Tutto il calore del mondo (un piccolo estratto… ovviamente inedito)

1 – Il cuore che ho tatuato sul petto è un cammeo del perdono.
Sette le spade che lo trafiggono in una nuvola di fumo.
Io non so di me, ma tento di dire per gli altri.
Nell’enigma mi dibatto; in quella culla di speranza che il certo ha trasformato nell’abbaio di un cane… perché io non voglio sapere di me, ma delle fragili conclusioni di chi mi sta dinanzi. Se conclusione può esistere, se l’osso non ha già strangolato, quel bastardo a 4 zampe.

3 – Hai udito la calma di vento?
Il sasso non ha colpito la riva, ma è scomparso in una piccola folata di gas.
Ho fiondato lontano, perché non smuovesse altre pietre e bruciasse i suoi atomi nello sfrego dell’aria.
La pelle era di quel sasso. Uomo che si è andato a spogliare di cellule e strati.
Volo che nel fiato si svapora in quel progetto che fu da sempre il nume tutelare.
Uomo sasso. Uomo scagliato da un altro uomo per provare il braccio e la consistenza di ogni molecola nello spazio.
L’entrare, il forare (o lo spingere), quindi il risucchio, per svanire nella parabola del gesto primordiale.

4 – Chiudi le palpebre e inginocchiati qui a lato. Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni.
Il nostro calore scioglierà la muraglia dell’ultima diga e il sigillo verrà mostrato alle genti.
Ho amato e amo… mi ami, nell’assurdo, solcato da meteore.
Questa la sorte dei frombolieri: comprendere che si è con l’andare del sasso, col suo spegnersi, in una vampata di elementi, poi col raccoglierne da terra un altro, e lanciare, quindi di nuovo attendere.

5 – Quando la pioggia cade moscia, riempie le fosse e gli stagni, mentre tutto sprofonda nel pantano.
Il cinghiale non annusa più il suolo, e le tracce si perdono nella dottrina, in quel sublime credere cieco, che alimenta il cuore del vigliacco o del santo.
Cammino ai bordi della Romea, la strada che fu dei pellegrini rivolti alla Terra Santa.
Quando guadi i bracci del Po, incontri e parli coi fuochi fatui di chi è spirato in quelle terre mobili… in quelle terre che alimentano gli asparagi. A volte un traghetto, a volte una spiaggiata dove poter attraversare. Raggomitolare i pantaloni di fustagno. Legare i lacci l’un l’altro e gettarsi le scarpe in spalla. E questo al tramonto, quando quei fuochi filtrano fra le schiumazze e le carogne continuano a putrefarsi. E’ il fiato del passato. Ciò che resta delle nostre azioni umane.
Fu la strada dell’uomo come l’ombra? Sì, la vie de l’homme fuit comme l’ombre.
L’ombra è come la vita… un ripararsi il capo dal possibile calore, con il sacco che contiene le nostre poche cose. Difendere quel sacco, aprendo il coltello che si porta in tasca. Difendere il capo, con le giaculatorie dei morti per fango e per acqua.

6 – Sospiro all’alba, mentre, con la ronchetta, do scultura a un pezzo di faggio.
Il legno è il burattino di ciò che si vuole raccontare.
Getto il simulacro nella corrente. Due braccia, due gambe, una testina, due piedi.
Il burattino giungerà al mare poi all’oceano. Andrà per acqua, nella semplicità di un ciclo che lo vedrà, un domani, piovere in Tasmania.
Quello che si modella qui, diverrà un giocattolo per il figlio di un pastore anglocoloniale.
Il ciclo della natura porta doni, a volte neutri, a volte con una faccia e un passato.
Osservo ogni particolare, per ritrovare il mio naso. A momenti penso che il mondo rappresenti il mio cranio, altre, che l’atmosfera che lo circonda sia quello il mio adipe.
So solo che sono il bambino della Tasmania, che racconterà ai suoi nipoti che un giorno, quel pupazzetto sul camino, è caduto dal cielo, perché partorito dagli angeli.

14 pensieri su “Tutto il calore del mondo (un piccolo estratto… ovviamente inedito)

  1. iL CAMBIO IN PRIMA PERSONA,DI QUESTO POEMETTO, DALLA STROFA CINQUE, FA SPICCARE IL VOLO VERSO UN’EPICA CHE TI STA MOLTO A A CUORE, CREDO.E’ BELLO IL CICLO VITALE CHE DESCRIVI.
    PRIMA PREVALE UNA LITURGIA LIRICA, UN RITO PROPIZIATORIO.
    Maria Pia Quintavalla

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  2. “Uomo che si è andato a spogliare di cellule e strati”.

    vedo una maturazione di kenosis, Gian, che diventa regalo anonimo di immagine umana, abbandonata al fiume, simbolo palpabile del flusso che sempre ci unisce e ci divide.
    fabrizio

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  3. perché io non voglio sapere di me, ma delle fragili conclusioni di chi mi sta dinanzi

    perchè solo guardando all’altro che è Altro assoluto irriducibile a noi stessi seppure uomo, solo lasciando essere possiamo conoscere chi siamo

    saluto tutti

    elena f

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  4. Dico solo che è bellissimo. Sai sempre cosa vuoi dire, cosa vuoi significare. Vai così G.R. “Il bambino della Tasmania partorito dagli angeli”, immagine che chiude di grande forza. Attendo di leggere tutto.

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  5. Poeti si nasce, non vi è dubbio. Ma Rossini diceva: solo il 10% dell’arte è dovuta al talento, il resto bisogna coltivarlo, con abnegazione, attraverso lo studio e l’impegno. La tempra del poeta c’è. C’è l’abbandono incondizionato simbiotico totale fra le braccia di madre natura: “Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni”; quella forza simbolica misteriosa inafferrabile evocativa potente con cui tutti, da Baudelaire in poi, hanno dovuto misurarsi… Ma c’è anche la perizia della comunicazione efficace: “Il cuore che ho tatuato sul petto è un cammeo del perdono”. E dopo la maestria dell’attacco non puoi pensare di fermarti all’incipit o di andare avanti svagatamente, magari cedendo alle pervasive lusinghe della multimedialità quotidiana… Devi leggere tutto con attenzione, sino all’ultimo rigo: non hai altra scelta. C’è infine la sapienza del monaco-scienziato, di chi si è spinto fino ai confini estremi dello spazio-tempo, dei suoi enigmi imponderabili… e li ha superati.

    Un abbraccio.
    Pasquale

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  6. “Io non so di me, ma tento di dire per gli altri”: sembra una cosa incongrua, un atto di presunzione, invece è il fondamentale gesto d’amore del poeta che cerca di trarre dalla propria ignoranza e dal proprio silenzio una conoscenza e un canto per gli altri.
    Per dirla con Padre Fabrizio,dal kenoma al pleroma.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. E’ un canto dolce ed energico nello stesso tempo. Manca il 2. refuso o no?
    Mi piace sottolineare questo passo non ancora citato nei commenti precedenti, di sicuro effetto : Quando la pioggia cade moscia, riempie le fosse e gli stagni, mentre tutto sprofonda nel pantano.
    Il cinghiale non annusa più il suolo, e le tracce si perdono nella dottrina, in quel sublime credere cieco, che alimenta il cuore del vigliacco o del santo.

    Ciao sandra

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  8. Da un po’ non leggevo testi nuovi di Gian Ruggero!Dall’anno scorso sulla defunta – ahimè, ahinoi – “Ciminiera”. C’è tutto il Manzoni che apprezzo. Quello che racconta e che, in versi, da il meglio di se nella prosa poetica. In questa c’è quello scatto che piace a me. Quel tocco vibrante e carnale (nel senso che ti entra dentro nelle viscere). Immagini molto icastiche e la chiusa, concordo con Franz, è assolutamente un colpo nel sette!
    Un caro saluto

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  9. @ Maria Pia. Giusto… lo scrivere è sempre rito propiziatorio.

    @ Fabry. Flusso che perdura… soprattutto.

    @ Elena. Del ‘sé’ meglio saperne il meno possibile per poter entrare nell’altro.

    @ Franz. Grazie… siamo un po’ tutti fuggiaschi in Tasmania.

    @ Pasquale. Cosa dirti? Lo spingersi oltre le colonne è peccato (vedi Dante), ma, anche, compito. E’ forse anche il ‘peccare’ un compito assegnato agli uomini?

    @ Roberto. Più che vero. Ti ringrazio.

    @ Tommaso. Rileggiti la 6… si è quel che si fa e si è quel che poi si racconta, seppure, geograficamente, agli antipodi del pianeta. Oppure: si è chiunque possa dire… o in ciò che chiunque dice… e fa.

    @ Sandra. Volutamente ommesso il punto 2. Ottima citazione: quella è una delle travi portanti il ‘calore’.

    @ Luca. Grazie… noi ci conosciamo a fondo… giochiamo in casa… ecco il perché di quella svirgolata nel 7.

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