La tigre assenza, di Cristina Campo

cristina_campo.jpg

Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

La neve era sospesa tra la notte e le strade
Come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
Di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
Notturna, volto umano!

(ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

30 pensieri su “La tigre assenza, di Cristina Campo

  1. ah, splendida, grazie per la proposta – sono versi che in passato mi hanno ossessionato in modo radicale – il poeta per la Campo come un moderno mistico, novello San Juan de la Cruz…

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  2. Cristina Campo, grazie franzk. Il Novecento letterario italiano non ha prodotto altre scrittrici a quell’altezza. Riporto una vecchia mia nota.

    La lettura di Cristina Campo rappresenta per me un’esperienza singolare e, per così dire, ambivalente. Da un lato avverto il fascino di quest’esistenza nascosta, di questa sensibilità eccezionalmente acuta, di questa tensione alla purezza e alla bellezza assolute, di questa straordinaria ricchezza di letture, di questa capacità di pensare contro il proprio tempo. Dall’altro mi sgomenta questo stesso fare della bellezza il centro assoluto della vita, e della religione. È il modo di vivere la religione della Campo, è il suo modo di vivere e pensare il cattolicesimo, che mi dà travaglio. Mi sembra di essere rigettato in quel modo di sperimentare la fede che ho conosciuto negli anni 1950: forte identità, opposizione al nemico (rappresentato, più che dai comunisti, dai protestanti), ossessione della purezza (anzitutto in ambito sessuale, se non soltanto in questo), lotta contro il demonio, incensi e funzioni in latino. Sono la liturgia e il rito le cose belle per eccellenza, secondo Cristina Campo, che vive il passaggio dal latino al volgare nella messa come una tragedia spirituale tremenda, poiché … il paesaggio, il linguaggio, il mito e il rito, che sono i quattro elementi della felicità, sono oggi diventati i quattro bersagli dell’odio concentrato dell’occidente (p. 215 di Sotto falso nome, Adelphi, Milano 1998). In questo libro, che raccoglie testi vari composti in occasioni diversissime, pubblicati sotto pseudonimi diversi, mi sembrano particolarmente interessanti due elementi: la critica, se così si può definirla, a Simone Weil, che peraltro è un suo nume tutelare, perché non si sarebbe sufficientemente slegata dall’illuminismo delle sue origini (Alain) e non avrebbe letto abbastanza, anzi quasi nulla, dei grandi maestri spirituali della Chiesa, non avendone peraltro uno vivente adeguato a lei; e perché sarebbe stata, in fondo in fondo, troppo orgogliosa, troppo convinta di una propria autosufficienza spirituale. E però nella Campo, la cui tensione alla perfezione dell’anima cosparge i suoi testi di perle di rara bellezza, mi sembra mancare la rivelazione dell’orrore della croce, l’elemento tragico dostoevskiano, senza il quale il cristianesimo rischia di apparire come una declinazione del religioso e del sacro, una delle possibili.

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  3. Preziosa e amata questa raccolta di poesie e di traduzioni di C.C., luminosità cristallina; eppure sento di condividere la tua ultima perplessità Fabio, come se una doratura andasse a rivestire una mancanza…un’assenza forse…peraltro solo una mia sensazione.
    Grazie franz, un caro saluto

    rita

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  4. chissà se la tigre assenza non possa essere declinazione di un dolore che crocifigge l’anima, come il dolore del cristo, non fu tanto o soltanto per i chiodi che lo trafissero quanto per il silenzio e la lontananza del padre “elì elì lemà sabactanì”?

    La bocca sola
    pura
    prega ancora
    voi: di pregare ancora
    perché la Tigre,
    la Tigre Assenza,
    o amati,
    non divori la bocca
    e la preghiera…

    saluto tutti

    elena f

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  5. “Esattamente” non saprei, caro Binaghi, il cui romanzone sto leggendo con piacere, ma certo complessi. Terribilmente complessi. Credo che il crescente integralismo cattolico della Campo abbia rappresentato un problema serio per Zolla. Ma è meglio non mettere il naso in faccende coniugali, direi… Io comunque propendo assai più per Campo che per Zolla (nomina numina, direi).

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  6. Io della Campo ho letto solo “Gli imperdonabili”. Letto due volte. E’ un libro pieno di intuizioni profonde, ma che lascia un senso d’irresolutezza. Per essere una scrittrice “cattolica” le manca il realismo, l’accettazione solare della condizione carnale che si trova per esempio nella saggistica di un C.S. Lewis. La sua spiritualità è profonda e lancinante, ma sottilmente gnostica, credo meno distante dal nomadismo di Zolla di quanto appaia a prima vista.

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  7. Ciao a tutti, e grazie. Ecco una bella lettera della Campo, tra le tante, che racconta bene una sua giornata, la tv (solo Albertazzi),la traduzione del libro della Woolf da finire, i “ragazzi” (i genitori) mandati al cinema.

    Cara Matizia, calcolavo di finire prima il mio corpo a corpo serale con Virginia, ma sono quasi le due di notte, adesso. Ho calcolato di aver tradotto la metà circa del libro; e se si pensa alle condizioni in cui l’ho fatto è davvero abbastanza. Quanto l’ho odiata, dapprincipio, la vecchia V.! E invece ora penso: che avrei fatto senza di lei?

    Stasera, dopo averti parlato, mandai al cinema i ragazzi e mi misi ad aspettare la lettura di Albertazzi alla TV; la sola trasmissione che veda volentieri, la sola cosa fatta alla perfezione. Aspettai fin quasi alle 11 e poi quella trasmissione non c’era, e non avevo voglia di tornare nella mia stanza (dopo aver già lavorato dalle 5 alle 8); e così finii ad un’asta (è già la seconda volta), dove ricaddi nel morboso interesse, nei sogni malsani, su chi avrà portato qui la zuccheriera inglese che vale 18.000 e la vendono per 3; e perché quell’omino con baffetti, nell’angolo, si ostina a battersi per avere il più brutto pezzo della serata – una fortuna bendata in bronzo nero, sinistra come una Medusa – superstizione, suppongo? In compenso ho imparato che esiste una legge Mossadeg grazie alla quale non si può esportare dalla Persia nessun tappeto tessuto prima del 1927. E che la pietra saponaria è un ciottolo cinese che sta sott’acqua; ricoperto di una materia morbida come sapone, ma che al contatto dell’aria diventa dura come la giada; cosicché va lavorata sott’acqua. (Pensavo con un certo refrigerio ai cinesini intenti a incidere sott’acqua questo piccolo pescatore – che il pubblico ignorava, s’intende – ; d’altra parte mi sembra poco probabile che gente abituata a incidere la giada si spaventi per la pietra saponaria indurita). Ho anche imparato molte cose sullo smalto cobalto; sulla lavorazione del vetro in ossido di piombo e sulle fabbriche Efelbein, Rosenthal, e altre che ora mi sfuggono.

    Poi sono ritornata a casa e ho lavorato – proprio un attimo prima di chiedermi se è possibile buttar via così la propria giovinezza (o quel che di essa rimane), con tutto il mondo che palpita là fuori – un mondo, oltre tutto, così minacciato e prezioso… C’è Baalbeck e Palmyra, e io faccio studi sullo smalto cobalto… Ma sono pensieri che evito facilmente – la mia vita (e non solo la mia) l’ho già massacrata abbastanza nel passato – quando credevo di possederla.

    (Tu non badare a queste ruminazioni un po’ assonnate. È il genere di ragionamenti che si fanno con una persona che ci ha visti bambini, quando per combinazione si dorme insieme, e si parla un po’ a casa, spazzolandosi i capelli. Spero che domattina avrai tutto dimenticato).

    Quando finisce la visita dei tuoi amici angosciosi? Non mi va saperti in giro con loro, in un periodo che non stai bene.

    Buonanotte, per ora, dalla

    Pisana

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  8. Penso anch’io, come Binaghi, che ci sia gnosi nella Campo. Del resto, Simone Weil è una catara, senza dubbio alcuno. Secondo me, c’è una linea catara non interrotta che giunge fino ai nostri giorni, e che emerge in persone e scrittori anche molto distanti. Un mio caro amico ora morto, Alberto Gallas, che è stato uno dei più profondi conoscitori italiani di Kierkegaard, era d’accordo con me nella definizione del grande danese come “cataro protestante”.
    Io, peraltro, penso che una accettazione “solare” della carnalità non possa essere davvero pienamente cristiana. “Solare” mi sa di paganesimo (dove la luce copre la pratica sacrificale sottesa ad ogni relazione. La carnalità è cristianamente accolta nel suo essere vulnerata dal peccato, soggetta al disfacimento, soggetta al divenire, e in ultima analisi polvere.

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  9. Per approfondire un lato della personalità della Campo, in questo caso capire un pò di più il suo rapporto con l’ “altro” tramite epistolario, consiglio vivamente di leggere uno dei quaderni di IN FORMA DI PAROLE, la collana ideata dal grande Gianni Scalia. Il quaderno-numero è uno dei primi usciti, ed è dedicato ad un breve seppur intenso scambio epistolare tra Andrea Emo – altro sommo – e la Campo.

    Saluti

    Gianluca Pulsoni

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  10. A Fabio Brotto, per il commento #2:

    Ne ha prodotte, ne ha prodotte altre del livello della Campo… di scrittrici, la nostra italietta. Anna Maria Ortese, Elsa Morante… la Rosselli, nell’ambito più strettamente lirico… per fare tre esempi e casi.

    Ma certamente, la Campo rimane tra le più grandi e tra i più grandi, senza distinzioni di sesso in alcun modo. Ha lasciato con vibrazione forte un suo segno: unico e icastico.

    Saluti ancora,

    Gianluca

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  11. Sarà l’ora e la solitudine, (“la mia solitudine sei tu…” – Iva Zanicchi, nevero) ma vorrei far notare che la Campo, oltre che una grande scrittrice, era anche una fascinosissima donna. Vedere (le sue belle foto) per credere.

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  12. Caro Franz data la biografia sei comunque fuori tempo massimo con la Campo.

    Sui tratti somatici – c’è chi dice che si finisce per assomigliare a qualcosa che si ha dentro, a luoghi che ci appartengono anche se non ci siamo mai stati, ad altri individui che non hanno nessuna parentela di sangue con noi, ma magari ne hanno altre… la bellezza è un concentrato di quello che si esprime.

    Nella lettera c’è molta solitudine sembra scritta ad un’ideale se stessa. La tigre assenza è la grande inquietudine, l’irrequietezza del nomade, che si muove sempre per una mancanza. E’ questo il sunto beffardo della vita: non un raggiungimento, ma una tensione.

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  13. Franziska, hai pensato male. Il mio era un parlare da esteta, e basta. Per il resto è interessante cio’ che dici sull’inquietudine, sull’irrequietezza del nomade.

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  14. Cristina Campo, bravo Franz, quando ho saputo il titolo di questo blog ho pensto a lei.
    Zolla fu la sua croce, un uomo arido e pieno di se che non le concesse che sofferenza e depressione, poi io non sono un biografo ma avendoli letti entrambi, posso immaginare la tristezza di quell’unione, se posso citare un film che la rappresenti mi viene in mente Wise in the blood, di John Houston, un ciarlatano cinico che si trascina dietro un’anima candida e troppo sottile perchè il suo amore sia distolto persino davanti all’evidenza.
    Un angelo, dentro e fuori.

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  15. Fabio, io sono convinto che la visione “estetica” della religione fosse un bisogno mascherato di Cristina Campo, le due introduzioni di due libri che sono per me fondamentali, (nel senso che lo sono per me, fondanti); I detti e fatti dei padri del deserto, e il racconto del pellegrino russo, danno la misura di quanto lei fosse attratta da una ricerca verticale, se possiamo chiamarla così, e molto meno estetica, anche se a rigore forse quell’incanto di cui parla leggendo di quelle esperienze si riferisce ancora molto ad una dimensione poetica.
    Il suo attaccamento al rito latino credo fosse la disperata volontà di trattenere un esile segno dell’antico, dell’eterno che si andava perdendo come sentimento già in quegli anni.

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  16. In questo thread ci sono giudizi sopra Elemire Zolla i cui autori potrebbero, con un filo di buon senso, almeno vergognarsi moltissimo. Cristina Campo, il cui processo di canonizzazione è in corso, promosso da S. E. Roberto Calasso, non ha scritto niente che valga, per esempio, “L’eclissi dell’intellettuale” (Milano, 1959) o “I mistici dell’Occidente” (Milano, 1963); un’antologia, questa, che a quaranta e più anni dalla pubblicazione ancora fa tremare i polsi per l’erudizione mostrata e la pertinenza totale allo Zeitgeist. Vale la regola antica: prima studiare, poi parlare, ciùmbia.

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  17. Caro Meister, io di Zolla conosco parecchie cose (compresa la meritoria rivista “Conoscenza religiosa” di cui possiedo quasi tutti i numeri), e ho tratto grande giovamento dalla sua erudizione sterminata ma anche disordinata, in termini di stimoli (curiositas) più che di formazione (Bildung).
    Dei “Mistici dell’Occidente” si deve dire come minimo che mischia cose molto diverse tra loro (mistica, filosofia ed esoterismo). La spiritualità abbisogna anche di sintesi potente e soprattutto di ordine (nel senso di gerarchia tra le facoltà). In questo Zolla non è proprio un maestro, per non parlare delle sue pessime nichilistiche frequentazioni (Calasso, appunto).
    Con tutto questo, “L’eclisse dell’intellettuale” è un libro potente e fondamentale, cui Umberto Eco si è affannato a contrapporre il suo fumettistico “Apocalittici e integrati”.

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  18. Valter, il mio era un minimo, presuntuosissimo rappel à l’ordre. E’ prassi dei blog, legge nei c.d o autoproclamati lit-blog, emettere sentenze e irrogare pene contumace l’indagato e prescindendo dall’habeas corpus. A ciò si ribella l’animo mio giuridico, tutto lì.
    Sui Mistici dell’Occidente si può discutere ad nutum, a condizione che non si dimentichi il periodo e la temperie culturale (disèmm inscì, per mostrare che si è fatti gli studi alti) in che furono messi al mondo.

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  19. Io non insegno filosofia e quando leggo discorsi come questi mi domando sempre se per avere fede bisogna aver studiato tanto e sapere dimostrare che Dio esiste. Ecco, l’ho detto e chiedo scusa se sono banale.

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  20. @maria

    la fede di certo non è un fatto di conoscenza intellettuale: s.paolo lo dice chiaramente tutta la sapienza non vale la stoltezza della croce che resta l’unica verità per il credente.(almeno per il credente cristiano) ciò non toglie che la fede è e resta un fatto umano e l’uomo è anche un essere intellettuale, nel qual caso la fede sarà necessariamente coinvolta in questa realtà. ciò che voglio dire è che la fede attiene all’umano in ogni suo aspetto perciò non può lasciare fuori l’intelletto inteso come conoscenza, pur non essendo una condizione necessaria ad essa. sempre s paolo dice : se non avessi l’amore nulla mi giova… neppure la fede. questa è una verità su cui meditare

    saluto tutti

    elena f.

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  21. Aspetta, aspetta che vado a rileggermi.

    Si, un essere profondamente ambiguo la cui erudizione sconfinata (!) era al servizio di una costante confusione degli ordini delle cose.
    Ma è il mio personale giudizio su una figura che non mi ha dato nulla umanamente ne religiosamente, non si gioca ai maestri sapienziali per aver appreso le cose su libri scritti da altri, cultura non significa nulla, certamente non spiritualità.
    Se vuoi ti parlo male anche di Tolstoj, è mio peculiare diritto, espressione libera del mio giudizio accettare o stimare quanto dissentire e criticare, alle sentenze o condanne o assoluzioni ci hanno già pensato i suoi lettori decretandone la fortuna editoriale.

    In Zolla in particolare ho sempre, SEMPRE, al punto che sembra un tratto peculiare del suo stile, trovato la volontà di creare confusione tra la sfera psichica e quella spirituale, lo stesso titolo della rivista; “conoscenza religiosa”, è tipico di questo suo progetto, di rendere cioè indistinguibili i livelli dell’esperienza umana tirando in campo filosofi religiosi esoteristi e facendogli dire quello che gli interessava.

    Se poi è un padrino della “banda gnostica internazionale” e bisogna baciargli le mani…

    Scusa neh.

    Ma alla fine di Zolla non me ne frega molto, conosco la cifra e non mi interesserebbe comunque approfondire, mi interessava metterlo in relazione come figura umana alla depressione di Cristina Campo, per quanto ne emerge dalle lettere, a dimostrazione che leggere tutti i libri del mondo non serve ad avvicinare una persona che soffre partecipando di quella sofferenza ed alleviandola.
    E proprio la sofferenza, quella dimensione dell’esperienza umana che sappiamo lui teneva in profondo disprezzo e del tutto insignificante rispetto all’esperienza spirituale, il discrimine, l’abisso che divideva umanamente e spiritualmente lui e Cristina Campo.

    Scusami Giovanni, non farmi aprire il capitolo che sono in quaresima e non posso.

    Mario

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  22. @Maria
    Al contrario, direi. La scienza insuperbisce, di solito, e allontana da Dio che è inarrivabile semplicità (dicono).
    Ma qui si parlava di scrittori.
    Gente tortuosa. E tormentata.

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  23. Elena e Valter vi ringrazio, siete stati molto gentili e ora è più chiaro anche per una come me. Rimane vero che anche a me pare che spesso fra scrittori i discorsi sono troppi.

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  24. Buongiorno a tutti,ho letto per prima volta questo blog e mi sono trovato di fronte a giudizi a dir poco sconcertanti su Cristina Campo e Elémire Zolla. Secondo me voler indagare nei loro rapporti personali è inutile oltre che morboso, non aiuta a comprendere la loro opera. Erano due scrittori profondamente diversi, nonostante le vistose affinità culturali e spirituali: l’opera della Campo possiede una qualità stilistica a cui Zolla non giunse mai, ma d’altro canto la straordinaria erudizione e vastità di interessi di Zolla rimane ineguagliabile. Io ammiro entrambi, e ne ho ricevuto nutrimento e stimoli profondi.
    Grazie.

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  25. Mi vergogno a confessarlo: da poco ho scoperto Cristina Campo, poetessa sublime! non avevo mai letto niente di lei, rimedierò
    voglio leggere tutto di lei.

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