IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta

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IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta

(Da Hairesis, 2004 – 2005)

*

Dalla dimora del tempo sospeso. Lettera al figlio

1. Dalla dimora del tempo sospeso

all’estremità delle pupille
dove la stanza sfuma in una mobile nebbia senza fondo
un bambino scruta pensieroso il velo d’ombre
che ricompone il mio volto
in lineamenti febbrili di spina –
sento i suoi occhi ricucire squarci d’orizzonte
e la mia voce che sussurra flebili accenti di saluto
ritornare al suo stupore senza pianto
come una cadenza di gemiti, un groviglio di suoni
che impietosi si arenano nel guado
della sua età breve di giorni –
nell’assenza di luce, il tremolare della mia mano
che si trascina alle labbra il peso di astri pietrificati
è un veleno sotterraneo
che sfilaccia la trama dei suoi sogni,
scioglie l’incanto che alimentava di pollini e di vele
le distese inesplorate di un mondo a misura del respiro –
perso in un deserto incomprensibile
come un uccello caduto in volo
seguendo il lampo che annuncia le sorgenti,
guarda la mia barba tutta bianca
come una fiaccola fiorita
a disperazione del suo sguardo
nei silenzi di radure senza ali, nel vuoto
dove credeva di incontrare il cielo –
vorrei sapergli dire, con lingua lieve
di neve che acquieta gli specchi dell’anima
e lascia immacolato l’alfabeto del suo universo nascente,
che l’arco infinito delle stagioni
disegnato dal fuoco verde dell’infanzia
si muta lungo gli anni nel cammino inarrestabile
di un fiume che volge alla foce –
che proprio l’alba che disperde il buio
dischiudendo ai colori le forme della vita
immutabile sorge per consacrare alla polvere
il nostro destino di essere, passare,
e oggi si è levata a rischiarare senza mattino
questa dimora del tempo sospeso
dove anche l’acqua gravemente tace sulla soglia
e la corrente è un’onda senza eco nel mare della storia –

vorrei potergli dire, ma la parola si trattiene
come vento che ha smarrito le orme sul sentiero,
perché non c’è sapere, non c’è immagine
capace di confinare ai margini la sofferenza dell’incontro,
non c’è lacrima che non scavi un solco,
una traccia indelebile di solitudine,
quando il dolore irrompe con la forza di un grido
nella purezza di una pagina priva di memorie
e come un seme di rovo germoglia florescenze amare
nelle terre feconde, senza passato, della primavera –
così tengo per me, come una reliquia
la ferita di quella fonte ammutolita –
domani, forse, gli racconterò della stella del ritorno
della mappa del naufragio incisa sulla pelle
dell’isola riemersa per prodigio estivo
dopo l’uragano – domani, forse,
potrò insegnargli a navigare le sabbie
costeggiare la sete, correre sicuro verso l’oasi

2. Le ali della primavera

nell’ora della doppia luce
il respiro offuscato dalle parole trattenute in gola
è un varco immenso da cui scivola il buio –
fuori il giorno depone il suo raccolto
e fiori bianchi di gelo si ammassano sui vetri,
arredano l’avorio spento di letti smisurati –
implorare il sonno non è pretesa d’oblio in questa stanza
ma il verso esatto che apre spazi di voce a un diverso morire,
la preghiera che non si accomiata dalle labbra
nemmeno quando ti fermi a guardare
la neve azzurra che scende a ricoprire la bocca –
l’orologio dice che sono ancora qui – nell’antro dei miracoli
con gli occhi tumefatti da un lume innaturale
che riempie i pori
del miele di ogni ipotesi di vita – larva? farfalla? arbusto?
lo spasmo porta deserto a filo di sorgente,
un gorgogliare rauco di anni liquefatti
in cammino verso l’ultimo raggio di speranza

(la larva sarà farfalla e coprirà l’arbusto coi suoi voli
l’arbusto al tocco delle ali
si trasformerà in un mandorlo esploso nel sereno
sarà l’annuncio in fiore della primavera –

così ti portavo il sonno – a cavallo di favole inventate ogni sera
era il gioco che strappavi alla pazienza
alla paura dei colori svaniti all’imbrunire,
quando il chiarore crolla in un concilio d’ombre
e tu mi chiami padre in un abbraccio –
ora che parli e gridi e l’ombra la esorcizzi con lo sguardo
sapresti farti albero
perché ai tuoi piedi, stretto alle tue radici, io possa dirti padre
dormire accanto a te, tra le tue foglie,
il sonno senza sogni dell’addio?)

3. La radice del cielo

nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
anche gli angeli cambiano colore – assumono
sembianti carichi di voci, parvenze d’infinito –
talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
e tu sai che più pura è la loro luce
che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
quando l’ombra ti lascia senza pace
inquieto di un tremore opaco, preda del vento
che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
per mostrarti come si forma un’ala,
da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
gli ospiti muti delle notti,
come può una corona di piume legare alla terra
esili germogli fioriti dai suoi pori –
cosa sono le nuvole
e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
tu riprendessi la rotta del tuo volo,
ritrovassi la radice da cui comincia il cielo

Il seme che rimane

*

se anche gridassi più forte
e spalancassi agli anni
l’eco che sfuma nel breviario dei passi
ti affideresti all’inganno di chi non ha dimora
e osserva l’orizzonte con gli occhi spenti delle stelle
scambiando gli alberi e la notte la mano col respiro –
solo a un bambino riesce l’incanto di un cielo senza notte
e gli alberi, tutti, parlano dalle labbra di un fiore
la meraviglia antica di una mano che si fa respiro –
solo i bambini sono di casa
nella terra che creano ogni giorno
leggendo il mondo con occhi di radici

(raccogliere un frammento d’alba
dalla visione che fiamma senza posa
nel calice segreto di quell’alfabeto di sguardi
è trovare riparo dalla morte)

**

il pavimento è un firmamento immobile
per filamenti ramati di improbabili stelle
e mani che si inalberano dalla tenera scorza di una nuvola –
sovrano di un regno inimitabile
mi chiedi da quale terra nasce il cielo
come fa il mare a tenersi ritto sulle onde –
ho solo parole per dirti che nel cavo degli occhi
portavo scritta l’attesa del tuo nome
il profumo del tuo volto che vampa come una vela
pronta per salpare –
naufrago sulla tua lingua
abbagliato dai soli che fiorisci in pieno inverno

a volte, di notte, vengo a raccogliere frammenti dei tuoi sogni
e ti cammino al fianco
mentre immagini isole e maree,
aspetto finché le onde si acquietano fra le tue ciglia
scrivo lettere sulle pareti delle tue case nude
e penso gli anni che verranno ad abitarle
lontano dalla carezza dei miei occhi –
la tua forma infantile si staglia nello specchio dell’anima
copre la distanza tra la mia ombra e il mattino –
imparo ad albeggiare
come il tuo respiro che straripa di pollini,
di giorni

le piccole mani parlano
le stringo tra le mie come accostassi alle labbra
gli alfabeti del volo – fuori imbrunano
gli ultimi lembi di un aprile piovoso,
le ali frusciano versi come di preghiera
e il crepuscolo sciama a battezzare notti
che sul tuo volto trovano aria e luce, respirano il chiarore –
ora so perché ogni ombra
brama di sciogliersi in un lampo,
ora che il calore delle tue dita illumina a giorno
il mio passato –
lo libera dall’abbraccio delle sabbie

pubblicato in e book dalla Biagio Cepollaro Edizioni

17 pensieri su “IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta

  1. Di fronte a questi versi
    mi sembra di respirare un’aria sacra, luminosa di una pena che non sa uscire…e resta avvolta nella luce di quei raggi….così che gli occhi possano vedere, il cuore tocca.

    ciao Francesco

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  2. ho solo parole per dirti che nel cavo degli occhi
    portavo scritta l’attesa del tuo nome

    un’attesa mai finita che nel nome pronunciato si fa nuova ricerca

    grazie francesco.

    saluto tutti

    elena f.

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  3. “quando il dolore irrompe con la forza di un grido
    nella purezza di una pagina priva di memorie”:

    Parole cariche della nostra storia, eppure così vive e nude, nella loro umanità, che hanno/danno brividi.

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  4. “a volte, di notte, vengo a raccogliere frammenti dei tuoi sogni
    e ti cammino al fianco
    mentre immagini isole e maree,
    aspetto finché le onde si acquietano fra le tue ciglia
    scrivo lettere sulle pareti delle tue case nude
    e penso gli anni che verranno ad abitarle
    lontano dalla carezza dei miei occhi –
    la tua forma infantile si staglia nello specchio dell’anima
    copre la distanza tra la mia ombra e il mattino –
    imparo ad albeggiare
    come il tuo respiro che straripa di pollini,
    di giorni”.

    Ma non è meraviglioso???
    Ciao Francè, sei un grande.

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  5. Francesco,
    di queste tue poesie preferirei conversare con te
    in luogo calmo e lacustre….
    con Norah Jones, assolutamente, in sottofondo…..
    😉

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  6. Non conoscevo queste poesie. Molto forti e dirette. Complimenti per la proposta!Bravo Francesco.
    Un caro saluto

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  7. Ho iniziato a leggere ieri “Soglie d’increato”, ma queste immagini inaudite e potenti hanno già varcato la “soglia”, e sono mondo e bellezza “creata” che s’aggiunge al Creato:

    “…fuori il giorno depone il suo raccolto
    e fiori bianchi di gelo si ammassano sui vetri,
    arredano l’avorio spento di letti smisurati –
    implorare il sonno non è pretesa d’oblio in questa stanza
    ma il verso esatto che apre spazi di voce a un diverso morire,
    la preghiera che non si accomiata dalle labbra
    nemmeno quando ti fermi a guardare
    la neve azzurra che scende a ricoprire la bocca –
    l’orologio dice che sono ancora qui – nell’antro dei miracoli
    con gli occhi tumefatti da un lume innaturale
    che riempie i pori
    del miele di ogni ipotesi di vita – larva? farfalla? arbusto?
    lo spasmo porta deserto a filo di sorgente,
    un gorgogliare rauco di anni liquefatti
    in cammino verso l’ultimo raggio di speranza”

    Giovanni

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  8. Grazie a tutti voi. Soprattutto per il tempo concesso alla lettura di questi testi: il tempo esatto della loro esistenza.

    Mi piace immaginare che qualcuno, che ha dei bambini a casa, abbia potuto sentire questi versi come dedicati anche a loro.

    Un caro saluto.

    fm

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  9. Sei il padre di te stesso, i migliori sono, Francesco!
    E mi fa piacere Cepollaro faccia quest’opera di democrazia, presto i due regni si affiancheranno?Restando libri i libri, certo.(Una rosa è una rosa è una rosa).
    Il messaggio di ieri era ritardatario, lo so(ero in esilio coatto), Maria Pia

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  10. Grazie, Maria Pia.

    Biagio Cepollaro, oltre al suo valore indiscutibile di poeta, critico e intellettuale, ha anche questo merito non da poco. Un caso pressoché unico di dedizione a un ideale di scrittura che si pone immediatamente come condivisione e comunità; e che rende tangibile, oltretutto, il senso e la gratuità assoluta dell’atto poetico, in tutte le sue forme.

    fm

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  11. mi ha dato tanto..e credo che continuerà a farlo..immaginare la sua voce leggere le sue poesie mi ha fatto sentire meglio..è un grande prof..

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  12. “a volte, di notte, vengo a raccogliere frammenti dei tuoi sogni
    e ti cammino al fianco
    mentre immagini isole e maree,
    aspetto finché le onde si acquietano fra le tue ciglia
    scrivo lettere sulle pareti delle tue case nude
    e penso gli anni che verranno ad abitarle
    lontano dalla carezza dei miei occhi –
    la tua forma infantile si staglia nello specchio dell’anima
    copre la distanza tra la mia ombra e il mattino –
    imparo ad albeggiare
    come il tuo respiro che straripa di pollini,
    di giorni”.

    Le faccio tantissimi complimenti prof.
    In particolare per questi versi che, seppur non avendo un figlio, spero di poter dedicare al bambino che (magari) avrò in futuro.
    Sono molto onorata di essere una sua studentessa.

    Giorgia B.

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  13. *anche io , anche io.. volio essere la studentessa e anche la filia di flancesco. Così se vedo che piange di nascosto posso levargli dagli occhi tutti “i moscelini”…*
    Che incantevole POETA! Marlene

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