SCRITTURE # 6 – Stefano GUGLIELMIN

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SCRITTURE # 6 – Stefano GUGLIELMIN

“chi nella pietra cresce
disegna corpo e vita”

Stefano GUGLIELMIN
(Schio, 1961)

Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del Gruppo Fara, Bergamo 1985), Logoshima (Firenze Libri 1988), Come a beato confine (Book Editore, Castelmaggiore 2003, premio Lorenzo Montano), La distanza immedicata / The immedicate rift (Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2006) ed il saggio Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, Verona 2001). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Collabora con “La Mosca di Milano”, con l’associazione junghiana “Convergenze”, con “Tellusfolio” ed è nel consiglio editoriale di “Opera Prima”, collana di poesia a cura di F. Ermini. Gestisce il blog Blanc de ta nuque (http://golfedombre.blogspot.com/)

*

Due Inediti (2007)

*

ora sgoverni gli ossi
su le ciprie del corpo tuo rubìnio
sotto il cielame azzurro, sotto gli ànici
che s’inrovano sulle coste del burlo fiume
sino al limbo della lingua, alla sua mora
luce

piccola talpa tu sei, felice
di sbiadire, per tre lire di moto
in terra, mentre dici: «nulla da cambiare,
notte
da temere» nella grande tana, in quella
polpa che veglia a morsi il giorno
dove vita a premio strappi
come qualcosa che improvvisa slarghi
sotto il monte e chiami, lontana:
è la beata bestia che il bene dentro
ti scompiglia e non ama la mano
che muta l’oro in merce
o in ferro torto, e lo sgroviglio
quando milita nel rosso, in quell’auto magna
sottopancia, che la scena raschia, passando, se sbiella
o tira il collo al tuo candore, se del suono scavalla
il bordo, accelerando: eccolo il pendolo vivo
lo struscio sulla federa del corpo-cane
schiuso dalla grafia infante, dal cuore in corsa
che batte bum bum batte per strafori et cavedagne et spurie
tribolazioni che al male scampano: è così, pare
è così che né le femmine, in maggior parte, né la piova se la terra
ingravida, né i pensieri
grami, siano in vendita, ma cadano invece dalla bocca
festosa a pane e vino, che buona creanza a selva mescola
come aspra fugge la pena ogni bestia
quieta e quella che piuma batte sull’aria
sciolta dal giro a catena, per un anello più tondo
più buono, che stagiona e riparte e ancora plana
riposa, e di nuovo s’invola, mai sola

**
l’infinito possibile o l’inguine
per eccesso e doloroso, se traduce
per amore l’anello o «se la voce…» o il coro
promesso dei fratelli, il loro cavarsi
dalla lingua, l’ingegnosa
spina

eppure ha un nome, spesso, e l’ombra
e sottobraccio
il suo più caro mortale:
lei, che paga bancomat ed altro
non chiede, sbuffando
o voltando in riso la pena, come si fa
per potare il lutto o se altronulla
resta da dire, se non a te, fiore del bene
e bianco, come in preghiera:

oh pastore del bestiario, fa’ di lei l’intrico
dal quale non si sfolli, e dònale
se puoi, altro erbario
senza rime o radici, solo slanci
sulle punte, e saluti
quando la terra trama

e infine tramonta
diversamente sulla sua morte cruda
quando verrà, così che le sia frutto
il perdersi o il distrarsi, il volo
che attraversa l’ordine e l’uva, il dolce
d’ogni traguardo, ed abbi cura anche di noi
così in terra, e soli, nella bellezza dei cieli
sopra le spalle, e dei morti, nostro specchio
corporale, nostro estuario

*
Su Come a beato confine

L’uso dell’ipotetico, nel contesto iniziale, sottolinea una “mancanza” di fondo che sorregge il cammino iniziatico. “Io” ( a cui si associa il verbo alla terza persona singolare ) da pronome diventa grumo nel vuoto che balenando fra congetture e flash-back sfugge nel movimento alla stabilità della definizione – io schiva la sete/d’esser vivo dando/ai nomi il moto. Tuttavia tratteggia con la sua presenza tutte le manifestazioni fenomeniche, imprimendovi la propria consapevolezza. Nel suo iter si arricchisce delle realtà che attraversa con fatica nei cento specchi/nei cento libri nei cento/passi, in questa tras-migrazione che è dilatazione verso l’esterno dovuta all’annullamento/oscuramento della prima persona. L’obiettivo è il raggiungimento di una condizione euritmica, cioè il ritrovamento del luogo dal quale è scaturito, l’asse/del dio instabile nel centro; fuori dal concetto spazio/tempo potrebbe recuperare la sua integrità – tolto il tempo/l’anima diluvia -, prorompendo con forza dalla spaccatura primordiale.

(Graziella Isgrò)

io è minuscolo come il soffio di Qohelet, quasi-niente ma non il vero niente. […] nella prima sezione, molte immagini di taglio, strumenti che tagliano, e il confine, il bordo, il tratto, il solco e il delirio: come per ricordare, sperimentandolo, che la coscienza metalinguistica e la resistenza letteraria – quella più apparentemente ‘impolitica’, mentre osserva «le cose che non sono cose» (Leopardi) – sono stati-limite, sfide gravi, e che lo sono insieme. Il risultato dell’«esilio» e della ricollocazione è che io «possa dalla sorgiva staccare / la radice del suo piede // a nuovo rivo egli s’avvia / come a beato confine»
(Massimo Sannelli)

La seconda parte, dal titolo eloquente “Dappertutto”, … è quella della prosa poetica suddivisa in otto “lasse di una narrazione franta” (Salari), senza soggetto né punteggiatura, rese da una giustificazione grafica che imprigiona l’unico lungo verso nella parte centrale della pagina, come otto ennesimi quadri, questa volta compatti come un muro e allo stesso tempo fluidi quanto lo scorrere della prosa.

(Massimo Orgiazzi)

Sembrerebbe un io che si rifiuta di essere, sapendo che può essere solamente all’interno di un cerchio in cui l’egoismo dell’ego deve necessariamente frangersi nello specchio dell’altro, il tu, per abbracciare finalmente, un noi. Il poemetto descrive questo percorso accidentato verso uno stato di identificazione, frangendo i flutti, immergendosi nei marosi e combattendo la possibilità della perdita, il rischio che si nasconde dietro ogni modo condizionale.

(Sebastiano Aglieco)

*
Da Come a beato confine

Io fatica e migra

3

pur fidandosi
all’incantevole computo dei ruoli
io talvolta sfibra

confonde orto e selva

sgravando così la parte

dal suo più crudo inverno

4

nell’assurdo che crepa
l’ostia e il tempo, io s’invena

come topo in fuga nei sifoni

pregando nella corsa l’ombra

e l’infanzia che riluce

5

io salva
all’inguine e alla lingua

la giustezza delle carni

il cedevole lo sposta invece

nella vena aperta dalla voce

6

io schiva la sete
d’esser vivo dando

ai nomi il moto

tondo dell’astro

e all’asola nel sottosuolo
l’acqua d’ogni dovuto tormento

8

io fatica nei cento specchi
nei cento libri nei cento

passi

in quelle cose da soma
da trapasso, sopra le quali però cresce
e attraversando il colmo
migra fino a farsi mano

nuoto
cosa altra e soda

*

Su La distanza immedicata

Due rive, parte del medesimo tutto, che si guardano, due rive non connesse se non da un qualcosa che divide e che nello stesso tempo segna un confine. Due rive tra cui non è stato gettato un ponte (che avvicina) bensì vi è una distanza, immedicata, non guaribile. Il risanamento è già escluso sin dal titolo: La distanza immedicata. […] Io non vedo però Guglielmin su un o sull’altra riva, bensì al centro dell’acqua. E su di lui e dentro lui che tutto scorre ed è lui che agisce per dividere le acque non già come il fiume divide le sponde ma come il figlio che trova salvezza – grazie agli accadimenti ed alle ferite- e che cresce, trova sostegno dalla memoria e divide le acque, lui perchè è parte dell’acqua, non spettatore ma elemento, non estraneità ma componente. Ciò che ci lascia è un testamento esperienziale da mettere nelle mani del figlio acché possa comprendere.

(Fabiano Alborghetti)

E’ di un respiro che si tratta, del continuo sussulto ondulatorio di un torace che racconta di un essere partorito dal “perfettibile di un uovo” (Marsilio Ficino). Ed è dai simboli primigeni che incalza il dire, troncato, spezzato, ansimato, poi di nuovo illuminato da parole chiave. Scorre, così, da un lato la pena, dall’altro l’esorcismo ad essa.

(Gian Ruggero Manzoni)

Laddove la poesia del precedente incontrava la filosofia, fino a farle da balia, declinandone i concetti in versi levigati (mentore Deleuze), qui si aprono sguardi sulla realtà, a partire da un nucleo intimamente letterario: la poesia si specchia nell’intera tradizione in volgare, per cogliere le rifrangenze del reale, i suoi scorci, le sue pieghe.

(Luigi Metropoli)

Frequenti, e finemente ammaestrati, come in un mirabile concerto per voce sola, sono i cambi di registro e tono che percorrono l’opera lungo tutto il corso. La lingua di Guglielmin è duttile, s’insinua sottile come acqua nella roccia, e insistente scava, fino a sfociare in un gorgo di complessità restituita in tutta la nobile bellezza di una rivelazione che pare palesarsi suo malgrado, e che pure in questo dispiegarsi sottovoce trova la sua forza espressiva più efficace e dilaniante. E i riferimenti letterari che innervano e come linfa nutrono i versi di Guglielmin sono dopotutto segni inequivocabili di un bagaglio meditato, fecondo e presente, ma al tempo stesso condiviso col lettore in un atto di una consapevole, generosa, matura umiltà.

(Cristina Babino)

È ancora possibile la poesia? E prima ancora, che cos’è la poesia, quale posto ha nel divenire del mondo? Questo nuovo libro di Stefano Guglielmin, certamente il più stilisticamente maturo e complesso, dà una risposta sconcertante, ma che nella sua persuasività sembra essere l’unica possibile, anzi che sembra essere lì da sempre: la poesia è ancora possibile proprio perché è il divenire stesso del mondo, è l’emblema stesso della continua lotta che caratterizza gli opposti che fanno essere la realtà. E quale immagine allegorica poteva essere più calzante di quella del fiume? […] Il fiume è sempre uguale a se stesso e sempre diverso; il fiume, pur nella sua apparente orizzontalità e staticità, scorre e cade dall’alto verso il basso; il fiume, pur non ergendosi come un muro, separa di fatto una riva dall’altra. E attorno al concetto di movimento, cioè di caduta e separazione, si impernia il libro… ”

(Giovanna Frene)

Senza mai sottrarsi all’urgenza di trovare una possibile mediazione o medicazione fra il desiderio di ripristinare quell’unità-interezza primordiale e la limitatezza dell’esistere, egli accoglie e dà ascolto all’impulso a muoversi e all’andare incontro, accettando ad ogni passo la sfida, cui fa eco una rinnovata e ripetuta presa di consapevolezza della irrevocabile ferita, poi che anche l’altro è mutilato, e non basta la vicinanza per fare uno. E non basta il dire, non basta la parola per sollevarci da tanto peso, per liberarci dal giogo della caducità e recare salvezza, e nondimeno è la parola, quella poetica in particolare, a insistere e resistere, e a cui il poeta affida tutto il suo sentire, la sua sconsolata ma irriducibile e incessante invocazione perché l’uomo, la natura, la notte e il mondo, la vita e il suo canto trovino respiro e risonanza, la leggerezza del palpito che s’invola.

(Ivana Cenci)

*

Da La distanza immedicata

Sorga

“alla deriva per sempre”
gli dice
sul granaio dove l’orzo è finito e “vale toccare
solo toccare”

piace a cesco il mondo
questa volta
peccato morire perciò o non lasciarsi
vivere
sull’erba buona del corpo
però l’amore non c’entra
perché viene di schiena pare
e non ha uscite o maniglie
l’amore
ma sole – spesso – calore
dove passare la pelle ed ogni altra
scorza:
la bocca il pomo la vita…

1

mia cima e nodo blando mio futuro
già stato
non sapere nulla e cominciare tuttavia
insabbiando il corpo in questa melma
che fa grave l’amore e in te lo eterna
diluvio
che sforma laura che la sfalda in tanto vuoto
e nessuna vita d’avanzo nessun cielo
se non questa città tutta tosse e vecchie ragazze
mutilate
il solido fiume e il ponte da dove sbucano
affondando

2

fedele al tuo ordine scosceso
piovi
sul capo degli insonni
ma non vedi niente
se non piccole febbri e festa se puoi
con l’animale tuo amore tutto schiacciato
nel ventre
in pericolo come acrobazia o mare che batte
solido perché muore

3

rilasci il tuo bene
liberandolo
finché muove amore
ma poi al solito chiedi pausa
persa nell’atto di imparare
con noi cristi in marcia e poveri
in ogni tasca a vedere l’orto
che si sfalda e la siepe l’erba e il melo
nera tutta e magra di cose vere e chiusa
alla fame d’uscire sola se resta il peso
l’esatto del corpo senza mondo e poco giro
d’aria intorno poco respiro

4

in ogni verbo dove girano mano
e piede s’accampa una pietra
dura come la donna che si chiama
laura ma anche l’acqua l’olio o cavarsi
il seme ogni cosa in montagna
sfianca però poi rinasce stalla
lume latte da versare
colmo
proprio nel petto della vita
cieca a quella fretta che chiami giorno
e chiami notte e padre ed ogni altra
corsa fatta per noi
che caliamo a picco nella stessa storia
saldi al ramo che butta senza pensiero
senza paura

5

tutto nella singola fragranza
l’albero l’alba la chiara d’uovo
anche l’ombra se vuoi anche la buca
sfinita
da dove dico bocca prato dico salva
la via dei canti
salva la notte e il mondo
per natura mobile e culla in fondo e velo
una carezza distesa in ogni più piccola voce
come la foglia che s’invola
ultima nel saluto di novembre e così sull’acqua
il sughero o la fanciulla morta o la bella che nuota
che va
su ogni cosa che resta

6

come da celeste bocca una parola
che s’involi al caglio degli uomini
è il pigolìo d’anime in ribalta
quando lei liquida sbraccia
e crespa
tira a sé i suoni / lontra
che s’intuba nel torbido notturno
per ingollare polpa in pace

7

solo corpo che formicola giù
non lo spiffero o l’angelo ma il becco
a picco verso il suolo l’aprirsi tuttavia
d’ogni tempo il suo farsi frutto
insieme sciabola e loto meraviglia
per come s’accorci l’angolo per come
si muova l’orlo dove posa l’occhio
e niente pensiero solo trame tante cose
rapide nel volo l’intero mondo leso
l’intera specie e ogni luogo sulla pelle
come capro esposto o fàntolo neonato
solo nel sacco / perduto

Sulle rive della Sorga
(di Francesco Marotta)

Rivière des égards au songe, rivière qui rouille le fer,
Où les étoiles ont cette ombre qu’elles refusent à la mer.

(René Char)
Des bras muets t’accueillent, arbres d’une autre rive.
(Yves Bonnefoy)

*

Di ogni acqua che è sponda di canto, terra che s’insemina per crescere materia di fiamma alla voce. Di ogni acqua che si fa varco d’amore per lasciarsi alle spalle la morte. Di ogni acqua rimasta intrappolata alla sorgente. Memoria che vive nell’ambra, nel reliquiario fossile di un volo. Una traccia di cielo – sulle ali degli uccelli che nidificano tra gli accenti di un grido.

1

insabbiando il corpo in questa melma
che fa grave l’amore e in te lo eterna

Chi porta in bocca un lume, a rischiarare il corpo assopito dei suoi fiumi in silenziosi transiti, ha già sentito il sangue farsi voce, goccia che coniuga il respiro di una foglia
per durare. L’aspro di sillaba che ricama sulla fredda argilla, la cera che si rinserra nel desiderio spento dei suoi fuochi – ecco l’impasto, la copula dell’alba con le sabbie che si consuma nel verbo di pupille murate, resituite alle mani sapienti della terra. L’aura sarà parola levata dal suo seno, cadenza di febbre e di tormento – un alfabeto, risorto per un giorno, dall’abisso che è il chiaro rovesciato di ogni ombra, la traccia di ogni assenza.

2

in pericolo come acrobazia o mare che batte
solido perché muore

Parola che sorge dal silenzio indifeso del sonno e si fa veglia, scrittura che si cerca percorrendo nel giorno il cammino dei suoi segni. Non c’è tutela d’ombre che ripari il passo dal fuoco che lo cerca. L’insonnia è effimera vittoria sulla morte, il vuoto dove la notte macera sostanze – per riplasmare luce dalla polvere dei giorni fatti niente.
Tu guardi al fondo, nell’onda che domani sarà monte, membra fiorite di roseto, estasi di pietra che si apre a dimorare i venti – e ancora leggi, mentre trapassa in lacrima o ricordo, la traccia irriducibile di un seme, la febbre inestinguibile dei volti .

3

l’esatto del corpo senza mondo e poco giro
d’aria intorno poco respiro

Tu – ora dici – parola è amore, verbo del passaggio di un giorno che si cerca in pieno vento. E’ terra che si consola di pioggia e sangue, di occhi presaghi e attenti, liberi di specchiarsi, da una frana d’anni, in forme rinate di stagioni. C’è vento sulle rive della Sorga, un vento naufrago, memoria di rovine, che si trascina lento l’ora inudibile colma di erbe e fame, la materia invisibile che si racconta all’acqua come fa l’ombra a ogni lume attento. La morte – è questo il suo supplizio, la sua pena – ricorda accento per accento il lembo di mondo che fummo, il canto che abitammo per fare posto al dolore e ai suoi mattini. E’ di questa memoria che si consuma, di questo stelo che passo dopo passo, spina dopo spina muore.

4

lume latte da versare
colmo
proprio nel petto della vita

Lasciare tracce di parole è allevare ricordi che cresceranno senza il nostro sguardo. Strappare alla notte il canto di stelle inesistenti, e dietro il velo d’ombre smarrirsi
nell’altro che ci riconoscerà in un segno, nell’assenza che prende corpo e voce tra due accenti. Vivere l’astuzia della fiamma – che si offre in schegge di chiarore al respiro dell’ombra che l’assorbe. Cadere come cade un lume in trasparenze d’acqua, nell’acqua spegnersi, e dentro l’acqua iscrivere il senso della nascita e l’assenza. Fare di ogni sguardo, strappato all’abbandono, al vetro incrinato della resa, un’isola levigata da respiri d’onda. Di ogni gesto, il rogo materno dove la neve viene ad abitare, a riconoscersi in ogni rivolo di vita in cui si scioglie.

5

da dove dico bocca prato dico salva
la via dei canti
salva la notte e il mondo

Qui sei chiarore che canta i suoi lampi e la ferita. Voce in forma d’ala che attraversa il guado e della notte raccoglie ogni ombra, la materia intrisa di mondo, di linfa e di
silenzi del giorno che era stata. E’ questo il gesto concesso a chi si cerca – seppellire nel cuore di una zolla ogni rifiuto, essere la via e l’approdo del suo stesso viaggio, lo sguardo che si guarda e si scopre nell’occhio delle cose che lo guardano. E’ questo il gesto, dimora, memoria e fraternità dell’acqua, il grido che si leva dall’opposta riva – morire e rinascere a ogni istante. E allora il canto è neve, pietra che s’inciela, veglia che ama, spina che si trafigge, attesa che si fa luce, luce che fugge e cade e si rialza – morte che si arrende, senza tregua, cacciata dal nido, dal suo rogo muto di cenere senza pietà di fiamma, dalla sua dimora di parole immobili, prive di pupille.

6

come da celeste bocca una parola
che s’involi al caglio degli uomini

Una parola che semini pupille e notti, un calmo uragano che si apra a visitare lumi seguendo il passo che annaspa dietro avvisaglie d’ali. Non più la spina che da millenni ci ferì la mano, ma l’ombra vocale per ritrovati accenti: pensare il sangue voce che scivola tra bivacchi d’astri, che corre alla foce sfiorando anfore di rovi – linfa decisa dal battesimo dell’alba, sillaba oracolare che oltrepassa i giorni.

Una parola che sogni d’essere sibilo rovesciato da calici di vento, asceta di rovine, voce che esplode in linfe franando contro l’ardente nudità dei platani. Una parola riemersa dall’acqua della Sorga che si trascini una lucerna spenta – il suo corpo rifiorito dall’aprile. La pagina, allora, sarà un portico di passi in disertati altrove, la bocca dove Laura è un grido, la fonte che sfiniva nel sudario azzurro delle nevi. Sulle sue labbra la veglia muta di un fuoco, un concilio di pollini planati a stormi dalle palpebre di rami ancora stretti al gelo.

Il lunario degli autunni è il suo viso che si oscura, una vela arresa a rotte di zodiaco – eco di papaveri sepolta dai grappoli che fluttuano del sole, possibile lampo di innevati oracoli. La guardi e le sue labbra dicono – è morte lunga ferirsi a una stella assente. La guardi dileguare in lenta fuga d’ore, in giochi d’ombre, sopra miniate lingue di rubinie – tu che ora ricami il suo tramonto nei colori indelebili del pane.

7

non lo spiffero o l’angelo ma il becco
a picco verso il suolo l’aprirsi tuttavia
d’ogni tempo il suo farsi frutto

Nell’aura di lune pietose è il crepuscolo che svela ogni distanza. Viene dopo il silenzio la fiamma che sarà marea e sponda. La sera, intanto, nutre il suo incendio di isole mai sognate. Tu inalberi un grido, una vela che procede oltre la soglia – memoria naufraga che tende all’origine senza faro e rotta. La corrente lascia minuscole lamine d’argento assorbite dall’inchiostro – l’acqua è un roseto che suggerisce ai venti la chiave segreta della sue forme arcane. Ardono le corolle il brivido che parla in nome di ogni luce – relegano ai margini la cenere che compone i giorni. I petali nel palmo che fiammeggia contro il cielo, curvano dai meridiani di una riva assente. Dissetano il piano delle labbra. E voci inferme, ammalate di silenzio, varcano il tempo dell’aurora. Sfociano nel giorno – irripetibili, smisurati echi della vita. Di ogni vita.

22 pensieri su “SCRITTURE # 6 – Stefano GUGLIELMIN

  1. Gabriele Pepe tempo fa, su un inedito di Stefano chiedeva: “la distanza è stata medicata?”

    In parte me lo chiedo anch’io, anche se qui il dettato sembra tirare per la cimosa la veste leggiadra di chi è prossimo alla riva, alla luce: infatti l’asprezza del linguaggio, il suo indugiare su un lessico “desueto” e stridente, anche, l’allungarsi vistoso dei componimenti, sembra in parte negare questo “medicamento”. Come dire: il cammino è ancora lungo e forse “…a non tocche radure ci addurrà”.
    In ogni caso, si tratta di grande poesia. Questo è poco ma sicuro.

    Non mi sorprende che l’attenzione di Francesco sia caduta sull’acqua (penso sia il tratto che più palesemente i due poeti condividono).
    La sua lettura ancora una volta è poesia riflessa (che non sia inteso come limite, anzi, sembra che vi sia una vera e propria partenogenesi).

    “…e dentro l’acqua iscrivere il senso della nascita e l’assenza”

    “La pagina, allora, sarà un portico di passi in disertati altrove”

    un abbraccio a entrambi

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  2. vedo solo ora e, purtroppo, devo subito partire per la scuola. Oggi pomeriggio leggerò. Ringrazio intanto Francesco per avermi incluso in un canone speciale e ringrazio gli amici per il commento lasciato.

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  3. “una carezza distesa in ogni più piccola voce”.

    splendido questo mosaico di voci per tentare di colmare la distanza, per fare i conti con la ferita aperta, in ogni caso.
    fabrizio

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  4. “per come s’accorci l’angolo per come
    si muova l’orlo dove posa l’occhio
    e niente pensiero solo trame tante cose
    rapide nel volo l’intero mondo leso”

    una meraviglia ancora capace di posare lo sguardo lì dove c’è la filigrana che intreccia il sottile disegno della vita
    lì dove
    “voci inferme, ammalate di silenzio, varcano il tempo dell’aurora”

    elena f

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  5. L’opposta riva che invoca Francesco, parlando con la mia poesia, è il fuoco, fatto di “schegge di chiarore” offerte “al respiro dell’ombra che l’assorbe”. E non poteva non essere così, se davvero “Per soglie d’increato” “dialoga con lo stupore / che non conserva tracce”, ossia con l’incendiato spazio dell’istante, con la sua vocazione albale. Se dell’acqua si può parlare, in lui, spesso dobbiamo farlo rammemorandone l’assenza: già in “Postludium”, il deserto era figura centrale, così come il “caso” che gioca i suoi dadi nella fusione fulminea, fra scrittura e mondo, e nella loro disgiunzione, come ben ricorda Gramigna nella postfazione. Fusione, dunque, quale operazione ustoria che ha bisogno dell’acqua per fissare temporaneamente il passare, il disgiungersi. Un fissare che è un benedire, come si confà all’acqua e alla parola, se conta. In Francesco, acqua parola e fuoco non possono che darsi insieme (anche nel carattere, per chi abbia avuto la fortuna di incontrarlo), come ben testimonia questa metafora fortemente ossimorica tratta dal suo ultimo libro: “e brucia frammenti di pelle / nel rogo anfibio / di paradisi d’acqua”.

    Credo che tutto questo – ed altro – sia in filigrana alla densa esperienza messa qui in gioco da Francesco, a riprova che, quando è un poeta ad incontrare le parole altrui, nasce la grazia.

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  6. Stefano, la “grazia” è tutta nella bellezza disarmata, e disarmante, della tua poesia: un “nodo d’amore”, inestricabile, dove pensiero e intuizione, etica e passione civile, senso smisurato dell’umano e coscienza dei suoi limiti, coerenza teorica dell’intellettuale rigoroso e meraviglia di un arcaico artigianto fuori dal tempo, si rincorrono e si amalgamano, indistinguibili, per farsi, attraverso la parola, offertà di sé e condivisione: un passo sul sentiero che porta alla costruzione di ogni “comunità a venire”.

    La “grazia” è tutta in percorso fedele di ricerca, di appartata coerenza etica che si fa scrittura, e che ci ha regalato, con “La distanza immedicata”, uno dei pochi grandi libri di poesia degli ultimi anni. Un libro destinato a restare.

    *

    E non sto restituendo niente, Stefano: né a te né alla nostra amicizia, tantomeno alle belle parole che hai lasciato nel tuo commento. Perché è esattamente ciò che balza agli occhi di chi si “immerge”, fino alle radici, nelle acque fraterne dei tuoi fiumi.

    *

    Il secondo dei due inediti è una delle liriche più belle che abbia mai letto nella mia vita. E ti assicuro che di poesie e di poeti ne ho letti tanti.

    Un abbraccio. E un grazie a tutti gli intervenuti.

    fm

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  7. Solitamente non intervengo con commenti ai post, ma questa volta non posso non contravvenire a questa mia scelta per complimentarmi sinceramente con Stefano. Considero in particolare il primo inedito un testo davvero notevole per la sua forza ritmica sorretta da un pensiero fortemente etico, senza ovviamente nulla togliere agli altri testi. E’un bene leggere poesie con un così alto grado di consapevolezza e dono.

    Grazie Francesco,per la generosità che ti contraddistingue.

    Nicola Ponzio

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  8. “oh pastore del bestiario, fa’ di lei l’intrico
    dal quale non si sfolli, e dònale
    se puoi, altro erbario
    senza rime o radici, solo slanci
    sulle punte, e saluti
    quando la terra trama

    e infine tramonta
    diversamente sulla sua morte cruda”

    questo è un augurio di poesia, e sia, e ci sia lo spirito animula di un mulo con la soma lieve -lieve, intelligente germoglio di asilo.

    m

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  9. Che posso dire ancora di Stefano e della sua poesia? Ormai è un po’ di tempo che mi lancio in lodi sperticate, effusioni empatiche, attestazioni di stima, elevatissimo struggimento che non trovo altre parole. Diciamo ancora che la “distanza immedicata” è uno di quei pochi libri che alla fine resterà. Uno di quelle rare opere che traccia rotte, allarga gli orizzonti, scompiglia le carte.
    Ha ragione Francesco, altro maestro troppo poco valorizzato, qui si toccano vette di assoluto valore.
    pepe

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  10. Antonella e Gabriele, ci siamo capiti 🙂

    Marina, tu sei mata il 5-5-55 e io il 6-5-61, per cui sommando l’uno finale nel 5 in mezzo, fa 6-6-6, che solo accidentalmente è il numero del diavolo, mentre molto piacevolmente scarta di uno la tua sequenza. E questo ci rende vicini anche senza saperlo 🙂

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  11. Un dono alla Lingua, qui, prima che al lettore, per il livore di chi la definisce di plastica. Molto belli, in particolare, i primi versi della prima inedita. Non il velo algido della ricerca – che lascia spesso sulla soglia – ma l’accoglienza calda dell’ avventura, lungo paesaggi inediti. E le radici nel tempo, il nostro, e l’eterno, con immagini potenti:

    “nell’assurdo che crepa

    l’ostia e il tempo, io s’invena

    come topo in fuga nei sifoni

    pregando nella corsa l’ombra

    e l’infanzia che riluce…”

    Grazie. Giovanni

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  12. Grazie a te, Giovanni. E’ importante ciò che dici perché la poesia, per me, deve incontrare l’altro, su un terreno che non è di nessuno dei due, su un “beato confine” appunto.

    Voc, c’è stata una giovinezza esoterica (solo sfiorata) ora preferisco il pane e le voci che conosciamo tutti ogni volta che ci sediamo a tavola. E un poca grappa 🙂

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  13. Sperando di fare cosa gradita a chi volesse leggere o avere notizie della produzione critica di Guglielmin, rimando, oltre al citato “Scritti nomadi” (Anterem, 2001), a svariati contributi, in rete e su riviste cartacee, segnalandovi i più facilmente accessibili. Ad esempio, i testi pubblicati sul portale http://www.nabanassar.com – in particolare il saggio “Canone e finitezza” (uno scritto teorico veramente importante, anche per la comprensione di alcune linee della sua poetica), oltre ad eccellenti lavori sulla poesia di Gabriela Fantato, Giorgio Bonacini ed altri autori di valore.

    fm

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  14. Solito ottimo post di Francesco per un poeta davvero interessante. Ho letto solo l’incipit, oggi vi torno con più calma. Complimenti ad entrambi e a presto!
    Un caro saluto

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  15. La scoperta casuale che “la poesia e lo spirito” ha lettori anche in Canada, mi ha reso cosciente di una grave dimenticanza. Infatti, non ho mai citato (e me ne scuso con lui) l’ottimo traduttore, Gray Sutherland, della versione inglese (“The Immedicate Rift”) dell’ultimo libro di Stefano Guglielmin. Spero di avere, almeno in parte, rimediato.

    *

    Un grazie a Gian Ruggero, a Luca e a tutti gli intervenuti.

    p.s.

    L’interessantissimo contributo di Antonella Pizzo non è stato citato nelle note critiche a “La distanza immedicata” perché lo scritto è stato pubblicato in questo blog ed è leggibile integralmente alla pagina datata 7 marzo 2007.

    Un saluto a tutti.

    fm

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