Bambino Gesù, di Daniele Mencarelli

Vi presento alcune poesie del poeta romano Daniele Mencarelli, tratte da BAMBINO GESU’, Ospedale Pediatrico, che uscirà prossimamente nella collana di poesia di Avagliano che dirigo assieme a Andrea Di Consoli.
Claudio Damiani

T’ho salutato per sei mesi
pensandoti impiegata o segretaria
di chissà quale ufficio dentro il paese,
poi l’anziano collega mi spiegò bene
la tua vera professione dento l’ospedale,
vivere da cinque anni dietro a un figlio,
un lavoro che nessuno potrà toglierti
per quanto sarà lunga la tua vita.
Ma tu della fatica ne fai un sorriso
del sacrificio una saggezza pratica.
Oggi sulla panchina ti godi il tempo
limpido e fresco com’è d’autunno a Roma.

(Padiglione Pio XII)

***

Una mattina come tutte le altre
sole e piccioni freschi in cielo,
“prima o poi doveva capitarti”,
così gli altri operai mi dissero.
Non ho ricordi ad aiutarmi
tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,
gli arnesi riposti nelle vetrate
l’odore pungente della formalina.
Ancora pago quell’attimo
quell’unico attimo di innata curiosità,
ricordo barattoli e niente altro,
più che altro niente voglio raccontarti,
se non lo specchio al lato della stanza
Che rifletteva uno frenetico a spazzare
a finire il prima possibile il suo dovere,
sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

(Pio XII, sala autopsie)

***

La tua piccola testa pelata
il colorito avorio spento
ha poco a che fare col sorriso
malgrado la chemio in bella mostra,
non sono io ma tu a confortarmi
con la tua aria da giocatore
quando colpisci con forza il pallone,
quasi mi dimentico la secchezza paurosa
le spalle ingobbite dentro il pigiama,
ma ridi per il liscio di tua madre
e la tua risata è come un canto
che tutti proviamo ad imitare,
non riesco a pensarti morente.

(Padiglione Salviati)

***

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

(Padiglione S. Onofrio)

***

Lo attraversammo quasi di corsa
il reparto degli infetti
reietti perfino dalla vista,
dalla medicheria arrivarono grida
impossibile alzare lo sguardo,
vedemmo solo un corpo scarnito
passato da mille tubi trasparenti
e ancora l’atroce dolore urlato.

Uscimmo all’aria aperta
come riemersi dall’abisso,
di noi il più anziano mi si girò contro:
“tu che tanto speri e tanto credi
spiegami una possibile giustizia
di quell’agonia morte futura”.
Non risposi ma una voce
si alzò alta dalle viscere
“per questo credo di più ancora”.

(Padiglione Spellman)

15 pensieri su “Bambino Gesù, di Daniele Mencarelli

  1. E’ possibile sapere qualcosa in più su Daniele Mencarelli?
    Si potrebbe sentire la sua voce qui sul blog? Magari avere un suo contatto e-mail per dialogarci?

    Molte grazie.

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  2. “tu che tanto speri e tanto credi
    spiegami una possibile giustizia
    di quell’agonia morte futura”.
    Non risposi ma una voce
    si alzò alta dalle viscere
    “per questo credo di più ancora”.

    guardare oltre e sperare nonostante la disperazione
    incomprensibile paradosso

    distante un palmo dall’orribile viso,
    vidi il sorriso di lei e le sue parole:
    “ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

    quegli occhi opachi di vecchia devota
    guardavano un punto oltre l’orrore,
    lì c’era solo un bambino che giocava

    saluto tutti

    elena f

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  3. Quest’autore sembra quasi colorare con un acquerello, con delicatezza d’immagini ben trasmette la dignità e la voglia di vivere e i caratteri di chi soffre e di chi lavora negli ospedali.
    Sandra

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  4. Beh, c’è pure quello recitato. In letteratura ne abbiamo fatto il pieno. Volevo solo dire che quello mostrato da questo poeta lo sento vero.

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  5. “la tua vera professione dento l’ospedale,
    vivere da cinque anni dietro a un figlio,
    un lavoro che nessuno potrà toglierti
    per quanto sarà lunga la tua vita.
    Ma tu della fatica ne fai un sorriso
    del sacrificio una saggezza pratica.”

    un poeta che entra negli interstizi della vita, nell’oscura, scontata santità lasciata spesso sola, affinché non gravi la corsa, non rabbui l’umore.

    complimenti
    giovanni

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  6. Mencarelli è davvero un poeta intenso. Lo seguo da un po’ ed ho letto le sue precedenti raccolte. Piacevole conferma! Chissà se prima o poi ci rivedremo? Ci siamo conosciuti, o meglio, scambiato quattro chiacchiere veloci ad un Festival. Complimenti e non mancherò di procurarmi anche questa nuova raccolta.
    Un caro saluto

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  7. anche a me piacerebbe discutere con Daniele della sua poetica. soprattutto riguardo alla scelta formale, così vicina alla prosa.
    grazie anche a Claudio.
    fabrizio

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  8. Daniele mi aveva detto che avrebbe stasera partecipato al blog, dunque dovrebbe farsi vivo, lo dico per Lorenzo che al commento 2 chiede sue notizie, comunque farò presto un nuovo post su di lui. Ciao a tutti
    claudio

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  9. chiedo scusa per l’ora, purtroppo, per fortuna, ho un figlio di pochi mesi che mi reclama, soprattutto la sera. Ringrazio tutti, per Lorenzo, tutti, scrivo la mia mail: danielemencarelli@yahoo.it
    per quanto riguarda il post di Fabrizio, che ringrazio per l’ospitalità: devo dire che la raccolta che ho dedicato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù è esperienza a parte, anche dal punto di vista formale, rispetto agli altri miei lavori. Ovviamente il respiro e lo sguardo sono i miei, nello scrivere questi testi, però, ho avvertito chiaramente la necessità di “togliermi” dai piedi, di offrire con maggiore onestà possibile una realtà troppo più grande di me. Ho sentito nello scrivere queste poesie il confine sottile tra forma e fregio, tra la volontà di essere al servizio di un’esperienza, gigantesca, e la vanità di essere comunque presente nel testo. Grazie ancora a tutti. Daniele Mencarelli

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  10. ma per caso queste sono le stesse poesie pubblicate nel 2001 dall’O.B.G. (o dall’O.D. non ricordo ora) e con prefazione di Davide Rondoni?

    shalom,
    Lorenzo Carlucci

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  11. Caro Lorenzo, sì, le poesie sono quelle. Insieme a Claudio Damiani abbiamo pensato di riproporle nel nuovo libro che farò con Avagliano. Accanto a cose già edite ci sarà una sezione nuova, con poesie dedicate ad un tema ben preciso: il traffico e la strada. Per qualsiasi cosa nel post precedente ho scritto la mia mail. Ciao a tutti. Daniele Mencarelli

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  12. Questo è un poeta vero, limpido e forte – righe di cemento e di vetro, direbbe Fortini traduttore di Brecht, davvero poesia che è poesia, cioè ricerca stilistica, non semplice trascrizione diaristica – eppure anche, e non per riprendere una formula oggi abusata, testimonianza umana, intensa, senza lenocini, “vita fedele alla vita” – dolente umanità còlta con immediatezza rara e invidiabile, senza schermi né mistificazioni, nel momento dell’insensata ed umiliante sofferenza, quando, diceva Vittorini, “l’uomo è più uomo”.

    Si potrebbero fare vari nomi – Primo Levi, il Calvino della “Giornata di uno scrutatore”, il Solgenytsin di “Padiglione cancro” – anche se qui non c’è nessuna implicazione ideologica, solo un impegno etico teso fino allo spasmo doloroso.

    Ma si erge, su tutto – al di là di ogni consonanza e di ogni parallelo, oltre i limiti della letterarietà -, quella che si potrebbe chiamare la nostalgia dell’umano – di un’umanità autentica proprio perché vilipesa, oscuramente redenta proprio quando appare, in tutta la sua evidenza, l’inespicabilità, ma non necessariamente l’insensatezza, anzi forse il segreto, oltreumano significato, del suo sterile martirio che non salva nessuno, almeno qui e ora: tutte realtà che l’odierno patinato edonismo tende ad esorcizzare (un tabù, oggi, la sofferenza e la morte, mentre in passato lo era il sesso, oggi invece esibito e gridato), e che invece la poesia si assume qui la tragica e sacrale missione di riportare alla luce, di enunciare nella loro urgenza bruciante.

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