Signora delle nevi. Su “Artico” di Francesca Matteoni

i live by the ocean
and during the night
i dive into it
down to the bottom
underneath all currents
and drop my anchor

and this is where i’m staying

this is my home

(Bjork, “The anchor song”)

 

Artico è un passaggio obbligato, un passaggio a nord-ovest, è uno stato emotivo, un’estrema terra di mezzo. Artico è un guado gelato che per conquistarlo si deve attraversare, percorrerne in lentezza la distanza di ghiaccio, il silenzio insoluto.
Un paesaggio interiore all’apparenza immobile, e invece vivo. Abitato di figure come contro una cartapesta accartocciata di presepio (di quelli con l’acqua che scorre nel ruscello – per meccanica dissimulata – col fabbro che batte sull’incudine a intervalli inesausti e regolari). Come una fiaba.
Nordica e umida di sottoboschi bui e brulicanti, di betulle sottili e svettanti. Un mondo di superba invenzione in cui la storia d’ Everyman si riflette e deformata rimbalza, come uno specchio incantato che traduce il reale in aneddoti magici. E lo ordina e lo eterna.
La scrittura di Francesca Matteoni è innervata di fiaba: ha i suoi luoghi, i suoi personaggi, la sua vocazione di hortus conclusus e rifugio, in qualche modo persino le sue cadenze, la sonorità. E sopra tutto, la stessa volontà affabulatoria, la passione e la necessità per il racconto e la condivisione.
E’ una poesia che arriva, a tratti, a ripercorrere, e forse non del tutto consapevolmente, alcune delle Funzioni teorizzate da Propp quali cardini della struttura stessa della fiaba: la deprivazione (“le carni sigillate del distacco”) , la prova – il dolore – da superare (“Noi / viviamo esiliati dai nostri morti ne conserviamo / la tregua irreale”), la partenza e lo smarrirsi in un luogo pericoloso e sconosciuto (“briciole come una volta nel bosco. Qualcuno era perso”), il medium magico (“nel fegato di uccelli un vaticinio”), la trasformazione dell’eroe (“il viaggio è questa crescita: / procedere nudi al disarmo”), la rimozione della sciagura (“Siamo stati alberi (…) / il legno può chiudersi ancora / sulle nostre tracce inaudite”), il ripristino della condizione iniziale (“La chiarità è interna / condensa di terre”).
Un articolarsi complesso di elementi “narrativi” costruito col tempo e col silenzio: il dato biografico, che pure è evidente, resta in filigrana, s’annida in visioni anche oscure, quasi gotiche, di luce perlopiù lunare (“So che la luna mi è madre”) e notturna (“il clangore serrato / degli astri”): una fiaba nera, dal lieto fine mai elargito, semmai – se dato – sofferto, conquistato con la lotta (gli eschimesi che pescano bardati di lance come guerrieri, la crudele “isteria delle reti”), l’antagonismo di fattori avversi esterni come endogeni, privati.
L’idea della morte incombe, aleggia come una certezza, più che come un presagio: la testimonia l’epifania ricorrente di ossa, reperto di vita che fu, frammento e memento di una fine avvenire contro la quale solo la consapevolezza della propria può, e solo il coraggio commosso di sopravvivere alla partenza di chi ci è vicino: “l’osso è nutrito e tradotto”, “l’ossame ambrato dei mobili”, il cielo rintocca nell’ossario”, “i ricami dell’osso nell’alga”.
S’incontra nei versi l’uso frequente di termini strettamente legati all’ambientazione boschiva tanto congeniale – anzi congenita – alla narrazione fantastica: elementi fitomorfi di un’architettura poetica solida nella sua provvisorietà necessaria, nel suo farsi altro continuo. Scelte lessicali in cui ricorrono parole come muschio, bosco, boscaglia, betulle. Un mondo misterioso, d’eco mitica e quasi animistica, crepitante di vita nascosta, di animali ridestati da un letargo si direbbe millenario, e ora ansiosi, prepotenti di energia: serpi, scoiattoli, insetti, passeri e corvi che mostrano le ossa del petto; e poi alci e renne, foche e balene, salmoni, muti abitanti del freddo di terra e di mare, di un Artico in cui la neve si fa coperta smisurata e custode, anestesia del distacco, consolazione.

Cristina Babino

 

Ad Antonella Anedda.

Sasso Marconi, 6 settembre 2003

ARTICO

Il ghiaccio sospende l’acqua, ramifica

come l’impronta della luna.

L’occhio pronto a inghiottire ruota

e si sbianca – una perla o una bacca

di gelida fiamma.

I piccoli eschimesi portano lame e pellicce

ai fianchi dove i ghiacci stagliano ombre.

Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli

li trascinano tra i rami del gelo

azzurri, verdi senza foglie.

Cucito dentro il sangue è nero, immobile

freddo – si allunga tra le dita

della terra verso l’onda; solleva carni spente

come una bestia muta. La bestia

che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.

I nostri morti scrivono il paesaggio.

Stendono sulle rive scaglie argentate

di pesce perché una luce piatta

ci immagini dal fondo.

I contorni. Il vapore appena attorno ai corpi.

I morti ricordano nell’acqua

cieca -un petto lucido di guscio.

L’anima ha un suo luogo là sotto, piccola

di sassi e sonagli, approda al canto

delle balene all’antro caldo, ai fiati di molte creature.

Foche. Forgiano la deriva polare, il grumo

di saliva nella schiuma.

Gli eschimesi le cacciano nell’oceano

le lance, l’isteria delle reti – le chiamano streghe.

Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi –

nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno –

il nervo, la fune tesa al fondo.

***

Si è ricordati nelle case

nel salire a cerchio della boscaglia

le mura sciacquate al grigio della pietra.

Alle pareti animali d’argilla

curvano riflessi in un bacile –

Noi siamo appena scorti

ombra scoscesa di mensole, cibi

vasi di steli recisi.

Parole fuggono via prima di dirci.

Di dire il luogo, la luce acquatica

dei contorni, la pagina riletta, fissa nel legno

per farsi quasi pelle nella notte.

Un’incertezza di foglie smorza

piogge sul fondo delle stanze.

Si è attesi negli oggetti – un’erba

tenue, trasparente di pavimenti

l’ossame ambrato dei mobili

pance perfette di barattoli, piene.

La bocca resa al bicchiere.

Fiordalisi crescono carnivori per le vene.

 

***

PAN

Farò pulizia di avanzi, scodelle perché tu

non mi spinga sotto i tavoli, tra le piastrelle

in basso succhiata nelle conserve

nei muschi d’acqua livida, storpi.

La tua lingua spella come ortica.

Raschia un solco verde d’uova morte –

reni mollicci implosi.

Con le dita mi conti – dieci paletti curvi

la polpa dei miei occhi, il taglio

inesorabile degli ossi. M’ingoi

la bocca prima – urticare d’ustione.

Le mani soppesano, assorbono dove

accennavo scapole, piume. Nelle mie linee

forbici le tue radici annaspano contrarie.

Le caccio fuori senza steli né semi.

Serro il legno dei bottoni sui miei affetti

sull’umido strappare dei tuoi abbracci.

Poi sarà scendere nei tubi delle gambe spessa

di temporali, i nervi stretti di vocali – scavarsi

a croste d’aria. Il non temerti più, non sentire

vibrata china, sottile – come un lento ubbidire.

***

Francesca Matteoni, Artico
Crocetti Editore, 2005
€ 9,00 – pagg. 60
(Premio Nodo Sottile 4 – raccolta inedita)

 

 

 

15 pensieri su “Signora delle nevi. Su “Artico” di Francesca Matteoni

  1. Centrata recensione per una raccolta che ho molto apprezzato, come ben sa l’autrice… 🙂 Complimenti ad entrambi! Francesca a quando qualche inedito? Magari postato qui..
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  2. Un paesaggio scritto dai morti. Sentire d’essere “attesi negli oggetti”. Non temere più Pan. La poesia sceglie, elegge, un paesaggio a sua immagine e somiglianza e prova a dirlo, e lo dice così bene da confondere, fino a coincidere, natura e parole, luogo e poesia.
    Antonio Fiori

    "Mi piace"

  3. Bellissime queste poesie di francesca, con versi come:

    “Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli

    li trascinano tra i rami del gelo

    azzurri, verdi senza foglie.

    Cucito dentro il sangue è nero, immobile

    freddo – si allunga tra le dita

    della terra verso l’onda; solleva carni spente

    come una bestia muta. La bestia

    che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.

    I nostri morti scrivono il paesaggio.

    Stendono sulle rive scaglie argentate

    di pesce perché una luce piatta

    ci immagini dal fondo.”

    E condivido appieno ll’intervento di cristina specie quando parla, tra le altre cose, di “scrittura innervata di fiaba, di morte che aleggia come una certezza, di eco mitica”

    un saluto e un grazie ad entrambe.

    giovanni

    "Mi piace"

  4. suggerisco a chi interessa il genere
    “il ramo d’oro – studio sulla magia e la religione” di j. frazer
    ottimo libro.
    forse Francesca conosce.
    un saluto
    paola

    "Mi piace"

  5. Una poesia sofferta e piena di terra, di ossa appunto, di simboli antichi del Nord. Bella davvero la recensione di Cristina, sempre puntuale, sempre attenta a ogni sfumatura. Francesca è italiana solo di lingua, a mio parere; nei suoi versi c’è il nord europa e le sue suggestioni fortissime, un freddo pieno di – quasi – insopportabile calore, una sofferenza quasi penintenziale. Sembra di scorrere, leggendola, certe immagini del cinema danese a noi più caro, ma anche il Bergman di certe pellicole degli inizi, piene di simboli scuri. Francesca vive ancora in una dimensione fiabesca; si potrebbe dire che si nutre e si nasconde negli incubi delle favole più truci, quasi preferendole alla nostra realtà più vana e pianeggiante.

    "Mi piace"

  6. “un Artico in cui la neve si fa coperta smisurata e custode, anestesia del distacco, consolazione”.

    qui mi sembra ci sia davvero Francesca, le ragioni delle sue inquiete e oscure fiabe.
    grazie, Cristina.
    fabrizio

    "Mi piace"

  7. Noi siamo appena scorti

    ombra scoscesa di mensole, cibi

    vasi di steli recisi.

    Parole fuggono via prima di dirci.

    Di dire il luogo, la luce acquatica

    dei contorni, la pagina riletta, fissa nel legno

    per farsi quasi pelle nella notte.

    uno svanire in cui si fa ricerca un dire che rimanga, un dolore per questo sfuggire di noi a noi stessi, per quest’assenza che chiede una pelle che ci protegga e ci di-chiari, un freddo ghiaccio che cela la luce sotto dove

    L’anima ha un suo luogo là sotto, piccola

    grazie a francesca e cristina

    saluto tutti

    elena f

    "Mi piace"

  8. Prima di tutto un grazie di cuore a Cristina e a tutti voi: ieri sera ho aperto il blog e ho trovato questa sorpresa – ero stanchissima dopo una giornata non molto facile e, se si può dire, mi ha fatto bene.

    Mi piace Cristina che citi Propp, l’ho letto tanti anni fa e penso di averne assorbito moltissimo.

    Sui boschi, le fiabe, sì – ma anche proprio la mia geografia.
    I boschi sono il mio Appennino. La mia infanzia è stata tra i campi e gli alberi e le vie poco trafficate della periferia – questo paesaggio si è mischiato a quello invernale e nordico che poi sono andata a cercare – come rispondendo a qualcosa in me.

    Pensa che la poesia che hai scelto (si è ricordati…) è nata proprio per via dei fiordalisi selvatici, che crescono lungo il fiumiciattolo vicino casa mia, una mattina che tornavo dalla città in bici.

    Paola: Il ramo d’oro è stato tra le mie letture per via della materia in cui poi mi sono laureata, sebbene virando verso la letteratura e Yeats). Anche se nelle cose che ho scritto onestamente ce lo risento poco. E’ un librone da cui prendere a piene mani (come ha fatto Eliot), più utile ai sognatori che non agli storici però. Bisogna prendere le storie ed i miti, senza considerare più di tanto l’approccio positivista e in poltrona di Frazer, che considerava i popoli di cui parlava come poveri barbari ignoranti.
    Comunque è un libro affascinante e sono affezionata al mio compendio Bollati Boringhieri (l’opera originale mi sembra siano 12 volumi, ma non ne sono sicura. Io per intero l’ho vista solo alla British Library, ma col cavolo che mi metto a leggerla tutta).

    Sulle tradizioni degli eschimesi si apre un mondo meraviglioso. Che vi risparmio, però se vi capita e vi interessa, almeno la storia della Sedna, la vecchia delle foche, leggetela.

    Franz (grazie): non lo so se vivo in una dimensione fiabesca- forse sì. Spesso, per restare nel cinema, mi sono sentita come la bambina Ofelia, de Il labirinto del fauno, sperando di non fare la sua fine. C’è violenza enorme pure nella fiaba, ma è una violenza che porta alla salvezza.
    Come si salva Bess (ne Le onde del destino) anche se muore, in un rintocco di campana.
    Bergman: di sicuro Sussurri e grida.

    "Mi piace"

  9. Sì, l’Appennino lo sento molto anche io, nelle tue poesie, al di là dei precisi riferimenti “artici”. Fa parte secondo me di quel bagaglio autobiografico che nei tuoi versi si legge chiaramente e rimane sullo sfondo al tempo stesso… In certi tuoi passi (nel silenzio rotto solo dai fruscii del bosco, nella lentezza necessaria, nel tempo che sembra scorrere infinito) mi sembra proprio di vedere animarsi davanti ai miei occhi la statua di Appennino del Giambologna, quella meravigliosa nel Parco della Villa di Pratolino a Firenze…. Un caro saluto Cris

    "Mi piace"

  10. E’ un librone da cui prendere a piene mani (come ha fatto Eliot), più utile ai sognatori che non agli storici però.”

    mi sembra un po’ infantile come liquidazione
    non trovi? va beh che le fiabe e il resto fanno altro
    uhm
    come un librone da cucina, intendi?
    uno zibaldone polpettone?
    non so cosa tu voglia intendere per sognatori, comunque.
    e poi. chi ti dice che gli storici non siano anche sognatori e viceversa.
    va beh.

    onestamente a me (a me sola evidentemente) traspare in ogni tuo scritto e anche in questo((per quello ho citato il libro) l’influenza di questo libro ma non credo sia un disonore ma se ti offende lo dovrai cancellare dal curriculum. insomma sembra che te la sei presa.
    non era mia intenzione, ovviamente.
    ad ogni modo pare che frazer tracci una mappa etnografica importante comprensiva pure degli esquimesi.
    insomma se ci hai fatta su la tesi. o forse allora eri più sognatrice ieri mentre oggi
    sei un po’ più storica?

    un saluto
    paola

    "Mi piace"

  11. Paola: probabilmente mi hai frainteso e mi dipiace, anche se non capisco moltissimo questo risentirsi. Non me la sono affatto presa (mi pareva di aver citato pure Eliot) e non credo che nel termine sognatore ci fosse niente di offensivo tutt’altro. Non ho liquidato il libro. Solo detto, per deformazione professionale, che per un lavoro storico è poco utile e sorpassato quell’approccio all’antropologia (i civili europei verso gli incivili primitivi contemporanei) – e non ho la presunzione di dire che sono la prima a fare simili affermazioni. Riconoscere il limite di un’opera (che è comunque unica, monumentale e importante) non mi pare un’offesa. Mi sembrava pure di aver detto che lo trovo affascinante, come infatti è.

    Di stare a fare la critica a Frazer o simili non ne ho voglia in un post su di un blog, dato che è quello che mi tocca fare per pagine di lavoro quotidiano. Inoltre sono abbastanza superficiale, caotica e infantile dopo un po’ mi stanco a parlare di grandi tomi del passato, dico la verità.

    I miti narrati (tra tutti quello portante dell’albero a cui si sacrifica il dio) restano meravigliosi.
    Il fatto che io non lo riveda nelle cose che scrivo non significa che non mi abbia influenzato, dato che l’ho letto.
    Semplicemente che quando ho scritto non avevo in mente quello.
    Ma il bello di un verso o di quant’altro è proprio che si apre a molte interpetazioni e a molte letture e che altri possono ritrovare cose che magari l’autore ha assimilato senza rendersene conto del tutto.
    La tesi non l’ho fatta su Frazer.
    Nel curriculum non metto i libri letti, ci metto il meno possibile dato che detesto i curriculum.
    Ieri ero la Francesca. Oggi pure. Domani probabilmente anche, non vivendo in un film di David Lynch.

    "Mi piace"

  12. “non vivendo in un film di David Lynch.”

    boh. questo non lo possiamo sapere.
    ad ogni angolo la scenografia cambia in un attimo.

    ritengo ad ogni modo liquidare con “libro per sognatori” l’opera di frazer sia un po’ riduttivo e per frazer che ci ha studiato una vita e per i suoi lettori. tutto qui e può creare pregiudizi il dibattito con una (ad esempio io)che a priori ti dice: ho letto l’opera di frazer.
    comunque grazie della risposta, Francesca.
    a rileggerci.
    paola

    "Mi piace"

  13. Pingback: “Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni | Poetarum Silva

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.