Folli o ciechi?

Possiamo dire che le “immagini della morte”, da quando l’uomo ha acquistato una consapevolezza sulla sua fine, hanno subito trasformazioni evidenti nel corso di alcuni, fondamentali, periodi storici. Nell’antichità, in cui l’uomo era al centro dell’universo e delle sue vicende naturali, si aveva una visione antropocentrica e fatalistica della morte, caratterizzata dalla sua accettazione, anche se tragica.
Quindi si passò alla prospettiva mistico/religiosa medioevale, con l’immaginario macabro e terrorizzante segnato dal memento mori, le danze macabre, le vanitas, il contemptus mundi, le ars moriendi inserite nel ciclo delle grandi epidemie e pestilenze. Nel ‘700 si arrivò, con l’Era dei Lumi, ad intendere la morte come un processo naturale, dovuto a regole inalienabili, sostenute da speculazione positivistico-razionaliste (ma fu prerogativa di pochi eruditi, visto che i molti, ancora, la vivevano come un assillo). Di seguito si giunse al Romanticismo, con l’estetismo della morte, che caratterizzava le immagini delle morti belle (o belle morti) tipiche dell’ ‘800 e anche del ‘900 (vedi il famoso “a cercar la bella morte” di nazi-fascistica memoria). Quindi si è approdati al periodo contemporaneo, dove domina in modo contrastante l’immagine di un evento considerato da una parte ancora mistero, ma non più sacro o accettabile, come un tempo, bensì orrido e irrisolvibile (1), e, dall’altra, a una costante e perpetua ‘sfida’ ai limiti (naturali) imposti dalla condizione umana (forse quale reazione-esorcismo a tale orrida consapevolezza descritta al punto 1?). In quest’ultima prospettiva vanno messe le immagini attuali di un morire cercato o voluto (alcool, droghe, spericolatezza, vita stressante, anoressia, sesso sfrenato senza precauzioni… quindi morte non solo fisica, ma, soprattutto, psichica etc.). Si può dire, coerentemente con le contraddizioni che lacerano la società post industriale-post moderna occidentale, che queste “sfide al limite” hanno in fondo la potenzialità di riaffermare la vita attraverso un tragitto di morte e rinascita, che avviene seguendo il percorso di un morire ricercato (speciale) dell’individuo, per non sentirsi più persona qualunque, da cui si origina una sorta di immagine di ‘eroe moderno’ (seppur e ancora ‘maledetto’), che attraverso la sua morte genera il ‘mito’, e infine nell’inevitabile sostituzione del mito con le regole di realtà che fanno ritornare (come riferimento) a un quotidiano comunque rifiutato. Un percorso, questo, che potrebbe essere accettabile se solo vi si intravedesse una ricerca di senso e di valori; ma dal momento che tali sfide fanno apparire le condizioni dell’esistenza meschine, almeno a mio vedere, l’esistenza stessa perde di senso. Tra l’altro gli stessi strumenti usati per andare oltre il limite hanno, nella loro pur sconcertante semplicità, una proporzionale complessità di significato che trascende il loro scopo e dà alla sfida con la morte un carattere ancora più esaltante e appassionante. Questi fenomeni riportano all’importanza e alla necessità di investigare sulle radici storiche e culturali di una determinata società, il che apre anche il quesito sul significato, per ogni singolo individuo, di appartenere a un contesto sociale che manipola la vita e la morte in un determinato senso. Questo ha il significato, inoltre, di mettere in discussione la finalità delle nostre azioni, dei comportamenti, di ciò che, in parole povere, caratterizza la nostra esistenza, di fronte alla presenza, appunto, del pensiero costante della morte (come infine risulta nella nostra attuale società). Uno dei motivi che rende complicato affrontare questa riflessione è la difficoltà, oggi, di sentirsi appartenenti a una collettività, a un sentire comune. Ciò è in gran parte dovuto, a mio vedere, allo sviluppo dei meccanismi di informazione e comunicazione e alla loro rapidità, che tendono insieme a coagulare e parcellizzare il sapere, così che un individuo sente di poter uniformare le sue conoscenze in modo autonomo, senza un vero confronto con la cultura collettiva. Ma non meno importante è considerare una delle caratteristiche dominanti nella società di oggi che è il pluralismo di opinioni e di visioni del mondo. Uno stimolo alla riflessione può essere, a questo proposito, un’osservazione di Josè Saramago – premio Nobel per la letteratura – “Oggi le paure prime sono sicuramente quelle della malattia, della vecchiaia poi della morte, ma con quest’ultima abbiamo imparato a convivere, mentre resta la più grande e vera paura, che è quella del non vivere”; cioè l’individuo ha più paura di perdere la sua identità e ciò che la caratterizza: quello che ha raggiunto, che possiede, che ha costruito in un progetto orizzontale, destinato ad avere una fine; quel limite che la generazione del “no limits”, dell’individualizzazione, non sa e non vuole accettare. Si assiste, così, a una perdita di sensibilità nei confronti dei grandi misteri, dal momento che la paura della morte è uguale alla paura della vita. Siamo di fronte a un’alienazione, a una nevrosi, a una sindrome schizoide che divide la personalità in due mondi in lotta: quello della vita eterna e quello dell’impossibilità di ottenerla. Ma allora cosa desidera raggiungere l’occidente da questa sfida? Apparentemente proprio una vita eterna che continui su questa terra, spesso detestata, ma comunque sempre migliore di ciò che non si conosce (dopo la morte) o di ciò che ci può fare conoscere solo la fede. E ciò, ultimamente, è supportato dagli allettamenti di un futuro che prospetta una vita sempre più lunga (altra follia, a mio avviso, in questi tempi di folli).

74 pensieri su “Folli o ciechi?

  1. Uno stimolo alla riflessione può essere, a questo proposito, un’osservazione di Josè Saramago – premio Nobel per la letteratura – “Oggi le paure prime sono sicuramente quelle della malattia, della vecchiaia poi della morte, ma con quest’ultima abbiamo imparato a convivere, mentre resta la più grande e vera paura, che è quella del non vivere”

    ciao g. da m.

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  2. Ottimo post!Io penso che qui in occidente, comunque nei paesi cristiani abbiamo una paura della morte più forte che in altre religioni!Nonostante ciò stiamo andando verso una lenta autodistruzione quasi consapevoli che tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Trovo una sorta di ybris, di arrogante incoscienza la piega che ha preso la nostra società. Il pianeta e non solo, sta morendo, nemmeno poi troppo lentamente, e l’uomo procede dritto coi paraocchi. Che sia destino?
    Un caro saluto

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  3. Si pensi a questo: la morte, l’argomento per eccellenza della riflessione e del dialogo (“tota philosophia commentatio mortis est”, scrive Cicerone, ovvero la filosofia è essenzialmente una meditazione della morte), oggi è evitata nel discorso di tutti, massime in Italia. Nascosta in un angolo, sottoposta a tabù. In Occidente essa è relegata nella fiction cinetelevisiva (dove per compensazione abbonda, insieme alla violenza)e negli ospedali, dove è amministrata tecnicamente. La gente non ne vuole sentir parlare. Ma questo secondo me va inquadrato nel “pensiero vittimario” vigente, cioè nel trionfo del senso di colpa nello stesso Occidente, che si sente responsabile di tutti i mali e della violenza del mondo, delle vittime di ogni tipo. I non occidentali, gli animali, perfino le piante: tutti ci appaiono vittime. In TV, ad esempio,vige una censura assoluta: non si vedono mai ammazzare gli animali, quelli di cui ci nutriamo, e se si fa una trasmissione sul prosciutto di Modena, l’unica cosa che non ti fanno vedere è l’uccisione del porco. Non farebbero mai vedere una contadina che tira il collo ad una gallina. Un motivo ci sarà… tutto si tiene. Nella coscienza diffusa ogni vittima è inaccettabile,ogni morte ingiusta, compresa quella del pollo, e mangiamo il panino col salame in piena falsa coscienza.

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  4. Tema complesso e inesauribile al capolinea un po’ di tutti gli altri, e legato a quello della fede e dei valori, al sentimento dell’esistere. In una battuta, parlerei di una viandanza naturale – individuale (vocazione) e cosmica (destino ultimo)- di una devianza da essa (dolore, inquietudine, possibile malattia), e del salto fuori solco (morte fisica provocata o naturale); e del bisogno conseguente di accordatura e sintonia col nostro sentire profondo e mutevole, e col mondo, e nel nostro tempo.
    Intuirsi cellule infinitesimali e funzionali di un più vasto organismo, all’interno di un destino comunque imperscrutabile di vita/morente e di morte/nascente, proiettata verso un dove indefinito?
    Ottimo post, grazie Gian Ruggero. Giovanni

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  5. Appoggio pienamente il commento di Gianni, anche gli altri naturalmente.
    Penso che la mancanza dei valori e della fede,(fede in qualunque cosa, non necessariamente in Dio)siano
    punti fondamentali
    per una sana e salda crescita individuale.

    Un caro saluto
    carla

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  6. tema sempre attuale con il quale è difficile fare i conti (per il noto teorema di epicuro). personalmente, vedo nella morte un dramma catartico: ci dimostra fino a che punto amiamo la vita. per questo la morte che fa più male non è la nostra, a mio parere, ma quella di chi amiamo. perdere l’altro è “la” tragedia. il salto di qualità è nell’accorgersi che l’altro è rimasto, in qualche modo (e qui ognuno ci mette la sua “fede”: nella memoria, nella storia, in una vita definitiva, più che eterna). la morte si spiega con la vita, inevitabilmente.
    fabrizio

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  7. scusate,
    chiaramente intendevo dire che questi valori sono necessari,
    la loro mancanza può portare alla follia o alla non capacità di individuare le cose importanti della vita.

    un bacione
    carla

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  8. A chi interessa, sull’argomento segnalo questo saggio:

    AA.VV., Homo moriens. Ermeneutica della morte da Omero a oggi, Pellegrini Editore, Cosenza, 2006

    Buon we
    sandra

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  9. Grazie a tutti… perdonate se non potrò essere più di tanto presente, ma problemi famigliari mi tengono lontano dalla tastiera. Siete sempre splendidi. Spero, ritornando, di poter leggere altri pareri-commenti. Un abbraccio a tutti voi.

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  10. Quanti incroci : di pensiero, di generazioni, che lezione densa questo discorso propone, e presuppone.
    Come faremo, non lo so.(Eternizzare il presente, perdere il contatto col mistero, e con la coscienza collettiva..) Cosa odono le nostre orecchie, e come stanno rileborando, è un post in progress,questo, come quelli che proponi tu, Gian Ruggero!
    Dopo che ci provochi, positivamente, dovremmo poi incontrarti, bere un bicchiere di vino, o fare una passeggiata insieme, per digerirli, o per tirarci su il morale ..
    A presto, Maria Pia Quintavalla.

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  11. Gian Ruggero – volevo commentare ho fatto casino come al solito ed è finito che quello che avevo da dire l’ho scritto sul post di Beppe Salvia.

    Aggiungo solo che abbiamo così tanta paura della morte e di non vivere perché siamo presuntuosi. Ci vediamo come le creature elette, mentre invece siamo esattamente come qualsiasi altra cosa che vive, respira, s’interrompe e forse fluisce altrove.

    C’è un grande sollievo nell’imparare a sentirsi piccoli, nel tornare all’uguaglianza vera delle cose, che è il gran bene della morte. La forza più grande non ci serve per contrastare, lottare, affermare, ma per accettare. E ci vuole tutta una vita e anche tutta una morte (perché a chiunque prima o poi capita di affrontare la morte di chi si ama) per riuscirci.

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  12. Parafrasando il Nobel portoghese autore di “Cecità”: la più grande e vera paura è quella del “vivere”. E il rifugio autodistruttivo in “alcool, droghe, spericolatezza, vita stressante, anoressia, sesso sfrenato senza precauzioni…” lo dimostra in modo inequivocabile: la paura di vivere una vita intesa come partecipazione collettiva (oggettivamente non favorita in questa società dell’impero globale: lavori bene, mi hai fatto fare un sacco di soldi, ma vado a produrre in India così spendo meno e guadagno ancora di più: arrivederci e grazie… produci-consuma-crepa; poi c’è l’altra faccia della medaglia: internet, ultimo baluardo di democrazia [quella vera, tanto cara ai nostri padri greci]… finché non metteranno le mani anche su questo). È un quadro realistico del tempo che ci è toccato in sorte di affrontare… Tuttavia, cerchiamo di non nasconderci dietro gli alibi. Ritorniamo al tema: il punto cruciale è: “ciò che non si conosce”. Cosa accadrà dopo la morte? È mai possibile che un essere capace di pensare, fare arte, porsi queste medesime domande… debba svanire nel nulla? Il nulla! Allora giungono in soccorso i preti (non Fabrizio, che dice cose condivisibili anche da un agnostico) con rassicurazioni suadenti: comportatevi bene, fate i bravi… e vivrete in eterno! No, per favore! Pietà! Io non voglio vivere in eterno, mi annoierei a morte… vorrei soltanto “vivere”. È possibile? Ok, non sono impazzito, è tutto sotto controllo. Cambiamo registro. Ritorniamo al cuore del problema: ciò che non si conosce o, per meglio dire: l’ignoto. Sia chiaro, io non intendo convincere nessuno, ognuno difenda la propria opinione che continuerò in ogni caso a rispettare. Ma, signori miei, consentitemi un ragionamento. La morte è poi così terribile? In fondo, non è la cosa più naturale, certa e democratica della vita? Anzi, non è per caso la morte stessa una parte fondamentale dell’esistenza? Non è la stessa morte che caratterizza in modo peculiare-unico l’esistenza? Dove andrebbe a finire il ciclo biologico senza questa nostra fedele compagna che tanto detestiamo? D’accordo, conosco le domande di sempre: da dove veniamo, dove andiamo, cosa stiamo a fare su questa terra?… Ma è così difficile rispondere in modo naturalistico, senza per forza dover ricorrere a dogmi, rivelazioni, discipline esoteriche?: abbiamo avuto la ventura di essere parti infinitesime di un universo caratterizzato da un parametro indispensabile per essere descritto e compreso: lo spazio-tempo. In altre parole, un insieme di ‘eventi’, che per loro stessa natura hanno avuto un inizio e avranno una fine. Cosa c’era prima o cosa avverrà dopo non ha molta importanza. In verità non è neanche corretto porre una tale questione (lo facciamo a causa di un nostro limite…) per un motivo molto semplice: i concetti di prima e dopo hanno senso soltanto all’interno di questo insieme “finito” di eventi: al di là dei suoi confini, la nozione di tempo non ha nessun significato (come è priva di significato la nozione di eternità…). Certamente, vivendo all’interno di un tale mondo è difficile non pensare in termini spazio-temporali. Ma allora, se vogliamo pensare in questi termini, c’è una sola disciplina che potrà indicarci la strada corretta da intraprendere: la scienza. Attenzione: sto parlando da agnostico, non da ateo. Intendo dire: tutto ciò che accade in quel “cono” spazio-temporale fatto di massa-energia-carica di cui siamo parte integrante è regolato da leggi scientifiche “assolute” (a dispetto della confusione diffusa, ancora oggi, intorno alla teoria della relatività e alla meccanica quantistica): alcune sono state scoperte, altre ancora no: in ogni caso è ormai certo il metodo da seguire per scoprirle. Dunque, entro questo ambito, quale uomo di scienza, non posso accettare soluzioni diverse. Nondimeno, se ci spostiamo al di fuori di tale “giurisdizione” – cioè al di là dei suddetti confini – sono anche pronto a valutare soluzioni di tipo trascendente… Ciò che non potrò mai accettare sono le invasioni di campo: per favore, diamo a Einstein quel che è di Einstein.

    Gran bel post, Gian Ruggero.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  13. ora che l’intero coincida con l’intero dell’esperienza non è per nulla cosa ovvia e ha bisogno di un tentativo di fondazione. se questa fondazione non viene fornita, l’elevazione ad intero dell’esperienza al rango di intero ha i caratteri della presupposizione dogmatica che… contraddistingue l’ideologia e, pertanto , troviamo qui giustificata pienamente l’affermazione del carattere ideologico dello scientismo, il quale appunto consiste nell’assumere l’intero della scientificità a valore di intero totale”
    (e.agazzi, il bene, il male e la scienza. le dimensioni etiche dell’impresa scientific-tecnologica, rusconi.p 82)

    la scienza non ha a che fare con questioni che non rientrano nel suo mandato, il dominio dei fatti naturali. per esempio si interessa ai valori soltanto come oggetti di esame descrittivo. ma la restrizione del suo dominio conseguente alla limitatezza della sua missione non autorizza a scartare come non senso ciò che la trascende. la scienza non ha l’esclusiva sulla “conoscenza”: il suo dominio è molto più piccolo di quello della ragione in generale. ci sono molti modi di conoscere e la scienza è soltanto uno di essi…l’uomo fa parte dell’ordine umano delle cose e non soltanto di quello normale. c’è più realtà di quella che si contempla; nella severa ma stimolante scuola della vita ci troviamo davanti a problemi per la cui soluzione i nostri studi scientifici non sono di aiuto.
    (n. resher, i limiti della scienza Amando, roma 1990.pa241 sg)

    e visto che citi einstein

    la scienza può essere creata solo da coloro che sono inegralmente convinti delle aspirazioni verso la verità e verso la comprensione. ma questa sorgente di sentimento nasce nella sfera della religione, alla quale appartiene anche la fede nella possibilità che le regole valide per il mondo dell’esistenza siano razionali, comprensibili cioè con la ragione. non riesco a concepire un vero scienziato senza una fede profonda. la situazione può esprimersi con un’immagine: la scienza senza religione è zoppa la religione senza scienza è cieca”
    (a einstein, pensieri degli anni difficili, bollati boringhieri,p 134)

    n bobbio diceva che se le grandi risposte sono fallite la grande domanda resta.

    la scienza e tutte le sue ragioni non potranno mai dare ragione della grande domanda sul senso dell’umano esistere, nè l’uomo smetterà di fronte ai suoi limiti di tentare di superarli. ci sono ragioni che la ragione non comprende diceva pascal, è il caso di ricordarlo sempre.

    saluto tutti
    elena f

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  14. “Che l’intero coincida con l’intero dell’esperienza non è per nulla cosa ovvia”: infatti, vedi relatività e meccanica quantistica (inizio Novecento).

    “La scienza non ha a che fare con questioni che non rientrano nel suo mandato, il dominio dei fatti naturali. per esempio si interessa ai valori soltanto come oggetti di esame descrittivo”: non è vero, la peculiarità di un modello scientifico è quella di fare delle predizioni. Può accadere che una predizione fallisca, ma se ciò accade non vuol dire che il modello non sia valido (assunto che sia un modello “scientifico” e come tale falsificabile – vedi Popper), vuol dire che quel modello non è valido al di là di un certo dominio (la meccanica newtoniana non va bene per descrivere i fenomeni che rientrano nel principio di indeterminazione di Heisenberg [es.: moto degli elettroni], né per quelli che sono peculiari della relatività ristretta [velocità prossima a quella della luce = 300000 km/s] o generale [energie estremamente elevate – es.: buco nero]; ma è considerata un’approssimazione più che accettabile per la descrizione [e predizione] degli altri fenomeni).

    “bobbio diceva che se le grandi risposte sono fallite la grande domanda resta”: Bobbio forse non aveva capito nulla di Popper.

    Cara Elena, le tue citazioni sono il frutto di quel peggior neoidealismo crociano che tanto ha danneggiato e tanto continua a danneggiare il cammino della conoscenza (e dello sviluppo) nel nostro paese (che è agli ultimi posti in Europa riguardo a ricerca e innovazione… e i nostri migliori cervelli debbono fuggire all’estero!). Sono le citazioni come le tue, estrapolate dal contesto e non supportate da argomentazioni valide (scientificamente) l’emblema di quel dogmatismo che ci riporta ai tempi dell’inquisizione (Galileo è stato riabilitato solo qualche hanno fa… alcuni ancora oggi credono che la terra sia piatta e che si trovi al centro dell’universo…). Purtroppo ritorna la questione dell’”ignoto”, non mi sbagliavo. Tutto ciò che non si conosce fa paura, lo si evita, lo si considera un male, un pericolo da evitare anziché cercare di comprenderne la struttura, le implicazioni, il dominio (ma tutto ciò comporterebbe studio, impegno… umiltà). Con le citazioni, con gli slogan non si va da nessuna parte, cara Elena, soprattutto quando si parla di scienza. Soprattutto quando non la si conosce. 😉

    “La scienza senza religione è zoppa la religione senza scienza è cieca”.

    Rileggi bene il mio intervento: non vi è contraddizione col pensiero di Einstein (che era credente dichiarato), il mio è espresso secondo un punto di vista leggermente diverso (ma non più di tanto), che è quello di un agnostico. Fra gli scienziati ci sono gli atei, gli agnostici e i credenti. Proprio come in tutte le altre categorie.

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  15. @pasquale

    le citazioni son lì solamente a ricordare che la scienza può dare ragione esclusivamente di ciò che cade sotto il suo dominio, ovvero delle “palafitte ” come la chiamava popper su cui fonda di volta in volta le sue precarie conoscenza. il resto è demandato alla riflessione filosofica, al paradosso metafisico, a quella ricerca che nonostante i limiti umani da sempre si pone domande sul senso e fine dell’umano esistere. per quanto gli scientisti (non tutti gli scienziati lo sono) cercheranno sempre di imporre un unica ragione quella scientifica, essa non può e non deve rispodere dell’etica e dei valori dell’umano che sono compito di un pensiero che non si limita ad osservare come sono le cose ma che si chiede come potrebbero e dovrebbero essere.

    c’è un unico pericolo per l’umanità: che imploda in se stessa nell’illusione di poter dominare con la ratio, intesa come calcolo e misura, ciò che di irriducibile alla mera ratio c’è nell’umano. ma grazie a Dio sono in molti ancora a porsi domande e a cercare risposte, non solo nei teoremi e nei microscopi.

    saluto tutti
    elena f

    ps
    pre-dire per la scienza rimane un fatto di osservazione di ciò che è misurabile, la scienza non crea la natura, non la inventa, può solo conoscere attraverso ipotesi(falsificabili) se è come crede che sia.
    l’etica e la metafisica si interrogano sui fondamenti dell’agire e dell’essere. ambiti separati per scienze separate.

    di nuovo saluto tutti

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  16. Cara Elena, vedo con piacere che hai abbandonato le citazioni… Sul significato della scienza (e di ciò che intendeva Popper) non solo non ci capiamo, ma siamo distanti anni luce (tanto per rimanere in tema cosmologico). Tuttavia la cosa non mi meraviglia: come ho detto in altre occasioni è questione di vocabolario; e di metodo. Un ultimo tentativo, dopodiché mi arrendo: prova a intendere le conoscenze scientifiche come dei lemmi, delle tappe intermedie, dei sassi che ti aiutino a superare il guado anziché delle conoscenze “precarie”: è così che va interpretato il pensiero di Popper sulla falsificabilità delle teorie scientifiche, non è difficile… A ogni modo, vorrei riportare l’attenzione sul tema della morte, che è quello – difficilissimo – coraggiosamente proposto da Gian Ruggero. Per quanto mi riguarda ognuno è libero di credere in ciò che vuole: nell’inferno e nel paradiso, nella metempsicosi, negli dei… se ciò può servire a fargli affrontare serenamente la propria condizione. Mi fa specie vedere uno che sceglie un tale “facile” percorso trascurandone altri razionali ancorché più ardui. Ma ripeto, se ciò può servire a farlo vivere meglio va benissimo. Tuttavia, per esser chiari, provo una maggiore stima verso uno scienziato credente che nei confronti di uno che abbia fede senza saper nulla di scienza (preciso: uno che pur avendone la possibilità non l’ha studiata…). Di fronte alla realtà della morte reputo che noi occidentali ci ostiniamo a rimanere “ciechi”, incapaci di accettarla in maniera naturale (e spero che non mi si contesti almeno in questo caso l’uso dell’aggettivo). Il modo in cui si tenta di esorcizzarla dipende dal fattore socio-antropologico e dal periodo storico. Fino a qualche decennio fa c’erano le processioni oceaniche (specialmente nel nostro meridione), le tradizioni di stampo medioevale, i rituali spesso impregnati di superstizione… Oggi si assiste alle manifestazioni di edonismo più sfrenato, ci si pompa in palestra, si deve a tutti i costi somigliare alle modelle superfighe (personalmente preferisco la donna un po’ in carne…), non si deve invecchiare mai (per cui si assiste allo spettacolo penoso di settantenni mostruosamente ringiovaniti, i capelli miracolosamente ricresciuti, l’espressione tirata, fastidiosa, innaturale…). Per quanto riguarda il discorso dell’etica sono d’accordo – non è in contraddizione con lo scientismo, sono due campi separati – ma non capisco “che ci azzecca” col tentare di capire cosa accadrà dopo la morte (a parte la favoletta [non per chi ci crede]: fate i bravi così andrete in paradiso…).

    “La scienza non crea la natura, non la inventa”: d’accordo, ma se fosse meglio conosciuta e meno osteggiata forse potrebbe aiutarci ancora di più (se oggi abbiamo un’aspettativa di vita media di circa ottant’anni non è certo merito della metafisica…).

    Buona serata.
    Pasquale

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  17. capisco benissimo quello che dici ma non condivido che è diverso dal dire che non ci capiamo.

    Interrogarsi sulla morte è una questione metafisica o di fede,non di scienza.
    interrogarsi sull’etica significa tentare di impostare la propria vita in una direzione piuttosto che in un altra e credo attenga all’ateo come al credente, e che abbia a che fare con ciò che uno pensa sia la vita e con essa la morte.

    per credere nella vita non serve essere scienziati, altrimenti l’analfabeta o il demente non avrebbero diritto di cittadinanza in questo mondo, ma anche l’analfabeta può chiedersi che senso abbia il suo vivere e il suo morire.

    è il senso che la scienza non ci dà ed è quello che ricerchiamo,( quasi tutti almeno). alla domanda ultima la scienza non può rispondere, e immettere l’uomo nel circuito di ciò che nasce e muore non risolve il problema, lo sposta solamente, perchè quella domanda continuerà a dominare la sua esistenza
    perchè c’è qualcosa e non il nulla?

    saluto tutti
    elena f

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  18. Scienza e riflessione sulla scienza non sono la stessa cosa. Spesso gli scienziati che ragionano di varia umanità risultano penosi, e spesso, anche quando brillanti nel loro campo, risultano estremamente poveri dal punto di vista umano. Ne ho conosciuti molti, soprattutto fisici. Alas!Le loro vite private erano regolarmente fallimentari. iò nulla toglie al valore conoscitivo della fisica.

    L’esperimento scientifico è sempre affascinante (ma il suo essere affascinante non è un dato scientifico in sé)e portatore di conoscenza. Conoscenza settoriale. Ne ho fatti anch’io, nel mio piccolo, anni fa, studiando la chimica del veleno delle formiche (soprattutto della specie myrmica ruginodis e lasius fuliginosus). Tuttavia la scienza di per sé esclude le qualità e tende al quantitativo. Non esiste una formula della bellezza come esiste una formula del veleno della myrmica (simile a quella del veleno della vipera,tra l’altro). Pure, la bellezza esiste, e ne facciamo esperienza continuamente. Non solo, ma la valutazione dei risultati della scienza, e le decisioni sul che farne, su come applicarli, non hanno alcuna scientificità. E, per finire, se io dovessi lodare la scienza perché ha consentito a mia zia di arrivare a 84 anni e continuare a vivere ridotta ad una larva nel suo letto, mentre in passato sarebbe morta da un pezzo, rimarrei su un miserevole piano quantitativo. Meglio morire in battaglia, o ucciso da un orso durante una caccia, da uomo,che infermo nel letto vecchio e impotente, peggio di una squaw! Dovrei allora anche accusare la scienza perché la minaccia di sparizione della vita dalla tutta la terra è oggi molto più grave che in passato…

    Personalmente, ritengo che un dibattito simile sia tedioso e assurdo, e che la scienza sia oggi intrecciata col potere economico, politico e militare in un modo tale che ancora una volta risulta chiaro come il problema fondamentale per gli umani sia quello della violenza, il problema che le religioni da sempre cercano di controllare e che la scienza neppure si pone.Essendo però in grado di aumentare di molto l’efficacia delle armi.

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  19. Vi sto seguendo, amici miei, non dubitate, è che ho tempi strettissimi, quindi posso solo leggervi e ammirare le vostre potenzialità analitico-intellettuali. State andando alla grande e ciò mi gratifica, si vede che ho lanciato un argomento ‘scottante’, com’era nei miei intenti 🙂 bene, più che bene. Molti sono gli spunti e le ulteriori riflessioni da farsi… molta è la carne al fuoco. Importante è continuare a dirsi e a dirci. Un abbraccio. Tornerò prestissimo… e che almeno così sia.

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  20. Caro Gian Ruggero io ho detto la mia, come sempre, secondo il mio stile di scienziato-umanista un po’ irriverente. Sono riuscito a rilanciare il dibattito e di ciò sono contento. Certo, non è facile affrontare temi così “scabrosi” tentando di superare i confini della nostra parziale e modesta cultura. È questione di linguaggio, ognuno parla il suo, spesso è come affrontare una discussione fra sordi. Io, come sai provengo da una formazione tecnico-scientifica, e le diavolerie tecnologiche con cui quotidianamente ingaggio la mia battaglia mi consentono di arrivare a fine mese. Tra le mille incertezze che pure non mi abbandonano in questa vita globalizzata dove rischiamo ogni giorno di smarrire i valori più autentici. Ho avuto la fortuna e l’occasione di esplorare altri campi del sapere. Mi sono prefisso un compito disperato: estendere il punto di vista scientifico su tali domini. Sono un pazzo? Non lo escludo. Tuttavia vorrei precisare un aspetto che ritengo cruciale: il mio non è un atteggiamento presuntuoso. Al contrario, ciò che mi anima è il sentimento di uno che considera soltanto agli albori il cammino della conoscenza (un solo dato: il DNA è stato scoperto nel 1953!). La grandezza della cultura classica – da cui non si può prescindere – risiede nell’aver “posto” dei problemi. Questo non vuol dire averli risolti. Finché ha prevalso la cultura aristotelica della conoscenza intesa come “conservazione” di un patrimonio già noto, non vi è stato alcun progresso significativo. Ciò che si è scoperto da Galileo in poi – in altre parole, i problemi risolti grazie al suo metodo (in breve: utilizzare il linguaggio matematico per interpretare il libro della natura; questo è possibile per mezzo di modelli che vanno poi verificati attraverso la sperimentazione) – è sproporzionatamente maggiore di tutto quanto si era scoperto prima ed è un infinitesimo di ciò che si potrà scoprire nel futuro. E tale metodo risulta tuttora valido, non è per nulla in contraddizione con il concetto della falsificabilità formalizzato da Popper (conseguente alle due grandi rivoluzioni copernicane del secolo scorso: relatività e meccanica quantistica, che parevano aver scosso dalle fondamenta l’edificio costruito da Newton seguendo la strada indicata da Galileo). In realtà Popper – per chi riesca a intenderlo – non fa altro che legittimare tale percorso. Egli dice: anzitutto bisogna appurare se una teoria sia davvero “scientifica”: lo è se e solo se è falsificabile. Un profano dirà (come del resto tanti filosofi che ci hanno speculato senza capirci un tubo): ma se è falsificabile che teoria scientifica è? Ebbene, non è questo l’approccio. Il requisito della falsificabilità garantisce che la teoria sia formulata in maniera “scientificamente” valida. In parole povere: che sia sperimentalmente verificabile. Ora, se n esperimenti soddisfano le predizioni fondate su tale modello ma l’n + 1esimo esperimento non le soddisfa, non vuol dire che bisogna buttare nella pattumiera tutto il modello, vuol dire che la teoria è valida in n casi ma non lo è nell’n + 1esimo, e che adottando il metodo di ricerca galileiano si riuscirà a costruire un ulteriore modello capace di includere quell’n + 1esimo caso. Questo è il modo di intendere la scienza oggi. Questa è la mia fede. Gli altri discorsi speculativi sul senso della vita vanno benissimo e, ribadisco, l’etica – inclusa quella religiosa – non è in contraddizione con l’aver “fede” nel metodo galileiano. Purché non sconfini dai limiti della sua “giurisdizione”. Quando si ha la pretesa di affermare: questo la scienza non riesce a spiegarlo, dunque la risposta è nella religione (o nella filosofia, nella metafisica, nell’esoterismo…), io dico: no, la scienza non riesce a spiegarlo oggi, ma – consentitemi – personalmente ho “fede” nel metodo scientifico e sono sicuro che, attraverso tale strada, un domani riuscirà a farlo. Tutto qui. A questo punto io mi fermo. Reputo di aver detto abbastanza. E aspetto una tua risposta, Gian Ruggero. Tu che sai di scienza come di esoterismo…

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  21. Anche weinberg, che tu non citi ma di cui sei epigono, ha affermato che la scienza giungerà ad una “teoria finale” in grado di porre fine a qualunque speculazione metafisica. quello che è evidente in tale pretesa però è l’incapacità di cogliere la distnzione di piani, e l’assunzione pregiudiziale (ideologica e fideistica) che non esista altra conoscenza che quella scientifica. in questo modo si evidenzia un atteggiamento di assunzione irrazionale di assolutizzazione della ragione( calcolante e misurante) e una ricaduta nel tanto detestato dogmatismo nell’ unico credo e cioè :” io CREDO che un giorno la scienza spiegherà tutto”
    tale è la cosiddetta pretesa scientista che pretende di negare, senza poter dimostrare tale negazione, che esista una realtà altra rispetto a quella meramente materiale
    tale è la pretesa di chi vuole ridurre l’uomo alla sola dimensione materiale.
    ma questa è e rimane una pretesa dogmatica e indimostrabile.

    saluto tutti

    elena f

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  22. Mi ero ripromesso di chiudere ma si rendono necessarie – per amore della conoscenza – alcune precisazioni. Confesso di aver solo sorvolato il nome di Weimberg studiando l’opera di un altro scienziato che condivise con lui (e Sheldon Lee Glashow) il Nobel per la fisica, nel 1979, per aver fornito una teoria unificata dell’elettromagnetismo e della forza nucleare debole: Abdus Salam. La “teoria finale” cui ti riferisci non è altro che un teoria unificata dei campi (completa, definitiva). Non è altro che la naturale conclusione della ricerca di una teoria unica intrapresa nell’Ottocento da James Clerk Maxwell attraverso la sua descrizione (matematica, rigorosa) dei campi elettromagnetici (quella che ci consente di ascoltare la radio, guardare la televisione, mandare SMS… bisticciare in questo blog…), e proseguita da Salam e i suoi colleghi (per la cronaca, i loro studi furono confermati sperimentalmente dal team di fisici guidati da Rubbia, al CERN di Ginevra, il cui lavoro valse al loro capo il Nobel, nel 1984, condiviso con l’ingegnere olandese Simon van der Meer). Adesso la sfida “finale” è quella di formulare una teoria dei campi che includa le interazioni gravitazionali, attraverso una descrizione quantistica della gravità (ipotesi rifiutata a suo tempo da Einstein).

    Elena, mi accusi di essere un epigono di Weinberg? Bene. Ne sono lusingato. Anche se, onestamente, preferirei esserlo di Bertrand Russell. Il Nobel lo vinse anche lui, nel ’50. Per la letteratura.

    Pasquale
    P.S. A Gian Ruggero l’ardua sentenza…

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  23. @pasquale

    accusa è parola grave che non si addice al mio intervento, assolutamente non accusatorio.
    constato un fatto e lo sottolineo .

    ti auguro il nobel per la letteratura se è ciò cui aspiri in massimo grado e ciò che la vità avrà in serbo per te qualora lo avrai meritato.
    la tue conoscenze scientifiche non sono messe da me in discussione, ma la tua posizione scientista e chiusa nei riguardi di ciò che non rientra nell’ambito della scienza questo sì.
    tutto qui.
    mi piace porre idee davanti a idee ma non mi piace e non ho l’abitudine di dichiarare guerra
    e neppure quella di chiamare un avvocato a difendere le mie tesi che so difendere tranquillamente da me stessa. con ciò ascolterò chiunque abbia da dire la sua. a questo serve questo spazio, all’incontro e allo scambio di idee.

    saluto tutti

    elena f

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  24. Amiche e amici non accaloratevi troppo, anche se fa buon sangue… come il vino 🙂

    Conosco Weinberg, lessi il suo “I primi tre minuti” nel 1977, e fu libro che molto mi colpì, poi giunse, nel 1980, Monod con il suo “Caso e necessità, dilemma inconsistente”… e via così. Noi siamo esseri agli albori, seppure sembri che il 97% del calore sprigionatosi dal Big Bang (sempre se un ‘grande bang’ ci sia stato come oggi lo pensiamo – alcuni ipotizzano che sia una Mutazione di Campo di una ‘realtà’ ben più vasta di quella universale che viviamo… in metafora: noi siamo risultanza di una sorta di ‘bugno’ – piccolo o grande, seppure ben poco importi – affiorato sulla groppa o sulla pancia di una balena) – dicevo, sembra che quel calore-energia sia ormai andato, così che noi si ‘sguazzi’ nel rimanente 3%. Mah?! Chissà! Altri sostengono che “nulla si crei e nulla si distrugga”, altri, certi matematici puri, stanno ragionando sulla 64esima dimensione… quando, ancora, non abbiamo ben inteso così sia la quarta. Io sempre più credo che non ci sia un vero e proprio inizio così come una vera e propria fine… magari, rimanendo nel campo ‘materico’ (quale aggregazione o singolarità) potranno avvenire degli azzeramenti… cioè si potrà toccare un nulla, ma ecco che, subito, metafisicamente parlando, si verrà a creare un qualcosa d’altro, magari in un oltre, in un altrove, e questo all’infinito. L’uomo sparirà, oppure muterà forma e sostanza, e avanti così, con altri ‘esseri’ ed altre aggregazioni, spinte, mosse da energia o spirito, in completa simbiosi, poi il nulla, poi un’altra ‘Mutazione di Campo”, in altre dimensioni (c’è chi sostiene parallele a questa, sotto, sopra, avanti e dietro questa, oppure in questa – e mi sovviene la famosa “Trilogia galattica” di Asimov, tre libri sconcertanti, con la I e la II Fondazione che si pensavano ai limiti estremi di una galassia, quando, invece, la I conteneva la II… cioè la I Verità, scoperta e annientata, conteneva la II Verità, pur essa I, che andò a prendere il posto di quella distrutta, per vincere il ‘male’). E tutto ciò è stupendo. Sconcertantemente stupendo. Tutto ciò può contenere Dio, è Dio, può essere stato creato da Dio, come può essere altro, seppure non negante Dio, e così all’infinito… così lo Spirito che guida questa faccenda e lo Spirito con cui, a mio avviso, si dovrebbe ‘affrontare’ detta faccenda, anche se l’uomo, come ho scritto sopra, dovesse infine sparire da tale faccenda… e mi si continui a consentire il termine ‘faccenda’, come mi si continui a far poetare, a far vibrare la corda, a far scaturire il suono… perché anche di suono sto parlando, come di silenzio, visto che i parametri del suono e del silenzio sono umani o rilevati con apparecchiature umane, cioè limitanti, limitate a noi, autoreferenziali (quindi rimandabili ai nostri cinque sensi e al cervello che abbiamo, non a un ‘qualcosa’ d’altro, magari senza i nostri 5 sensi e con altro cervello, oppure privo di cervello – così da giungere a dire che quello che per noi è suono è, in altro, silenzio, così come quello che per noi è silenzio – sebbene noi si sostenga che nell’intero universo non esista silenzio – in altro è suono). Quindi tutto è relativo? Pare di sì. Ma, parimenti, in istanza metafisica (filosofica o religiosa), ciò che è relativo fa parte di un tutto compiuto. A chi dare, quindi, ragione? Al metro scientista o a quello ‘animista’ (definiamolo così, tanto per coinvolgere il maggior numero di ‘credenti’). Io sempre più sono convinto (abbandonata ogni possibile speculazione votata, unicamente, ad incrementare la lievitazione della torta) che entrambi i ‘metri’ coesistano, siano compenetranti, osmotici, uniti indissolubilmente, così come ‘caso’ e ‘progetto’, essendo, entrambi i concetti, dipendenti l’uno dall’altro, anch’essi compenetranti, osmotici, coesi, perché tutte le volte che si procede sfruttando un metodo d’analisi riguardante il divenire di entrambi i ‘principi’ si entra e si esce dall’uno e dall’altro con una facilità estrema. Esempio (banalissimo): esco di casa, mi cade una tegola in testa e muoio. Destino? Colpo di vento oppure scalcinamento dello stesso causato dalla pioggia caduta in 50anni, dal dimenarsi di un uccello che sotto a quel coppo aveva trovato riparo, da una palla da baseball scagliata dal vicino campo da gioco? Oppure tutte queste ‘cose’ ‘frullate’ assieme? Resta il fatto che se fossi uscito di casa 5 secondi prima o 5 dopo la tegola mi sarebbe caduta dietro o avanti, e non mi avrebbe colpito e ucciso. Allora perché sono proprio uscito in quel momento? Perché non trovavo le chiavi di casa o perché, per la prima volta in vita mia, le avevo trovate subito, là dove le chiavi di casa, di solito, dovrebbero stare? E qual era il motivo per cui non si trovavano le chiavi così come quale il perché le chiavi, per la prima volta, erano al loro posto? Perché ero rientrato la sera prima ubriaco o perché, per la prima volta in vita mia, non mi ero ubriacato? E perché ero giunto a bere o a decidere, infine, di non bere più… etc.etc.etc. Motivi ‘concreti’ uniti a istanze legate alle sinapsi cerebrali così come, e perché no, a componenti altre, anche metafisico-trascendentali, cioè l’aver smesso di bere perché mi era apparso l’Arcangelo Michele (o Zeus o Visnù) che mi aveva intimato di rimettermi sulla buona strada 8sempre che sia quella la buona strada… ad esempio, per Alceo, era la sbagliata). Di seguito… sono convintissimo che ci siano state persone che hanno visto l’Arcangelo Michele (così come Zeus e Visnù) dal come l’hanno descritto, così come ce ne siano altrettante, di persone, che sostengono che gli arcangeli non esistono, fatto sta che colpa o merito di un arcangelo (o di che altra sembianza luminosa ierofantica iperborea), oppure, e meglio, di “una presa di coscienza spirituale”… (o psicologica? Suggestiva? Mitica? Mah! E di nuovo dico mah!) il coppo mi ha preso, oppure, inversamente, ma sempre per gli stessi motivi, il coppo avrebbe potuto mancarmi. Resta il fatto che, quale risultanza, sono morto matericamente. Di seguito: e quei famosi 21 grammi di peso corporeo che svaniscono quando si muore (ormai è accertato) cos’erano… cosa sono… dove vanno? Forse fra le mani di Michele, di Zeus o di Visnù, oppure ritornano al tutto, tanto per fare i buddhisti, ma anche gl’induisti (come sopra), o, perché no, i cristiani o gli ebrei o gl’islamici? Che sia questo il motivo per cui, volontariamente, questa nostra società stia prendendo la deriva verso l’autodistruzione… cioè per perdere quei 21 grammi e dire ciao… oppure che sia il bisogno di quei 21 grammi a farci ricorrere a qualsiasi stratagemma al fine di non perderli o, paradossalmente, di farli contenere… di tentare di farli contenere in un corpo sempre più vezzeggiato, aitante, dinamico, esteticamente ‘bello’ (…sempre se un ‘bello’ esiste) oppure violentato dal bisturi o dalla chimica? Chissà. Fatto sta che quei 21 grammi sono di una pesantezza volatile (per affidarci all’ossimoro) sconcertante.

    Un abbraccio a tutti voi e sempre grazie.

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  25. una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente… oggi i bambini vengono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell’amore e della nascita, ma quando non vedono più il nonno e chiedono il perchè, in Francia si risponde che è partito per un paese lontano, in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo ma i morti a scomparire tra i fiori

    (P Ariès, storia della morte in occidente, rizzoli, 213-214)

    a qualcuno non piacciono le citazioni, ma dal momento che non siamo isole il nostro è sempre un pensiero che nasce dalla collaborazione con il pensiero altrui.

    lascerei al termine di questo percorso questa riflessione per tutti noi.

    heiddeger diceva:
    ” solo l’uomo muore. l’animale perisce, esso non ha la morte in quanto morte nè davanti a sè nè dietro di sè”.

    per l’uomo dunque la morte non è un fatto puramente biologico ma un fatto morale.
    quello che gli dice tutta la sua impotenza di fronte alla vita, la sua fragilità, il suo essere de-finito da un termine che può essere fine come conclusione ma anche come telos come compimento.

    se la contemporaneità ha rimosso la morte è perchè è sempre e ancora questa a porre dei limiti al desiderio umano di onnipotenza. siamo la società che ha fede solo nella tecnica e nella scienza ma per quante malattie riusciremo a curare e per quanto a lungo procrastineremo l’incontro con la falce essa arriverà a tentare di distruggere il nostro desiderio di senso.

    il senso o non senso del nostro essere “canne ma canne pensanti”(diceva pascal) possiamo trovarlo, sta a noi cercarlo.

    saluto tutti

    elena f

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  26. Caro Gian Ruggero grazie della risposta. Non mi sbagliavo sulla tua caratura intellettuale né sulla nostra “parziale e modesta cultura”. Tu puoi permetterti di parlare come scienziato, filosofo, poeta, sacerdote. Anche come visionario. Puoi permetterti di assumere posizioni estreme perché hai esplorato domini sconfinati del sapere (non da secchione ma da “combattente” che ha pure pagato il prezzo di certi estremismi intellettuali, e lo ha pagato caro). Io sono un “ragazzo” che sa un po’ di scienza e un po’ di umanesimo e che ha la faccia tosta di affrontare discussioni così ardue… e tollera personaggi come il sig. Brotto che anziché battersi onorevolmente sul campo della cultura scivola nel vaniloquio: “Spesso gli scienziati che ragionano di varia umanità risultano penosi, e spesso, anche quando brillanti nel loro campo, risultano estremamente poveri dal punto di vista umano. Ne ho conosciuti molti, soprattutto fisici. Alas! Le loro vite private erano regolarmente fallimentari.”. Che argomento è? Potrei dire lo stesso di tanti professori di lettere, storia, filosofia…

    A Elena vorrei dire questo. Sei una donna tosta, come altre che ho conosciuto. Lungi da me l’idea di citarti in tribunale! Perché mai dovrei farlo, sei così simpatica (per quanto cocciuta…). 😉

    Per concludere – e stavolta tolgo il disturbo davvero – da questa discussione accesa e accalorata io esco arricchito. Ben vengano provocazioni intelligenti come la tua, Gian Ruggero. Ma soprattutto ne risulta rafforzata la mia posizione di agnostico, e lo è proprio in virtù del quadro di abnorme complessità che hai dipinto. Per quanto mi riguarda non posso che seguitare nella mia ricerca da agnostico, è l’unica strada – quella dell’umiltà – che mi pare percorribile. Le altre posizioni – la fede nella religione, da una parte (ma anche in tutto ciò che non utilizza il metodo galileiano – l’unico che ha dato finora dei risultati certi ancorché parziali [non precari!]: tutto ciò che ha la pretesa di esplorare il cosiddetto “irrazionale”), e l’ateismo dall’altra (in fondo, due facce della stessa medaglia: quella delle convinzioni dogmatiche) – ebbene, queste posizioni le rispetto ma non mi convincono. Neanche un po’.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  27. A me sembra finale (senza nemmeno parlarte di scienza) la proposizione IV, 67 di Spinoza “L’uomo libero, cioè chi vive solo secondo il dettame della ragione, non viene condotto dalla paura della morte, ma certa direttamente il bene, cioè agire, vivere, conservare il propio essere secondo il fondamento della ricerca del proprio utile e, dunque, non pensa a niente meno che alla morte e la sua sapienza è una meditazione di vita.”
    V. anche mio libro “La via della ragione”

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  28. L’uomo che vive solo secondo il dettame della ragione è un’astrazione. In ogni caso bisognerebbe stabilire prima di quale ragione si parli. La sapienza filosofica greca ha sempre pensato che vivere secondo ragione sia adeguarsi all’ordine del mondo e al movimento circolare dei cieli: nell’intendersi parte di un tutto razionale e divino l’uomo trova realizzazione e felicità. La sapienza tragica dei Greci, di contro, vede nel mondo umano il trionfo dell’ingiustizia e della violenza, che solo il sacrificio può placare. Anche qui vi è una ragione: non vedere che alla base dell’umano sta la violenza è infatti obnubilamento e follia. Se tutti gli umani morissero “sazi di giorni” di morte naturale in tarda età, forse la morte non sarebbe un problema. Ma basta volgersi intorno e si vede che non è così, e così non è mai stato.muoiono i bambini, e la violenza miete vittime innocenti.
    Il mondo non è l’habitat ideale per un intelletto geometrico.

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  29. per spinoza dio è l’ordine geometrico del mondo e l’uomo razionale è colui che contempla tale ordine necessario ma pare che oggi la scienza stessa neghi una corrispondeza esatta fra conoscenza e universo e fondi le sue conoscenze su approssimazioni possibili. con ciò stesso è negata la conoscenza del dio spinoziano e conseguentemente la possibilità per il suo uomo razionale di essere libero e felice.
    mentre per l’uomo soggetto alla morte, per quanto naturale essa sia, rimane quello sgomento del nulla che interpella e domanda risposte.

    saluto tutti

    elena f

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  30. Il prof. Roberto Vacca, per chi non lo conosca, è un personaggio che se abitasse, per esempio, in un paese come la Francia, sarebbe onorato e riverito dalle massime autorità nazionali. Ma purtroppo siamo in Italia… Detto questo, caro professore, debbo dissentire dalla sua posizione così estrema – mi corregga se sbaglio – da ateo piuttosto che da agnostico, e i motivi sono quelli espressi nei miei interventi precedenti. A ogni modo, il messaggio di fondo che si ricava dal brano è condivisibile: l’affrancarsi da certe paure ancestrali potrebbe rivelarsi una strada “sapiente” ed efficace per affrontare al meglio la condizione umana.

    Un cordiale saluto.
    Pasquale

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  31. la strada della sapienza è tutta in salita verso la liberazione da ogni passione umana compresa la paura, ma di certo non è un cammino che si possa affrontare con la sola razionalità. millenni di storia della spiritualità non solo cristiana stanno a ricordare che il difficile cammino dell’umanizzazione dell’uomo non può passare per la sola ratio. prova a dire ragionevolmente ad un ipocondriaco che non deve avere paura perchè non è malato e vedrai quanto ragionevolmente ti starà a sentire!!! la psiche e l’inconscio, come diceva jung, non si anestetizzano col raziocinio. tutto ciò che è rimosso torna a galla nelle forme più impensate. affrontare la paura è uno dei viaggi più evventurosi che ci possiamo accingere ad intraprendere e che dante ha descritto in modo insuperabile, ma non mi pare di poterlo definire un modo razionale o scientifico.
    che altro sarebbe il proliferare di una letteratura che indulge alla descrizione del male in tutte le sue forme anche le più efferate se non come reazione all’anestesia che la rimozione della morte ha procurato alla nostra società. quelle paure così ben dissimulate riemergono con tratti da incubo nella illusoria convinzione di poterle dominare con uno scritto, ma sono i nostri incubi più nascosti a manifestarsi in essa.
    in questa fiducia infantile nella ragione scientifica è nascosta più paura di quanto il ragionevole scienziato vorrebbe ammettere. basta fermarsi seriamente a pensare non alla morte di degli altri ma alla propria o alla propria malattia per sentire nella carne una ribellione che nessun cervello può seriamente negare.

    saluto tutti

    elena f

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  32. In un film di Bunuel, mi pare “Il fascino discreto della borghesia” c’è un ambasciatore di un paese sudamericano, interpretato dal grande Fernando Rey, trafficante di droga e di armi, che di fronte a un prete operaio, quelli rivoluzionari d’allora, dice: >. Vi immaginate quale può essere la coscienza di un trafficante di droga e di armi, così come quella di un fotografo che insegue le persone nella loro vita privata per poi ricattarle, o quella di un politico corruttore di giudici, pur di ottenere successo negli affari o assoluzione in un processo per un reato di cui è stato colpevole e così via. Però quello che io vorrei dire è che, se non proprio secondo coscienza, tanto è opinabile questa, si deve vivere perlomeno rettamente, senza l’intenzione – mai – di fare male agli altri e a se stessi. Evitare gli atti e comportamenti disonesti. Tutto ciò crea intorno a noi un’energia positiva, en premio se volete, perché risponde a una sorta di equilibrio cosmico, senza che ciò implichi l’esistenza o meno di dio. Credo nella pura immanenza. Ma un’immanenza, che noi, paradossalmente, possiamo trascendere con il nostro agire e rendere, l’immanenza, migliore. Se tutti agissero così, il paradiso sarebbe qui.

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  33. Però quello che io vorrei dire è che, se non proprio secondo coscienza, tanto è opinabile questa, si deve vivere perlomeno rettamente, senza l’intenzione – mai – di fare male agli altri e a se stessi.

    la scoperta dell’imperativo categorico era ciò che sgomentava kant più del limite della ragione.
    l’etica, la riflessione sulla necessità dell’agire secondo il bene è inscritta nell’uomo,è un fatto umano,è ciò che unisce il credente e il non credente. è il luogo però in cui si trovano le maggiori difficoltà di incontro e il più delle volte le maggiori motivazioni di scontro. solo riuscire a stabilire cosa sia il Bene potrebbe portare ad un intesa ma, e la filosofia è un esempio chiaro, nessuno è mai riuscito a dare un’interpretazione univoca alla parola Bene una volta che questo sia calato nella realtà oggettiva dell’agire.
    nella frase che ho colto dal tuo intervento ci sono delle difficoltà, sebbene il discorso sembri filare senza incongruenze, che sono difficoltà pratiche (etiche)

    la definizione di vivere rettamente
    la definizione di coscienza opinabile
    la definizione di altri

    se non si riflette attentamente si rischia di rendere banale il discorso etico che invece è irto di scogli.

    se la coscienza è opinabile, dal momento che i il nostro agire beno o male deriva da un atto di coscienza o meglio da una presa di coscienza previa di ciò che è bene e di ciò che è male,e da una conseguente adesione della volontà al bene, se cioè solo col discernimento si può stabilire cosa è bene e cosa è male e solo dopo aver scelto è possibile compiere il bene e se tale resta opinabile, ovvero ciò che è bene per me potrebbe non esserlo per te, allora la convivenza diventa impossibile, perchè io potrei considerare male ciò che tu consideri bene.
    dunque per stabilire cos’è un retto agire la coscienza non può essere opinabile, ma essendo umana, ed appartenendo noi tutti all’umanità dovrebbe essere il luogo in cui appare e si mostra a tutti la verità del bene nello stesso modo. le cose però non sanno così.
    se appare a tutti chiara la necessità di vivere rettamente, non è perciostesso chiaro cosa “rettamente” significhi.
    se non si procede a cercare insieme cos’è Bene, chi è la persona che deve agire Bene, cioè cosa è umano nell’agire e cosa invece è disumanizzante sia per chi agisce sia per chi subisce quell’azione,se non ci si interroga sull’alterità ovvero sul mistero che è l’altro rispetto a me, se non ci si interroga sulla vita allora non è sperabile raggiungere alcuna convivenza e neppure alcun agire retto se non in quelle situazioni che si presentino in maniera macroscopica come bene e male.
    quanto alla trascendenza o immanenza condivido che non occorra Dio per vivere il bene, ma il credente colui cioè che ha fatto una scelta per Dio crede che ogni gesto di bene e di verità siano nella direzione della ricerca di Dio anche se chi li compie non lo sa e non chiama il bene col nome di Dio.

    saluto tutti

    elena f

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  34. La misura della percezione, anche dell’altro, siamo sempre noi stessi. Non devo (non dovrei, più esattamente: condivido la tua opinione sull’imperativo categorico), dunque, non dovrei fare del male all’altro, se quello che faccio io lo percepisco come un male.Però le tue obiezioni sono molto interessanti e meritano riflessione.

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  35. Caro Diego, mi trovi fondamentalmente d’accordo. Sai perché la chiesa cattolica non è riuscita a conquistarmi (eccetto l’abnegazione dei santi veri, quelli che spendono l’intera vita per onorare l’insegnamento del Cristo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”)? Perché ravviso in certa teologia accademica – alla Ratzinger, per intenderci – una solida base di egoismo: non cedere mai alle lusinghe terrene – vade retro Satana! – conservati “casto e puro” e conquisterai le vette della beatitudine! Spero di non incorrere, a causa di questa mia affermazione – volutamente non virgolettata – in un increscioso incidente diplomatico… Ebbene, io trovo che una tale mortificazione del bene più prezioso – l’esistenza – sia imputabile a quelle paure ancestrali cui si accennava sopra e alla nostra incapacità di superarle. Ma ancor più, alla brama di varcare – individualmente – la soglia del paradiso. E non mi pare che sia un’ambizione del tutto disinteressata… Per quanto riguarda il discernimento, ok: cooperiamo insieme, scienziati, filosofi, letterati, tecnici, operai, contadini… cooperiamo tutti per cercare di capire finalmente cosa sia il bene e cosa sia il male. Ma facciamolo, per favore, senza sconfinare dal nostro ambito naturale: questo litigioso piccolo straordinario pianeta. Spero che qualche teologo mi illumini a riguardo. Non mi parli in latino, però. Ho sudato anch’io sulle versioni, a suo tempo, ma dopo tonnellate di formule astruse e moderne letture mi è rimasto ben poco.

    Ciao.
    Pasquale

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  36. levinàs autore di grande spessore e forse poco considerato diceva che non possiamo ridurre l’altro a noi stessi perchè l’altro sarà sempre appunto “altro assoluto”. l’empatia, per capirci sarebbe solo un modo per ridurre l’altro per sminuirlo per fare in modo che ci assomigli per renderlo comprensibile . ma questo in qualche modo andrebbe a detrimento dell’unicità e singolarità che ciascun uomo è in sè. se pensiamo che in fondo è vero,che ci sentiamo al sicuro solo quando possiamo de-finire l’altro entro i nostri canoni e i nostri criteri, quando possiamo entro quei confini stabilire delle somiglianze ci rendiamo conto quanto un’etica dell’altro sia lontana ancora dall’essere realizzata. per fare un esempio: la nostra società si sta progressivamente multiculturalizzando e in molti si chiedono come far convivere tante diversità: una delle soluzioni, quella francese per esempio, sembra condurre ad un azzeramento e ad un appiattimento delle singolarità e delle differenze (velo islamico, croce kippà o altri segni culturalmente distintivi vengono vietati nei luoghi pubblici) questo però è un limite, è non andare incontro all’altro per quello che è ma pretendere che sia come noi lo vogliamo. l’uomo anche se condivide il suo statuto di essere umano che è universale tuttavia non è mai un’entità astratta ma è inculturato ha radici storiche e tradizioni senza le quali è una boa alla deriva. la sfida dei nostri tempi è quella di trarre il vantaggio dalla diversità, non pretendere che l’altro ci assomigli ma starlo ad ascoltare, accoglierlo per come è, questo è un principio difficilissimo perchè le differenze sono destabilizzanti provocano urti alle nostre cornici di pensiero, ci mettono in discussione, non solo ma provocano la stessa reazione nell’altro che è a sua volta messo in discussione da come noi ci manifestiamo.
    la strada del bene e della convivenza pacifica e creativa è una strada irta di difficoltà, ma di certo passa per la presa di coscienza che il dialogo, il confronto, l’ascolto sono indispensabili per la costruzione del mondo futuro, che ci auguriamo sempre migliore di quello presente.
    tutti infatti, diceva aristotele cerchiamo di essere felici. il difficile è capire che cosa sia la felicità. federico garcia lorca diceva:
    io voglio essere buono. so che la poesia eleva e se sarò buono con l’asino e col filosofo, credo fermamente se c’è un aldilà avrò la gradevole sorpresa di trovarmici. ma il dolore dell’uomo e l’ingiustizia costante che emanano dal mondo, e dal mio stesso corpo e dai miei stessi pensieri, mi impediscono di traslocare sulle stelle”
    mi pare una posizione condivisibile

    saluto tutti

    elena f

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  37. @pasquale

    hai della spiritualità cristiana, cattolica in particolare un idea quantomeno ottocentesca!
    è ora che ti aggiorni!

    tutte le spiritualità parlano della necessità del distacco dal mondo, se per mondo si intendono quelle passioni egoistiche che ci fanno usare quando non abusare dell’altro o di noi stessi in modo da farne strumento del nostro interesse. e bada che per altro intendo anche il mondo della natura con le sue ricchezze oltre che ovviamente l’altro essere umano. il discorso così come lo imposti riduce tutto alla solita sessuofobia trita e ritrita a cui non crede più nemmeno il tanto vituperato “pastore tedesco”.
    che poi la chiesa insieme ad altre fedi, abbia a cuore la crescita dell’umano e a questa voglia giungere attraverso una certa disciplina non ci trovo nulla di strano visto che il problema di cosa sia virtus è cosa che atteneva già ai tanto liberi greci tre secoli prima di cristo, pare che gli stoici non li abbia inventati la chiesa cattolica. dunque il sentimento di ascesi per una libertà interiore è un fatto antico e potrei dire connaturato all’umano, non solo al cattolico.
    (i buddisti non fanno eccezione)
    saluto tutti

    elena f

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  38. Mi sono aggiornato:

    “In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di > (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10)”.

    Estratto da:

    Conferenza Episcopale Italiana – Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative in materia di unioni di fatto

    Roma, 28 marzo 2007 – I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.

    Buona serata non “sessuofobica”.
    Pasquale

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  39. Problemi di formattazione o censura?!?!

    Riproviamoci:
    “In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di ‘un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge’ (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10)”.

    Ciao.
    Pasquale

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  40. @pasquale

    allora è sessuofobico= chiunque non aprovi le unioni omosessuali e non sessuofobico = sessuoindifferente?

    scusami credevo che il discorso fosse più profondo e complicato.

    ma vedo che il tuo raziocinare riduce tutto ad equazioni

    il discorso è stato fatto altrove in questo sito- te presente –

    e non è il caso di riprenderlo qui.

    ma mi rifiuto di accettare un’equazione tanto riduttiva di un discorso sicuramente più ampio , complicato e delicato.

    saluto tutti

    elena f

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  41. Grazie a Diego di essere arrivato. Un abbraccio.

    In effetti, Pasquale, alziamo di nuovo il tiro. I Pacs-Dico sono ben poca cosa riguardo le problematiche che sono affiorate da questa discussione. Giusto, ovviamente, interessarsi anche di tali questioni (essendo scaturite le formule: minoranze… culture diverse etc.), ma il valore che stiamo qui dando al termine: etica mi pare meno soggettivo e più oggettivo. Ora resta da vedere se tramite rathio si possa giungere ad un’oggettivazione di un tale fondamento o se solo tramite un ‘atto’ fideistico ciò possa avvenire.

    Come avrete notato, anche se in breve e in situazioni ‘limite’, vi sto dando ‘ciccia’.

    Un abbraccio a tutti voi.

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  42. “I Pacs-Dico sono ben poca cosa riguardo le problematiche che sono affiorate da questa discussione”

    Gian Ruggero che dirti, sono d’accordo! Tuttavia permettimi un’osservazione (passami il termine) socio-antropologica. Io da sette anni lavoro-combatto su campi multinazionali, in altre parole organizzazioni mostruose che includono decine di migliaia di “risorse umane”, ciascheduna col suo linguaggio, col suo modus vivendi, col suo background… Bene, modestia a parte, pur senza aver studiato nulla di sociologia o psicologia posso affermare con un pizzico di orgoglio che ho sviluppato una sufficiente sensibilità in ambedue i campi. Quanto basta per sapere che c’è un modo infallibile per stuzzicare il mio interlocutore “italiano”, quale che sia il suo credo politico, religioso, calcistico etc.: tirare in ballo il binomio sessuofobia-chiesa cattolica. D’altro canto, non è colpa mia l’aver abbassato il tiro: “@pasquale hai della spiritualità cristiana, cattolica in particolare un idea quantomeno ottocentesca! è ora che ti aggiorni!”. Cara Elena, perché ti scaldi in questo modo? Non ho fatto altro che seguire il tuo consiglio: mi sono aggiornato… Cmq continui a essermi simpatica: mi piacciono le donne combattive… 😉
    Ciò detto, se c’è una cosa di cui sono convinto è che in questo bel paese di poeti santi e navigatori abbiamo tutti la fissa (per alcuni fobia) del sesso. Vuoi fare un po’ di rumore in un qualsiasi salotto sonnacchioso, virtuale o reale che sia, di infimo livello da gossip a buon mercato o di altissima levatura intellettuale? Parla di sesso. Ma, allora, non vorremo mica dar ragione a Moravia che considerava il sesso come il motore della storia? Signori miei, in questo nostro paese abbiamo problemi molto gravi: siamo a crescita 0 (e non alludo alla crescita demografica: per fortuna ci sono gli extracomunitari che ci danno una mano…). Nel nostro paese non si fa più ricerca! Questo vuol dire che abbiamo dinanzi uno scenario chiarissimo: se non riusciremo a imprimere una svolta significativa a questo trend così tragico, finiremo come l’Argentina. Il rischio è reale! Ci sono già un sacco di segnali: i giovani non hanno più un futuro (sto parlando di quelli laureati con lode, muniti di master stage esperienze all’estero conoscenze informatiche e plurilinguistiche…). Conosco tante giovani coppie (etero… tanto per non scandalizzare più nessuno) che vorrebbero sposarsi, costruirsi un futuro condiviso… ma proprio non ce la fanno, pur lavorando entrambi 9-10 ore al giorno. Potrei andare avanti all’infinito. Ma il succo dovrebbe esser chiaro. Gian Ruggero, certo, l’etica dovrebbe essere una questione oggettiva, ma forse non la si renderebbe tale né ricorrendo alla sola rathio né tramite atti fideistici. C’è un altro approccio che potrebbe darci una mano: si chiama pragmatismo…

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  43. @pasquale

    non ti sei aggiornato sulla spiritualità cristiana

    ma su un dettato della CEI che viene a seguito di una tale riflessione

    per capire le posizioni della chiesa in alcune materie bisogna comprendere lo spirito che le anima

    e ti assicuro che è un percorso più lungo del tuo semplicistico
    no ai dico= sessuofobia

    ma non è mia intenzione aggiungere nulla di più nè tentare di sprecare parole al vento.
    il rispetto, anche di quelle idee che possono apparire strane, è a fondamento di ogni discussione.non c’è discussione dove manchi il ripetto.

    saluto tutti
    elena f

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  44. La Chiesa. Ma quale è? Quella di Ruini e Ratzinger o del cardinal Martini? Più che di Chiesa, nel senso di comunità, parlerei di gerarchie ecclesiastiche. Le quali sono il frutto di lotte di potere e rispondono a logiche che hanno a che fare, appunto, con il potere e non lo spirito. Con la politica non con la religione. Sarebbe interessante analizzare il comportamento delle attuali gerarchie ecclesiastiche alla luce del messaggio evangelico. Quanta energia spesa intorno a quello che è un profilo di leggi civili, nel senso di riguardanti i cittadini, e niente a quello che c’è oltre: la persona. Si preferisce guardare al suo contratto terreno, se è in matrimonio o meno, in Dico o Pacs, al suo status sessuale, alla sua appartenenza religiosa o meno, alla sua presunta identità cristiana, quando la Chiesa, per essere tale, dovrebbe agire solo nella misericordia. Perché io – ateo – sento nemiche le attuali alte gerarchie ecclesiastiche e, viceversa, vengo profondamente toccato dalle parole del cardinal Martini? Le prime tendono a serrare le fila, per meglio esercitare il potere. Il secondo accoglie. Chi risponde di più al concetto cristiano di Chiesa?

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  45. Da ateo mi trovo in accordo con quest’ultimo intervento di Diego Zandel. Oltre a Martini aggiungerei il messaggio di Turoldo, anche se scomparso, e, non a caso credo, assai stimato dall’ex Cardinale di Milano! Io penso che oggi, le proposizioni migliori all’interno della Chiesa vengano dal basso. Da tanti preti di periferia che ogni giorno combattono dentro la realtà quotidiana, nella società. Che sono a stretto contatto con la gente. A loro va tutto il mio rispetto e profonda stima. A loro mi sento vicino. Mi sento linvece ontanissimo dalle alte gerarchie. Sempre, mi auguro, nel rispetto reciproco!
    Un caro saluto

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  46. Una battuta veloce prima di staccare la spina (sarò via per un po’): bisogna essere necessariamente atei o agnostici per condividere la posizione di Luca e Diego?

    A presto.
    Pasquale

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  47. “invece lontanissimo”. Scusate il refuso.

    @Pasquale anche io sono interessato alle risposte alla tua battuta. Non penso spetti a me – noi – atei o agnostici. A presto

    Un caro saluto

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  48. Molti cattolici si pongono questo problema (non solo noi atei e agnostici). Ad esempio lo scrittore Giuseppe bonura, firma del giornale della CEI “Avvenire”. Ha scritto una lettera alle alte gerarchie ecclesiastiche che potete leggere sul mio sito http://www.diegozandel.it cliccando sulla voce “I vostri lavori”.

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  49. In questa interessante serie di post si è toccata una quantità di temi che toccano la vita di tutti. Problemi che sono intrecciati tra loro e che hanno molte facce. In cui ragioni e torti sono davvero frammisti in modo inestricabile. Se qualcuno avesse tempo e voglia potrebbe andarsi a leggere il documento che la FUCI di Venezia (di cui facevo parte) nel 1974 pubblicò per difendere la legge sul divorzio. L’analisi socio-politica è datatissima, ma le ragioni teologiche e pastorali mi sembrano ancora valide. Valide anche se io personalmente non sono favorevole ai DICO.

    http://www.bibliosofia.net/files/FUCI.htm

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  50. Ho la fortuna di vivere in campagna, in un paese, Montuolo, distante 5 chilometri dalla bella città di Lucca. L’altro giorno stavo osservando una cornacchia, quel grosso uccello grigio-nero che abita un po’ dappertutto qui in Italia. Rispetto agli uccelli di minori dimensioni: merli, passerotti, pettirossi, eccetera, i quali per camminare saltellano, la cornacchia si muove mettendo le zampe una davanti all’altra, come facciamo noi uomini. Mi è venuto da pensare che essa sia stata meglio dotata da Dio, rispetto a noi. Essa si nutre nell’aria, si nutre sulla terra, e quando deve coprire delle distanze, non ha bisogno di alcun ausilio: si alza semplicemente in volo, usando le proprie ali.
    Si dice che noi umani abbiamo in più l’intelligenza che ci fa essere superiori agli altri, e la nostra religione ci insegna che l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano così? Che Dio, ossia, ci abbia davvero messi al centro dell’universo?

    Una volta dissi allo scomparso Giorgio Saviane che era mia convinzione che il male avanzasse nel mondo a spese del bene. Lui mi disse di no, e che anzi accadeva l’inverso. Non mi convinse.
    Secondo me, oggi si ha paura della morte, perché non viviamo bene la vita. Il male ce lo facciamo da soli.
    Io sono credente, ma questo non significa molto ai fini del dibattito interessante che si è aperto qui. Ciò che viene dopo la morte può dividerci, invece ciò che non deve dividerci è il modo in cui dobbiamo vivere.

    Allora ci sono alcune cose che dobbiamo rivedere, a mio avviso. La prima riguarda il progresso. E’ davvero necessario tutto il progresso che la scienza ci mette a disposizione? Non credo. La scienza dovrebbe avanzare, e avanzare speditamente, nel campo della ricerca medica per alleviare le sofferenze e nei confronti di alcune utilità che servono ad avvicinare tra loro gli uomini, i continenti, i linguaggi. Posto che l’uomo ha bisogno di lavorare, la scienza non dovrebbe, ad esempio, calcare la mano su quelle invenzioni che sottraggono lavoro all’uomo. Ovviamente, ciò sul piano planetario.

    La seconda è il valore che si deve dare alla famiglia. E’ un tema di attualità che ho già dibattuto altrove. La famiglia deve restare il cardine di ogni società civile. Se i diritti devono essere tutelati per ogni essere umano, lo Stato deve indicare un modello di famiglia al quale riferirsi, al quale si deve guardare. E’ la famiglia naturale, questo modello, che in Italia è addirittura tutelato dalla Costituzione. E dentro questo modello di famiglia, più che i coniugi devono essere tutelati i figli.

    L’introduzione del divorzio (ammissibile, a mio avviso, solo in casi estremi, quali quelli della violenza fisica, psicologica e morale) ha introdotto una prima crepa nella istituzione familiare, così che oggi ci si sposa quasi senza conoscersi e ci si divide per delle futilità, senza pensare alle conseguenze che la separazione e il divorzio hanno sui figli. Si soddisfa unicamente il proprio egoismo, e si rinuncia ad una delle principali responsabilità che derivano dalla nascita dei figli: la loro educazione. Perfino gli animali non trascurano di allevare ed educare i loro figli nei primi mesi di vita: fino a che non possono badare, ossia, a se stessi.

    Una terza causa del disfacimento della società è legata all’ingordigia della ricchezza e dalla diffusione di falsi modelli di vita ad essa legati, che allontanano l’uomo dai valori più profondi che dovrebbero legare una società civile: la solidarietà, l’amicizia, la comprensione, la gioia dello stare insieme, del confronto, e la convinzione che tutti dobbiamo aiutarci a vivere il piccolo segmento dell’esistenza che ci è stato donato.

    Quando a volte sono indotto a polemizzare duramente con qualcuno, il solo mezzo efficace che ho per trattenermi è quello di pensare che, come me, anche l’altro si trova a vivere insieme con me, lo stesso frammento della vita e che, come me, deve affrontare ogni giorno angustie, privazioni, sofferenze. Giacché la vita non è mai facile per nessuno. Nemmeno per i ricchi.

    Sono convinto che se la nostra vita fosse condotta almeno in questo modo, ci sarebbe una uguaglianza diffusa in tutto il mondo e consolidata dal rispetto e dall’amore. Non si vedrebbero più certe zone del mondo dove la sofferenza è raccapricciante e folle, dove i bambini pagano lo scotto della ingordigia di pochi, dove alcuni satrapi tiranneggiano e umiliano l’umanità.

    Allora la morte sarebbe vista, durante la nostra vita, come il terminale di un percorso che ci è stato affidato, alla fine del quale il nostro esempio e la nostra testimonianza sono diventati maturi per essere consegnati ai nostri figli, che li accresceranno.
    Se noi pensiamo che la nostra morte è l’arricchimento che trasferiamo agli altri, essa diventa un premio e non una condanna. Diventa lo scopo più ambito di questa nostra vita terrena.

    Ci sarà poi chi crede che la morte si trasferisca altrove, nell’Aldilà, aprendosi ad una nuova vita, e ci sarà chi crede che tutto finisca con la morte terrena.

    Ma in tutti e due i casi, il percorso della nostra esistenza terrena sarà stato comune e condiviso, nonché ricco di frutti.

    Bart

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  51. Caro Bartolomeo Di Monaco, è vero: oggi – anche se non bisogna mai generalizzare – ci si sposa quasi senza conoscerci e ci si separa per motivi futili (una volta, magari, ci si sposava anche quasi senza conoscersi, se non per forza, e poi si restava, si doveva restare, uniti per sempre anche nel disagio più totale). Quello che, con questa breve premessa, comunque voglio dire è che noi possiamo risolvere il problema (non sposarci in un modo e nell’altro, non separarci per motivi futili o non “non separarci” per forza) facendo cultura nella società. Cultura contro i modelli culturali che ha imposto essenzialmente la televisione commerciale, il berlusconismo, la priorità di valori come la bellezza, la ricchezza, la moda firmata come elemento identitario, e per ambizione la partecipazione al grande fratello o a diventare veline, il successo come prezzo di scambio e non per capacità professionali nostre e così via. Quando c’è questa massa di roba a travolgere la vita sociale non è che la fermi opponendoti al divorzio o ai Dico, che intanto hanno la funzione di sanare situazioni altrimenti esplosive. No, bisogna lavorare nel profondo, per una cultura dell’uomo diversa.Perché non si arrivi più a sposarci senza conoscerci e a separarci per motivi futili. Questi sono, come dire, l’effetto.

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  52. Una breve precisazione in velocità, Diego: io reputo che non sia il ‘berlusconismo’ ad averci portato a tanto (visto che, cmq, ancora si potrebbe scegliere – cosa non so, cmq mettiamola così), ma l’intero panorama sociale occidentale – con tanto di USA a dettare legge – dalla sinistra alla destra (ormai finte entrambe) e ritorno, visto che anche a sinistra si cacciano le sedie, si fanno inciuci e di tutto e di più. Questo lo dico non perché sia di Berlusconi o di destra… ma oltre, da sempre. Quindi analizziamo con obiettività. Sono il “sistema corrotto e privo di valori”, “una borghesia da schifo” (cioè non illuminata) e “un post-proletariato che vuole assurgere a diventare borghesia da schifo (a tutti i costi)”, almeno, così, un tempo si diceva, che “fanno letame”… affermato ciò: reputo che anche un certo mondo cattolico sia da includersi in detto sistema… perché anche in quel senso sono oltre, da sempre.

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  53. Diego, sto sostenendo su http://www.vibrissebollettino.net una discussione a riguardo della lettera aperta che Antonio Moresco ha indirizzato al Papa, con la quale lo scrittore chiede che il Santo Padre sciolga la Chiesa. Spero che non debba discutere a lungo, perché di questi tempi ho dibattuto più volte gli stessi temi. Là sostengo il diritto del Papa di rivolgersi ai cattolici e che nel 1919 Benedetto XV (sarà una coincidenza?) abolì non a caso il non expedit per consentire ai cattolici di entrare in politica. Ciò che fece don Sturzo fondando il partito Popolare Italiano, al quale anche Castagnetti e la Bindi si richiamarono al tempo della scissione della DC. Là c’è il mio commnento integrale, al quale desidero rimandarti, se vuoi.

    Qui mi preme dirti, invece, che, forse influenzato dalla mia esperienza positiva, io non rinuncerò mai a difendere coi denti il valore e il significato della famiglia naturale come l’istituzione più importante per la crescita e l’educazione dei figli.
    Ogni deterioramento della famiglia ha influenza diretta sul decadimento della società civile. Questa è la mia convinzione. Guarda che cosa è diventata la famiglia negli Usa e negli Stati che si dicono democratici e avanzati. I figli sono tutti allo sbando, non hanno più una identità, sono proteiformi.
    Lavorare nel profondo come auspichi tu, secondo me è lavorare nella direzione di ripristinare il valore fondante della famiglia. So bene che i mass media suggeriscono modelli falsi, specchietto delle allodole, che indicano obiettivi fasulli e vuoti e seminano aspettative e illusioni che poi provocano il crac della personalità. Proprio per questo il rimedio è sforzarsi di ripristinare il valore fondante di una società, che è la famiglia naturale.

    Ho 65 anni ed un matrimonio alle spalle che dura da 37 anni. Ho tre figli, il minore dei quali ha 30 anni.
    Desidero dirti queste cose che investono la mia intimità, perché voglio portarti un esempio concreto, legato alla vita di tutti i giorni.
    Mia moglie ed io, prima di sposarci, siamo stati fidanzati cinque anni, ci siamo conosciuti, abbiamo osservato qualità e difetti di ciascuno. Da fidanzati abbiamo litigato, eccome! Ci siamo sposati, e dopo un anno, nel 1971, è venuta la prima figlia, nel 1973 la seconda e nel 1977 il terzo figlio, oggi medico.
    Non abbiamo litigato più? Certo che abbiamo litigato, nonostante i figli. Si litiga più da giovani che da anziani, anche se si dice che l’attrazione fisica può aiutare a sopportarci. Invece i primi anni si litiga, si litiga su molte cose, perché la convivenza iniziale non è facile. Quante volte dicevo a mia moglie che l’avrei lasciata! Bastava a volte uno sguardo o una parola di troppo, e lei montava la mutria per giorni e giorni. Non riuscivo a sopportare. Sapevo che questo era la conseguenza del mio carattere, che non riuscivo a cambiare, per quanto mi sforzassi, e mi domandavo come mia moglie non riuscisse a capirlo e a passarci sopra per aiutarmi. Però il matrimonio comporta il rispetto reciproco, la comprensione reciproca e soprattutto la responsabilità verso i figli. Per fortuna, entrambi li abbiamo tenuti presenti.

    Una volta schiaffeggiai mia moglie. Era presente la mia secondogenita Claudia, che aveva quattro o cinque anni. Vide la scena, mi si avvicinò e, presente mia moglie, che si sentiva umiliata, mi disse: “Papà, non devi picchiare la mamma!” Che lezione ebbi da mia figlia! Non l’ho più dimenticato. Claudia ora è sposata, come l’altra figlia, ma io, ogni volta che viene a casa mia, ricordo quella scena e le parole che mi disse. La guardo e l’ammiro. Vedi, Diego, questa è la famiglia. Un insieme di solidarietà, di reciproca comprensione e di mutuo aiuto, anche se proviene da una bambina. Tutto ciò arriva con il tempo. Se si riesce a superare i primi anni, in cui ci si sente dei padreterni e dei comandanti, tutti colmi di diritti e privi del minimo dei doveri, le cose si mettono a funzionare, a marciare nel senso giusto. Io credo che l’amore che c’è oggi tra mia moglie e me, tra noi genitori e i nostri figli, è il premio che ci è stato dato per aver creduto al matrimonio, per aver tenuto duro, per non esserci fermati alla superficie, ma aver voluto andare in profondità. Non tradirei mia moglie nemmeno mi si presentasse la donna più bella del mondo, perché mia moglie è diventata davvero l’altra metà di me stesso, come credo io di lei. Abbiamo il futuro davanti, non so quanto lungo, ma è così bello affrontarlo insieme.

    Oggi abbiamo un nipotino di sette anni e mezzo, che tutti i giorni, insieme con la madre, la mia figlia maggiore, viene a mangiare da noi. Che gioia! Scorgo alcuni gesti, ascolto alcuni pensieri suoi, che mi ricordano me alla sua età. Sento che i figli, nell’offrirmi i loro figli, nel trasferire loro una parte di me, nel farli partecipare alla mia vita, forse agli ultimi anni della mia vita, mi testimoniano un grande amore, un amore che non può avere paragoni con altri amori. E’ troppo grande.
    Vedi, Diego, tutto questo deriva dall’aver superato alcuni ostacoli che nei primi anni si presentano ai coniugi in ogni matrimonio (guarda che io non parlo del solo matrimonio religioso, ma anche di quello civile). Questa è la famiglia che uno Stato deve indicare a modello. Tocca poi a noi di metterci tutta la nostra forza volitiva, la nostra determinazione, per farla funzionare al meglio, pensando al rispetto reciproco, alla comprensione e alla responsabilità che ci deriva rispetto ai nostri figli.

    I Dico, ed altre combinazioni che si potranno inventare, io non li maledico: ma guai se dovessero essere additati come un modello paritario a quello della famiglia naturale. Una cosa è garantire il rispetto a tutti, un’altra, che pertiene allo Stato, è quella di indicare un modello capace di riprodursi, attraverso i figli, nella società civile.

    Io rispetto tutti, fuorché coloro che fanno del male agli altri, e desidero che siano riconosciuti diritti a doveri a tutti. Però, finché avrò fiato, combatterò per la famiglia naturale, perché sia essa il modello a cui tutti ci si ispiri.
    Se la famiglia è sana, la società sarà sana. Se la famiglia si frantuma, lo Stato si smarrisce e degrada. Ci credo a questo. La mia vita mi ha insegnato che è così.

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  54. credo che l’individualismo sfrenato, il modello usa e getta, il fa quello che senti, il va dove ti porta la brama, siano il frutto di un assenza di guide e modelli che vanno dalla famiglia alla scuola alla società tutta. i figli oggi come quelli di ieri chiedono tutto e subito ma mentre ieri si sapeva anche dire no ad un figlio oggi l’assenza di tempo, i sensi di colpa spingono i genitori a conprare l’affetto con le cose, che però non riempiranno mai il cuore dei loro figli, che si colma solo di presenza e amore e dedizione. quanto è difficile dire no ad un figlio può saperlo solo che si trova a combattere quotidianamente una battaglia che pare persa in partenza: perchè io non posso mentre tutti gli altri si? lottare perchè ci sia il rispetto di tempi sani di crescita, perchè i figli conquistino la loro autonomia gradualmente, perchè capiscano che ogni conquista è segno di una maggiore responsabilità, e che non è mai un’acquisizione definitiva ma va gestita giorno per giorno, questo è un lavoro che può fare solo chi ha imparato a dire no a se stesso, chi ha imparato a discernere le cose veramente importanti. invece oggi vediamo mamme che competono con le figlie adolescenti come ad una sfilata di miss italia, padri amici che non sanno dare il senso dell’autorevolezza ai propri figli, vediamo genitori bambini nonostante si diventi madri e padri sempre più tardi perchè la generazione odierna non è stata educata alla responsabilità. siamo alla seconda generazione dal 68 e già si vedono chiari i segni del decadimento della società. è necessario un ricupero di ciò che fonda la convivenza civile e il luogo più adatto con tutte le sue difficoltà e i suoi difetti è e rimane la famiglia, ma soltanto qualora si riesca a ricuperare un modello umano sostenibile non più fatto di potere-denaro-successo, ma di amore-dedizione-responsabilità. un tempo c’erano persone che ricordavano la loro infanzia magari di stenti e di fame con la nostalgia di una gioia data dal calore dell’essere cresciuti in una famiglia, oggi molti giovani uomini e donne parlano della loro infanzia come di un luogo di sofferenza e di assenza.
    interoghiamoci sui motivi di tutto questo, chiediamoci perchè la società del benessere materiale ha prodotto tanta depressione tanta anoressia, tanta nevrosi, e perchè invece in tempi di fame pure la gente riusciva a crescere psicologicamente sana.
    solo rispondendo sinceramente a questa domanda, solo rendendosi conto che l’etica parte dalla solidità della crescita del bambino in ambienti sani, potremmo affrontare la sfida che ci pone il futuro: saremo davvero capaci di creare per le generazioni future un mondo migliore?

    saluto tutti

    elena f

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  55. Una volta assunto che il Desiderio è per sé buono, e questo è atto costitutivo dell civiltà occidentale, che rende da sempre problematico il suo essere Christianitas, si hanno conseguenze a catena, che necessariamente portano agli abominii del presente, in cui si arriva a porre in questione lo stesso tabù dell’incesto (anche in ciò Wagner è stato precurssre, con Sigmund e Siglinde). Se il Desiderio è buono, tutto ciò che si oppone ad esso è cattivo. E arcicattiva è dunque la Chiesa. Dove porre il limite tra il lecito e l’illecito, tra il giusto e l’ingiusto, se il Desiderio è il nostro dio?

    Occorre poi tener presente che il Desiderio ha natura mimetica. L’anima del bambino non sa cosa deve desiderare, e lo impara dal gruppo sociale cui appartiene, in primis dalla famiglia. Ed ogni società ha insegnato ai suoi figli come e cosa desiderare. Mediante modelli. Ai piccoli spartani si dava, ad esempio, il desiderio per noi incomprensibile di morire in battaglia. E tuttavia ogni società aveva dei criteri per distinguere i deideri buoni da quelli negativi. E’ questo criterio che noi non abbiamo più. In Occidente pare che il criterio sia quello della violenza, ovvero che sia ritenuto lecito e praticabile tutto ciò che non comporti violenza sull’altro. Il fatto è, però, che la violenza è una componente essenziale dell’umano, ed è intrinsecamente legata al desiderio, e risulta assai difficile scatenare quest’ultimo senza che anche la violenza, in modi diversi, si liberi e dilaghi. Ma questo oggi non si vuol vedere, anche perché senza Desiderio illimitato i meccanismi della nostra societa della crescita illimitata si incepperebbero. E’ una contraddizione insanabile.

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  56. Carissimi, io sono sposato da 35 anni, ed ho tre figli, di 30, 28 e 13 anni. Quindi siamo lì. Per quel che mi riguarda la famiglia è il bene più prezioso.Mi reputo fortunato, anche se sono consapevole che questa fortuna è frutto di una cultura, in senso lato, che affonda in certi valori. Ecco, quello che io ho tentato di dire, Bartolomeo ed Elena, è che su questi valori dobbiamo lavorare, un lavoro come dire, alle fondamenta. Opporsi ai Dico o a a qualsiasi legge invece è opporsi, a mio modo di vedere, a dei diritti, i quali non tolgono nulla a famiglie come le nostre, ma possono essere utili ad altri. L’obiettivo, nel tempo, seppur è un utopia, è rendere i Dico e altre leggi consimili, superflue. O, comunque, necessarie a sempre meno persone. Quanto al Berlusconismo – e mi rivolgo a Ruggero – non ho voluto intendere tanto la persona o il governo di Berlusconi ma la concezione di vita di uno che ha fatto, con la sua persona – i tacchi per essere più alto, l’impianto dei capelli per non apparire calvo, la ricchezza ostentata – e con le sue televisioni dell’immagine la essenza dell’uomo. Certo non è il solo nel mondo. Ma in Italia è stato lui il virus portatore di questa visione dell’uomo. Berlusconismo quindi come concetto.

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  57. Caro Diego ho inteso e ovviamente approvo.

    Belle le vostre eperienze personali… forti, autentiche, soprattutto umanissime. Reputo che questo dirsi con sincerità possa divenire uno dei fondamenti per un futuro migliore. Io ho una figlia di 11 anni, un rapporto di coppia molto travagliato (che non so come potrà procedere… o, meglio, andare a finire, visto che per molti anni si è fatto di tutto, da ambo le parti, per smantellarlo. Ho tenuto duro. Tengo duro. Si vedrà. Resta il fatto che bisogna pensare al bene dei figli… questo sì… questo è fondamentale… tutto il resto è pur follia di questi tempi… come ho scritto nel post iniziale). Grazie ancora.

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  58. Il problema sta qui, Daniele: che io Dico si vogliono elevare allo stesso rango della famiglia tutelata dalla nostra Costituzione. E’ questo che non si deve fare. Il modello di famiglia da indicare deve essere uno solo: il modello della famiglia naturale. Tutto qui. Se sei d’accordo su questo, allora nulla questio.

    Il Berlusconismo che dici tu, esiste da prima che sia nato Berlusconi. Ci piace chiamarlo così per denigrare l’uomo, ma prima di lui c’erano gli Agnelli, i De Benedetti, i Gardini. Oggi c’è Montezemolo e così via.

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  59. Questo eterno vivere nella morte. Questo eterno morire nella vita. L’eternità continua e ossessiva come la nostra stessa ombra. Un tema affascinante e terribile. Questo frammento l’ho trovato molto interessante, pieno di spunti, bisogna affronatre la morte e se si vuole paradossalmente superarla, anche per parlarne in modo più brillante con il proprio Io.

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  60. Non Daniele, ma Diego. Quanto al berlusconismo mi sembra che Bartolomeo lo confonda con il concetto di grande imprenditore. Non intendo certo questo. Ci sono grandi imprenditori che hanno valori profondi, e credo che Agnelli, ma non solo lui, sia stato uno di questi. Il berlusconismo è una deriva che trascina anche l’uomo qualunque, dalla ragazza la cui ambizione è diventare velina al giovane il cui mito è uno come Costantino. Il berlusconismo è, insomma, una sottocultura.

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  61. ho già avutomodo di dire in questo sito ma non credo faccia male ripeterlo che quello che diego definisce berlusconismo, altri superficialità assenza di valori o valori dstorti, è un male che da sempre attiene all’uomo. ci sono epoche in cui si accentuano i caratteri sociali di questo male ma non per questo dobbiamo pensare che la superficialità e i disvalori siano appannaggio esclusivo dell’epoca contemporanea.ogni epoca ha dovuto lottare con le tendenze animalesche dell’uomo,meglio ancora ogni uomo deve combattere con il proprio affrancamenta da quei desideri che sebbene innescati dalla natura egli,proprio in forza del suo essere altro rispetto all’animale,riesce a rendere ossessivi.
    intendo dire che ciascuno di noi in quanto uomo dotato di intelligenza sentimento e istinto è chiamato ad armonizzare nella sua vita questi tre aspetti, ora il berlusconismo non è che una deviazione dell’umanesimo inteso comeonico sviluppo dell’uomo. una società che ha smarrito il senso del bene, del giusto, una società che guada solo all’utile immediato, al denaro, al successo è fatta di uomini e donne che pongono come fine del proprio esistere ciò che è e resta semplice strumento di sopravvivenza. se il fine sono i soldi o il successo, l’approvazione dell’altro, se la stima di sè passa per l’approvazione che gli altri ci mostrano o per l’imposizione della propria immagine o in senso estetico o in senso di potere economico, se la stima di sè passa per il soddisfacimento immediato dei propri desideri e voglie allora l’essere umano è condannato ad una sconfitta senza pari. non ci saranno mai soldi abbastanza, nè salute,ne bellezza sufficienti per colmare quel vuoto che abita il cuore dell’uomo.
    purtroppo però la società dei consumi, la pubblicità il gossip, mostrano un’idea di felicità distorta e tutti sono sottoposti a messaggi che dicono “compra questo oppure diventa potente sii ricco, fatti il lifting piuttosto che il tatuaggio o il piercing per essere felice, altrimenti non sei nessuno” questi messaggi ai quali tutti, a meno di una scelta consapevole, sono sottoposti non fanno che aumentare il vuoto di valori e di speranze per l’uomo contemporaneo. solo un ricupero dell’uomo all’umano, che passa per la consapevolezza di se, per la scelta del bene una volta che si sia compreso che non è la via egoistica ed egocentrica a guarire dai mali del vivere, solo una rinnovata fiducia che nella conquista dell’essere e dell’esserci per l’altro, in relazione, in dialogo, e non dell’avere sta il valore più grande potrà ricodurre l’uomo e con esso la società sul sentiero di una vita che valga davvero la pena di essere vissuta.

    saluto tutti

    elena f

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  62. @
    scusate il refuso,non
    dell’umanesimo inteso comeonico sviluppo dell’uomo
    ma:
    inteso come armonico sviluppo..

    saluto tutti

    elena f

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  63. Scusa Diego per aver sbagliato il tuo nome.

    Ti ha risposto Elena, io voglio solo dirti che Agnelli dettava la moda ed ostentava le sue trasgressioni, mi viene in mente il famoso orologio portato sopra il polsino. Oppure Gardini con il suo Palazzo a Venezia, e così via. Segni di quello che tu chiami berlusconismo ce ne sono già stati prima di lui. Oggi lo si è voluto definire berlusconismo per aggiungere discredito ad un uomo che di colpe ne avrà pure tante, ma chi non ne ha scagli la prima pietra. Io ce l’ho con chi si accanisce contro gli altri (Berlusconi in questo caso) per nascondere i propri egoismi. Tutto qui.

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  64. Elena,
    sono d’accordo quando dici che “superficialità assenza di valori o valori dstorti, è un male che da sempre attiene all’uomo”.
    Mi sembra troppo grosso invece dire che “berlusconismo non è che una deviazione dell’umanesimo inteso comeonico sviluppo dell’uomo”. non so che valore tu dai alle parole, ma non mi sento di buttare Leonardo, Raffaello e Michelangelo nella pattumiera della storia come farei con i valori rappresentati da Berlusconi.

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  65. @mariapia

    non intendevo parlare di deviazione dell’umanesimo o “distorsione umanista” come se l’umanesimo fosse una distorsione, ma ho detto che i valori portati dal berlusconismo o meglio quello che un certo tipo di pensiero propugna come valori: soldi- successo- estetismo e potere sono una distorsione di ciò che è umano(umanesimo inteso in tale senso) sono una deviazione da ciò che porta l’animale uomo a diventare essere umano, perchè l’egoismo l’ipertrofia dell’ego, l’egocentrismo non sono la via per la felicità che semmai è da ricercarsi nell’amore gratuito, nel dialogo nell’attenzione all’altro.

    saluto tutti

    elena f

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  66. Carissimi ho riattaccato la spina. Cacchio, vi siete scatenati! Ero rimasto al # 50… En passant, condivido la riflessione di Gian Ruggero al # 57: “Io reputo che non sia il ‘berlusconismo’ ad averci portato a tanto (visto che, cmq, ancora si potrebbe scegliere – cosa non so, cmq mettiamola così), ma l’intero panorama sociale occidentale – con tanto di USA a dettare legge – dalla sinistra alla destra (ormai finte entrambe) e ritorno, visto che anche a sinistra si cacciano le sedie, si fanno inciuci e di tutto e di più”. E qui potrei innestare il discorso della globalizzazione che ho affrontato nel blog di Diego qualche tempo fa. Ne riporto alcuni stralci: “Il socialismo (in tutte le sue forme e varianti, anche quelle socialdemocratiche nordeuropee da te citate, caro Diego) e il capitalismo non sono che due facce della stessa medaglia: un sistema socio-politico che colloca al centro della vita le ‘attività produttive’. Dopo la caduta del muro di Berlino è accaduto qualcosa di epocale non tanto per la fine in sé della cosiddetta guerra fredda […] L’economia della grande impresa […] oggi è prettamente ‘globale’. Non solo, è in atto un processo per certi versi paragonabile a quello che vede scomparire i negozi a misura d’uomo – quelli di una volta – spazzati via dagli alienanti e nevrotici centri commerciali: grandi colossi multinazionali costituiscono delle mastodontiche joint venture perché – ci dicono gli esperti – è l’unico modo che hanno tali aziende per non soccombere […] cosa fare dei doppioni? In altre parole, delle sovrapposizioni di prodotti con caratteristiche analoghe? Ovviamente il doppione va eliminato. Conseguenze? Ah, nulla di importante: intere linee di prodotti verranno chiuse, migliaia di operai, impiegati, tecnici risulteranno di troppo: arrivederci e grazie… D’altra parte – ci dicono gli esperti – è l’unico modo per non soccombere… Non parliamo poi delle delocalizzazioni: perché continuare a produrre in Italia, Francia, Germania quando è possibile sfruttare la manodopera a basso costo dell’estremo oriente? Conseguenze? ‘Quisquilie’ direbbe Totò: milioni di operai, impiegati, tecnici risulteranno di troppo: arrivederci e grazie… la vera strada è l’economia globale!”. Aggiungo solo che una tendenza analoga si sta registrando anche sulle attività di ricerca applicata: l’Italia tiene, per il momento, solo perché gli stipendi che percepiscono gli ingegneri e i fisici, a casa nostra, sono risibili rispetto a quelli giustamente riconosciuti in altri paesi europei in cambio di prestazioni lavorative così qualificate… Dunque, d’accordo sul discorso dei valori, della cultura, etc. Ma, per favore, qualcuno risponda a questo mio dilemma (# 46): “Conosco tante giovani coppie […] che vorrebbero sposarsi, costruirsi un futuro condiviso… ma proprio non ce la fanno, pur lavorando entrambi 9-10 ore al giorno”. Non è solo questione di valori condivisi! Purtroppo ho trovato interventi così cospicui che ho potuto leggerli solo a campione e non ho trovato risposta: ditemi, per favore, se me la sono persa. Così come vi prego di segnalarmi se qualcuno ha risposto alla domanda che vi ho lasciato prima di allontanarmi per alcuni giorni (# 50): “Bisogna essere necessariamente atei o agnostici per condividere la posizione di Luca (# 49) e Diego (# 48)?”.

    Grazie.
    Pasquale

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  67. @ Diego (# 52). Ho letto. Che dire? ogni commento sarebbe superfluo.

    @ Bartolomeo (# 54) “Posto che l’uomo ha bisogno di lavorare, la scienza non dovrebbe, ad esempio, calcare la mano su quelle invenzioni che sottraggono lavoro all’uomo. Ovviamente, ciò sul piano planetario.”

    Solo una precisazione: altro è la scienza altro è la tecnologia. Questa sì, attiene alle invenzioni che potrebbero “sottrarre” lavoro all’uomo, tuttavia la materia è complessa e non la si può liquidare in tal guisa: la tecnologia può anche semplificare e di molto la nostra avventura quotidiana; la questione che poni è nota da tempo, d’altro canto non si può pretendere che si continui a rimanere avvinghiati alle catene di montaggio di ottocentesca memoria… allora qui subentra la necessità di aggiornarsi, di stare al passo coi tempi… Poi, se della tecnologia (non della scienza, la ricerca scientifica deve procedere senza intralci se non vogliamo ritornare al medioevo: sarà poi compito-dovere del legislatore regolare il tutto garantendo che qualche personaggio privo di scrupoli non ne utilizzi impropriamente i risultati: e a questo livello può aver senso anche parlare di etica; ma non su questioni che riguardano la ricerca di base!)… dicevo, se della tecnologia qualche politico-faccendiere-boss mafioso decide un bel giorno di fare un uso imperialistico o socialmente scellerato… ebbene, tutto questo con la scienza non c’entra un fico secco.

    Buona Pasqua (tecnologicamente confortevole)

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