Da figlio a padre…

di Pasquale Giannino

San Donato di Ninea Chiesa Dell’Assunta

La casa dove ho trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza era di mio nonno Pasquale. L’aveva acquistata negli anni Sessanta, coi risparmi svizzeri. Non fraintendetemi! Non era un uomo d’affari. E neanche benestante. Era da sempre un contadino. Aveva fatto la guerra d’Etiopia. Poi, richiamato per il secondo conflitto mondiale, dovette lasciare il figlioletto di pochi mesi (mio padre) e la giovane moglie, confidando nella solidarietà del vicinato. “Ero nel reparto munizioni e viveri,” mi diceva, “non ho mai sparato un colpo”. “Quando ritornò dopo lo sbandamento,” mi racconta mio padre, “vidi un uomo che barcollava in lontananza. Si fermò sotto un albero e ne strappò il frutto. Poi si avvicinò, mi prese in braccio… baciò mia madre. Subito dopo si lasciò andare stremato.”
Quella casetta era di due camere e cucina, ciascun ambiente dislocato su un piano diverso: dunque, un “palazzo” di tre piani… Il secondo era il mio preferito: un soggiorno sui venti metri quadri. Si affacciava su Via XXIV Maggio, una delle più centrali. Proprio sotto casa c’era la farmacia, che in realtà, nel tardo pomeriggio, cedeva il posto a un vero e proprio salotto culturale dove si intrattenevano, col farmacista, gli “intellettuali” del paese. Talvolta ci andavo anch’io, con mio padre, e rimanevo ammaliato da quegli appassionanti discorsi di scienza e letteratura che non sempre capivo. Là di fronte c’era Piazza Nuova, uno slargo tanto angusto che le auto a stento riuscivano a farci l’inversione. Oltre non si poteva andare, la via si restringeva in un vicoletto appena accessibile per i ttri rroti, i motocarri che avevano da tempo sostituito le lunghe carovane di bestie da soma che scendevano a valle alle prime luci dell’alba, e risalivano carichi di legna all’imbrunire. Eppure si vedeva ancora qualche ciuccio in quel periodo. L’ultimo lo ha avuto – fino a pochi anni fa – mio zio Vincenzo, il fratello minore di mio nonno. Lo chiamava “la macchina”… Quella sotto casa era una piazzetta, forse nemmeno. Per nulla paragonabile a Piazza Mercato, o come la chiamavamo tutti: A Siddrata. Non ho mai saputo cosa voglia dire – spero che qualche studioso di vernacolo calabrese mi possa illuminare – ma nell’immaginario di noi ragazzi aveva un significato inequivocabile: il nostro luogo di ritrovo. Nni vidimu ara Siddrata viersu i cinchi… Così, senza avere in mente un programma preciso da seguire. Ci incontravamo là, restavamo un po’ sotto le piante della rotonda, discorrevamo del più e del meno, ci attardavamo a guardare i passanti… Poi, se ne avevamo voglia, si andava al bar a comprare un gelato. E c’era sempre qualche adulto che imprecava, urlando come un ossesso… Magari dopo si decideva di fare quattro passi in mezzo agli alberi, e si andava lungo la strada che collega la zona bassa del paesello a quella alta. Così, senza pretese…
Dicevo, il soggiorno era il mio preferito. Primo, perché affacciandomi da quel vecchio balcone sorvolavo i tetti delle case, che mi parevano tutte uguali. Di fronte avevo un monte ricco di castagneti: lo chiamavamo u cummientu, anche se del vetusto convento non restavano che pochi ruderi nascosti dalla boscaglia. Poi lo sguardo spaziava sulla valle dell’Esaro e su quella del Crati, sino a cogliere – nelle giornate limpide – da una parte incantevoli scorci della Sila e del mar Ionio, dall’altra, appena distinto dall’azzurro del cielo.
Il secondo motivo per cui preferivo trascorrere il mio tempo in quella stanza, era la fornitissima biblioteca paterna, che si estendeva per tutta la parete. I volumi apparivano disordinati o, per meglio dire, senza un’evidente collocazione logica. Nondimeno, iniziai presto a muovermi con disinvoltura in quella marea di titoli, e scoprii, da solo, alcuni testi di narrativa imboscati fra i numerosi libri di pedagogia e le tante guide didattiche. Il primo volume che lessi fu Le avventure di Pinocchio. Quindi passai a Cuore. Il terzo fu una silloge poetica: I Canti del Busento, il cui autore era un omonimo di mio padre: Donato Tommaso Giannino. La lessi con particolare trasporto. Solo dopo alcuni anni venni a sapere che non si trattava di un omonimo… L’ho riletta di recente. Queste sono le poesie che amo di più:

Silente per l’aere turbina

Sussurra il vento
alla collina un sogno d’uliveti
tutta argentata
sotto un cielo fosco.

Silente per l’aere turbina
il travaglio delle foglie
alle cime più alte,
disordinate chiome
d’alberi verdi e scheletri
d’altre piante.

Rabbiosamente rode
i sassi la cascata
e parla con la sabbia.

Eterno linguaggio
di questa terra che rotola
nell’universo e non ha pace.

Rumori di vita notturna

Ho visto nelle grotte rupestri
sinistramente rincorrersi i vampiri.
All’addiaccio i pastori bivaccavano
con le greggi. E i cani all’erta.

Mute fantasie gorgogliava
un ruscello alla luna lontana.
La rana deglutendo cantava
roca nel limo. Rumori
di vita notturna.
Scherzi di sabbia. Menzogne di vento.
Stridori d’arbusti. È mutata
l’anima delle cose. Per poco
tempo il presente è una favola
come il passato.

La gora

Gorgoglia nel limo una favola
l’acqua lucente alla luna
slittando con fragile slancio
nella gora levigata.

Giù verso l’antico mulino
si perde in un gemito d’ira,
balzando le immobili pale,
ricade nel fiume.

Mareggiata

Sferzava la bufera
a pianger rupi
impervie
contro i secoli schierate.

Trasudava nitida
l’essenza dell’universo:
il principio del male.

Spumeggiava rabbioso
il litorale semingoiato
di selve.

Stralunava in alto
qualche bagliore di luna.

Le nostre ombre
contorte nel sibilo
del regno vegetale
hanno adorato un Dio.

Consolazione

Sorridi
essere travagliato.

Tutti siamo
come le foglie aride
che l’aere mulina.

Come i granelli di sabbia
coinvolti
nella furia dei gorghi.

Un’orma di putridume
più niente.

Ma tu
sfida il destino e sorridi.

Vedi, l’onda
sospinta a tacere,
frantumata
grida con riso di scherno.

Donato Tommaso Giannino ha visto la luce a San Donato di Ninea (Cs) nel 1940. Dopo una fugace parentesi letteraria dalla quale sono nati, nel 1967, “I Canti del Busento” – Editrice Mit Cosenza, si è guadagnato da vivere facendo il maestro di scuola. Quest’anno andrà in pensione, e potrà così dedicarsi agli hobby preferiti: l’orto, i funghi, le erbe medicinali… E, forse, si deciderà finalmente a riordinare le centinaia di poesie inedite che non ha mai smesso di scrivere.

10 pensieri su “Da figlio a padre…

  1. Un grazie di cuore a Gian Ruggero e al padrone di casa Fabrizio. Ottimo il link: ringrazio anche a nome dei miei concittadini “Enotri”.

    Buona lettura.
    Pasquale

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  2. Che post particolare!Mi spiego meglio; ci ritrovo quella dolcezza tutta meridionale che non solo ho trovato in tante poesie e letture, ma anche nelle persone, nella gente. Si respira l’amore di un figlio. Buon profumo di terra, mare e vento!Complimenti.
    Un caro saluto

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  3. Un bel regalo, di padre in figlio…

    Anch’io ho trovato qualcosa che mi piace, ad esempio questo:

    “…È mutata
    l’anima delle cose. Per poco
    tempo il presente è una favola
    come il passato”.

    Mi piace

  4. mi ricorda un pò il Pascoli….

    “Sussurra il vento
    alla collina un sogno d’uliveti
    tutta argentata
    sotto un cielo fosco.”

    da questi versi sgorga un’immagine di pace.

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  5. @ Luca. Ma quanto è amara la dolcezza del sud! Nella mia scrittura, come del resto nella selezione che ho compiuto fra quasi trecento poesie in questa raccolta, ciò che più mi sta a cuore è trasmettere delle emozioni. Secondo te ci sono riuscito: non posso che esserne felice. Grazie.

    @ Giorgio. “Un bel regalo, di padre in figlio…” Hai ragione. A volte, però, è anche una condanna…

    @ Carla. Hai colto nel segno: Giovanni Pascoli è una passione dichiarata di mio padre.

    @ Sandra. Per Sant’Agostino il passato non esiste, e neanche il futuro: esiste solo il presente… Questi semplici versi non mancano di autentico afflato.

    Non credo che mio padre abbia idea di cosa sia un blog. Dovrebbe averne una piuttosto vaga di internet e delle sue “trappole”. Stasera cercherò di spiegargli per telefono il regalo che gli ho fatto per questa bella ricorrenza.

    Naturalmente auguroni a tutti i papà!

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  6. Ho ricevuto questa nota da Vincenzo Guerrazzi che ringrazio, anche a nome di mio padre:

    “La terra amara di Calabria con i suoi colori e dolori c’è tutta si sentono le fragranze come ronzii si percepisce quel silenzio di solitudine che ti inquieta insomma c’è tutto quel mondo fisico del sud allo stato oserei dire e qui mi vien difficile trovare l’aggettivo calzante ma forse è meglio così Creazione poetica laboriosa e segreta rapida e infaticabile vigorosa dinamica resistente instancabile questa di Donato Tommaso Giannino.”

    V.G.

    Ciao a tutti e grazie per l’attenzione.
    Pasquale

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  7. Ieri sera telefono a mio padre, gli leggo la nota di Vincenzo. Poi gli dico: “Sai chi è l’autore?”. Lui ci pensa un attimo, e mi fa: “Vincenzo Guerrazzi. Ha scritto una poesia in prosa… è forte!”.

    Ho faticato un po’ a spiegargli il tutto, a chiarire i protagonisti di questo regalo così particolare. Gli ho detto che è merito di un Manzoni… Lui: “Un ‘Manzoni’ vero?”. Io: “Già, più vero di così non si può”.

    Gli ho letto anche gli altri commenti: vi ringrazia tutti.

    Pasquale

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