Della Parola e alla Parola

 Di Franca Alaimo (che ringrazio)

Appare come un incredibile monumento della Parola e alla Parola, non senza allusione anche al concreto peso di due tomi complessivamente estesi per più di cinquecento pagine, l’opera “Scritture scelte dal 1977 al 2003″ Volume I° e II°”, Edizioni del Bradipo 2006, di Gian Ruggero Manzoni, in cui si dà voce al gesto, reale e/o simbolico, del viaggiare cui di fatto obbedisce ogni autentica scrittura poetica, allorquando assuma su di sé tutta la realtà esteriore ed interiore dell’esistenza, trascorrendola con i propri mezzi conoscitivi e formali e segnando sulla propria mappa orientativa le tappe fondamentali del procedere, riconoscibili anche attraverso indicazioni geografiche e temporali.

E’ il viaggio la struttura portante di tutte le più importanti epopee della letteratura mondiale in quanto, attraverso esso, è dato all’attore l’occasione di seguire il movimento interiore che lo accompagna nelle sue irrinunciabili e continue metamorfosi, quali manifestazioni di un rapporto di reciprocità tra l’occhio che osserva e la cosa osservata, non essendo né il primo né il secondo caratterizzati da fissità. Solo in questo modo l’attore (colui che agit, conduce, agisce) fa esperienza della totalità delle cose e insieme di sé stesso: così Ulisse è colui che sa intrecciare insieme i molti fili colorati della realtà e intesserli con le virtù di una mente mobile e varia: dall’Asia all’Europa, in una serie di incontri con cose ed esseri comuni come con cose e creature celesti, egli sperimenta insieme l’alto e il basso, l’odio e l’amore, l’inganno e la lealtà, il coraggio e la paura, la tentazione e la resistenza; anche Enea, più del primo pius, sarà l’esule in viaggio che darà vita a una nuova civiltà, capace di equilibrare le opposte civiltà dell’Oriente e dell’Occidente; un sacerdote che celebra la propria esistenza in onore degli dèi.
Anche Gian Ruggero Manzoni sceglie il viaggio allo scopo di raccontare la totalità della vita, ma seguendo un percorso ben diverso da quello tracciato dagli esemplari eroi citati in quanto, se gli autori che li mettono in scena sono nei loro confronti onniscienti e conoscono già la meta a cui dovranno approdare, facendone portavoce di idealità e civiltà ben delineate, Manzoni, invece, intraprende la sua erranza senza riparo alcuno in compagnia soltanto della sua sete inesauribile di senso, stringendo tra le mani lo scettro potente delle parole, tutte quelle che ha potuto raccogliere in anni di letture anche rare, visitando i testi sapienziali di tutte le epoche e civiltà, introiettando le vicende immaginarie e simboliche dei miti, le sillogi poetiche dei sommi, sfogliando le pagine del vocabolario, e quelle dei trattati di botanica, di astro-fisica, di filosofia e di qualsivoglia altra disciplina che abbia saputo suggerirgli le infinite combinazioni dei suoni che danno nome a tutto ciò che esiste.
C’è da dire che spesso non è facile comprendere ciò che parole e immagini tentano di veicolare, perché lo scopo di G. R. Manzoni coincide con il desiderio di creare un flusso inesauribile di suoni, dinnanzi ai quali al lettore non resta che professare la sua umiltà, e anche la sua ignoranza, qualora scelga di penetrarne, più che il senso non possibile, l’alta suggestione musicale, sprofondando nell’illuminante capacità di evocazione insita nei loro sempre audaci e imprevedibili accostamenti.
E’ per questo che molti suoi testi, da quelli che si organizzano in brevi e saettanti versi, a quelli che scelgono la più maestosa pienezza della prosa poetica, hanno il sapore di un atto liturgico, basato sull’arcaicità di certe formule sacerdotali e come quest’ultime sono resi potenti, più che dal senso, dal ritmo interno delle parole stesse e da quello globale accentuato da ripetitività ossessive. Vengono anche in mente i testi biblici, specie quelli dei profeti dell’Antico Testamento con il loro senso angoscioso dell’attesa di una apocalittica metamorfosi, le tavole magico-alchemiche con la loro astrusità da iniziati, le litanie devozionali per la reiterata invocazione del sacro e perfino certi canti popolari per la ferocia e arditezza e sfrenatezza espressive che li caratterizzano.
Il viaggio, allora, si svolge anche, se non soprattutto, all’interno dell’espressione, innanzitutto perché quest’ultima è cosa che può prescindere dalle condizioni dell’interiorità, e poi perché essa rappresenta il tramite fra l’autore che parla e colui che l’ascolta.
Si dovrebbe, per esempio, smettere di pensare a un preordinato progetto linguistico di Dante nella stesura della sua Comoedia, ma piuttosto concepirlo come un’esigenza del tutto mobile all’interno di un processo di analisi e autoanalisi effettivamente compiuto nell’arco di alcuni anni, che furono estremamente significativi per lo scrittore anche dal punto di vista esistenziale; solo così, infatti, sarebbe più facile, nonché più corrispondente a verità, comprendere il perché di un progressivo affinamento linguistico, che va pian piano spurgando l’espressione delle sue punte più basse e volgari per volgerla alla rappresentazione di uno stato di progressiva ascesi intellettuale e spirituale. Citare, a questo punto, Dante non significa per me essermi allontanata dal soggetto di queste mie riflessioni, che è la scrittura di Manzoni, per una digressione colta, ma inutile e senza relazioni con esso. A me pare, invece, di potere assimilare la struttura dell’opera di Manzoni a quella dantesca perché nei due autori rintraccio delle somiglianze interiori e linguistiche molto forti, fatta salva la distanza epocale e mentale dei due. Infatti, il viaggio compiuto dal Manzoni attraversa, come quello del grande fiorentino, delle zone che potremmo chiamare con i nomi dei tre regni della Comoedia: l’inferno, il purgatorio e il paradiso, ma con la differenza che essi si collocano all’interno della personalità poliedrica dell’autore, sono, insomma, suoi aspetti mentali ed esistenziali.
Allo stesso modo superbia, violenza, lussuria, le tre allegorie dantesche concretamente incarnate da tre bestie e proiettate al di fuori del proprio sé, qui agitano la mente dello scrittore Manzoni, che nella tensione conoscitiva del tutto, non le rifiuta come mali, ma le assume e le rappresenta, identificandosi con esse. Colpiscono, nel primo dei due volumi, il ricorrere frequente del sangue, come simbolo di un atto sacrificale estremo, e il porsi del poeta come carnefice e insieme come vittima, sicché l’atto del versarlo in qualità ora di uccisore ora di ucciso si propone sia come uno strumento di eversione e distruzione, sia come possibilità di autopunizione della propria identità rovesciata dall’interno all’esterno. Per non parlare, poi, del valore sacro assunto nel tempo dal sangue, fino a coincidere, nella sua più alta significazione spirituale, con l’Amore stesso di Dio, che versa attraverso il Figlio il proprio sangue per amore degli uomini, facendo tutt’uno del Verbo-Carne immolato, cioè il Sacrificio per eccellenza. Ed è innegabile che più volte nei suoi più testi più vecchi Manzoni autoproclama la propria eccezionalità, la propria onnipresenza, le molte sue infinite identità.
Per passare alla superbia, essa ha a che fare con la potenza stessa della parola, che viene riconosciuta da Manzoni come la sola in grado di “innalzare al di sopra della mediocrità del mondo”; e così anche si può affermare della lussuria, per quello che di viscerale ha il congiungimento di sé alla carne e al sangue della poesia, oltre a essere un vizio praticato con il corpo più per la lacerazione del dolore, che per la pacificazione dell’amore.
E’ in sostanza questo il percorso più arroventato sia della biografia del poeta che del suo linguaggio, fattosi sede del diabolico Caos; spesso i testi si riducono a nominazioni di cose e luoghi e sembrano, talvolta, schiantare il verso su ‘cose’ dure, ributtanti e oscene, nel tentativo di dare loro comunque una patria, al di là di qualsiasi pronunciamento di giudizio. E’ il momento delle rime “aspre e chiocce”, come direbbe Dante che, però, con l’occhio dell’eticità, li inventa per nominarle “Inferno”; mentre Manzoni non possiede case e recinti; mangia in modo onnivoro la materia del mondo in attesa di digerirla e di darla in pasto agli altri, che sono, davanti a lui, gli estremi del suo stesso essere: plebei e insieme aristocratici. E perciò, in fin dei conti, poco affidabili, come l’uditorio a cui si rivolge il morto parlante Penteo, che è per sempre il poeta, come lo è ogni poeta una volta che abbia detto. A volte la congerie delle cose, del sapere, dà luogo a visioni che sanciscono il deragliamento della grammatica e della sintassi, e non cambia nulla per il lettore lo scrupolo esplicativo dell’autore che illustra le sue fonti. Anzi, proprio la citazione delle fonti, che il più delle volte sono così antiche e/o così rare da essere sconosciute al lettore, non fa altro che aumentare la sensazione della piccolezza della propria porzione di studi rispetto a quella accumulata dall’autore, così da accrescere la distanza, tra ammirata e sconcertata e frustrante.
Il passaggio al regno purgatoriale ha inizio, forse, dagli anni ‘90 ed è segnato probabilmente dal dolore per la morte del padre e dalla necessità di porsi in altro modo di fronte il pensiero dell’Oltre. Gradualmente il dire chiuso e l’affastellamento caotico lascia il posto a un dire più composto, in cui trovano espressione sentimenti più personali, moti ed emozioni del cuore: è lo stesso richiamo all’amore che caratterizza le anime in attesa del Purgatorio dantesco, che esercitano la propria vista del bene attraverso esempi forniti dall’arte sublime esercitata dalla stessa mano di Dio. Entrano in scena i simboli della Bellezza e della Luce ed esse si esprimono in primis nelle creature divine della Natura. La poetica viene allora riformulata: il viaggio interiore rifonda la parola nuova; ed è del 2001 l’affermazione: L’amore è una preghiera / che carezza le foglie; e ancora: La bellezza in arte si crea / quando la visione dell’artista /diviene armonica con la natura / per incontrare nuove forme in essa. Manzoni, come Dante, è giunto nell’Eden, dove Virgilio, simbolo della Ragione, lo lascia alle cure di Beatrice, simbolo della Scienza divina. Il suo, però, è un Eden domestico, (Il paradiso terrestre… il Paradiso che tanti credono perduto… è qui, pag.188) dove la madre innesta rose con le sue vecchie mani, mentre la figlia di Gian Ruggero gioca con lei in perfetta corrispondenza d’amore. La madre e la figlia diventano metafore vive non solo del nucleo più puro dell’infanzia e del valore inestimabile degli affetti, ma, anche, dal punto di vista letterario, allegorie della necessità del recupero della Tradizione e di un uso più ordinato della parola. Non a caso un testo risalente all’anno 2000 ha come titolo Melodia ordinata, titolo che allude tanto alla riconquista del melos come valore tradizionale della poesia che alla riconquista di un logos che scorre in un periodare chiaro e comunicabile di generazione in generazione.
L’uomo, attraverso l’amore delle creature e per le creature, si è purificato; e dunque è ora che metta le ali non per un folle volo, come prima aveva fatto, nel tentativo di oltrepassare come Icaro il Sole, ma per approssimarsi alla sostanza degli angeli. Questo non vuol dire per Manzoni dimenticarsi del suo più antico Io, che invece gli sta davanti, sempre in qualche modo pericoloso, perché il viaggio per terra non sempre è diritto e senza scosse; lo riconosce in quella sorta di autoritratto che è Il due teste del 2003. Non si tratta di rinunciare alla sua personalità fiera e oppositiva, ma convertirla, cioè indirizzare tutte le energie al mistero della Divina Parola Originaria. Dante ha intanto nel suo Paradiso santificato la parola, l’ha alleggerita fino a imitare la sostanza trasparente della luce, e infine, attraverso San Bernardo, ha raggiunto il vertice della dolcezza femminea, che introduce al mistero di Dio. E là, la parola di Dante, si dissolve in silenzio, perché naufraga nella Parola.
Nella prosa che chiude la silloge di Manzoni, indirizzata all’attuale Pontefice Benedetto XVI, lo scrittore, dopo avere riconosciuto che essere poeta è un modo d’essere al servizio, d’essere voce della Parola, finisce anche lui col sottolineare la sacralità del silenzio dentro la Parola: “I padri greci hanno detto che la nostra esistenza deve essere un’esistenza per la Parola e della Parola, così, le Parole, che noi possiamo pronunciare, convincono soltanto se la nostra stessa vita è Parola, è nutrita dalla Parola, vive della Parola… e si rende umile e silenziosa in Essa.”
Nell’arco di ventisei anni (dal 1977 al 2003) Gian Ruggero Manzoni ha, dunque, indossato le tante maschere possibili e con esse si è mostrato ai suoi lettori: mercante di allodole, sicario, maestro di arti marziali, fondatore di mondi utopici, evocatore di miti e mito egli stesso, mago, filosofo, sostenendo “di essere oltre ogni categoria del pensabile”. “Forse è la libertà che egli cercava”: afferma nell’autoritratto Il due teste, in cui la distanza dal passato è sottolineata dall’uso verbale dell’imperfetto. Per ventisei anni allo stesso tempo ha lacerato le fondamenta della scrittura, la grammatica e la sintassi, ma ancor più ha scosso la certezza del senso, cercando e spargendo ambiguità, ha ferito a morte la comunicabilità per dire altro, per essere altro, per parlare ad altri, costruendo una follia che pure ha dell’incantevole per quel suo effetto allucinatorio, per quella sua forza di trascinamento in una sorta di strana dimensione in cui ogni cosa nel suo manifestarsi viene già annullata da altre sconcertanti epifanie. Non può tutto questo essere sgorgato da un animo qualunque; in ogni caso è stato “uno sforzo immane” l’essere andato sempre controcorrente, e in questa grandezza è da riconoscere il trait d’union fra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, che sa accogliere con eguale impeto fiammeggiante la nuova meta del suo cammino, e sentire profondamente e amare estremamente con infinita tenerezza, e patire con grande misericordia le brutture e le storture del mondo. Ecce Homo: direbbe il suo amato Nietzsche.

“Scritture scelte dal 1977 al 2003” Volume I° e II° – di Gian Ruggero Manzoni – Edizioni del Bradipo 2006 

15 pensieri su “Della Parola e alla Parola

  1. grazie, Franca: hai disegnato un ritratto fedele della complessa e ricchissima figura del nostro Gian Ruggero. ne hai colto gli aspetti anche contraddittori, che si lasciano cogliere in flagrante: come per ricordare che una vita senza discordanze può essere solo finzione, una maschera che non sa di esserlo, l’incomunicabilità assoluta.

    Mi piace

  2. Ho ricevuto ieri, e oggi ho pubblico, qui, questo scritto della poetessa Franca Alaimo riguardante due miei libri, “Scritture scelte dal 1977 al 2003” Volume I° e II°, apparsi lo scorso anno custoditi in un cofanetto fatto uscire per le Edizioni del Bradipo, perché ormai considero questo luogo come fosse la mia casa, non avendo più un blog e non volendo tediare amici blogger domandando loro uno spazio per onorare lo sforzo che ha fatto Franca prima nel leggersi oltre 500 pagine ‘manzoniane’, poi, dopo, nel commentarle. Perciò scusatemi, se ciò potrà sembrare ‘forzato’, così mi perdoni Fabrizio Centofanti quale primo fautore e gestore di questo cenacolo, ma, come ho detto, non avevo altro luogo e altra facoltà.
    Tengo a precisare che il dare alle stampe, a 50anni, una sorta di summa di ciò che si è fatto in quasi 30anni di attività poetica non deve essere considerato quale atto di superba autocelebrazione, quanto il bisogno di riordinare ciò che era sparso in libri, libretti, plaquettes e altro ormai introvabili. La Provvidenza, lo scorso anno, me ne ha dato la possibilità, e alla Provvidenza, come sempre, sono grato e rivolgo lo sguardo per un attimo, per poi abbassare il capo.

    Mi piace

  3. Onore a te, Gian Ruggero! Un trentennale di tutto rispetto il tuo, nella vita come in arte. Sei un poeta vero, ma anzitutto un signore d’altri tempi. L’anno dei tuoi inizi letterari, poi, è poderoso per tutto ciò che evoca. Per chi come il sottoscritto, all’epoca, non era che un infante, restano molte zone d’ombra in quel periodo che gli storici non hanno saputo o voluto raccontarci sino in fondo. Mi piacerebbe leggere un tuo lavoro sull’argomento. Magari un romanzo- saggio… Che ne dici, ti piace come idea? A me basterebbe essere citato nella postfazione…

    Un abbraccio.
    Pasquale

    Mi piace

  4. Ottimo tributo per un’antologia che ho letto e – a tratti – riletto con grande piacere. Torno oggi sull’articolo di cui ho letto solo l’incipit. Sai già quale sono le tue opere poetiche che preferisco Gian Ruggero!
    Un caro saluto

    Mi piace

  5. cari, condivido due cose, in particolare: il riferimento all’attore come essere che agit e l’idea del dramma liturgico. l’opera si presenta come un muro solido e un muro con aperture: testi chiusi e testi aperti. la metafora del MANGIARE piacerebbe ad un altro grande, Marzio Pieri… vi abbraccio e vi ringrazio
    massimo

    Mi piace

  6. Letto, finalmente trovato il tempo necessario!Caspita efficace recensione. Anche a me ha colpito la metafora del Mangiare, secondo oltre che Pieri piacerebbe anche al poeta Amato. Sullo stile biblico concordo. Non mi soffermo sulle vette poetiche (secondo me), nel senso le raccolte predilette, perchè l’ho già scritto altre volte e poi diventerei ripetitivo e stucchevole. Consoglio la lettura dell’opera per comprendere appieno la poetica di Manzoni.
    Un caro saluto

    Mi piace

  7. Carissimo Gian Ruggero ho letto i primi, velocissimi commenti al mio pezzo e ringrazio tutti. Volevo aggiungere che tu sei un esempio di uomo vero, che ha coraggio di essere, di sbattere la testa al muro e di cambiare, di con-vertirsi senza rinnegarsi. Per questo sei degno di grande rispetto ed amore. Mi piacerebbe che qualcuno ( io non ne sono in grado) scrivesse un articolo accurato sulle tue fonti (a me ricordi Pound, Perse, Adonis, Junger, Nietzsche, le tragedie greche, ma anche Fo, tutti gli scrittori poematici, la Bibbia, Il libro tibetano dei morti ed altro ancora). Ti abbraccio e ti ringrazio di concedermi altro spazio, oltre che nel tuo cuore. Franca

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.