estiva di storia delle donne di Pontignano.
    Nel 1993 diventa Presidente dell’Unione femminile nazionale, carica che ricoprità fino alla morte. Nel 1994 promuove la trasformazione del Centro per gli studi del movimento di liberazione della donna in Italia in Fondazione Elvira Badaracco e fonda gli Archivi riuniti delle donne, quale “costola” dell’Unione Femminile Italiana.
    Muore ad Arezzo il 26 maggio 1999
    (http://www.storiadelledonne.it/archivio/buttafuoco.html)

    Questo il mio ricordo di Annarita

    Avevo nove anni quando per la prima volta vidi Annarita, figlia di una grande isola sbarcata in una piccola isola.
    Da allora le nostre vite si sono intrecciate in una casa bianca, affacciata sul mare, dove bambine guardavamo la schiuma delle onde coprire gli scogli.
    Non siamo mai state amiche, eravamo piuttosto sorelle acquisite.
    Non avevamo un padre ma due madri che si fusero dando corpo ad un’unica madre.
    Lella, sua madre, cucinava bene, rideva volentieri, stirava e piangeva nel seguire alla televisione la festa annuale dell’Arma.
    Marisa, mia madre, non sapeva cucire, né sferruzzare, ma ci parlava a lungo e ci indicava che la via per affrontare il mondo stava dentro ai libri.In Annarita e in me, l’amore già innato per la lettura si rafforzò giorno dopo giorno, in quel luogo magico sospeso tra cielo e mare,
    dove Marisa teneva le redini
    dove l’universo maschile era rappresentato dai fratelli minori
    dove i libri stavano ovunque.
    Di Annarita avevo soggezione, al Liceo Classico era molto brava, mentre io me la cavavo senza infamia e senza gloria e così provai a fare la furbetta e approfittai della sua preparazione per fare i compiti.
    Lei, per due o tre volte, accettò di aiutarmi poi un giorno di fronte ad Enea che attendeva di essere tradotto, mi guardò dritta negli occhi e disse: “No! Devi imparare a camminare da sola!”
    Alta, magra con due occhi grandi, neri e seri, specchio della sua forza e della sua malinconia, studiava e lavorava nel pomeriggio presso lo studio di un commercialista .La paura l’attanagliava nell’attraversare la piazza per andare a versare i soldi in banca.
    Nel crescere il suo animo si schiuse e la sua sicurezza interiore aumentò.
    La ricordo ancora sorridente, circondata da amici e amiche della sua compagnia.
    Ricordo i suoi, i miei, i nostri primi amori. Spensierati i miei, travagliati i suoi. entrambi non gratificanti.
    Diverse per carattere e per origini, Annarita e io aspiravamo a qualcosa che andasse oltre il rituale dell’adolescenza, forse per colpa del nostro passato:
    nelle nostre vite, un concentrato di vite
    alimentato dalla lettura,
    dal cercare di comprendere,
    dal continuo interrogarci, in silenzio, sulle nostre esistenze.
    La vita ci divise.
    Annarita scese a studiare nella capitale. Io, quindicenne, restai sullo scoglio. Talvolta quando tornava, c’incontravamo, ma non si condividevano più le ore.
    Leggendo il suo nome stampato sui giornali, sapevo dei suoi studi e della sua fama sempre in crescita.
    Accademica, nota storica il suo cognome era diventato sinonimo di Storia delle Donne.
    Quando la incrociavo in quelle strade che attraversava come se non le avesse mai lasciate, la salutavo un po’ intimorita chiedendomi che cosa fosse rimasto in lei di noi, del tempo vissuto assieme.
    La risposta la lessi nei suoi occhi il giorno in cui io persi Marisa, mia madre.
    Arrivò nella camera mortuaria abbracciata a Lella.
    In silenzio condividemmo il dolore.
    Non era una visita di circostanza la sua, era la visita di chi aveva perduto una parte di sé, come io ho perduto con lei parte della mia infanzia e della mia adolescenza, quella parte di me che ho tenuta nascosta finché da un’altra isola grande, isola che non è quella in cui nacque Annarita e neppure lo scoglio in cui Annarita ed io abbiamo camminato fianco a fianco, giunse un’altra Donna a chiedermi di raccontare di Annarita, di me, delle due madri e della nostra vita nella casa bianca.

    Sandra

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  2. L’avevo letto questo articolo! Molto bello e interessante. La penna di Stella, a mio parere, è sempre notevole!
    Un caro saluto

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  3. Pingback: Vivalascuola. 8 marzo a scuola « La poesia e lo spirito

  4. Conobbi Annarita nel 1970 a Roma, e ricordo una dolce ragazza tormentata, vivemmo insieme alcuni giorni e andammo anche nella sua bella isola di cui ancora conservo (sono passati piu’ di 40 anni) un ricordo vivissimo. Nonostante non fosse ancora l’esimia studiosa che poi divenne, non l’ho mai dimenticata.

    Graziella Brezzo

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