Libri giuntimi (rubrica 3)

Johanna Venho, Giancarlo Tramutoli, Carla Bariffi, Pasquale Di Palmo, Alessandro Ghignoli, Gabriela Fantato.

Mio indirizzo per posta cartacea al fine che mi curi di voi: Gian Ruggero Manzoni Via Fiumazzo 232 – 48020 San Lorenzo di Lugo (RA).

“Virtuosi incantesimi”, di Johanna Venho, a cura di Antonio Parente, prefazione di Viola Parente-Capkova, Ed. Atelier novembre 2006. Giovane poetessa finlandese, classe 1971, la Venho si dimostra autrice di tenuta e di possesso strumentale. Molto interessante rendersi conto, tramite questa antologia di suoi testi (difficile trovare tradotte in italiano realtà di questo tipo!), del come, in Europa, esistano fermenti e tensioni di cui, i più, in particolare fra gli addetti (e non dico fra i lettori, comunque vincolati dalle proposte degli addetti… o di coloro che dovrebbero essere tali), non sanno l’esistenza (o non si curano di sapere, presi, come sono, dal coltivare il loro orticello dietro casa). Per fortuna, quindi, che esistono ancora studiosi e amanti del buon tradurre, nonché editori ben disposti, i quali, con coraggio, propongono e rischiano in funzione del far veicolare voci di questa levatura. In breve (visto che v’invito a ordinare il libro qui, così da rendervi conto di persona) la Venho ha una duttilità e una padronanza in/della materia che la fa spaziare da composizioni in cui la componente etica si fonde con l’impegno ecologista, tipico di molti autori del nord, fino ad approdare a libri per l’infanzia, a filastrocche illustrate da amici artisti, a poesie più intime, più legate alla vita quotidiana, in cui l’aspetto riflessivo e le dichiarazioni esistenziali si fondono con considerazioni, più o meno amare, sul vivere contemporaneo, sul come la sessualità e pur misera cosa se disgiunta dalla passione, sul come il femminile (perché la Venho dichiara di essere poeta al femminile) deve ancor di più rafforzare la propria identità e riflettere sulle varie tappe della propria crescita, al fine di raggiungere una ‘neutralità’ espressivo-espositiva che superi ogni possibile connotazione di parte. Anche le immagini, da lei usate, risultano di una sconcertante misura oppure, a seconda dell’evenienza, a tal punto pregnanti che il suo volume assurge a vette di notevole intensità. Visione e opera a 360°, quindi, rara in questi tempi di monosonorità o di cantilene rivolte ‘al proprio ombelico’ (…come si suol dire).

“Versi pure, grazie”, di Giancarlo Tramutoli, prefazione di Attilio Lolini, Ed. Manni marzo 2006. La sua è prova che mi ha convinto anche e soprattutto perché Tramutoli è piacevole da leggersi (me lo sono bevuto d’un fiato). Poesia, quella che ci propone, ironica, sarcastica, quel tanto malinconica che non disturba (cioè: non fa sbuffare… non annoia), volutamente antilirica, in cui un humour sottile sfocia in dimensioni epigrammatiche-aforistiche taglienti. Significativa, ad esempio, questa (in cui ho ritrovato un mio zio siciliano): “Da sempre / vivo nel presente / assente e silente / com’era mio padre / che faceva il detestabile / in casa e l’amabile /fuori e lo dico in rima: / meglio così / che son cresciuto prima.” Oppure quest’altra, sconcertante: “Trafitto dalla lama / del m’ama-non m’ama / di mamma mi ricordo / una foto che sorride / e nulla più.” Ed ecco Flaiano, Collins, Totò, Kraus, Chandler, Riviello, Eggers e i tanti, più o meno grandi, che sono riusciti a prendere la vita con il giusto fatalismo, seppur non privo di una sagacità, di un acume, di una lucidità che, a momenti, colpiscono per come affondano nelle carni. Il dichiararsi di Tramutoli “di non prendersi sul serio” è ulteriore sorriso che mi strappa. Il suo fare non è assolutamente ‘leggero’, come ci vuol far credere. Se non pugni e schiaffi, di certo l’indice, ficcatoci tra le costole, tra il trastullo solleticante e il ‘fastidio pizzicante’, arriva e resta. Ecco l’ode al poeta: “Non faccio che piangere / adesso. / Mi accuccio su una panchina / nel buio del parco / e piango. / Mi lecco le ferite / e mi compiaccio alquanto / e piango / per l’amore perduto / e per quello mai trovato. / Piango sotto i pini / e sotto i cipressi / e all’ombra lunare / degli ippocastani. / Piango e cammino / come un pazzo. / Torno a casa / con tre castagne in tasca / e indovina che faccio? / Mi butto sul letto / e piango.” E qui mi fermo, per non togliervi il piacere di leggere, così da consolarvi il ‘pianto’ (…del resto io mi tiro fuori… sono ‘arido’… piango solo quando mia madre non mi prepara i cappelletti).

“Aria di lago”, di Carla Bariffi, prefazione di Gianmario Lucini, Ed.Lietocolle 2006. Più intima, e calcante la tradizione, è la poesia della Bariffi. Nel titolo il seme della raccolta. Lei è di Bellano, posta sul Lago di Como. Aria e acqua, così, si uniscono, in luce acquerellata e sensuale (come nei dipinti di Gabriella Paneraj Stoppa che accompagnano la raccolta). Il linguaggio usato è essenziale, a momenti minimale, quando, in particolare, affronta suggestioni e sentimenti. L’insieme scivola, ventilato e con pelle increspata, al pari della superficie lariana. Inno al femminile, ci fa cogliere il palpito della ‘vera’ donna, quegli indugi, quelle sfumature, ma, pur anche, quel dirsi pronta al darsi con coscienza del proprio sé, sebbene il ‘sentire’ frastorni; quindi il subentrare del relazionarsi, anche amoroso, con determinata capacità di ritrovarsi nell’altro. Levità, delicatezza, ricerca d’armonia. Un suggerimento a Carla: osa maggiormente quando affronti le immagini, rendile ancora più vivide e avvolgenti, donacele con trasporto più vivido, se ti riesce, al fine di poterci ‘godere’ di te con ancora più desiderio e slancio.

“Marine e altri sortilegi”, di Pasquale Di Palmo, Ed. Il Ponte del Sale, novembre 2006. Ottima collana di poesia “La Porta delle Lingue”, là dov’è uscito il libro di Pasquale; le edizioni rodigine ci stanno offrendo una buona scelta di autori; curata e preziosa anche la veste grafica; già pubblicati libri, fra gli altri, di Farabbi, Munaro, Carminati, Priano, Aglieco. Nel suo insieme Di Palmo, noto anche come ottimo traduttore dal francese (vedi i suoi lavori su Artaud), scalzando scalzando arriva all’osso, incontra il ‘duro’ del corpo, investiga il proprio e l’altrui “momento di frattura”, in cui il ‘demone’ si fa largo, prende il sopravvento e può ingannare, può iniziare a ingannare… quindi può giungere a possedere totalmente, se non si è in grado di spogliarsi, chinare il capo e rendersi sguarniti di fronte all’assoluto e, appunto, ai sortilegi che ne aprono le porte, fino al punto di affidarsi totalmente ad esso e resistere al ‘male’ di vita e di scrittura. Magica la raccolta, intrisa di esoterismi e saperi arcani (e come non sentirmela vicina?). Anche i tempi… le ere si sovrappongono, portando a galla, da un fondo limaccioso, ciò che determina un comune denominatore ‘iniziatico’. Visionaria, a momenti, la dilatazione surreal-immaginifica. Convincente lo straniamento nelle prose poetiche e nel flusso narrante, che pervade tutta la raccolta. Ottimo libro, a mio parere, fuori dai ‘canoni’ e dalle consuetudini di un contemporaneo spesso ‘stitico’, calcolato e quindi privo di pathos. Di Palmo non teme di apparire anacronistico… anzi, reputo che il suo tratto ‘passatista’ sia, per lui (come anche per me), il ‘futuribile’. Non c’è ricerca; la sua è “una stasi in movimento”… “un già dato che riprende, ogni volta che l’autore pronuncia la ‘parola’, la sua originaria orbita circolare evocante.” Ben fisso sui temi cardine della conoscenza occidentale, Pasquale avanza e racconta di chiese, ponti, lagune, flagellanti, sangue che suggella, annegati, bambini veggenti, ebrei e investigazioni su morti misteriose. Il “decesso per acqua” diviene, così, metafora del sapere; le carni, fisiologia di un’identità mai rinnegata, seppure, nell’oggi, per i più, ‘gettata a mare’, si confondono con le alghe e si sfaldano nelle correnti, alimentando il pianeta. Cicli e ri-cicli, flussi e ri-flussi che invitano a non desistere, ribadendo che l’uomo è unico e sempre lo stesso, così come il processo di avvicinamento al ‘segreto’ non può che passare da certe liturgie e da certi simboli. Mia, questa di Pasquale che vi propongo, e, curiosamente, ciò si ripete per quasi tutta la raccolta (senza, ovviamente, che l’autore abbia plagiato o ‘orecchiato’ – è solo l’appartenere a una medesima ‘scuola’… a una stessa visione del fare letteratura): “Ora emergi, vascello / che hai per corde nervi / e vele di capelli, sul gorgo / velenoso del sangue / che sciaborda dalla polena / dell’occipite alla chiglia / capovolta del perone. / Seguirai la rotta perduta, / imbarcazione sbilenca / a cui basta per inabissarsi / solo l’ombra di un canto.”

“Fabulosi parlari”, di Alessandro Ghignoli, Ed. Gazebo, luglio 2006. Quando il libro uscì scrissi alle amiche Mariella Bettarini e a Gabriella Maleti, curatrici della collana dove il volumetto è apparso, che la raccolta di Ghignoli mi era piaciuta per alcuni motivi (a seguire), ma temo che al Ghignoli quei miei appunti non siano mai arrivati, quindi provvederò. Alessandro, che vive in Spagna, essendo docente presso l’Università di Alcalà de Henares e presso l’Università di Vigo, compone brevi prose poetiche (le definisco così) sfruttando e mischiando, almeno nelle prime che ci propone, l’italiano e lo spagnolo, lingue che pratica, mantenendo alto il registro della ricerca (quindi non indugiando, più di tanto, sullo ‘sperimentale’) così da trasformare quello che a una prima lettura potrebbe sembrare una sorta di ‘artificio’ (che pur nella sua compiutezza , almeno per l’ uso del linguaggio, si renderebbe prezioso) in racconto d’altri tempi. Infatti, procedendo pagina dopo pagina, la sensazione è quella di essere al cospetto di una sorta di ‘studente’ umanista che, intriso delle culture che ha visto e vissuto, ci rende partecipi, appunto, di un “fabuloso racconto” in cui il processo di formazione di un sapere s’innesta con il proprio essere nomade in un’Europa nel pieno del suo splendore culturale. Ecco, allora, composizioni in veste di aforismi, quindi massime, motti, riflessioni, sentenze con le quali difficilmente non si può essere d’accordo. Di ‘fabuloso’, perciò, resta ben poco… giusto il ‘vezzo’ dell’autore nel non dirsi (con la modestia che gli riconosciamo) ‘sapiente’, perché, proprio di fronte a una sorta di summa sapienziale (sebbene, e lo ripeto, la brevità dello scritto) ci troviamo, ma il dove alberga il ‘vero’, come diceva Tommaso D’Aquino, non è quantificabile tramite righe o numero di pagine, bensì per sostanza… e di sostanza qui ce n’è, a momenti anche troppa, per come si resta sulla scrittura e si può pensare di conseguenza, dilatandone, all’infinito, gl’intenti. Il libro, non a caso, porta la seguente dedica: “alla mia e altrui tradizione”, di modo che i cancelli si aprono e appare il guardiano dell’abisso: “ lungo la linea in cerca del limite nell’esercizio dell’errore la sentenza la paralisi silenziosa la maschera la complice innocenza di una voce dispersa nella teoria nel transito di un’immagine raccontata”. Nessuna punteggiatura ferma il flusso, tutto scorre, nel perenne riproporsi dell’incanto. Vicina, per propositi, alla raccolta di Pasquale Di Palmo, la ‘fabulazione’ rivelante i misteri di Ghignoli s’ingigantisce all’infinito, essendo opera totalmente aperta: “piano forte piano preparato teatro di voci litanie lettere toni graffiati lasciano segni chiusi in combinazione di respiri in filtri del pensiero s’intromette s’estrema per poi fluire nel tempo a gravare sul nervo”. Solo nel momento in cui la nota batte sulle corde la possibilità di dirsi, poi via ancora, sul ‘nervo’ dell’esistere, filamento ‘elettrico’ caro anche a John Cage, a cui è dedicata l’ultima-non ultima scrittura dell’insieme.

“Il tempo dovuto”, di Gabriela Fantato, prefazione di Mauro Ferrari, Ed. editoria&spettacolo, marzo 2005. “Vorrei , in una scrittura così ricca di gamme, indicare una nota dominante, suonata con maestria da Gabriela. E’ un doppio tempo, per così dire, della visione. Il suo sguardo dapprima fissa una scena – domestica, consueta, amichevole – e continua a fissarla, e nel suo insistere la trafigge, la getta nel suo risvolto segreto, buio, fecondo, drammatico: un altro mondo.” Così il comune amico Milo De Angelis ha scritto della Fantato, e, parimenti, mi trovo a sostenerlo, visto che la sensazione del ‘doppio binario’ ha colto anche me quando mi sono addentrato in questa sua raccolta. Ogni poesia, in effetti, vive una sua dimensione definita, poi, procedendo, anche merito il susseguirsi delle immagini, ci si trova a dover fare i conti con un continuo di ‘tangenti’, appellate, nel giusto, “Le geografie della fuga” da Ferrari, che così ha titolato il suo pezzo introduttivo. Sempre Ferrari scrive: “Il tema centrale della fuga, modulato come perdita e sradicamento nel presente e negli spazi dell’esistenza, si rivela ad esempio sempre più come rifiuto di una precisa e fissa individualità, a favore del continuo divenire di una soggettività che è orma e matrice del cambiamento.” Forse che in una realtà, come nell’oggi stiamo vivendo, non ci si possa più dire (o farsi dire) in base a un presente a cui assistiamo, per divenire ad un’essenza solo tramite ciò che diviene, in un istante, ricordo? Pare proprio di sì. Questo è ‘il tempo dovuto’, non vissuto, ma, almeno, ‘dovuto’. E chi ci ‘deve’ tale dimensione? Eccovi una delle poesie di Gabriela: “c’è un senso largo della vita / in questo andare avanti, in furia / tra corridoio, scala e nel metrò / c’è una fuga lunga, senza sguardo / piegati a terra dentro al camminare // chissà dove finisce, dove si frena / la caduta e il cuore vede con la mente / (là vorrei tenerti per mano, bambino mio / che non ci sei e ti porterei / a tacchi alti dentro il mondo)”. E’ il cuore che ci ‘deve’ il tempo, visto che batte a tempo per natura (…o, almeno si spera, quando è sano), ma non un cuore ‘appassionato’, bensì tragicamente (più che drammaticamente) conscio di dover passare dalla rathio al fine di trovare un luogo, seppur mutevole, dove fermarsi e concedersi al sentimento, concedersi al possibile dire, al possibile ‘condurre per mano’, al possibile rendersi guida di sé e della propria carne, di quella materia scaturita dalla materia che ci compone… sua essenza, sua proiezione, quindi (si confida) sua permanenza, sua emanazione (nel perenne). Tragicamente vero anche questo. Un sentimento non resta (o, dal sentimento, l’uomo sempre fugge), rimane l’analisi di quel sentimento, ciò che si è appreso tramite quel sentimento, ma non, più, la sua struggente componente ‘romantica’… non più il brivido, ma solo la concettualizzazione dello stesso. Con ciò non voglio dire che la Fantato non ‘senta’, anzi, è proprio il troppo sentire che la porta a dover razionalizzare l’evento per non soffrirne. La consapevolezza del poeta risiede in tale processo? Sì, e non solo, anche quella del filosofo. Ed ecco il ‘trafiggere’ di De Angelis. Il come, ahinoi, non possiamo custodire la farfalla se non trapassandola con uno spillo. In ciò la metafora del bello, e anche quella della libertà. E a che prezzo ci costa il cambiamento! Ma è sempre stato così… se, infine, può consolarci.

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Riviste giuntemi degne di nota (perché molto interessanti e ricche):

“La mosca di Milano” intrecci di poesia, arte e filosofia, semestrale, anno IX numero 15, dicembre 2006. Direttore: Gabriela Fantato  www.lavitafelice.it

“PaginaZero” Letteratura di Confine, numero 10, gennaio 2007. Direttori: Mauro Daltin e Paolo Fichera www.rivistapaginazero.net

“AltroVerso” Quaderno di segni contemporanei, numero 11/12, settembre 2006/gennaio 2007. Direttori: Valentino Camposarcone e Luigi Fabio Mastropietro www.altroverso.splinder.com

14 pensieri su “Libri giuntimi (rubrica 3)

  1. Sempre importante questa attenzione. Essenziale. Sono i libri belli che riescono a parlare di noi, dei nostri tempi, nel modo che la parola comune non riesce. La parola comune ci porta spesso al litigio; quella della poesia ci conduce per mano, o con i vetri sotto i piedi, allo sguardo comune, alla comunanza della specie, alle cose che ci riguardano tutti. Dei libri recensiti conosco bene quello di Gabriela e quello di Pasquale. Due libri bellissimi e importanti. Grazie per averne parlato qui.
    Sebastiano Aglieco

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  2. Gian Ruggero, grazie per la frizzante recensione.
    PS
    “non faccio che piangere adesso” è l’incipit di una famosa poesia di Allen Ginsberg (uno di quelli che ti restano per sempre in testa) è il mio è proprio un tentativo di ripresa personalizzata, per usare il pathos cercando di non scadere nel patetico.
    PPS
    L'”arido” che piange per i cappelletti perduti (come l’ossimro “riso amaro”) apprezzato molto. Per dire che alla fine, riso e pianto (come l’amido e l’umido) spesso vanno insieme.

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  3. Grazie a voi… doveroso per me, vista la gentilezza.

    @ Antonella. In effetti ‘giuntimi’ sa quel tanto d’antico… di lettere a Zia Clotilde (sempre pronta a dispensare consigli sul come passare la prima notte di nozze o sul come inamidare un colleto) o alla cuoca Suor Letizia – rubriche che dolorosamente mancano nei moderni magazine al femminile, pagine per nulla paragonabili alle ‘banalate’ di Crepet, perché mirabolantemente costruite con somma classe – rubriche che leggevo su Grand Hotel, settimanale che mia zia… la moglie del siciliano/tuo compaesano… ogni tanto comprava a metà degli anni ’60 🙂

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  4. Grazie Gian, per l’attenzione, il tempo, la capacità, di entrare in ogni “piccolo mondo a sè”, che sono questi nostri libri.

    Prendo atto del tuo consiglio
    renderò più vivide le immagini!

    Un grandissimo, caldissimo, abbraccio
    carla

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  5. Caro Gian Ruggero,
    non finisci di stupirmi: non sapevo recensissi riviste e libri, e lo sai fare, per di più, molto fuori le righe, tradizionali, di scritti seriali, come vanno di moda oggi, le recensioni. .(scambismi per debito contratto, per noia, per lusinga etc).
    Ma a questo punto, io che navigo, da pochissimo, per riviste on line,e che ti conosco, apprezzandoti come intellettuale ed autore, ti farò una sorpresa: ti invio “Album feriale”(salvato in rilegato) poichè l’editore, come tanti, non volle fare allungo di tiratura..ed eccoci come gli amanuensi a duplicare. evviva!
    Fortuna che la rete sta instaurando reale democrazia, piazza e non soltanto mercato non non ho dubbi, e questo potenziale, sta portando un’aria nuova, vera soddisfazione, a mie valutazioni di fondo sullo stato della critica (e dell’ambiente),che restano allarmate, invece: per una, diciamola, coazione al gioco dei ..pifferai magici, quelli pestiferi però.
    Saluto caramente(e ti invio),oltre che auguri
    Maria Pia Quintavalla

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  6. Mi associo ai complimenti di Maria Pia e degli altri sul tuo modus di recensire. Sempre ottime segnalazioni e spunti interessanti. Di quelli segnalati ho letto solo il libro di Giancarlo che ho apprezzato molto, come lui sa!Buona lettura.
    Un caro saluto

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  7. @ Carla. Il mio consiglio è per poterti ‘gustare meglio’, come disse il lupo a Cappuccetto Rosso 🙂

    @ Maria Pia. Attendo il materiale… poi dirò. Grazie dei complimenti.

    @ Luca. Lo stesso valga per te.

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  8. caro GRM,
    per prima cosa grazie per il tuo tempo, la tua lettura, l’interesse che hai dimostrato e dimostri per la poesia degli altri, non così comune. per quanto riguarda la tua “lettura” del mio “Fabulosi parlari”, non posso che esserne contento. avrei un appunto, non ne tuoi confronti ma in generale sull’idea di poesia in prosa, prosa poetica… per quanto mi concerne le mie sono poesie – al massimo senza verso -. per me la distinzione fra poesia e prosa non passa per chi usa tutta la riga o ne utilizza solo una parte, (verso significa tornare). nel mio caso si tratta di un a-capo assente, una maniera di veicolare significato e significante. non voglio dilungarmi troppo, alla fine è sempre il vecchio problema etic-emic.
    ancora grazie per le tue preziose impressioni di cui farò tesoro.

    un abbraccio

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  9. credo che recensioni così chiare e liberamente scelte siano sempre utili agli autori quanto ai lettori. Chissà che questa diventi una rubrica a scadenza regolare.

    un caro saluto

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  10. @ Alessandro. Prendo nota e ti ringrazio dello specifico. Bisognerebbe farne un post, così da confrontarci anche su queste tematiche diciamo ‘formali’. Ne terrò conto quando recensirò i tuoi prossimi lavori. Grazie, ancora, del bel libro.

    @ Gugl. Sono arrivato alla terza rubrica + l’assolo sul tuo libro ne L’Attenzione + l’assolo sul libro di Merlin, qui, che mi ha fatto reincontrare oltre che il poeta anche l’uomo, quindi, se gli amici mi riforniranno di bei testi, di certo continuerò… varrà per i tanti anni (31-32) di pratica letteraria in cui avrò redatto, al massimo, 40 recensioni + 60 note, visto che anche quando dirigevo Origini non davamo spazio alle recensione, avendo scelto di privilegiare solo i testi inediti dei poeti invitati. Ora, a 50anni, che compirò il 22 marzo prossimo, reputo sia giunto il tempo, oltre il tempo, di dedicarmi a voi non solo nel mio privato piacere (quale lettore), ma anche nel pubblico, segnalando i vostri lavori.
    Un affettuoso saluto anche a te.

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  11. Ora ho collegato Alessandro Ghignoli il tuo libro. Mi ha detto mia madre che è arrivato un libro dalla Spagna, ora penso di comprendere che sia il tuo!Leggerò presto anche io e scusami se non ti ho risposto, pensavo fosse un’altra cosa dalla Spagna. Mi perdo nella marea di libri. Questa recensione mi ha incuriosito ancora di più…
    Un caro saluto

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  12. sì Gian Ruggero, potrebbe essere interessante. lo dico perché a volte, senza nessuna malafede -così voglio pensarlo- si è portati a classificare le cose un po’ per come sempre ci sono state date, soprattutto sulle questioni formali. ma ne riparleremo, ne sono sicuro.
    caro Luca non ti preoccupare, il solo fatto che utilizzerai il tuo tempo per leggere le mie cose mi sembra già un bel regalo.

    un abbraccio

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  13. Figurati Alessandro, a me fa molto piacere leggere libri e apprezzo quando qualcuno me li dona, davvero… 🙂
    Un caro saluto e a presto

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