TRADOTTI DAL SILENZIO # 2 – René CHAR

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TRADOTTI DAL SILENZIO # 2 – René CHAR

“Piegati soltanto per amore.
Se muori, continuerai ad amare.”

*

“Perché ho tradotto, o cercato di tradurre nonostante i rischi, René Char? Quale simpatia irresistibile mi ha spinto al tentativo – il più delle volte disperato, almeno per i miei mezzi – d’un’imitazione italiana? Dico imitazione perché mi rendo conto che una restituzione perfetta rimane sempre, quando si tratta di poesia traslata, una chimera, non fosse che per l’inevitabile usura che le parole, come le monete, subiscono attraverso il cambio.

 

 Perché, dunque?
Sapessi rispondere, saprei definire la poesia di Char: che fra tutte le “poesie” da me lette ed amate in questi ultimi anni, è la più lontana dall’ “idea di poesia” che ciascuno di noi (per tradizione, per educazione, per abitudine) possiede, e la più stretta al cuore della poesia stessa, dove la letteratura o la poesia-che-si-sapeva-già non porgono più alcun soccorso al lettore, e questi, coinvolto da capo a piedi in quei bouts d’existence incorruptibles che sono i poèmes, rimane perfettamente solo a sentirsi investito d’un potere – d’interiore libertà: d’uno slancio vitale e d’un coraggio morale – che per un istante egli crede di ricevere femminilmente dall’esterno, mentre poi s’accorge che tale ricchezza era già in lui, sonnecchiante ma presente, come se il poeta altro non avesse fatto che risvegliarla, non inventando ma scoprendo; e quindi suscitando un moto, più che d’ammirazione, di gratitudine. Ho sottolineato i tre vocaboli non per ammiccare, ma perché possono essere, penso, tre piccoli sesamo, offerti dallo stesso Char.
Quand on a mission d’éveiller – scrive in uno dei suoi lampeggianti aforismi, – on commence par faire sa toilette dans la rivière. [Quando la nostra missione è quella di svegliare, si comincia col lavare se stessi nel fiume.]
E altrove:

Celui qui invente, au contraire de celui qui découvre, n’ajoute aux choses, n’apporte aux êtres que des masques, des entre-deux, une bouillie de fer. [Colui che inventa, diversamente da colui che scopre, non aggiunge alle cose, non apporta agli esseri che delle maschere, sentieri a metà, un boccone di ferro.]
Ma ancora:

La poésie est à la fois parole et provocation silencieuse, désesperée, de notre être-exigeant pour la venue d’une réalité qui sera sans concorrente. Imputrescibile celle là. Impérissable, non; car elle court les dangers de tous. Mais la seule qui visiblement triomphe de la mort matérielle. Telle est la Beauté apparue dès les premiers temps de notre coeur, tantôt dérisoirement conscient, tantôt lumineusement averti. [ La poesia è, di volta in volta, parola e provocazione silenziosa, disperata, del nostro desiderare una realtà che non teme eguali. Immarcescibile. Imperitura, no; perché corre i rischi di tutti. Ma la sola che visibilmente trionfa della morte materiale. Tale la Bellezza: apparsa fin dai primi tempi del nostro cuore, ora risibilmente cosciente, ora luminosamente attento.]
E infine:

La poésie me volera ma mort. [La poesia mi ruberà la mia morte]
E’ appunto per questa ritrovata missione del poeta come suscitatore di vita (quindi di rivolta ininterrotta: non tramite la concione in versi, secondo la più banale formula dell’engagement, ma tramite la vita stessa) che nell’angustiato e depresso mondo del dopoguerra René Char – la cui opera, non esitò a scrivere Albert Camus, è quanto di più sorprendente ci abbia dato la poesia francese dopo le Illuminations e gli Alcools – è forse l’unica voce costruttiva, e vorrei dire, in senso proprio, edificante, nel cuore del generale sfacelo. E’ la voce viva e quasi magica, nourriture semblable à l’anche d’un haut-bois [nutrimento simile all’ancia di un oboe], d’un datore di speranza: d’un fautore acerrimo di libertà, nel più vasto e limpido senso laico. E nel più umano. D’un umanesimo che pianta le radici nello stesso suolo d’origine del poeta (L’Isle-sur-la-Sorgue, Valchiusa, circondario d’Avignone, dove Char è nato nel 1907) e che trae la sua maggior forza di vivo alimento proprio dalla catastrofe della guerra e dall’oppressione nazista, duramente sofferta e ormai sfondo morale del poeta, più d’ogni altro fratello dei suoi fratelli nel cristallo del proprio amore infinito. Sfondo, insieme con quello della lucente bellezza della terra (Char ha saputo ben fare sa toilette dans la rivière: e ogni sua parola è un essere vivente, uomo o albero o fiume o trota o allodola che sia), che nemmeno nelle poesie più schiettamente amorose verrà meno, sempre espresse con un tal sentimento etico della parola da trovare pochi termini di confronto”.

(Giorgio Caproni)

(Il testo è tratto da , René Char, Poesia e prosa, cura e traduzione di Giorgio Caproni, Milano, Feltrinelli, “Biblioteca di letteratura”, 1962. Il libro riproduce integralmente l’edizione Poèmes et prose choisis [Poesie e prose scelte], Paris, Gallimard, 1957, con in più la versione completa della sezione Feuillets d’Hypnos [Fogli d’Hypnos], dal volume Fureur et Mystère [Furore e mistero], Paris, Gallimard, 1948, tradotta da Vittorio Sereni.)

*

Testi

Da Feuillets d’Hypnos [Fogli d’Hypnos]
(1943 – 1944)

5

Nous n’appartenons à personne sinon au point d’or
de cette lampe inconnue de nous, inaccessible à nous qui
tient éveillés le courage et le silence.

Non apparteniamo a nessuno, se non al lampo
di quella lampada ignota, inaccessibile,
che tiene svegli il nostro coraggio e il silenzio.

16

L’intelligence avec l’ange, notre primordial souci.
(Ange, ce qui, à l’intérieur de l’homme, tient à l’écart
du compromis religieux, la parole du plus haut silence,
la signification qui ne s’évalue pas. Accordeur de pou-
mons qui dore le grappes vitaminées de l’impossible.
Connaît le sang, ignore le céleste. Ange: la bougie qui
se penche au nord du coeur.)

L’intelligenza e l’angelo –
il nostro primordiale pensiero.
(Angelo: ciò che nel profondo dell’uomo
tiene a distanza dal compromesso religioso,
parola di un più alto silenzio, di un senso
inestimabile. Accordatore di respiri che indora
i grappoli vitali dell’impossibile.
Conosce il sangue, ignora il cielo.
Angelo: il lume
che si tende sopra le nevi del cuore.)

39

Nous sommes écartelés entre l’avidité de connaître
et le désespoir d’avoir connu. L’aiguillon ne renonce pas
à sa cuisson et nous à notre espoir.

Siamo divisi tra la brama di conoscere
e la disperazione di aver conosciuto.
La spina non rinuncia al suo morso,
noi alla nostra speranza.

83

Le poète, conservateur des infins visages du vivant.

Il poeta: custode degli infiniti volti di tutto ciò che vive.

86

Les plus pures récoltes sont semées dans un sol qui
n’existe pas. Elles éliminent la gratitude et ne doivent
qu’au printemps.

I raccolti più puri hanno radici in un suolo
che non esiste. Eliminata la gratitudine,
sono debitori solo della primavera.

111

La lumière a été chassée de nos yeux. Elle est enfouie
quelque part dans nos os. A notre tour nous la chassons
pour lui restituer sa couronne.

Bandita dai nostri occhi, la luce si è nascosta
da qualche parte nelle nostre ossa. La scacciamo
a nostra volta, per restituirle la corona.

129

Nous sommes pareils à ces crapauds qui dans l’austère
nuit des marais s’appellent et ne se voient pas, ployant
à leur cri d’amour toute la fatalité de l’univers.

Somigliamo a quei rospi che nell’austera
notte delle paludi si chiamano e non si vedono,
piegando al loro grido d’amore
tutta la fatalità dell’universo.

165

Le fruit est aveugle. C’est l’arbre qui voit.

Il frutto è cieco.
Solo l’albero ha occhi.

203

J’ai vécu aujourd’hui la minute du pouvoir et de
l’invulnérabilité absolus. J’étais une ruche qui
s’envolait aux sources de l’altitude avec tout
son miel et toutes ses abeilles.

Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele e tutte le sue api.

221

La carte du soir.

Une fois de plus l’an nouveau mélange nos yeux.
De hautes herbes veillent qui n’ont d’amour qu’avec
le feu et la prison mordue.
Après seront les cendres du vainqueur
Et le conte du mal;
Seront les cendres de l’amour;
L’églantier au glas survivant;
Seront tes cendres,
Celles imaginaries de ta vie immobile sur son cône
d’ombre.

La carta della sera.

Una volta ancora, l’anno nuovo ci confonde gli occhi.
La veglia è di alte erbe che non hanno amore
se non col fuoco e la prigione che mordono.
Poi saranno le ceneri del vincitore
e il racconto del male.
Saranno le ceneri dell’amore.
La rosa selvatica
che sopravvive a presagi di morte.
Saranno le ceneri,
immaginarie, di te, della tua vita immobile
sul suo cono d’ombra.

237

Dans nos ténèbres, il n’y a pas une place pour la
Beauté. Toute place est pour la Beauté.

Non c’è spazio, nelle nostre tenebre, per la Bellezza.
Tutto lo spazio è per la bellezza.

La rose de chêne

Chacune des lettres qui compose ton nom, ô Beauté, au
tableau d’honneur des supplices, épouse la plane simplicité du
soleil, s’inscrit dans la phrase géante qui barre le ciel, et s’associe
à l’homme acharné à tromper son destin avec son contraire
indomptable: l’espérance.

La rosa di quercia

Ognuna delle lettere che compongono il tuo nome, Bellezza,
nel posto d’onore dei supplizi, sposa la distesa semplicità
del sole, s’iscrive nella frase immensa che copre il cielo,
e si accompagna all’uomo impegnato a ingannare il destino
col suo opposto indomabile: la speranza.

*

Da À une sérénité crispée [A una serenità contratta]
(1952)

Les actions du poète ne sont que la consequence des
énigmes de la poésie.

Le azioni del poeta non sono che la conseguenza
degli enigmi della poesia.

*

Le poète se remarque à la quantité de pages insigni-
fiantes qu’il n’écrit pas. Il a toutes les rues de la vie
oublieuse pour distribuer ses moyennes aumônes et
cracher le petit sang dont il ne meurt pas.

Il poeta si distingue per il numero di pagine
insignificanti che non scrive.
Egli possiede tutte le strade
della vita smemorata: per distribuire
le sue povere elemosine
e sputare quel poco di sangue
che non lo farà morire.

*

Les yeux clos et dans l’effort de m’endormir, je vois
Luire au fond de mes paupières une braise qui est l’ âme
obstinée, l’épave clignotante du naufrage glorieux de ma
journée.

A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.

*

J’aime l’homme incertain de ses fins comme l’est, en
avril, l’arbre fruitier.

Amo
l’uomo incerto dei suoi fini.
Come lo è, in aprile, l’albero da frutto.

*

Cet instant où la Beauté, après s’être longtemps fait
attendre, surgit des choses communes, traverse notre
champ radieux, lie tout ce qui peut être lié, allume tout
ce qui doit être allumé de notre grebe de ténèbres.

Proprio l’istante in cui la bellezza,
dopo essersi fatta lungamente attendere,
sorge dalle cose consuete,
attraversa il nostro campo rigoglioso,
lega tutto ciò che può essere legato,
illumina tutto ciò che deve essere illuminato
del nostro retaggio di tenebre.

*

Mais qui rétablira autour de nous cette immensité,
cette densité réellement faites pour nous, et qui, de toutes
parts, non divinement, nous baignaient?

Chi ripristinerà intorno a noi quell’immensità
e quella densità realmente nate per noi, e che, da ogni parte,
umanamente ci lambiscono?

*

J’ai cherché dans mon encre ce qui ne pouvait être
quêté: la tache pure au-delà de l’écriture souillée.

Ho cercato nel mio inchiostro
ciò che non poteva essere chiesto:
la macchia di purezza
al di là della scrittura imbrattata.

*

Dans le tissu du poème doit se retrouver un nombre
égal de tunnels dérobés, de chambres d’harmonie, en
même temps que d’éléments futurs, de havres au soleil,
de pistes captieuses et d’existants s’entr’appelant. Le
poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et
un ordre insurgé.

E’ nel tessuto del poema che bisogna ritrovare,
in egual numero, gallerie nascoste, stanze armoniche,
e, nello stesso tempo, lembi di futuro, portici al sole,
sentieri insidiosi ed esistenze che si riconoscono alla voce.
Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine.
Un ordine insorto.

*

Da Le rempart de brindilles [Il bastione di fuscelli]
(1953)

Le dessein de la poésie étant de nous rendre souverain
en nous impersonnalisant, nous touchons, grace au
poème, à la plénitude de ce qui n’était qu’esquissé ou
déformé par les vantardises de l’individu.
Les poèmes sont des bouts d’existence incorruptibles
que nous lançons à la gueule répugnante de la mort,
mais assez haut pou que, ricochant sur elle, ils tombent
dans le monde nominateur de l’unité.

Se il fine della poesia è renderci sovrani
spersonalizzandoci, solo così possiamo attingere,
grazie al poema, la pienezza di quanto
era appena abbozzato o deformato
dalle nostre millanterie di individui.
I poemi sono frammenti d’esistenza incorruttibili
che noi gettiamo nella gola ripugnante della morte:
ma dall’alto, affinché, rimbalzandovi,
possano cadere
nel mondo che dà nome all’unità.

*

Ne cerche pas les limites de la mer. Tu les détiens.
Elles te sont offertes au même instant que ta vie évaporée.
Le sentiment, comme tu sais, est enfant de la matière; il
est son regard admirablement nuancé.

Non cercare i confini del mare.
Sono già in te.
Ti sono stati dati
in uno con la tua vita che svapora.
Il sentimento, lo sai, è figlio della materia:
ne è lo sguardo mirabilmente
vanescente.

*

Hors la poésie et ses phrases passionnées, il te faut quel-
quefois prendre garde aux mots que tu écris, aux pana-
cées que tu prononces, auxquels ton esprit confère une
infaillibilité de longue haleine et la faculté de fine ma-
nœuvre. Qui sera ton lecteur? Quelqu’un pratiquement
que ta spéculation arme mais que ta plume innocente.
Cet oisif, sur ses coudes, à sa fenêtre? Ce camper im-
prudent? Ce criminel ancore sans objet? Tu ne sais pas.
Prends garde, quand tu peux, aux mots que tu écris.

Fuori dalla poesia e dai suoi versi appassionati,
stai attento qualche volta alle parole che scrivi,
ai rimedi che consigli e ai quali il tuo spirito
attribuisce un’infallibilità di lungo respiro
e la facoltà di abili manovre. Chi sarà il tuo lettore?
Praticamente uno che la tua mente arma
ma che la tua penna rende innocente.
Un ozioso appoggiato sui gomiti alla finestra?
Un campeggiatore imprudente?
Un criminale ancora senza oggetto?
Non puoi saperlo.
Stai attento, quando ti è possibile, alle parole che scrivi.

*

Vers l’arbre-frère aux jours comptés

Harpe brève des mélèzes,
Sur l’éperon de mousse et de dalles en germe
– Façade des forêts où casse le nuage –,
Contrepoint du vide auquel je crois.

Verso l’albero fratello dai giorni contati

L’arpa breve dei larici
sullo sperone muschioso di lastre in germe
– fronte delle foreste dove frange la nuvola –,
contrappunto del vuoto nel quale credo.

*

Da La bibliothèque est en feu [La biblioteca è in fiamme]
(1955)

Comment me vint l’écriture? Comme un duvet d’oi-
seau sur ma vitre, en hiver. Aussitôt s’éleva dans l’âtre
une bataille de tisons qui n’a pas, ancore à présent, pris
fin.

Come venne a me la scrittura?
Come piumaggio d’uccello
sul vetro della mia finestra,
d’inverno.
Immediatamente,
si accese nel camino
una battaglia di braci
che, ancora oggi, non si sono
spente.

*

Il n’y a que mon semblable, la compagne ou le compa-
gnon, qui puisse m’éveiller de ma torpeur, déclencher
la poésie, me lancer contre les limites du vieux desert
afin que j’en triomphe. Aucun autre. Ni cieux, ni terre
privilégiée, ni choses dont on tressaille.
Torche, je ne valse qu’avec lui.

Non c’è che il mio simile, la compagna
o il compagno, che possa svegliarmi
dal torpore, far scaturire la poesia,
slanciarmi
contro i confini del vecchio deserto
affinché io li superi. Nessun altro.
Né cieli, né terra promessa,
né cose che fanno trasalire, lo possono.
Torcia, è solo con lui che io danzo.

*

On ne peut pas commencer un poème, sans une par-
celle d’erreur sur soi et sur le monde, sans une paille
d’innocence aux premiers mots.

Non si può cominciare un poema
senza una particella di errore
su di sé e sul mondo,
senza un filo d’innocenza
alle prime parole.

*

Pouquoi poème pulvérisé? Parce qu’au terme de son
voyage vers le Pays, après l’obscurité pré-natale et la
dureté terrestre, la finiture du poème est lumière, apport
de l’être à la vie.

Perché poema polverizzato?
Perché al termine del suo viaggio
verso il Paese, dopo l’oscurità
prenatale
e la durezza dei giorni,
la finitudine del poema è luce,
apporto dell’essere alla vita.

*

Le poète ne retient pas ce qu’il découvre; l’ayant
transcrit, le perd bientôt. En cela réside sa nouveauté,
son infini et son péril.

Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre.
Non appena lo trascrive, subito lo perde.
In ciò risiede la sua novità,
il suo infinito,
il suo pericolo.

*

Parfois la silhouette d’un jeune cheval, d’un enfant
lointain, s’avance en éclaireur vers mon front et saute
la barre de mon souci. Alors sous les arbres reparle la
fontaine.

Talvolta il profilo di un puledro,
di un bambino in lontananza,
s’avvicina a esplorare il mio sguardo,
scavalca il muro del mio timore.
E’ allora che, sotto gli alberi,
riprende a mormorare
la sorgente.

*

Arrêtons-nous près des êtres qui peuvent se couper
de leurs resources, bien qu’il n’existe pour eux que peu
ou pas de repli. L’attente leur creuse une insomnie ver-
tigineuse. La beauté leur pose un chapeau de fleurs.

Fermiamoci accanto agli uomini
che possono privarsi dei loro beni,
nonostante non esistano, per loro,
che scarsi o inesistenti ripieghi.
L’attesa
scava in loro un’insonnia vertiginosa.
La bellezza gli pone sul capo
una corona di fiori.

*

Da Retour amont
(1965)

Lutteurs

Dans le ciel des hommes, le pain des étoiles me sembla
ténébreux et durci, mais dans leurs mains étroites je
lus la joute de ces étoiles en invitant d’autres: émigrantes
du pont encore rêveuses; j’en recueillis la sueur dorée,
et par moi la terre cessa de mourir.

Lottatori

Buio mi sembrò, e raffermo,
nel cielo degli uomini
il pane degli astri.
Eppure nella stretta delle loro mani
scoprivo la fatica di quelle stelle
che ne chiamano a raccolta altre
mentre migrano al di là del ponte
ancora trasognate.
Ne ho raccolto il sudore splendente
e nel mio gesto la terra
ha smesso di morire.

*

Faction du muet

Les pierres se serrèrent dans le rempart et les hommes
vécurent de la mousse des pierres. La pleine nuit portait
fusil et les femmes n’accouchaient plus. L’ignominie
avait l’aspect d’un verre d’eau.
Je me suis uni au courage de quelques êtres, jai vécu
violemment, sans vieillir, mon mystère au milieu d’eux,
j’ai frissonné de l’existance de tous les autres, comme
une barque incontinente au-dessus des fonds cloisonnés.

Vigilanza silenziosa

Si strinsero in cinte rocciose, le pietre,
e gli uomini si nutrirono di muschio.
Profonda era la notte, e in armi.
Le donne non partorivano più.
L’ignominia
aveva il volto di un bicchiere d’acqua.

Mi sono unito al coraggio di alcuni uomini
e ho vissuto con furore,
senza invecchiare, il mio mistero
in mezzo a loro. Vibravo
dell’esistenza di tutti gli altri
come una barca sfrenata, riemersa
da fondali sbarrati.

*

Servant

Tu es une fois encore la bougie où sombrent les
ténèbres autour d’un nouvel insurgé, Toi sur qui se
lève un fouet qui s’emporte à ta clarté qui pleure.

Ancella

Ancora una volta sei il lume
dove s’inabissano le tenebre
intorno a un nuovo insorto –
Tu, sotto la sferza che incrudelisce
al tuo piangente chiarore.

*
Le banc d’ocre

Par une terre d’Ombre et de rampes sanguines nous
retournions aux rues. Le timon de l’amour ne nous
dépassait pas, ne gagnait plus sur nous. Tu ouvris ta
main et m’en montras les lignes. Mais la nuit s’y haussait.
Je déposai l’infime ver luisant sur le tracé de vie. Des
années de gisant s’éclairèrent soudain sous ce fanal
vivant et altéré de nous.

Il banco d’ocra

Tornavamo alle strade
per terre d’ombra e rampe di sangue.
Il timone dell’amore non ci sorpassava,
non ci precedeva più.
Aperta la tua mano,
me ne hai mostrato le linee:
vi sorgeva la notte.
Vi ho deposto una minuscola lucciola
affinché brillasse sul solco della vita:
anni di rinunce s’illuminarono di colpo
sotto quella lampada vivente
infatuata di noi.

*

Cours des argiles

Vois bien, portier aigu, du matin au matin,
Longues, lovant leur jet, les ronces frénétiques,
La terre nous presser de son regard absent,
La douleur s’engourdir, grillon au chante égal,
Et un dieu ne saillir que pour gonfler la soif
De ceux dont la parole aux eaux vives s’adresse.
Dès lors réjouis-toi, chère, au destin suivant:
Cette mort ne clôt pas la mémoire amoreuse.

Corso delle argille

Guardali, custode vigile, da un mattino all’altro,
lunghi, che si attorcigliano, i mobili rovi,
la terra che ci preme col suo viso assente,
il dolore che si addensa, grillo dal canto uguale,
e un dio che emerge solo per gonfiare la sete
di quanti alle acque vive la parola rivolgono.

Rallegrati, dunque, mia amata, del destino che segue:
non disperderà la morte la memoria amorosa.

[Note]

[Sono “responsabile” di tutte le tra-duzioni (e le tra-s-gressioni) presenti in queste pagine. Per ulteriori chiarimenti, si veda l’incipit del saggio di Caproni sopra riportato.

Per i testi originali, ho fatto ricorso all’edizione francese curata da Jean Roudaut, Paris, Gallimard, “Bibliothèque de la Pléiade”, II ed., 1990 (I ed., 1983) [Feuillets d’Hypnos, pg. 175-233; A une sérénité crispée, pg. 747-761; Le rempart de brindilles, pg. 359-361; La bibliothèque est en feu, pg.377-381; Retour amont, pg. 421 e sg.]

Non sempre è stato possibile riportare, per ragioni di impaginazione, le spaziature e gli altri accorgimenti grafici presenti nel testo originale.

Il termine francese poème è praticamente intraducibile in italiano. Analogo all’inglese poem, è stato reso, seguendo l’esempio di grandi traduttori (i citati Caproni e Sereni, in primis) con poema. Va inteso, comunque, nella accezione elementare di “componimento poetico, lungo o breve”.]

40 pensieri su “TRADOTTI DAL SILENZIO # 2 – René CHAR

  1. Bellissima antologia, e magnifico secondo, Char, dopo Bousquet, a essere tradotto dal silenzio. Francesco, grazie, e complimenti per la traduzione. Tanti di questi versi sono delle perfette epigrafi, per la nostra umanità e per ciò che cerchiamo nella/con la scrittura.

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  2. “Vi ho deposto una minuscola lucciola
    affinché brillasse sul solco della vita:
    anni di rinunce s’illuminarono di colpo
    sotto quella lampada vivente
    infatuata di noi”.

    restiamo qui a guardarla, per un attimo. la poesia è questo strappo nella tenebra.
    grazie anche di questo, Francesco.

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  3. Chi ripristinerà intorno a noi quell’immensità
    e quella densità realmente nate per noi, e che, da ogni parte,
    umanamente ci lambiscono?

    lo struggimento perfettamente umano per l’immenso, l’infinito, per una pienezza densa cui aneliamo e che ci sfugge gronda dal poeme in cerca di luce e quella luce appare in una parola cara e recante il medesimo struggimento come trasfigurato

    Rallegrati, dunque, mia amata, del destino che segue:
    non disperderà la morte la memoria amorosa.

    c’è una memoria che sempre abita di luce la vita

    grazie francesco

    saluto tutti

    elena f.

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  4. “I raccolti più puri hanno radici in un suolo
    che non esiste. Eliminata la gratitudine,
    sono debitori solo della primavera.”

    Una concezione alta, assoluta di poesia. Da tenere ben presente (e parlo per me) anche quando si sceglie di raccontarlo il mondo, così com’è, in tutta la sua bellezza o abbrutimento.

    Ma nei versi a seguire ci è dato di comprendere lo spessore anche etico di Char, esemplare:

    “Egli possiede tutte le strade
    della vita smemorata: per distribuire
    le sue povere elemosine
    e sputare quel poco di sangue
    che non lo farà morire.”

    “stai attento qualche volta alle parole che scrivi,
    ai rimedi che consigli e ai quali il tuo spirito
    attribuisce un’infallibilità di lungo respiro
    e la facoltà di abili manovre. Chi sarà il tuo lettore?
    Praticamente uno che la tua mente arma
    ma che la tua penna rende innocente.”

    “Fermiamoci accanto agli uomini
    che possono privarsi dei loro beni,
    nonostante non esistano, per loro,
    che scarsi o inesistenti ripieghi.
    L’attesa
    scava in loro un’insonnia vertiginosa.
    La bellezza gli pone sul capo
    una corona di fiori.”

    “Mi sono unito al coraggio di alcuni uomini
    e ho vissuto con furore,
    senza invecchiare, il mio mistero
    in mezzo a loro. Vibravo
    dell’esistenza di tutti gli altri
    come una barca sfrenata, riemersa
    da fondali sbarrati.”

    E infine queste immagini belle e potenti…

    “A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
    vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
    una brace: è l’anima ostinata,
    il relitto lampeggiante
    del naufragio glorioso del mio giorno.”

    “Ero un alveare che migrava
    verso le sorgenti del cielo
    con tutto il suo miele e tutte le sue api.”

    Perdona questa mia selezione nella selezione, ma è il mio aderire profondo a questa tua nuova, eccellente proposta. Per questo, un grazie di cuore.

    Giovanni

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  5. Qui convertit l’aiguillon en fleur arrondit l’éclair.

    Chi converte l’aculeo in fiore arrotonda il lampo.

    Tratto da
    Le terme épars, Il termine sparso.

    Io lo uso come mantra.

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  6. ecco ciò che è incredibilmente ALTO, lontano dall’ “umano troppo umano” – eppure è umanissimo… grazie Francesco (e grazie alle ombre di Char e Caproni)
    massimo

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  7. Vi ringrazio.

    E non c’è “grazie” più riconoscente di un verso che si offre nella sua fraterna, dolente “nudità”.

    *

    Le nu perdu

    Porteront rameaux ceux dont l’endurance sait user la
    nuit noueuse qui précède et suit l’éclair. Leur parole re-
    çoit existence du fruit intermittent qui la propage en se
    dilacérant. Ils sont les fils incestueux de l’entaille et du
    signe, qui élevèrent aux margelles le cercle en fleurs de
    la jarre du ralliement. La rage des vents les maintient en-
    core dévêtus. Contre eux vole un duvet de nuit noire.

    Il nudo perduto

    Porteranno rami, coloro che, pazienti,
    consumano la notte nodosa
    che precede e segue il lampo.
    La loro parola si fa vita
    dal frutto intermittente che la propaga
    lacerandosi. Sono figli incestuosi
    dell’incisione e del segno, quelli
    che innalzarono fino agli orli
    il cerchio fiorito della brocca dell’incontro.

    La furia dei venti ancora li denuda.
    Incontro a loro, a ricoprirli,
    volano piume da ombre notturne.

    fm

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  8. Non mi pare affatto una traduzione accettabile. Sereni ha tradotto quasi alla perfezione i Fogli d’Ipnos. Non ritengo affatto corretta, invece, questa traduzione.

    “Accordatore di respiri che indorare i grappoli vitali dell’impossibile. Conosce il sangue, ignora il cielo. Angelo: il lume che si tende sopra le nevi del cuore.”

    Questa traduzione non è solo errata da cima a fondo, è brutta, illeggibile.

    5.
    punto d’oro – lampada a noi sconosciuta – a noi inaccessibile – il coraggio e il silenzio.

    16. l’intelligenza con l’angelo – nostro primordiale – non si dà stima (non si valuta) – polmoni – dora – celeste – candela – china – settentrione –

    Prendo ad esempio Sereni che traduce il francese, senza storpiarlo: “Angelo: candela che si china a settentrione del cuore”
    Non si può tradurre bougie con lume, o se pencher con tendersi. Non rispettare neanche “l’intelligenza con l’angelo” mi pare semplicemente assurdo.

    Mi dispiace per l’improvvisato traduttore, che se la suona e se la canta, ma questo non è Char.

    lessness

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  9. “Sono “responsabile” di tutte le tra-duzioni (e le tra-s-gressioni) presenti in queste pagine”.

    Ti era sfuggito?

    Mi meraviglio, poi, come tu non abbia mosso un rilievo anche sul fatto che ho cercato di ri-condurre ad unità metriche definite ciò che, sostanzialmente, è “prosa poetica” più o meno estranea alla tradizione italiana.

    Sugli esempi che fai, in quanto a termini “inesatti”, sei stato anche molto buono: ne indichi una decina, ma ti assicuro che sono circa cinquanta, in particolare verbi. Ma, molto probabilmente, non hai voluto “infierire”, cosa della quale ti sono veramente grato.

    E’ chiaro che, trovandoti davanti a un testo come quello che citi (Accordeur de poumons qui dore le grappes vitaminées de l’impossible. Connaît le sang, ignore le céleste. Ange: la bougie qui se penche au nord du coeur.), e disponendo di un ottimo vocabolario di francese (Accordatore di polmoni che dora i grappoli vitaminizzati dell’impossibile. Conosce il sangue, ignora il celeste. Angelo: candela che si china sul nord del cuore.), potevi anche pensare ad una soluzione “diversa” (il che non significa che dovevi accettare quanto leggevi), magari ragionare su una duplice ipotesi intorno al lavoro: 1) chi l’ha redatto non conosce una parola di francese, al massimo le sue conoscenze vanno bene in una terza media e, soprattutto, non ha neanche un vocabolario fighissimo come il mio; 2) magari si tratta di qualcos’altro: non lo condivido, ma mi piacerebbe avere spiegazioni.

    Grazie, ad ogni modo, per la tua lettura. Mi spiace solo averti fatto perdere del tempo, visto che devi essere uno molto addentro all’opera di Char.

    E comunque, per scusarmi, sono sempre disposto a darti qualche lezione di “suono e canto”. A patto, s’intende, e me lo concederai, che tu mi passi gli estremi del tuo vocabolario di francese.

    I miei saluti.

    fm

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  10. Bisogna anche ringraziarlo di non aver scritto tutto il commento in francese tant’è colto e ben programmato il nostro Heuristically programmed ALgorithmic computer.
    Comunque con un Petit Robert si fanno miracoli in traduzione, chiedi a Rita.

    Una delle ragioni che mi fanno piacere la tua traduzione oltre alla musicalità è che io l’avrei fatto diversamente, cioè ci sono tante traduzioni quanti i lettori in possesso di un buon vocabolario e sufficienti nozioni di francese.
    E una certa sensibilita a scrivere in italiano.
    Ah e una certa elasticità mentale, per lasciar spazio allo spirito, insomma è un casino, nessuno è abilitato a tradurre, la pena è da stabilire.
    Mi sono sentito spesso contestare traduzioni che amo, dal Landolfi che traduce il russo alla traduzione sommessa e prosaica del Baudelaire di Attilio Bertolucci e quando ho provato a tradurre io ho goduto di illuminazioni e provato la sgradevole sensazione di schiantarsi contro un palo.

    Certo che è imprecisa questa traduzione, qualunque traduzione lo è, vorremo mica citare il sintagma maschilista: brutta-fedele bella-infedele?

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  11. Hai ragione, Mario. E che pirla, quel Landolfi. Chi sa se anche lui aveva dei problemi con il corrispettivo russo dell’ “avec” francese!

    Hai ragione anche sull’imprecisione, il tipico inconveniente di chi ha passato una ventina d’anni sull’opera di Char. Ma, come ho detto sopra, non dispongo di un buon vocabolario.

    E poi, vuoi mettere, mi sono anche permesso di “penetrare” nel testo, di “tradurre la poesia con la poesia”. Che eresia (fa anche rima!?, che orrore!

    Guarda che bello:

    “Une fois de plus l’an nouveau mélange nos yeux.
    De hautes herbes veillent qui n’ont d’amour qu’avec
    le feu et la prison mordue.”

    Una volta di più l’anno nuovo mischia i nostri occhi.
    Alte erbe vegliano che non hanno amore che con
    il fuoco e la prigione morsicata. (!!!!!)

    E guarda l’orrore, “tènditi” sull’abisso del traduttore “improvvisato”:

    Una volta ancora, l’anno nuovo ci confonde gli occhi.
    La veglia è di alte erbe che non hanno amore
    se non col fuoco e la prigione che mordono.

    Che dilettante allo sbaraglio!

    E quest’altra, poi! Qui si tocca il fondo:

    C’est l’arbre qui voit.

    Solo l’albero ha occhi.

    Ma dove caxxo li avrà visti gli occhi, se lì c’è il verbo “vedere”?

    *

    A me viene un sospetto: ma quel “an”, sarà “anno” o “ano”?
    Ah, avercelo un buon vocabolario!

    Avercela una buona guida televisiva e scegliersi il programma migliore per la serata!

    fm

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  12. Mi pencho sempre volontier su l’abîme dell’improvvisato, forse una traduzione “mélangèe” accontenterebbe tutti, ma certo quella traductively correct è semplicemente esilarante.
    Perchè non parlamus lo francesco come avanti di prima.
    Da ottimi risultati, oppure il francese della gare de Lyon; il garzone è tombato e si è cassato la figura.

    Nel garbuglio dei cavilli è facile smarrire la poesia.

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  13. L’ho letto ieri sera, Francesco
    poesie quasi come citazioni
    poesie che danzano,
    che tracciano
    come onde sul profilo dell’acqua
    un profilo.

    Grazie per questo tuo
    sempre scavare
    per darci luce
    carla

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  14. 13. Francesco Marotta Says:
    March 28th, 2007 at 10:21 pm

    1. “Sono “responsabile” di tutte le tra-duzioni (e le tra-s-gressioni) presenti in queste pagine”. Ti era sfuggito?

    – E io sono responsabile della mia critica. Fine.

    2. Mi meraviglio, poi, come tu non abbia mosso un rilievo anche sul fatto che ho cercato di ri-condurre ad unità metriche definite ciò che, sostanzialmente, è “prosa poetica” più o meno estranea alla tradizione italiana.

    – Non ti meravigliare, ho capito che per voi il verso è sacro. Tenetevelo. E Campana non era affatto matto. È da mo’ che abbiamo capito che il verso è solo questione di visione…

    3. Sugli esempi che fai, in quanto a termini “inesatti”, sei stato anche molto buono: ne indichi una decina, ma ti assicuro che sono circa cinquanta, in particolare verbi. Ma, molto probabilmente, non hai voluto “infierire”, cosa della quale ti sono veramente grato.

    – È così, non ho voluto infierire, ma non è solo questione di termini errati. “Accordatore di respiri che indorare i grappoli vitali dell’impossibile. Conosce il sangue, ignora il cielo. Angelo: il lume che si tende sopra le nevi del cuore.”
    Se leggo una traduzione di Char, voglio leggere Char, non una sua interpretazione, o Marotta, che, lui sì, si serve del dizionario dei sinonimi e dei contrari. Qui siete tra “poètes”, per i quali anche la traduzione del semplice “poème” diventa tema di dibattito (“Il termine francese poème è praticamente intraducibile in italiano. Analogo all’inglese poem, è stato reso, seguendo l’esempio di grandi traduttori (i citati Caproni e Sereni, in primis) con poema”). Magari fosse venuta a qualcuno l’idea di tradurre con, che ne so, cosa vana e splendida. Forse a Marotta non è venuto in mente l’origine del celeste.
    Usare respiri al posto di polmoni cos’è ? Usare lume per candela cos’è ? Prendere lucciole per lanterne.
    Era Proust a dire che i bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera.

    4. E’ chiaro che, trovandoti davanti a un testo come quello che citi (Accordeur de poumons qui dore le grappes vitaminées de l’impossible. Connaît le sang, ignore le céleste. Ange: la bougie qui se penche au nord du coeur.), e disponendo di un ottimo vocabolario di francese (Accordatore di polmoni che dora i grappoli vitaminizzati dell’impossibile. Conosce il sangue, ignora il celeste. Angelo: candela che si china sul nord del cuore.), potevi anche pensare ad una soluzione “diversa” (il che non significa che dovevi accettare quanto leggevi), magari ragionare su una duplice ipotesi intorno al lavoro: 1) chi l’ha redatto non conosce una parola di francese, al massimo le sue conoscenze vanno bene in una terza media e, soprattutto, non ha neanche un vocabolario fighissimo come il mio; 2) magari si tratta di qualcos’altro: non lo condivido, ma mi piacerebbe avere spiegazioni.

    – Io non ho bisogno di un fottuto vocabolario per capire cos’è una fottuta bougie, e tutti sanno che la neve sta al settentrione, come le arance al meridione. Chissà perché Char ha usato settentrione, non poteva usare neve ! Ah ! i poeti.

    5. Grazie, ad ogni modo, per la tua lettura. Mi spiace solo averti fatto perdere del tempo, visto che devi essere uno molto addentro all’opera di Char.

    – Sai frequentando poetesse, s’inciampa sui poeti

    6. E comunque, per scusarmi, sono sempre disposto a darti qualche lezione di “suono e canto”. A patto, s’intende, e me lo concederai, che tu mi passi gli estremi del tuo vocabolario di francese.

    – Ti posso dare gli estremi della mia carta d’identità.

    14. mario pandiani Says:
    March 28th, 2007 at 11:56 pm

    1. Bisogna anche ringraziarlo di non aver scritto tutto il commento in francese tant’è colto e ben programmato il nostro Heuristically programmed ALgorithmic computer.
    Comunque con un Petit Robert si fanno miracoli in traduzione, chiedi a Rita.

    – Tanto colto e tant’onesto pare. I miracoli non si fanno se non si sa leggere, amico topo. L’ultima volta che incrociammo i nostri passi stavi ancora alzando fasci e lapidando fanciulle dalle parti del Qohelet.

    2. Una delle ragioni che mi fanno piacere la tua traduzione oltre alla musicalità è che io l’avrei fatto diversamente, cioè ci sono tante traduzioni quanti i lettori in possesso di un buon vocabolario e sufficienti nozioni di francese.
    E una certa sensibilità a scrivere in italiano.
    Ah e una certa elasticità mentale, per lasciar spazio allo spirito, insomma è un casino, nessuno è abilitato a tradurre, la pena è da stabilire.
    Mi sono sentito spesso contestare traduzioni che amo, dal Landolfi che traduce il russo alla traduzione sommessa e prosaica del Baudelaire di Attilio Bertolucci e quando ho provato a tradurre io ho goduto di illuminazioni e provato la sgradevole sensazione di schiantarsi contro un palo.
    Certo che è imprecisa questa traduzione, qualunque traduzione lo è, vorremo mica citare il sintagma maschilista: brutta-fedele bella-infedele?

    – Quanto al resto delle tue “geniali” parole, basta una frase sola: “Nous devons être bilingue même en une seule langue…”. Non ti cito l’autore per non apparire troppo cultivé. Ti lascio alle tue illuminazioni.

    15. Francesco Marotta Says:
    March 29th, 2007 at 12:26 am

    1. Hai ragione, Mario. E che pirla, quel Landolfi. Chi sa se anche lui aveva dei problemi con il corrispettivo russo dell’ “avec” francese!

    – Non fosse che l’ “avec” aveva un senso ben definito, mica è difficile da intuire…

    2. Hai ragione anche sull’imprecisione, il tipico inconveniente di chi ha passato una ventina d’anni sull’opera di Char. Ma, come ho detto sopra, non dispongo di un buon vocabolario.

    – Vent’anni, se me li danno al fresco ci porto anche qualcun’altro, per variare un po’.

    3. E poi, vuoi mettere, mi sono anche permesso di “penetrare” nel testo, di “tradurre la poesia con la poesia”. Che eresia (fa anche rima!?, che orrore!

    Guarda che bello:

    “Une fois de plus l’an nouveau mélange nos yeux.
    De hautes herbes veillent qui n’ont d’amour qu’avec
    le feu et la prison mordue.”

    Una volta di più l’anno nuovo mischia i nostri occhi.
    Alte erbe vegliano che non hanno amore che con
    il fuoco e la prigione morsicata. (!!!!!)

    E guarda l’orrore, “tènditi” sull’abisso del traduttore “improvvisato”:

    Una volta ancora, l’anno nuovo ci confonde gli occhi.
    La veglia è di alte erbe che non hanno amore
    se non col fuoco e la prigione che mordono.

    Che dilettante allo sbaraglio!

    – Questo non è un dilettante, è uno che dai banchi di scuola non si è ancora alzato: “La veglia è di… se non…”, c’est très très classique.

    4. E quest’altra, poi! Qui si tocca il fondo:

    C’est l’arbre qui voit.

    Solo l’albero ha occhi.

    Ma dove caxxo li avrà visti gli occhi, se lì c’è il verbo “vedere”?

    – Anche perché come saprai Char aveva letto, credo sufficientemente bene, Heidegger. Ma c’è anche chi non vuol vedere, compreso gli alberi. Tanto vi fa. Les poète c’est vous.

    *

    A me viene un sospetto: ma quel “an”, sarà “anno” o “ano”?
    Ah, avercelo un buon vocabolario!

    Avercela una buona guida televisiva e scegliersi il programma migliore per la serata!

    fm

    16. mario pandiani Says:
    March 29th, 2007 at 12:46 am

    Mi pencho sempre volontier su l’abîme dell’improvvisato, forse una traduzione “mélangèe” accontenterebbe tutti, ma certo quella traductively correct è semplicemente esilarante.
    Perchè non parlamus lo francesco come avanti di prima.
    Da ottimi risultati, oppure il francese della gare de Lyon; il garzone è tombato e si è cassato la figura.

    Nel garbuglio dei cavilli è facile smarrire la poesia.

    – Leave a Reply. Reply not alle dernières cazzate. Chacun son goût.

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  15. Lo sapevo che eri uno veramente colto, Alfredo. Oltre al vocabolario di francese, vedo che hai anche l’album delle figurine e ti interessi di calcio: possiedi pure quella, rarissima, di Heidegger, il centravanti del Rapid Vienna. Complimenti davvero.

    Torna più spesso a trovarci, gli intermezzi comici rendono sempre l’aria meno seriosa. E non stare lì a preoccuparti tanto: bastava che tu dicessi “siete degli stronzi”, ed era fatta. Così, invece, hai dovuto passare un’intera giornata a fare ricerche e a scrivere il tuo “saggio critico”, rubando tempo ed energie al tuo hobby preferito.

    Torna, comunque, con nome e cognome, a spiegar-mi/ci qualcosa di Char e della sua poetica. Io sarò ben felice di ascoltarti.

    p.s.

    A proposito, quella di Sereni ce l’hai? Io ne ho due. Se ti va di fare uno scambio…

    fm

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  16. AIMANT: tradotta magnetica d’amore.

    Grazie Francesco per rimanere alla guida di versi…Perdona il ritardo del mio inchino alla bellezza di Char che hai reso nostra.

    Un abbraccio,
    Chiara

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  17. Peccato essere davvero una schiappa in francese (che non ho mai studiato).

    Non posso quindi entrare nel merito della traduzione. So solo che la parte in italiano (che si di Francesco o di Char, poco importa) mi è piaciuta. Tanto mi basta.

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  18. Parlando dei possibili “attraversamenti” dell’opera di Char, dei suoi “territoires” (“possibili” perché è la “sua” lingua stessa a richiederli, quasi come “necessità” che presiede alla loro nascita), Jean Roudaut indica, indirettamente, una serie di itinerari percorribili anche da chi voglia praticare l’azzardo assoluto della trasposizione dei testi in un’altra lingua. La materia è “metamorfica”: basta spostare un accento, scavare nel fondo di un’immagine, per assistere alla genesi di una pluralità di sensi, tutti comunque iscrivibili all’interno di una stessa matrice e di uno stesso sguardo evocatore.

    L’unità della “matrice” e dello “sguardo” si danno unicamente all’interno del moto primordiale della scrittura, dell’accensione “prima”: la poesia, per Char, è sempre un “dire” etico, parola di uomini per gli uomini; e il sostrato etico, fuori da ogni logica metafisica, è dato da ciò che la fa essere, che è esattamente ciò a cui essa stessa tende: la “bellezza”: il vero “lume” intorno al quale ruotano più di cinquanta anni di produzione poetica e di scritti. La Beauté (con la maiuscola) è il lume, inafferrabile nella sua caducità, fuori da ogni ipostasi, capace di rischiarare per un attimo quei “bouts d’existence incorruptibles” che sono, nell’orizzonte della “finitudine” (l’unico nel quale Char si muove) tutto quanto l’uomo può strappare alla morte. Strapparglielo, per restituirglielo impregnato del sudore delle “mani strette”, quello stesso sudore, degli uomini e delle cose, che ricadendo nel reale impedisce alla terra di morire.

    In tutta l’opera di Char, tutti i termini la cui area semantica contiene anche solo un accenno a luce, illuminazione, rischiaramento (dal “fiammifero” alla “stella”), sono, a diversi livelli di ricezione e di ri-elaborazione poietica (il “poème” è questo), sinonimi: “sempre” – sottolineo l’avverbio – essi indicano, richiamano, designano la “bellezza”. Il compito del poeta è quello di strapparne una goccia: anche il più minuscolo frammento, soprattutto se strappato alla “tenebra”, è linfa, nutrimento dei giorni.

    (Fabrizio De Andre’ – è non è affatto un mischiare il profano al sacro – che era un grande lettore ed estimatore della produzione poetica francese, si è ricordato di questa “immagine” chariana in quello che è il suo testamento umano e artistico, “Smisurata preghiera”, nonostante la “canzone” sia ispirata ad un altro autore e ad altre letture).

    Di un testo come quello di Char, nel quale a dominare è la metafora che si nutre di tutti gli aspetti del reale e li rilancia in forme sempre nuove di significazione; nel quale la “rete analogica” che l’opera nel suo insieme crea, e disfa, ad ogni successiva lettura, proprio per escludere, a priori, ogni possibile ricezione assolutizzante – ebbene, un testo del genere può tradurre in mille modi: quello che, secondo me, non ne renderà mai la “sostanza”, è proprio quello letterale (alcuni versi in italiano, fuori dal contesto linguistico che li ha partoriti, rischiano la banalizzazione del detto, se non proprio l’insignificanza).

    Io ho scelto di ampliare la “gamma immaginale” che ogni immagine contiene di per sé; di rispondere a metafora con metafora e ad analogia con analogia: senza, comunque, smuovere di un millimetro il senso originario, l’unità, e l’unicità, di “matrice e sguardo” di cui sopra.

    Questa non è, né più né meno, che una piccola chiosa alle traduzioni. La mia “ultima”. Personalmente, sono per l’azzardo (nell’accezione chariana del termine): perché, da questo punto di vista, la poesia è un azzardo; la vita stessa, un azzardo supremo. Se avessi voluto “giustificare” qualcosa, avrei postato il contenuto di due lettere di trenta anni fa(del poeta in questione una, del suo più grande traduttore italiano l’altra) in merito ad alcune “mie” traduzioni qui riportate. Non lo farò mai. Le cito, e me ne scuso, per un solo motivo, ed essenzialmente per me stesso, per ricordarmi sempre cosa sono “umiltà” e “grandezza” e quale “miracolo” di umanità possa scaturirne quando s’incontrano nella stessa persona: uno dei più grandi poeti francesi (se non il più grande) che risponde alla lettera di un ragazzo poco più che ventenne per ringraziarlo delle traduzioni che gli invia.

    Quanto erano lontani quegli uomini dai miseri germogli di rovine che siamo diventati: quanto lontano, il loro senso della condivisione e del dono, dalle nostre pretese e dalla nostra arroganza di facitori ed esploratori di blog.

    Un saluto a tutti. E buone feste.

    fm

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  19. Non so se tornerò spesso a trovarti caro Francesco, non vorrei scompisciarmi troppo, come dice il mio amico wolfsegg teniamo i pannoloni per la vecchiaia.. Non ho fatto molti sforzi, quasi zero, però posso fare di meglio, se vuoi. Intanto questo “L’origine di qualcosa è la provenienza della sua essenza”, dovrebbe bastare a spiegare il “celeste” usato da Char. Dato che il celeste è l’essenza del cielo. Sei d’accordo ? Poi vorrei capire una cosa, come fanno i più puri raccolti ad avere radici se sono seminati in un suolo che non esiste. Ogni tanto ho di questi dubbi metafisici, che mi sfiorano e non mi fanno dormire.
    Sereni a dire il vero ce l’ho, ma ti ringrazio dell’offerta; sicuramente avrei trovato qualcosa da scambiare. Però, se vuoi regalarmi il volume della Pleiade, che non posso permettermi, lo accetto volentieri. Dopo vent’anni ti sarai anche stancato, nevvero. Non mi permetterei mai di darti dello stronzo, tra tanti inchini piuttosto un bacio all’anello.
    “La bugia non è la candela ma è il portacandele, quindi è più giusto lume. La neve dà più l’idea del freddo (nord) che non il settentrione”. Questa me la segno, non si sa mai, può tornare utile. Lumière de mes yeux, lume dei miei occhi. I poeti amano sempre tanto essere leziosi. In Italia è mancato un Villon, e qualcuno è ancora dannunziano. Comunque ci penso su, per capire se quella candela basterà a scaldarmi il cuore.
    Seriosi ! No, non l’avverto questa seriosità. Certo, manca qualcuno che ravvivi il salotto dopo che gli altri hanno steso tappeti, ma si può fare, si può fare. Posso portare qualche amico moderatamente colto.
    Comunque, piano piano me la leggo tutta la tua traduzione, converrai che il lampo della lampada è il frutto immangiabile di un’assonanza e non è il massimo del poetico. Vedo che non ti piace neanche la punteggiatura di Char; è il solito amore-odio, è risaputo. Una cosa è certa, andrai in cielo perché hai paura dell’altitudine. Comincio a capire il titolo del vostro blog.
    “Glas”, è rintocco funebre. Campana a morto. Se te la senti puoi fare indigestione delle 1183 pagine di “Glas” di Derrida; c’è il testo francese a fronte; se ti piace Genet sei a cavillo (refuso autorizzato dalla produzione). Pensa te tradurre Derrida; altro che Char.
    Églantier si poteva tradurre anche wild rose-bush, faceva più english (in sintonia con Francesco Marotta says) . Non mi piacciono neanche le forme “eliminata la gratitudine” e “bandita dai nostri occhi”, ma tant’è, non sono un poeta.

    PS: Pensavo i poeti più permalosi, invece hanno anche una piccola vena, in prossimità del cuore, ironica. Chut, la figurina di Heidegger centravanti del Rapid Vienna… neanche Wolfsegg lo sapeva.
    PS pour Toporififi: “Soris ki n’a c’un trau poi dure […] La soris ki n’a c’un pertruis / est molt tost prise et enganee”
    “Topo che non ha che una tana non ha vita lunga ! […] Topo che non ha che una tana è molto presto preso e intrappolato”
    PS pour Farouche: preferisco, in ogni caso, Marotta a Fichera, è più spiritoso e non si squaglia in vanto.

    Saluto
    alfredo

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  20. Un po’ di lavoro per i traduttori:

    Poete … vos papiers!

    (Léo Ferré)

    Bipède volupteur de lyre
    Epoux châtré de Polymnie
    Vérolé de lune à confire
    Grand-Duc bouillon des librairies
    Maroufle à pendre à l’hexamètre
    Voyou décliné chez les Grecs
    Albatros à chaîne et à guêtres
    Cigale qui claque du bec

    Poète, vos papiers !
    Poète, vos papiers !

    J’ai bu du Waterman et j’ai bouffé Littré
    Et je repousse du goulot de la syntaxe
    A faire se pâmer les précieux à l’arrêt
    La phrase m’a poussé au ventre comme un axe

    J’ai fait un bail de trois six neuf aux adjectifs
    Qui viennent se dorer le mou à ma lanterne
    Et j’ai joué au casino les subjonctifs
    La chemise à Claudel et les cons dits ” modernes ”

    Syndiqué de la solitude
    Museau qui dévore du couic
    Sédentaire des longitudes
    Phosphaté des dieux chair à flic
    Colis en souffrance à la veine
    Remords de la Légion d’honneur
    Tumeur de la fonction urbaine
    Don Quichotte du crève-cœur

    Poète, vos papiers !
    Poète, Papier !

    Le dictionnaire et le porto à découvert
    Je débourre des mots à longueur de pelure
    J’ai des idées au frais de côté pour l’hiver
    A rimer le bifteck avec les engelures

    Cependant que Tzara enfourche le bidet
    A l’auberge dada la crotte est littéraire
    Le vers est libre enfin et la rime en congé
    On va pouvoir poétiser le prolétaire

    Spécialiste de la mistoufle
    Emigrant qui pisse aux visas
    Aventurier de la pantoufle
    Sous la table du Nirvana
    Meurt-de-faim qui plane à la Une
    Ecrivain public des croquants
    Anonyme qui s’entribune
    A la barbe des continents

    Poète, vos papiers !
    Poète, documenti !

    Littérature obscène inventée à la nuit
    Onanisme torché au papier de Hollande
    Il y a partouze à l’hémistiche mes amis
    Et que m’importe alors Jean Genet que tu bandes

    La poétique libérée c’est du bidon
    Poète prends ton vers et fous-lui une trempe
    Mets-lui les fers aux pieds et la rime au balcon
    Et ta muse sera sapée comme une vamp

    Citoyen qui sent de la tête
    Papa gâteau de l’alphabet
    Maquereau de la clarinette
    Graine qui pousse des gibets
    Châssis rouillé sous les démences
    Corridor pourri de l’ennui
    Hygiéniste de la romance
    Rédempteur falot des lundis

    Poète, vos papiers !
    Poète, salti !

    Que l’image soit rogue et l’épithète au poil
    La césure sournoise certes mais correcte
    Tu peux vêtir ta Muse ou la laisser à poil
    L’important est ce que ton ventre lui injecte

    Ses seins oblitérés par ton verbe arlequin
    Gonfleront goulûment la voile aux devantures
    Solidement gainée ta lyrique putain
    Tu pourras la sortir dans la Littérature

    Ventre affamé qui tend l’oreille
    Maraudeur aux bras déployés
    Pollen au rabais pour abeille
    Tête de mort rasée de frais
    Rampant de service aux étoiles
    Pouacre qui fait dans le quatrain
    Masturbé qui vide sa moelle
    A la devanture du coin

    Poète …. circulez !
    Circulez poète !
    Circulez !

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  21. Alfredo (continuo a chiamarti così, pur sapendo, o almeno intuendo, chi tu sia): ti rispondo solo, e unicamente, per rispetto a chi mi ospita in qualità di redattore di questo blog. E con questo chiudo davvero: ti assicuro che ho ben altro per la testa, cose che nemmeno lontanamente immagini (e che ti auguro di non immaginare mai), e non mi va più di “giocare”.

    Perché è chiaro, almeno a me, fin dall’inizio, qual è il tuo gioco, “cosa” sostanzialmente “vuoi” coi tuoi interventi. Il fatto che io, le mie traduzioni o presunte tali, e forse anche tutto il resto di quello che scrivo o ho scritto, ti stia/stiamo sul gozzo, è accessorio, quantomeno secondario. Il vero obiettivo è palese: “questo” blog, al quale, per altro, tu e tantissimi altri, non prestate nemmeno l’attenzione che da “critici” veri ci si aspetterebbe.

    Diciamola tutta, Alfredo: vi rode il culo che possa esistere, in rete o altrove, un “luogo” dove umanità, culture, percorsi personali diversissimi si incontrano e, nel rispetto di “diversità” che tu nemmeno immagini, possano interagire intorno ad una comune passione. E’ bello fare di ogni erba un fascio, presumendo di “sapere”; è bello attribuire “etichette” senza aver mai letto niente (niente di male, per carità!) di quelli che etichettate.

    Tu non sai niente di me e, nonostante questo, mi attribuisci tutto quello che ti passa per la testa, e questo vale nei confronti di ognuno degli altri redattori. Ignori, nel modo più assoluto, che questo è un luogo di libertà, dove nessuno ti chiede “tessere” o “conversioni” prima di entrare, ma vieni “invitato” proprio in quanto portatore di una diversità (politica, etica, poetica) che può contribuire, in nome del dialogo, ad arricchire gli altri, così come gli altri, con la loro diversità, arricchiscono te.
    Che strano vero? Dove si è visto mai? L’ateo che dialoga, da pari a pari, col credente e nel più totale rispetto! Per non parlare d’altro, che, con un piccolo sforzo, puoi anche pensare da solo.

    Lo stesso vale per la poesia: esperienze diversissime, agli antipodi; forme di scrittura e poetiche lontanissime: tutte accomunate, da te e dalla tua “musa” ispiratrice, in un’unica, indistinta miscela omogeneizzata, definita “poesia di visione”. Ma hai mai letto, e chiedo scusa per l’autocitazione, le cose che ho postato finora? Ebbene, quale che sia il loro valore, se ne hanno uno, esse convivono pacificamente e dialetticamente, con proposte di diverso segno e senso. Dove sarebbe il problema?
    Il problema è esattamente in “quello” che vi sfugge: l’allargamento degli orizzonti sulla pluralità di sensi e di prospettive in cui la poesia si risolve. Qui, qualora decidessi di pubblicare il più estremo degli sperimentali, i suoi testi sarebbero accolti, e letti, con lo stesso rispetto con cui viene accolto tutto ciò che ci viene proposto e che si pubblica.

    Su tutto il resto, se la cosa ti riguarda, sono la nostra (la mia, in questo caso) esistenza, le nostre scelte di ieri e di sempre a parlare. Esattamente come parlano, su versanti opposti, le scelte diverse di chiunque sia animato dalla stessa voglia di condivisione: fosse pure di un verso.

    E avranno sempre tutto il mio rispetto e la mia gratitudine.

    Riferisci pure a chi di dovere. A iniziare da te stesso.

    Ti saluto.

    Francesco Marotta

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  22. grazie, Francesco. e scritta da casa tua, in un momento come quello che stai vivendo, è una cosa così preziosa che nessuno ha il diritto di toccarla.
    fabrizio

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  23. @francesco

    tutta la mia gratitudine per la poesia che doni non solo con i versi ma con l’appassionata difesa di ciò che ami.

    un abbraccio

    elena f

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  24. Quindi, tu faresti con quella chiosa prova di umiltà. Istruendoci sulla ri-elaborazione poietica, il significato di poème, sul “lume” che rischiara la nostra povera esistenza, sui sinonimi di luce che indicano sempre la bellezza, e sulla nostra “democratica” (aggiungo io) arroganza di facitori ed esploratori di blog – miseri germogli di rovina. Perché, invece, non ci dai degli stronzi senza tanti giri di parole. La tua ostinazione a parlare di versi anche quando si tratta di prosa la dice lunga; le traduzioni scrupolose sono insignificanti (come quella di Sereni), cadere nel lezioso invece… ci porta sopra la banalizzazione del detto.
    Comunque, i conti non tornano più, prima erano vent’anni dedicati all’opera di Char, ora le traduzioni risalgono addirittura a trent’anni fa. Tradurre Char a vent’anni e inviargli le tue traduzioni… niente male come prova d’umiltà. Perché non pubblicare almeno la lettera di Char !

    alfredo, il raccoglitore di figurine

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  25. E con questo chiudo davvero: ti assicuro che ho ben altro per la testa, cose che nemmeno lontanamente immagini (e che ti auguro di non immaginare mai), e non mi va più di “giocare”.

    – e se scendessimo sulla terra.

    a.

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  26. Francesco, come dice Elena: anche i tuoi commenti, mi riferisco adesso al n. 25, sono preziosi e illuminanti. Per questo soprattutto hanno un senso, indipendentemente dall’occasione che li ha generati.
    E come ti avevo chiesto in privato, quando riuscirai a trascrivere altri testi delle tue traduzioni e potrai inviarmele, te ne sarò molto grato.

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  27. Alfredo (sic!), sei un grandissimo pagliaccio, in assoluta e perfetta malafede, esattamente come sei entrato qui dentro, fin dal primo momento, ed esattamente come i tuoi mandanti .

    Sai benissimo che quella “chiosa” è la risposta a chi dice di non sapere niente di francese, o a chi magari non l’ha mai letto. Fare sfoggio di cultura, a qualsiasi titolo, in un blog, è solo culturame e non serve nemmeno a concimare i campi. Se così non fosse, e per me lo è, avrei agito diversamente, pubblicando il post su Char. Ad esempio, premettendo alle traduzioni le lettere di cui parlo (e l’ho fatto scusandomi, oltretutto).

    Lettere che ho citato solo ed esclusivamente per avvalorare, dal mio punto di vista, la riflessione che ho espresso alla fine. E dalla quale non mi sono tirato fuori:

    “Quanto erano lontani quegli uomini dai miseri germogli di rovine che siamo diventati: quanto lontano, il loro senso della condivisione e del dono, dalle nostre pretese e dalla nostra arroganza di facitori ed esploratori di blog.”

    “Siamo diventati”, “nostra arroganza”: non “sei diventato”, “tua arroganza”. E’ non era un giro retorico ad escludendum. Anch’io sono un facitore e un esploratore di blog, sono qui infatti.

    Con la dotta elucubrazione sui “venti” e “trenta” anni e col ricamo che vi deponi sopra, da perfetto masturbator grillorum, non fai altro che denunciare la tua età morale, non certo quella anagrafica. Col fatto che entri nei commenti sbattendomi sotto il naso la traduzione “esemplare” di Sereni, che “non storpia il francese”, ed ora te ne esci con “le traduzioni scrupolose sono insignificanti (come quella di Sereni)”, non fai altro che denunciare la tua età intellettuale.

    Sì, Alfredo (sic!!!), sei, e rimarrai sempre, un raccoglitore di figurine. Salutami tanto la “committenza” e torna pure a giocare coi tuoi “coetani”.

    Addio.

    fm

    p.s.

    Non temere. Nessuno cancellerà le tue, purtroppo, prevedibili repliche. Si trattasse pure di insulti.

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  28. Posso dire una cosa? La dico. Mai avrei immaginato tanto amore per René Char. Questo mi fa ben sperare in una replica non troppo lontana nel tempo. Battibecchi a parte, a me le traduzioni di Francesco Marotta sono piaciute. Sarà per via della pigrizia, chi lo sa, ma a me i traduttori di René Char piacciono tutti. Mi piace Sereni, mi piace Caproni, mi piace Simone, mi piace Agosti, mi piace Ortesta, mi piace Bricco, mi piace Marchetti. Dovendo esagerare, direi quasi che l’impresa non è poi così difficile. Sarebbe una bugia, una piccola bugia dettata dalla pigrizia. A quando la prossima sfornata? Io aspetto e, nel frattempo, cerco di non scordare il nome di questo blog.

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  29. Splendida poesia,che non conoscevo, e un grazie al traduttore che me l’ha fatta conoscere. Ogni traduzione è solo un cartello che indica la via, i versi originali,che il traduttore aiuta ad avvicinare. Grazie ancora.

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