“E nel profondo del suo cuore rovente”. Giovanna d’Arco (Cohen/De André)

JOAN OF ARC – Leonard Cohen

Now the flames they followed Joan of Arc
As she came riding through the dark;
No moon to keep her armour bright,
No man to get her through this very smoky night.
She said, I’m tired of the war,
I want the kind of work I had before,
A wedding dress or something white
To wear upon my swollen appetite.

Continua a leggere

Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Oboe sommerso

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,

e i giorni una maceria.
Continua a leggere

Arsenici – di Marina Pizzi

da Arsenici
2007-
1.
in un seno di stoppie voglio fiorire,
sei arrivato con questa faccia da putto
limone biondo al varo del già stato
2.
circondata da una scena al pistacchio
questa tua foce di bile non ti aiuta
chetichella di soqquadro
domus universo quale foglio
attrito di scritto con crisma
forte cenere rea.

Continua a leggere

Ritmologia in Tondelli (di Massimo Sannelli)

1

Qui il lettore dovrà integrare un elenco di intuizioni: in cui il problema non è tanto Tondelli, quanto l’orecchio da avere rispetto alla prosa. Romanzi – con tutta l’approssimazione del termine – come La cognizione del dolore di Gadda, e certamente Altri libertini, e Cobra di Sarduy, In exitu di Testori, Tango croato di Manzoni, e La Merca di Daino non servono a raccontare storie di depressione transgenderismo sesso guerra droga anoressia – dov’è esattamente la narrazione in testi simili? e di quali fatti? In realtà flagellano ciò che fu dato e che non è più proprio: anche ritmicamente.

Continua a leggere

Franco Arminio Circo dell’ipocondria

circo

Abitiamo i luoghi e le persone solo quando ci lasciano o quando li lasciamo. Così più o meno scrive Arminio l’ipocondriaco.
Arminio per Arminio dev’essere una persona importante per questo lo abbandona e muore, per questo ne parla sempre. Dev’essere importante altrimenti non gli avrebbe dedicato un libro intero che parla solo di lui. Arminio non è solo un uomo ma è anche un paese.
Arminio ama Arminio tant’è che si preoccupa per lui e lo osserva attentamente, lo segue in tutti i suoi spostamenti d’ansia, lo studia, gli fa visita e lo visita, gli tasta il polso e lo fotografa, gli fa le radiografie interne perché Arminio è un ipocondriaco che ha paura di morire, di diventare trasparente, così trasparente che neppure le radiografie e la scrittura si accorgono che lui esiste, non registrano niente, non danno alcun dato. Così fino a quando Arminio si tasta il polso e sente il suo battito Arminio è contento, anche se il battito non è proprio perfetto, ogni tanto perde un colpo. Ad Arminio piacciono gli aforismi, c’è una parte del libro interamente dedicata ad essi ma anche nel mezzo non ne mancano.
Arminio è un pochino strano dice che vuole una medicina per dimenticarsi e intanto si scrive e si descrive, forse si scrive perché ha timore che venga dimenticato dai miliardi di Armini che vivono in migliaia di paesi che si chiamano Arminio.

titoli

siamo abituati a pensare che un libro prima ha una vita tutta privata, quella del suo farsi , con lo scrittore chino e solitario a macerarsi sulle pagine, e poi una vita tutta pubblica, quella postuma alla pubblicazione.
se pensiamo a quello che accade veramente forse non è più così  e quello che una volta avveniva in privato avviene in pubblico (il farsi del libro)  e quella che era una faccenda pubblica (il libro stampato) adesso sta diventando una faccenda privata.
tutta questa premessa per chiedervi
un parere su questi titoli per il mio libro

Continua a leggere

Compiuta Donzella

pollaiolo

A LA STAGION CHE ‘L MONDO FOGLIA E FIORA

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti fin’amanti,
e vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

(Compiuta Donzella, sec XIII)

Sesto Sebastian

Sesto Sebastian è pensato e scritto come un dinamico tableau vivant. E come un tableau vivant va letto, inscenato e interpretato. E’ una pantomima all’apparenza immobile, una serie di semoventi, acidi still frames che ricordano quelli incastonati da Pasolini ne La Ricotta, dove il colore sparato di fedeli repliche delle Deposizioni del Pontormo e del Rosso Fiorentino interrompe l’asciutto di un bianco e nero intenso e dilagante. Continua a leggere

I papaveri, di Marina Pizzi

La liberazione dai nazi-fascisti

ho visto il tuo saluto su di un cipresso
il 25 aprile di questo anno parso sperso
a morirne
linciata di morirne da acrobata lontana
partigiana tinta da una macchia di papaveri
rossissimi sismi di pressa d’àncora
d’anfora disgrazia svista di politeama,
il plettro polis di lapidi
dadi di stemmi scori di soste.

[inedito, da Pecca di espianto, 2007-]

*
Delle partenze e dei ritorni vittime

Chissà se speran salva la corolla
lungo i binarî, sanguigni i papaveri.

[da Il giornale dell’esule, Crocetti, 1986)

cabaret delle panchine

sto chiudendo il libro. e consentitemi ancora una prova. per esempio non so che fare delle frasi palesemente comiche….

metterle o non metterle…

ecco. per me la rete è questo, un modo veloce per avere delle verifiche  (e le verifche in rete non mancano mai, anche quando non arrivano) 

 **** 

Erano tanto addolorati che ricevettero anche le condoglianze del morto.
Al colmo dell’eccitazione si denudavano, ma ognuno a casa propria.
Dicono che oltre ai piedi gli puzzano anche i polpacci.   
Il falegname che chiude la bottega ogni quarto d’ora.                               
Aveva fatto un buco nel materasso, Ma praticava comunque il coito interrotto.   
Salvatore Garofano non buttava mai niente. Quando si tagliava le unghie le faceva cadere nella ciotola per i cani. 
Un milione di anni fa sarebbe sembrato bellissimo.
Uno che gli basta avere trentasette e due per dire che ha una febbre da cavallo. È  un ippocondriaco.
Le puttane con lui si riposavano.    
Due novembre. La vedova sta piangendo sulla tomba sbagliata.
È un avvocato ma sembra una carriola.
Antonella prisco mangia solo verdure di campo, non guarda la televisione. Si masturba col sesso rivolto a nord.
Sull’amore non so veramente niente. A volte mi sembra di affezionarmi a qualcosa, ma non ne sono mai sicuro. E più che nobile l’amore è mobile, ma di poco pregio: una scarpiera. 
 

Rati Saxena – झरती पत्तियों के बीच

traduzione di Federico Federici

I testi qui presentati sono frutto di una fitta corrispondenza con l’autrice, tenuta in questi ultimi mesi sui temi e i problemi della traduzione dall’originale e/o attraverso la mediazione di una lingua comune. Rappresentano una breve anticipazione di una raccolta completa cui sto lavorando e che uscirà nei prossimi mesi per le Edizioni Cantarena.

 

_____________________________________

 

झरती पत्तियों के बीच

जब कभी झरती पत्तियों के बीच
दरख्त विराम पाता है
वह देखता है एक नन्हें पर को
चहकती चौंच को, और
घर बनते तिनकों को
उसका मन थम जाता है

जब कहीं भीषण बरसात में
सड़क नदी पर बही चली जाती है
पानी घरों में घुसपेंठ करने लगता है
एक सूखा तना ढरढरा कर
बन जाता है पुल, तो
बादलों से दोस्ती खत्म नहीं होती है

जब कहीं भीषण सपने से गुजरते हुए
काँट-झंकार से उलझते हुए
अनजानी मुस्कराहट
दोस्ती का हाथ बढ़ाती है, तो
गीत में रंग चढ़ जाता है
मन थकते- थकते
थम जाता है।

Continua a leggere

poesia o prosa

Il poeta zimarra dice che ogni tanto arriva una notte che non è una notte, ogni tanto arriva un amore che non è un amore, ogni tanto arriva una poesia che non è una poesia, non arriva mai una morte che non è una morte.
Il poeta zimarra
dice che ogni tanto arriva una notte 
che non è una notte, 
ogni tanto arriva un amore 
che non è un amore, 
ogni tanto arriva una poesia 
che non è una poesia, 
non arriva mai una morte 
che non è una morte.

GUIDO CAVALCANTI E L’IO DIVISO.

Noi siàn le tristi penne isbigottite…
A distanza di sette secoli dalla morte, avvenuta nell’estate del 1300 per le febbri malariche contratte a Sarzana dove era in esilio, le rime di Guido Cavalcanti suscitano ancora emozioni? E ci offrono qualche motivo di riflessione? La risposta è scontata se si considera la risonanza che hanno avuto e hanno, ma chi legge oggi Cavalcanti? Lo si trova in tutte le storie della letteratura italiana, incluse quelle scolastiche, ma proprio nei programmi scolastici è già tanto che venga citato e ciò soltanto per le sue implicazioni con lo Stilnovo e per il suo magistero sul giovane Dante. Continua a leggere