Dall’imagine tesa (di Clemente Rebora)

Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

24 pensieri su “Dall’imagine tesa (di Clemente Rebora)

  1. “verrà come ristoro
    delle mie e sue pene,
    verrà, forse già viene
    il suo bisbiglio.”

    qol demamà daqqà… una voce sottile di silenzio canta in questi versi, splendidi, carichi, per me, di memoria e ri-surrezione.

    grazie di cuore
    un abbraccio

    saluto tutti

    elena f

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  2. non so se si fece visibile nelle urla di morte di mio padre, credente, straziato dalla paura, terrozizzato, soffocato, scoppiato in pasto alla corsia. eppure con noi poche ore prima aveva ancora la forza di scherzare per alleviarci di sé!. uno di miliardi: i morti innumeri, le bestiole tutte. quanti-e sono secondo voi?

    Rebora, con questa imagine alla Lennon, mi fa sorridere di caro e caro affetto. a Domodossola ho trascorso una vacanza di lieto amore.
    Marina

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  3. il senso lo avrebbe avuto comunque,
    anche se era Natale,
    visto che trattasi di poesia!
    Un caro saluto a Fabrizio,
    Buona Pasqua!
    carla

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  4. Confermo quanto dicevano nel post sulla tua poesia! Rebora è un grande, così moderno al suo tempo….eterno!
    Grazie per proposta.
    Un caro saluto

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  5. “fra quattro mura
    stupefatte di spazio
    più che un deserto
    non aspetto nessuno:”

    tanto per far(mi) capire: questa quartina di 5+7+5+7= (fu)?!(è)?!poesia e nessuno lo nega, ok?! e anche l’intera poesia regge pur a tema così arduo, la fede con voglia di conferme umanissime e di trascendenza nonostante la grande muraglia dell’immanenza.

    Marina, ciao Fabrizio, domani è un altro giorno per la tua gioia, caramente grazie

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  6. la poesia è anche anagramma, certo.
    ma niente è in grado di decidere verità, ecco la fede per poter sopportare un po’ meglio questa vita dissetata per pochi in arsura per molti e mi riferisco anche al senso fisico dell’ingiustizia. senza giustizia sociale per tutti nulla migliora.

    bibliotecario – beato coi libri: quante beatitudini! (per. es.)

    con simpatia e rispetto, Marina

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  7. dopo, certo e dopo, e solo dopo un dolore immenso. e perché? per noi sterminatori-sterminanti-stermi(nati) allora come ora?!

    Aniram=Marina=una qualsiasi marina, una qualsiasi col basto del cielo e della terra.

    ciao

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  8. se in Clemente Rebora ci fossero state una emme e una o in più allora forse si poteva “celebrare” il “mo_mento” ma vabbé fa lo stesso bene al “monte cerebrale”

    Dall’imagine tesa…

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  9. Bravissima Antonella, che crede all’inconscio e alle sue strutture anagrammatiche, e potenza dello spirito in Clemente Rebora.
    Grazie, Fabrizio!Atendiamo la Pasqua!MPia

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  10. @ marina: “quanti-e sono secondo voi?”

    106 miliardi, dall’alba a oggi. questo dicono i calcoli esperti (con qualche approssimazione).

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  11. l’inconcio e l’anagramma sono grammi di chilogrammi d’altro, certo! e lo spirito può anche essere inteso quale nostro sconcio, fra le tante altre cose che ci fanno e ci disfanno.

    Marina

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  12. grazie a tutti. sono state dette molte cose su questi versi: dall’attesa di una donna all’attesa religiosa. dimostrano che la poesia va oltre l’intenzione dell’autore, vive di vita propria.
    un abbraccio a voi.
    fabrizio

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  13. sì tutta la vera poesia è “preterintenzionale” (scusa il termine avvocatesco) nella destinazione e negli effetti; ricordo, scoprii simultaneamente Rimbaud e Rebora, entrambi un colpo alla superficialità che ci consente di sopravvivere…

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  14. cari, ciao… una sola cosa, prima di tornare su. le rime, messe liberamente e come per caso, e ricche e quasi troppo semplici: queste rime addolciscono e aprono… tendono ad Altro… non saprei dirlo meglio, ora…
    massimo

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  15. Tre volte ripete: “e non aspetto nessuno” (la 2° e 3° volta con bonaria ironia)
    sei volte, “verrà”
    una volta, “forse già viene”

    Anafore e climax ascendente.

    Tanto più grande la fede, umilmente, si cela a se stessa? “verrà d’improvviso,/quando meno l’avverto”; …”verrà, se resisto/a sbocciare non visto”.

    E questa spendida immagine sinestetica: “…il campanello/che impercettibile spande/un polline di suono”

    Giovanni

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  16. Non è Dio che sta aspettando il poeta, ma Cristo. Dio non si manifesta agli uomini in prima persona!!!!!!!!!

    Un bacio.

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  17. Ovviamente da intendersi come il poeta che sta aspettando Cristo e non Dio.
    Quanta magia nella versatilità dell’italiano.

    Un bacio.

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