Sparire. Note sulla fotografia di Francesca Woodman.

di Francesca Matteoni

I

Dai rigagnoli il fiume incrosta le scarpe –
il residuo di scantinati molli
di stalattiti sciolte nelle condutture.

Le case grandi, abbandonate sanno
di pioggia, di bosco inesplorato, cattedrali.
Gocciano nei capillari la trama
di un’ignoranza fitta, primordiale.

Un telaio esile di branchie
si difende dal bianco del tuo seme –
la colonna spinale spinta al muro
la geometria di un pesce sottostante.

 


II

autoritratto a tredici anni

La luce – e poi la polvere
spiccata dalle sedie, dalle linee
delle braccia non raggiunte.

La stanza ha un suo rifugio, un tratto
regolare di cornice, di panno
appena mosso immateriale. Entro
come soffiando al basso nei capelli

– una lentezza d’ombra sul cemento.

Tu non tieni le parole stipate
nelle vesti, il suono solido
disposto negli oggetti.

Il volto staccato degli spettri.

III

rondine

Il corpo non resiste dentro gli ossi
ghiaccia come acqua in superficie
è l’occhio frazionato nelle lastre.

Scrivere – è questo perdere peso –
le ali stese stracci di bucato
la polpa diradata dalle arterie.

Un pendaglio sospinto malamente
nel foglio dove schiarisce, allarga
la colla stinta sulle ragnatele.

IV

un altro giorno sola tra queste sedie bianche

Sola tra queste sedie bianche
sto impressa, ritagliata nei filtri
delle serrature.

Sono una sagoma prodotta
dallo spazio – il lucore dei pulviscoli
la forma dei denti sul tuo cibo.

Questa è la calce sgranata, la tela
dove si sporca il mondo, si attutisce.

Il tempo non si accoglie, ma precede
in un divario nitido di terre
lo spostamento delle gambe strette
fatte flusso, schermo di pelli interne, chiodi –
il lacerarsi basso del respiro.

Per una biografia di Francesca Woodman
Per vedere alcune sue fotografie.

22 pensieri su “Sparire. Note sulla fotografia di Francesca Woodman.

  1. “stalattiti sciolte nelle condutture”.

    la donna stalattite e la sedia stalagmite, primi segni di un alfabeto a metà tra immagine e parola. uno splendido avvio di una nuova serie che coinvolgerà altri speleologi del convergere sepolto delle arti.
    fabrizio

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  2. Scrivere – è questo perdere peso –
    le ali stese stracci di bucato

    perdersi nel tratto che si verga per ritrovarsi in ali quotidiane di parola nuova

    belle le foto e la parola

    saluto tutti

    elena f

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  3. ho amato le foto di Francesca fin dal primo istante, nel 1999 o 2000. non so perché, la collegai sùbito alla libellula di Rosselli. vidi per prima cosa il suo autoscatto dove è nuda, accovacciata per terra, e il pavimento è geometrico-rigoroso… era su Tuttolibri, e ritagliai – e conservo – l’articolo. poche cose sono tanto belle… e i testi – la voce in poesia – sono alla stessa altezza. Grazie, dal cuore
    massimo

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  4. Approfitto per mandare “Donna in nero” ispirata dalla Woodman,

    DONNA IN NERO
    (the air we breath)

    Per te, donna in nero, declinano questi desiderata,
    in rime corsàre appena accennate, in furie sonòre.
    Versiam di bocca, copiósa la sborra sul disonóre,
    l’aria che da troppo tempo respiriamo va purgata.

    Di malamori venuti fuori a scatti e in morse fatali
    e precipitati a capofitto come a sorpresa nei finali,
    di vecchi languori dimenticati è daccapo la sòglia,
    calate le brache di gamba e sodi¬sfatta ogni vòglia!

    Abbiam ancora l’insaziabile d’avanzo per le mani,
    il vuoto di Ragióne! e all’occorrenza muscoli forti
    per i nostri esausti inferni di ceralacche e deretani
    in difetto di Misura e per le ″supposte″ malemorti.

    Facciam dei languori un trionfo d’organi e fremiti
    degni degli imperatori, un ridicolo covo di sevizie,
    offriamo solo miraggi raccolti in fasci e superstiti,
    cocenti notti, nude in ispirito, di prese e di delizie!

    Luca Salvatore, 01 luglio 06.

    Un saluto,

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  5. Ottimo binomio parole e foto!Mi viene in mente un libro in uscita di una mia amica poetessa su dei pittori e i quadri. Scusate la divagazione… 😉
    Un caro saluto

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  6. Luca: nessuna divagazione, anzi! Mi dici di più di questo libro?

    Mario: non volevo aggiungere niente. Volevo solo tradurre (provarci) queste immagini che amo. E come in genere non si fa, mostrare l’origine dei versi. Poi indubbiamente le fotografie della Woodman parlano da sole – a me infatti hanno parlato, questo volevo “dire”.

    Fabrizio come la chiamiamo questa serie?

    Massimo: Sì. La Woodman è sconvolgente ed era dotata di un’ironia crudele. Molte delle sue foto sono “self-deceits” auto-inganni, non autoritratti, dove il corpo sparendo si afferma con più violenza. Ma in questo c’è anche un saper ridere di se stessi, dell’esserci a tutti i costi. Ho letto alcune pagine di un suo diario, in fondo ad un volume monografico e ne ho avuta la conferma.

    Aggiungo: c’è una foto che qui non ho messo, che trovo cattiva e beffarda. Il soggetto non è la Woodman, ma una rondine morta, con le ali spalancate, fissata al muro con lo scotch. Sotto la rondine, è attaccato un disegno che la riproduce perfettamente. Quale delle due è la rondine? Non sappiamo
    più guardare il mondo senza artificio. Lo sguardo di per sé è la prima riproduzione – la prima incolmabile distanza.

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  7. Francesca non è ancora stato pubblicato. La mia amica ha un contatto con un editore e dovrebbe uscire entro l’estate. Ti farò sapere appena verrà stampato.
    Un caro saluto

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  8. @ fk

    dici vero, davvero non ci capisco di poesia, e certo che ho pazienza, ma abbine anche tu: i luoghi pubblici corrono sempre il rischio di essere anche mal frequentati.
    credimi però che proprio nessuno volevo offendere. leggo da alcuni mesi queste pagine dove sovente, come arguisci, mi sento estraneo e nelle quali insieme mi tiene uno stupito piacere e varie confuse invidie. e se a volte quel che mi resta di vanità mi porta a lasciare un segno, credo sia peccato lieve, a molti comune, e nel suo nulla, di nulla lesivo.
    credo.

    un saluto
    mario ardenti

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  9. Caro Mario, scusa se sono stato fin troppo diretto; ma gli è che sulla poetessa de Pistoja Lido Matteoni sono disposto a rischiare di tasca mia, e magari mi sbaglio – vero Matteonika? ah ah! -; ecco dunque spiegato il mio esser drugo fuori dall’orbita marcosayana. Spero mi capirai. Ho letto di te alcune cose nei commenti davvero interessanti: ma forse ti manca un po’ d’entusiasmo; e tirati su, fijetto bello, te lo dice un ex depresso sul viale del recupero. Un caro saluto, Franz

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  10. Se posso permettermi, non è molto facile scrivere su delle fotografie. Molto più facile è, per esempio, prendere le poesie suscitate da una foto e farle leggere separatamente. In questo caso trovo che il lavoro fatto da francesca invece sia prezioso, e affatto banale, proprio perché parte dalle fotografie e svela angoli nuovi. Non gli stessi della woodman, non mi sembra ci sia la presunzione di interpretare il pensiero della woodman, ma di evocazione in evocazione trovo che le parole formino una particolare ossatura che poi la foto riveste con l’immagine. Queste sono le mie sensazioni, e faccio i miei complimenti all’autrice – coraggiosa. Perché francesca woodman è francesca woodman.

    A

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  11. Alessandro grazie per le tue splendide parole. Il rischio di questi testi, che io sento eccome, è l’eccessiva artificiosità, proprio perché ho cercato a mia volta di sparirci, tentando solo di far parlare ciò che vedo. Tra vedere e sentire c’è un confine labilissimo e a volte la poesia deve camminarci sopra. Credo. La Woodman come altre cose che amo, torna altrove nelle mie cose, ma in immagini più personali, più slegate dal suo lavoro. Anzi se ci penso bene, credo che siano 4 i “mostri” per cui ho il debito maggiore – due fotografe e due pittori – la Woodman, Mark Rothko, Diane Arbus e Caravaggio. Vabbè ora deliro. Quindi la finisco qui. Dalla mostra della Arbus l’anno scorso (una cosa che aspettavo da una vita) sono uscita in lacrime. Rothko è un’ossessione.

    Mario, ti avevo risposto – in un certo senso è come dici tu, ma proprio io non volevo aggiungere niente, non potrei.

    Fabry – solo Immagini? Io pensavo “VEDERE COSE” ma un certo Heaney mi ha rubato l’idea, quel perfido irlandese.

    Franz: che ti devo di’? Mi difendi sempre, spero di meritarlo. Grazie. Io non ti difendo mai, invece. Sono proprio una peste…

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  12. La luce imprime: messa a fuoco, messa a verbo.
    In quanti modi si impressiona la retina? E quale immagine è il nostro immaginario/immaginifico? Comunicare-comunicare- comunicare sensazioni e ancora e ancora…

    Hai tutto il mio sostegno Francesca: duende.
    E spazi.

    Chiara

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  13. @ francesca

    ti leggo, e ti rispondo, in ritardo:
    non avevo alcuna intenzione di sminuire le tue parole, e ci mancherebbe mai… proprio io..
    soltanto significare l’eccellenza e la totale “comunicatività” di quelle immagini.
    tutto qui

    un caro saluto
    mario

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