Qual è la vostra Verità?


Una verità è pericolosa quando non somiglia a un errore.
Gesualdo Bufalino, da “Il malpensante”, Bompiani, Milano, 2004.

Il vero è l’affermazione di ciò che è veramente congiunto e la negazione di ciò che è realmente diviso.
Aristotele

La Verità è quello che cerchi quando ancora non sai cosa sia, ma sai che c’è.
Umberto Cerroni (AA.VV), da “Che cosa fanno oggi i filosofi?”, Bompiani, Milano, 1982.

La ricerca della verità e della conoscenza è una delle più alte attività umane, anche se spesso ne menano più vanto quelli che meno vi partecipano.
Albert Einstein, da “Pensieri di un uomo curioso”, Mondadori, Milano, 1997.

La verità è simile a Dio: non si rivela direttamente; dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni.
Johann Wolfgang Goethe, da “Massime e riflessioni”, TEA, Milano, 1988.

Le verità vere sono quelle che si possono inventare.
Karl Kraus, da “Detti e contraddetti”, Adelphi, Milano, 1992.

Tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute.
Friedrich Nietzsche, da “Umano, troppo umano”, Adelphi, Milano 1972.

Per conoscer bene una verità bisogna averla combattuta.
Novalis

153 pensieri su “Qual è la vostra Verità?

  1. mmmhhh…. questo è il mio genere preferito, Gian Ruggero!

    Novalis la sapeva lunga in poche righe!
    e poi mi piace pensare che:
    Le verità vere sono quelle che si possono inventare.

    ciao

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  2. una delle cose che mi sorprende del giornalismo contemporaneo (mi è capitato di ascoltarla spesso nei servizi al tg) è l’affermazione:

    “il tal dei tali si è presentato davanti al pm per dire la sua verità.”
    (mi pare che un conto sia dire: la sua versione dei fatti e un altro dire: la sua verità)

    a partire da qui è evidente che l’uomo può manipolare, distorcere, opinare fino ad arrivare a negare la verità, ma come per un fatto giuridico esiste una sola verità anche se non è detto che la giustizia sia in grado di scoprirla (a-letheia, ciò che si disvela, ciò a cui viene tolto il velo, il non nascosto), così anche per le Verità che sottende ogni cosa, per il Vero opposto all’opinabile (per dirla con Platone) è possibile che resti latente ovvero nascosto, non disvelato.

    non è la verità a non esistere, ma è l’incapacità e più spesso l’inclinazione alla menzogna dell’uomo a non voler togliere il velo.

    come per il fatto giuridico, l’uomo tende ad occultarsi, a non corrispondere al vero, per fare un esempio macroscopico: se ho ucciso negherò fino all’evidenza il fatto, per non doverne pagare le conseguenze.

    verità,dunque è coerenza con ciò che siamo, responsabilità, assunzione della propria vita nel bene e nel male, la conoscenza di sè e l’accettazione di ciò che siamo è il primo indispensabile passo sulla via della verità.
    se non conosciamo la verità di/su noi stessi, non possiamo conoscere la Verità.

    sarebbe necessario riformulare un’ontologia della verità a partire dall’ontologia della persona: l’essere umano è ontologicamente un essere in relazione, la conoscenza di sè è il primo passo di questo cammino verso la verità.

    saluto tutti

    elena f

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  3. caro Gian Ruggero, amo molto anch’io l’ultima. “ancora combattimento”, come scrisse Luzi – ci credo molto. tanto bene per te, sempre
    massimo

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  4. Quelli che gongolano dicendo “tutto è relativo” e quelli che sono pronti ad ammazzarti per sostenere la loro particolare versione della verità sono egualmente pericolosi.
    Saper tenere l’aureo mezzo è un’arte che non si finisce mai di imparare.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  5. Tutti, più o meno da Pilato in poi ma anche da molto prima naturalmente, ci si è chiesti, che cosa è verità, e non quale è… ma se ci facciamo caso nemmeno nelle definizioni di questi uomi illustri ce n’è conoscenza… come a dire che noi possiamo solo ricercare e non conoscere.

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  6. Riporto la parte finale del leggendario confronto televisivo – trasmesso nel 1948 dalla BBC – che vide antagonisti il gesuita padre Frederick Copleston e il filosofo Bertrand Russell:

    “Copleston: Well, perhaps it’s time I summed up my position. I’ve argued two things. First, that the existence of God can be philosophically proved by a metaphysical argument; secondly, that it is only the existence of God that will make sense of man’s moral experience and of religious experience. Personally, I think that your way of accounting for man’s moral judgments leads inevitably to a contradiction between what your theory demands and your own spontaneous judgments. Moreover, your theory explains moral obligation away, and explaining away is not explanation.
    As regards the metaphysical argument, we are apparently in agreement that what we call the world consists simply of contingent beings. That is, of beings no one of which can account for its own existence. You say that the series of events needs no explanation: I say that if there were no necessary being, no being which must exist and cannot not-exist, nothing would exist. The infinity of the series of contingent beings, even if proved, would be irrelevant. Something does exist; therefore, there must be something which accounts for this fact, a being which is outside the series of contingent beings. If you had admitted this, we could then have discussed whether that being is personal, good, and so on. On the actual point discussed, whether there is or is not a necessary being, I find myself, I think in agreement with the great majority of classical philosophers.
    You maintain, I think, that existing beings are simply there, and that I have no justification for raising the question of the explanation of their existence. But I would like to point out that this position cannot be substantiated by logical analysis; it expresses a philosophy which itself stands in need of proof. I think we have reached an impasse because our ideas of philosophy are radically different; it seems to me that what I call a part of philosophy, that you call the whole, insofar at least as philosophy is rational.
    It seems to me, if you will pardon my saying so, that besides your own logical system — what you call “modern” in opposition to antiquated logic (a tendentious adjective) — you maintain a philosophy which cannot be substantiated by logical analysis. After all, the problem of God’s existence is an existential problem whereas logical analysis does not deal directly with problems of existence. So it seems to me, to declare that the terms involved in one set of problems are meaningless because they are not required in dealing with another set of problems, is to settle from the beginning the nature and extent of philosophy, and that is itself a philosophical act which stands in need of justification.

    Russell: Well, I should like to say just a few words by way of summary on my side. First, as to the metaphysical argument: I don’t admit the connotations of such a term as “contingent” or the possibility of explanation in Father Copleston’s sense. I think the word “contingent” inevitably suggests the possibility of something that wouldn’t have this what you might call accidental character of just being there, and I don’t think is true except in the purely causal sense. You can sometimes give a causal explanation of one thing as being the effect of something else, but that is merely referring one thing to another thing and there’s no — to my mind — explanation in Father Copleston’s sense of anything at all, nor is there any meaning in calling things “contingent” because there isn’t anything else they could be.
    That’s what I should say about that, but I should like to say a few words about Father Copleston’s accusation that I regard logic as all philosophy — that is by no means the case. I don’t by any means regard logic as all philosophy. I think logic is an essential part of philosophy and logic has to be used in philosophy, and in that I think he and I are at one. When the logic that he uses was new — namely, in the time of Aristotle, there had to be a great deal of fuss made about it; Aristotle made a lot of fuss about that logic. Nowadays it’s become old and respectable, and you don’t have to make so much fuss about it. The logic that I believe in is comparatively new, and therefore I have to imitate Aristotle in making a fuss about it; but it’s not that I think it’s all philosophy by any means — I don’t think so. I think it’s an important part of philosophy, and when I say that, I don’t find a meaning for this or that word, that is a position of detail based upon what I’ve found out about that particular word, from thinking about it. It’s not a general position that all words that are used in metaphysics are nonsense, or anything like that which I don’t really hold.
    As regards the moral argument, I do find that when one studies anthropology or history, there are people who think it their duty to perform acts which I think abominable, and I certainly can’t, therefore, attribute Divine origin to the matter of moral obligation, which Father Copleston doesn’t ask me to; but I think even the form of moral obligation, when it takes the form of enjoining you to eat your father or what not, doesn’t seem to me to be such a very beautiful and noble thing; and, therefore, I cannot attribute a Divine origin to this sense of moral obligation, which I think is quite easily accounted for in quite other ways.”

    Mah! Chi avrà ragione? Io simpatizzo per il vecchio Russell. Però, chissà?

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  7. Sono un grande estimatore di aforismi e frasi, come ben sai Gian Ruggero, dagli exergo della mia raccolta. Questi sono notevoli. Dite è l’ansia è il bisogno di condensare tutto nel maremagnum di oggi che ce li fa apprezzare?
    Un caro saluto

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  8. Il discorso di Russel è interessante: si rifiuta di applicare alle cose il termine “contingente” perché se lo facesse dovrebbe ammettere che si desse la possibilità che esista qualcosa che contingente non è. Quindi noi dovremmo dire solo “cose”, perché è assunto che esse non possano essere altro che “contingenti”. In questo modo, tuttavia, l’idea della contingenza viene solo dislocata, rimanendo un paradossale pensiero non pensato. Non dissimilmente dall’ateismo, che non può essere che secondario e derivato, e mai un primum, dipendendo da una primitiva idea di Dio.
    Per quanto io non sia tomista né ami molto i Gesuiti, sto tutto dalla parte del padre, anche perché un Russel trasformato in auctoritas (come tu tendi a fare, caro Giannino) mi sembra contraddittorio.

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  9. “Per conoscer bene una verità bisogna averla combattuta.”
    Novalis

    e a me piace questa, da interdersi forse, anche, come un misurarsi, con essa

    Giovanni

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  10. @ Fabio

    Nel 1950 Bertrand Russell fu insignito del Premio Nobel per la letteratura “quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si erge a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero”.

    @ Carla

    Una traduzione ultrasintetica e semplificata (non sono un mago, ma ho letto l’intero dibattito che vi risparmio…). Le questioni dibattute sono:
    1)L’esistenza di Dio
    2)La morale

    Sul punto 1:

    Copleston: L’esistenza di Dio può essere provata filosoficamente (attraverso argomentazioni metafisiche): il mondo è costituito da una serie di entità contingenti, nessuna delle quali è in grado di giustificarsi autonomamente: allargando il ragionamento a tutta la serie (assunto persino che sia infinita), si conclude che neanche la serie considerata nella sua interezza è in grado di autogiustificarsi. Dunque l’intera serie esiste solo in quanto esiste Dio, cioè “a being which is outside the series of contingent beings”. Infine il gesuita contesta all’insigne matematico di basare le proprie argomentazioni (da agnostico) sull’analisi logica come se questa rappresentasse tutta la filosofia anziché una piccola parte, metodo che considera inadeguato per esempio riguardo a questioni di natura esistenziale. Per contro, il religioso rivendica la validità della filosofia classica.

    Russell: Anzitutto non ammette la rappresentazione di entità contingenti nella maniera addotta dal suo interlocutore, ma si riferisce piuttosto a delle entità che sono determinate da rapporti di causa ed effetto, tali per cui questa interpretazione di natura causale vada riferita al singolo oggetto e non già al tutto: non è logico pretendere di estendere all’intera serie la medesima legge di causalità che governa le parti. Riguardo all’accusa di “credere” solo nella validità dell’analisi logica, risponde che lui si guarda bene dal confondere la logica con la filosofia, nondimeno reputa che la logica vada usata in filosofia, al fine di valutare le singole questioni. Per quanto attiene all’argomento metafisico, lui non usa lo strumento dell’analisi logica per contestare qualsiasi tipo di affermazione in merito, ma la utilizza per esaminare affermazioni particolari, nella fattispecie quella che esiste un essere, esterno al mondo, necessario per giustificare la serie di entità contingenti di cui il mondo si compone.

    Sul punto 2:

    Copleston: Solo l’esistenza di Dio può rendere significativa l’esperienza morale e religiosa: è l’unico modo per non lasciare che le proprie decisioni siano influenzate da orientamenti soggettivi.

    Russell: Affronta la questione dal punto di vista antropologico e storico, e pensa ad alcuni popoli che compiono – come obblighi morali – degli atti per lui abominevoli (con particolare riferimento al cannibalismo). Ebbene, risulta difficile attribuire a tali aberranti “obblighi morali” una origine divina. Per concludere, ci sono mille altre vie per comprendere l’origine dei comportamenti di un popolo in un determinato periodo storico, anche quelli più strani, senza per forza dover ricorrere a spiegazioni di natura trascendente.

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  11. Una verità è pericolosa quando non somiglia a un errore.
    Gesualdo Bufalino
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    Io vedo nell’errore l’essenza di ogni vita, per cui non vedo la verità che va oltre il limite personale della comprensione.
    Inseguire la verità significa probabilmente voler fissare i paletti entro cui contenerla, ma la verità finisce di essere tale nel momento stesso in cui si circoscrive.
    Non ho amato mai i concetti definiti, uno scarto di fantasia o di pietà, a secondo i casi, fa vedere la stessa cosa da punti di vista diversi, la verità vacilla, non esiste l’assoluta verità.
    Esistono verità di cui abbiamo bisogno perché si incastrano perfettamente con il nostro essere, tutti peccatori, tutti, atei o no, pieni di limiti, e tutti che si cerca una verità conforme a noi stessi.
    La verità megafonata scricchiola perché nessuno detiene questo privilegio di “vederla” obiettivamente.

    Un saluto dal cuore ..è verità 😉
    Trovo molto interessante l’argomento di questo post, grazie Gian Ruggero di darci la possibilità di esprimere il nostro pensiero.

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  12. Un saluto a Pasquale. Ci si incontra come in un’agorà sistematicamente, e il confronto aiuta a crescere …perlomeno a me serve.
    Ciao

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  13. pasquale

    il nobel viene assunto qui come principio veritativo,
    tale che: B. Russel ha ricevuto il nobel dunque è depositario di un sapere col quale non è possibile dissentire?
    perchè ti ricordo che Madre Teresa di Calcutta ne ha ricevuto uno per la pace, che non mi sembra valere meno in quanto ad essere campionessa di ideali umanitari e della libertà di pensiero, eppure lei ha operato in nome di Dio nella fattispecie del Dio unitrino rivelato da Gesù Cristo (sebbene non abbia mai chiesto a nessuno dei suoi piccoli amici di convertirsi al cristianesimo)

    saluto tutti

    elena f

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  14. La verità è simile a Dio: non si rivela direttamente; dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni.
    Johann Wolfgang Goethe

    In questo Pensiero vedo la ricerca costante della verità nei risvolti di ogni situazione, negli angoli più riposti, nei segni talvolta che la vita ci regala, quelli non immediatamente visibili, e che mai lo sarebbero se non ci si fermasse, per un bisogno impellente di chiaro attorno a noi. Siamo ciechi e vorremmo riacquistare la vista. Questo ci porta a sostare, a riflettere, a ipotizzare, a provare a capire.

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  15. Rina, è proprio così: un piacevole luogo di incontro e confronto. Ricambio il saluto.

    Bene Elena, finalmente ricominci a dissentire… Io ho grande stima per madre Teresa, ma credo che “l’essere campione degli ideali umanitari” non sia un diritto esclusivo dei credenti o dei religiosi.

    Gian Ruggero, ci hai fornito un altro spunto di quelli potenti. Voglio azzardare una previsione (molto poco scientifica): supererai i cento commenti. Sei d’accordo?

    A presto.
    Pasquale

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  16. @pasquale

    mai pensato che sia appannaggio dei credenti il Bene, la differenza sta nel fatto che il credente vede Dio anche nel bene compiuto da un ateo e ne rende grazie, all’ateo e a Dio.

    saluto tutti

    elena f

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  17. Penso anche io che non sia diritto esclusivo dei religiosi o credenti (di ogni religione, da Gandhi a Madre Teresa di Calcutta o Malcom X) “l’essere campione degli ideali umanitari”. Ci sono non credenti, agnostici che hanno fatto progredire l’Umanità non solo con la loro scienza ma anche con la loro grande umanità. Secondo me si arriverà sui 120 commenti. La media dei post di Gian Ruggero… 😉
    Un caro saluto

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  18. per me sono “le parole che diventano fatto” quelle che dichiarano se siamo o non siamo vicini alla verità di cui siamo testimoni. potrei dire addirittura che sono queste a dichiarare se siamo o meno nella verità.
    potremmo scrivere interi trattati senza avvicinarci minimamente al vero, di questo è capace l’essere umano, sapere qual’è il bene ciononostante ometterlo o addirittura fare il male.ma è proprio il bisogno dell’azione a creare la difficoltà e la necessità della riflessione sul vero e sul bene . Se n’era già discusso altrove, se il bene è ciò in cui tutti gli esseri umani possono incontrarsi, perchè tante divergenze , perchè così tante incomprensioni?

    saluto tutti

    elena f

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  19. A proposito degli “ideali umanitari”. Mi interessa una loro fondazione non-religiosa. Mi sembra infatti che un ideale umanitario non fondato abbia lo stesso valore di un ideale, per dire, nazionalsocialista. Se entrambi sono sostenuti dalle personali propensioni, dal conformismo, dall’interesse economico o di altro tipo, ovvero se semplicemente ci piacciono più di altri, noi aderiremo ad essi non per la loro verità, ma per la loro FORZA.
    Detto altrimenti: se non esiste la verità, anche nella condanna della violenza non vi è verità. E dunque sarà sempre e solo scontro tra differenti forme di forza. Se la verità è soggettiva, sarà quella del soggetto più forte.

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  20. Elena mi verrebbe da dire, come battuta: perchè è tutto relativo? Francamente non saprei…L’uomo è uno strano animale. In teoria tante belle parole, ma nei fatti, da quando è su questa terra ed è giunto alla condizione di Sapiens-sapiens (ma anche prima forse) non ha fatto che distruggere la propria specie, gli altri animali e la terra…A che punto siamo? Credo di non ritorno…Scusate la divagazione ma mi è venuta in mente rispondendoti Elena!
    Un caro saluto

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  21. @luca

    non credo che sia perchè tutto è relativo ma perchè l’uomo ha per sua comodità immediata relativizzato tutto. la verità è faticosa richiede di impegnarsi in prima persona e di impegnare tutta la propria vita perchè la Verità esiste, in fondo ad ogni uomo ne è inscritta una scintilla ; il problema è proprio l’ideologismo messo al posto della ricerca della verità, la comodità dell’opinione che politicamente e demagogicamente attrae le masse, scelta al posto del coraggio di perseguire il vero.

    la domanda di fabio mi sembra più che pertinente, direi che è quella che mostra la differenza fra vero e opinabile,fra ideologia e verità.

    saluto tutti

    elena f

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  22. la verità è qualcosa che s’incontra.
    ma si riconosce sempre dopo.
    bisogna superare molte prove.
    a un certo punto, tutto sembra buio: sarà la fine?
    no, ecco, riappare.
    la verità, per me, è quella cosa che riappare ogni volta dopo il buio, come un faro che si accende e si spegne, nella nebbia.
    ciao a tutti.
    fabrizio

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  23. esistono tante verità quella che nasce dall’assoluto e quella che nasce dal relativo esiste quella che inventiamo e quella che siamo ma anche quella che è per gli altri su quello che ci inventiamo o siamo, sono figlie del dubbio e parti faticosi e lo è l’introvabile che è sempre bello cercare e il trovato che sarebbe meglio buttare, ed è verità quell’attimo di libertà che ti fa perdere la tua aura e quell’attimo di prigionia che ti strozza nel suo non riuscire ad espandersi, c’è la verità delle menti e quella dei cuori ma anche quella dei corpi ne esistono davvero tante di verità ma a pensarci bene sono poche le verità per cui saremmo disposti a giocarci la vita. ma
    sono poche, una o nessuna?

    ti ringrazio gian ruggero della calorosa accoglienza. ricambio il bacio.

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  24. a mio avviso…

    1. le verità scientifiche, provvisorie per definizione
    2. le verità giuridiche, figlie dell’ “evidenza”
    3. le verità “sociali”, figlie di un “accordo”
    4. e poi opinioni, opinioni, opinioni…

    salutando

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  25. Dai miei impolverati taccuini di appunti…

    …Il novecento si apre con la critica nichilista di Nietzsche, per il quale non ha più senso parlare di una verità “oggettiva”: per lui la volontà di verità è anzi un sintomo patologico di una forma di vita reattiva e decadente. In questo senso l’opera del filosofo tedesco si oppone tanto all’idealismo quanto al positivismo, anzi, più in generale, rompe con tutta la tradizione filosofica occidentale, proprio in ciò che essa ha di più caratteristico: la fiducia nella possibilità di costruire un sapere razionale. Eppure lo sviluppo scientifico è troppo rilevante nella cultura odierna perché la critica nietzschiana abbia un valore di rottura irreversibile. Essa fa giustizia delle ingenuità del positivismo, ma non della ricerca stessa di un metodo che abbia valore rigoroso e accertabile sul piano empirico o su quello razionale. La svolta linguistica della filosofia della scienza novecentesca inaugura una nuova stagione nella riflessione sul significato della ricerca della verità. L’analisi logico – linguistica degli enunciati scientifici è il nuovo orizzonte della ricerca condotta da autori quali Russel, Wittgenstein, ed i membri del Circolo di Vienna. Si viene così affermando un modello neopositivistico di verità che ha i suoi maggiori rappresentanti in Otto Neurath, Rudolf Carnap e che difende una prospettiva empiristica radicale. Secondo questa impostazione vanno accettati come enunciati scientifici soltanto quelli che sono riconducibili a proposizioni semplici di carattere osservativo. Qui l’esperienza torna ad avere un senso forte, quasi un valore di demarcazione nei confronti della validità scientifica delle proposizioni. La filosofia perde il suo contenuto autonomo, secondo questa prospettiva, per diventare attività di chiarificazione del linguaggio scientifico. Così leggiamo nella “Concezione scientifica del mondo”, scritta collettivamente nel 1929: “La concezione scientifica del mondo è caratterizzata non tanto da tesi peculiari, quanto, piuttosto, dall’orientamento di fondo, dalla prospettiva, dall’indirizzo di ricerca. Essa si prefigge come scopo l’unificazione delle scienze. Suo intento è collegare e coordinare le acquisizioni dei singoli ricercatori nei vari ambiti scientifici. Da questo programma derivano l’enfasi sul lavoro collettivo, sull’intersoggettività, nonché la ricerca di un sistema di formule mentali, di un simbolismo libero dalle scorie delle lingue storiche, non meno che la ricerca di un sistema globale di concetti.” Si tratta di un programma di lavoro connotato da una notevole ambizione progettuale che non sarà poi portato a termine. La crisi del neopositivismo è segnata anche da una ripresentazione del problema della verità nella sua accezione filosofica più forte. Husserl ed Heidegger rappresentano questo ritorno della filosofia che si pone nei confronti della scienza in un rapporto di autonomia. Nel dibattito filosofico più recente il problema classico della verità viene affrontato secondo differenti stili di analisi di linguaggio comune e scientifico. Questa molteplicità di prospettive rende certo meno agevole la ricerca della verità, al punto da far dire a Rafael Martinez che oggi domina una immagine di “scienza senza verità”. Di fronte alla rivoluzione della scienza si è ripreso recentemente il dibattito sulla verità scientifica, nel tentativo di superare le posizioni tra loro più lontane, in uno spirito di mediazione tra Popper e Kuln che si erano già scontrati nel Congresso internazionale di filosofia di Londra nel 1965. Popper, come è noto, sosteneva l’impossibilità di giungere alla verità intesa come realtà oggettiva esterna alla mente; è possibile, soltanto, tentare di avvicinarsi progressivamente al vero che diventa così una sorta di ideale regolativo di kantiana memoria. In risposta, Thomas Kuln aveva invece sostenuto una teoria storico-sociologica del sapere scientifico, per cui la verità muta nel tempo e dipende dal paradigma che domina in quel momento storico. Su posizioni diverse, Popper e Kuln sono stati in sostanza accomunati dalla stessa convinzione di una verità che sfugge alla possibilità conoscitiva dell’uomo…

    Grazie ha chi ha lasciato, finora, una traccia, e non da poco, in questo nostro cercare insieme. Non so se supereremo i 100 o i 120 commenti… so solo che i 27 giunti ne valgono 2700.

    Ora la domanda è: può esistere una Verità oggettiva, oppure, noi uomini, dobbiamo accontentarci della “soggettività” o, come sopra, dell’impossibilità di conoscere?

    Già tentare di dare una risposta a questo significa “dare una Verità”… e che Verità!

    Vi abbraccio tutti. V’invito ad un’attenzione particolare a quel che ha scritto Brotto. Cmq tutti, come sempre, all’altezza.

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  26. “Il taglio netto della testa causa sempre la morte di chi lo subisce”: questa proposizione enuncia una verità. E se sì, di che ordine?

    “Hitler ha governato la Germania”: questa proposizione enuncia una verità? Di che ordine?

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  27. secondo me…
    non esiste una verità oggettiva, ma soltanto la sua proiezione, molto variabile per ognuno di noi.

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  28. L’uomo è un essere dotato (mente e corpo recettivi). Può essere anche inerme certo, in ogni caso non è possibile fermarlo all’attenzione come se fosse una statua, arida perché cosa.

    L’uomo non è una cosa per cui, se si rompe la statuetta la verità è che in terra troviamo i cocci, se si lede l’individualità di un uomo la verità è quell’essere mortificato, integro a uno sguardo esterno, ha dentro i suoi cocci, non visibili, ma reali.

    La verità quindi non è palpabile di primo acchito, non è visibile a occhio nudo. Esiste nella misura in cui noi riusciamo ad individuarla, percepibile solo soggettivamente, dunque è relativa, non universale.

    Un saluto a tutti

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  29. impostare un discorso sulla verità è di per sè un problema, ma come diceva aristotele:

    “per chi vuol risolvere bene un problema,è utile cogliere adeguatamente le difficoltà che esso comporta: la buona soluzione finale, infatti è lo scioglimento delle difficoltà precedentemente accertate. non è possibile che sciolga un nodo colui che lo ignora; e la difficoltà che il pensiero incontra manifesta difficoltà che sono nelle cose. infatti in quanto si dubita, ci si trova in condizioni simili a chi è legato; nell’uno e nell’altro caso infatti è impossibile procedere oltre. perciò bisogna che ,prima si siano esaminate tutte le difficoltà, sia per queste ragioni, sia anche perchè coloro che cercano senza avere prima esaminato le difficoltà assomigliano a quelli che non sanno dove devono andare.costoro inoltre, non sono in grado di sapere se (995b) hanno trovato o no ciò che cercano; infatti, non è loro chiaro il fine che devono raggiungere, mentre è chiaro a chi, prima, ha compreso le difficoltà.(Aristotele,La Metafisica,III-995a-995b,trad. Giovanni Reale, Rusconi)

    il primo ad essere scettico dunque sembra proprio aristotele, ma nel senso originario del termine, skepsis è ricerca, la verità è un problema, ovvero è una domanda sempre aperta,e non risolve il problema eluderla o disattenderla. Vero o falso, è un’interrogazione presente anche se non vogliamo, verità fondante o fondamentale, certezza, sicurezza, disvelamento sono a loro volta questioni che abitano la mente umana che di continuo cerca, dunque c’è una estremo bisogno di tornare ad impostare filosoficamente l’interrogazione fondamentale , spesso mi sembra che “l’onnipotente uomo” abbia smesso di pensare che può ancora cercare e di conseguenza abbia gettato la spugna.

    è più facile dire non è possibile, ma se la sienza emprica avesse accettato l’idea dell’impossibilità della conoscenza si sarebbe fermata da un pezzo, invece nonostante le difficoltà continua, perchè non dovremmo continuare a cercare anche nell’ambito della Verità: l’a-letheia è ciò che si disvela diceva Heiddeger, ciò a cui è tolto il velo, o che si svela da se. con gli occhi bendati seppure si svelasse non potremmo vederla.

    per finire Popper diceva:

    “devo continuare ad interessarmi di filosofia solo fin tanto che trovo dei problemi filosofici genuini da risolvere. non riesco ad apprezzare il fascino di una filosofia senza problemi” (K. Popper, La natura dei problemi filosofici,in Congetture e confutazioni,Il Mulino,p 126)

    la verità è ancora oggi il problema, vale la pena continuare a cercare.

    saluto tutti

    elena f

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  30. Il prossimo, Rina… dopo la Stanchezza, dopo il Sogno, dopo la Verità… mi sembra giusto poter parlare anche di Libertà.

    Presto, anche, un’altra tornata di commenti sui libri giuntimi degni di nota.

    Cmq continuiamo, che poi ridirò anch’io.

    Ieri un amico mi ha detto: “Basta ascoltare, fermarsi un attimo, e la natura ti dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che è menzogna degli uomini e ciò che in realtà è vero”.

    Forse che siamo noi uomini ha impregnare-‘lordare’ a tal punto di menzogna la Verità Oggettiva che essa non più ci appare?

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  31. Qualche errore in cui incappi ..ti rende umano. Dai, diciamola tutta ‘sta VERITÀ, un po’ di soggezione ce la fai.

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  32. “La verità è la morte dell’intenzione” W. Benjamin

    E’ una sentenza che mi assilla da un bel pò…

    Saluti

    Gianluca

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  33. @ gianruggero

    fermarsi e ascoltare… è la radice della sapienza. l’uomo greco con l’importanza data alla dimensione del vedere ha prodotto l’occidente empirico, ma c’è ancora molto da scoprire(a-lantanein) per chi ha il senso dell’ascolto e lo coltiva…

    saluto tutti

    elena f

    p s: heiddeger diceva che verità è a-letheia da a-lanthano,ciò che non è nascosto ,il dis-velato.

    ma lanthano ha anche un altro significato: dimenticare,obliare,e anche occultare.
    a-letheia dunque possiamo tradurla così: ciò che non è dimenticato…
    ricordare, fare memoria è una via importante per la ricerca della verità
    ma potremmo accettare anche l’ultima possibilità citata e dunque a-letheia sarebbe ciò che non è occultato.
    e qui siamo tuti chiamati in causa a cercare di dissotterrare ciò che forse abbiamo occultato

    di nuovo saluto tutti

    elena f

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  34. questo tema sarà oggetto del mio prossimo articolo su L’Attenzione (Gian Rugge’: non è che mi hai copiato?). dalla ricerca della verità, in una certa corrente che parte dalla riflessione di Platone, passando per Diadoco di Fotice, ad esempio, e continuando fino a Solov’ev, e poi ancora ai giorni nostri con Spidlik, Rupnik e altri, emerge con una certa evidenza come il riferimento non possa non essere alla persona. lo stesso Vito Mancuso, che raccoglie l’eredità di Maimonide, Eckart, Ficino, Panikkar, fino all’ultimo Moltmann, perviene alla conclusione della necessità di un superamento di quella che definisce la legge della forza, che impedisce di cogliere la verità nella sua purezza.
    ma non voglio toglierti il gusto di dire l’ultima parola, Gian, non sia mai che ti rovini il post (sorriso). e poi siamo solo al commento n.40: se ho capito bene, bisogna arrivare almeno a 120.
    un abbraccio
    fabrizio

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  35. Nella didascalia che sottoscriveva un film per non udenti, a un certo punto, si leggeva: “risata”. Non è che tu, Fabrizio, hai visto troppi film sottotitolati?! Il tuo -sorriso- è bellissimo…

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  36. fabry

    non temere concorrenza! a quanto pare qui a nessuno è piaciuta l’idea di un discorso sulla necessità di reimpostare l’ontologia della verità a partire dall’ontologia della persona come essere in relazione, o almeno nessuno lo ha assunto come possibile terreno di confronto visto che ho provato sin dall’inizio (cfr#2)(sorriso) a impostare la questione in questi termini. forse saranno più “attenti” sull’attenzione (ri-sorriso). in bocca al lupo per l’articolo che leggerò con estremo interesse!

    saluto tutti

    elena f

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  37. @ manzoni (29)

    “seppure ‘relegati’ alla contingenza umana.”
    di altre contingenze, per gli umani, non so…

    @ brotto (31)
    “Di che ordine?”
    speculazione vacua, a mio avviso. le due proposizioni sono solo vere. e punto.

    @ carla (32)
    fuori dalle opinioni, “false” per definizione, tutto è o vero o falso, sino a prova contraria. credo io.

    @ pulsoni (38)
    “La verità è la morte dell’intenzione”
    significa qualcosa?
    —————————————————in generale, perché rinunciare alla “semplicità”?
    grazie, e scusatemi per l’espansione.

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  38. Mario:

    ma le sfumature dove le metti?

    Devo dire che la tua espansione mi è molto piaciuta!

    Buona serata!
    😉

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  39. A Mario Ardenti che, dopo aver parlato di verità scientifiche, giuridiche, sociali, e opinioni, afferma essere cosa vacua chiedersi di che ordine siano le verità espresse in due proposizioni(“Il taglio netto della testa causa sempre la morte di chi lo subisce” e “Hitler ha governato la Germania”), deve essere sfuggito come affermare che esse “sono solo vere”, come lui fa, implichi un concetto apriori di verità (che non è giuridica né sociale né scientifica e non è nemmeno un’opinione). Il mio post 31 voleva, in effetti, problematizzare un concetto di verità che mi sembra ingenuo.

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  40. @mario

    in-tentio- dal latino tendere verso. dunque un pensiero è intenzionale in quanto tende verso l’oggetto della conoscenza. la verità ne sarebbe la morte in quanto raggiungimento della meta.

    ciò vale anche in ambito etico dove avere intenzione di… significa appunto tendere verso qualcosa.

    a me pare una citazione oltremodo interessante, nella logica di Benjamin sottolina la sua teoria del linguaggio fondata sulla credenza in una realtà fondamentale e perduta che può essere rivelata dall’ermeneutica(interpretazione) anche se inadeguatamente. Dunque l’intenzione per benjamin è un tendere alla ricomposizione del linguaggio perduto (divino) in cui la parola corrispondeva alla cosa(il tutto è detto ovviamente semplificando molto)

    saluto tutti

    elena f

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  41. Grazie ad Elena F. per aver dispiegato un pò alcuni significati della frase di Benjamin…

    Aggiungo solo che nessuno rinuncia alla “semplicità”: ma le cose non sono tutte riducibili a “semplicità”. Si deve tradurre, interpretare, creare… per capire… ma la “semplicità” è uno dei poli infiniti del discorso… e della vita. MA non l’unico, ma uno dei più importanti. E talvolta come strumento d’indagine, “la semplicità” non è adatta a spiegare: perché sebbene guadagnando in chiarezza diffonda luce, in questi casi, essa – in precisione – difetta. Perché non “taglia”.

    Un saluto

    Gianluca

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  42. @gianluca

    scusa se mi sono intromessa, ma mi sento a casa quando si parla di filosofia.

    in quanto alla semplicità è interessante il discorso di Benjamin, infatti rimanendo nell’ambito della teoria della lingua originaria e perduta (divina) afferma che si è perduta quando l’uomo ha cominciato a nominare le cose nelle diverse lingue. il compito della filosofia e dunque dell’interpretazione dovrebbe essere tendere al ricupero di questa lingua con un metodo di conoscenza per composizione o per ricomposizione.
    potremmo dire così, se è difficile interpretare un reperto archeologico, poniamo un mosaico cui mancano i pezzi, la conoscenza di quel mosaico sarà approssimata ma potrebbe essere verosimile l’interpretazione, di certo il ricupero di altri frammenti condurrebbe via via ad una ri-composizione che renderebbe giustizia della verità dell’opera stessa , in tal senso la verità è semplice una volta raggiunta (nella ricomposizione ) ma complicata proprio perchè non abbiamo tutti i frammenti del mosaico.
    ecco che in filosofia le cose semplici (la verità) sono complicate non dalla cosa in sè ma dal limite umano che aggiunge di volta in volta frammenti di conoscenza.
    Benjamin afferma che totalità unità e verità appaiono in modo enigmatico nell’opera d’arte, al filosofo il compito di interpretare quel mistero.
    ancora possiamo dire che nella sua immediatezza l’opera d’arte si impone come semplice, è così come è e si rivela o meglio rivela (velandola) la verità, ma alla riflessione, ovvero allo sguardo della mente che la scruta essa appare come enigma da interpretare e dunque complicata.

    così l’uomo è chiamato (ma può anche non rispondere) a cercare di ri-trovare la semplicità (verità) ma la via non è affatto semplice.

    è proprio vero che i filosofi sono semplicemente complicati! 🙂

    saluto tutti

    elena f

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  43. Elena, hai fatto benissimo. E hai ragione su tutto quello che hai detto. Per me è così.

    E ora, proprio sulla questione del senso e dell’interpretazione, mi sovviene Kafka, dagli Aforismi di Zurau… la corda tesa… sul suolo o quasi… e l’uomo che in essa si “inciampa”.

    Saluti

    Gianluca

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  44. ringraziando per l’interlocuzione…

    @ brotto (46)

    mi sfuggono diverse cose, da sempre: ma perché “a priori”? semmai a posteriori, dopo una constatazione: dunque scienza. Ed il mio “vacuo” non voleva certo essere irrispettoso verso lo sforzo di capire/ordinare, è che probabilmente non so problematizzare

    @ carla (44)

    le sfumature… certo, me le tengo tutte, sai? e me ne faccio variopinti tendaggi di cui mi arredo mi maschero e mi consolo. ma con una qualche forma forma di verità hanno relazione nessuna.

    @ elena (47)

    ti ringrazio. è che non riesco a credere che vi siano molte cose da conoscere: credo si contino sulle dita di una sola mano le stanze nelle quali tutti ci muoviamo, comunque poi a noi stessi ed agli altri le si voglia rappresentare, siamo di scarsi, seppur sovente intensi, sentimenti e movimenti.
    non riesco a credere che vi sia qualcosa di “perduto” che ci riguardi in quanto umani, e per filo al senso di una ricerca, è tutto sotto la pianta dei nostri piedi, e la “verità” e/o la sua ricerca, in quel senso intesa, è solo una distrazione per impotenza.

    “così l’uomo è chiamato (ma può anche non rispondere)”
    ecco, e tra coloro che non hanno risposto mi colloco, non avendo neppure sento la chiamata, e adesso mi sdraio e mi faccio cullare dal tuo simpatico ossimoro.
    ——————————-

    salutando e ancora ringraziando
    mario

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  45. Sempre dai miei taccuini d’appunti…

    Da quando l’attività del «filosofare» è stata istituzionalizzata in uno statuto specialistico e infine, nella modernità, trasformata in una cattedra universitaria, l’interrogazione filosofica è diventata appannaggio esclusivo dei «professori» e ha privato l’intera comunità della competenza a pensare le «cose ultime». Le cose ultime, infatti, appartengono al regime della Verità, mentre l’esperienza dei comuni mortali è affidata a sensazioni ed emozioni che al più possono determinare il «senso comune». Al filosofo professionista spetta il compito di colmare l’abisso fra la Verità e il senso comune. Già queste sintetiche considerazioni bastano a suscitare molti dei dubbi che mi porto dietro da anni. Perché la Verità dovrebbe manifestarsi soltanto ad alcuni «dottori» e non anche agli altri comuni mortali? Se la Verità non si identifica con il senso comune, qual è la via impervia che conduce a questo mirabile incontro? La Verità come la morte dovrebbe essere democratica, livellatrice; non le si confà l’aria schizzinosa di una Dea che si concede a pochi. Perciò formulo le riserve sul punto. Anch’io sono convinto che oltre le «apparenze» – nelle quali siamo immersi nella vita quotidiana – e oltre la loro ineluttabile “contingenza”, ci sia qualcosa che resiste nella sua impresentabile opacità alla penetrazione del nostro sguardo indagatore. Ma il fatto che la Verità resista come ciò che sta fermo rispetto a ciò che muta, non implica affatto che essa sia disponibile al pensiero privato di un singolo abitante del pianeta. Come si può immaginare che qualcosa che sta oltre la contingenza – e quindi oltre l’apparire e sparire di cose e individui – possa essere posseduta da un singolo pensatore? Come può la contingenza, la finitezza, catturare la necessità e l’eternità? Si dirà che la Verità non è a disposizione del singolo ma del logos universale e che i filosofi si limitano a usare la logica per argomentare in modo inconfutabile la Verità che non coincide con l’evidenza. Ma anche in un «processo» l’argomentazione non è la prova del fatto, anzi è la prova che il fatto non è né chiaro né univoco (non parla da solo). Argomentare serve a convincere e non a illuminare la scena del delitto. Persino la confessione del criminale aiuta a fissare la «verità processuale», ma non la Verità assoluta. D’altra parte, sarebbe strano che la Verità fosse subordinata alla logica argomentativa, giacché questa è per principio un mezzo per dialogare, ma non garantisce alcun raggiungimento del fine: tantomeno il possesso della Verità assoluta. Argomentare logicamente appartiene, infatti, al territorio dei media (di cui il linguaggio è l’indiscusso titolare); chiunque se ne serva deve dare per scontato che tra il medium e il mediato non c’è alcuna garanzia di coincidenza. Questa considerazione ha tanto più senso, quanto più evidente diventa nel pensiero contemporaneo il tentativo di far coincidere la Verità con l’originario, l’immediato, ciò che non ha bisogno di linguaggio, l’indeterminato, il caotico, il simbiotico. Tutti tentativi che finiscono con evocare visioni mistiche e rapimenti celesti, ma che poi ricorrono ancora una volta alle proposizioni linguistiche per essere raccontati e divulgati ai non vedenti. In realtà, sia che si segua la via argomentativa sia che si segua la via intuitiva, i pensatori che propongono una qualche definizione della Verità finiscono per ottenere un solo risultato: il divieto di pensare oltre, la frustrazione di ogni ricerca, la svalorizzazione della nostra esistenza terrestre. Una questione di monopolio che significa sempre plus-potere rispetto alla grande maggioranza degli umani. Si può essere nella verità, ma non si può possedere la verità, così «come non si può rinchiudere la realtà di Dio entro i limiti di un nome». E invece tutte le chiese istituite – si chiamino Stati, Accademie, Università, Partiti, ecc. – hanno posto la verità sotto il loro dominio e il loro controllo, e perciò emarginano tutti coloro che cercano la via dell’autonomia e della libertà attraverso l’esperienza della propria vita e della propria sofferenza. La verità si manifesta come «rottura» dell’ordine mortifero delle leggi vuote di valore simbolico, come «apertura» verso una nuova creazione di «simboli incarnati». La verità è lo scandalo, il rovesciamento della mentalità bloccata nel conformismo. Lo scandalo della debolezza, dell’impotenza e del limite di fronte all’arroganza della «Ragione» e della «Tecnica», che hanno riproposto nella modernità l’antica fantasia dell’onnipotenza, il miraggio di un padrone assoluto del significato della vita. Per impedire quest’esito sono convinto che i Greci abbiano inventato la distinzione fra Verità e opinione e abbiano definito il regime dell’opinione come quello che struttura lo «spazio pubblico» della polis, che non soggiace all’immutabilità delle leggi extra-umane.

    @ Fabry. Non voglio togliere nulla al tuo pezzo per L’Attenzione, visto, anche, il come hai ‘spinto’ in esso (‘spinto’ in accezione eccelsa del termine… i rimandi-riferimenti che fai non possono che farmi togliere il cappello e mostrare la mia limitatezza)

    @ Ardenti. La condizione umana, a mio avviso, può anche non essere soggetta a contingenza, ma, in questo caso, ho sottolineato, appunto, la nostra contingenza… e, anch’io, desidero che si colga la sfumatura (dovuta-voluta).

    @ Elena. Che dirti? Averti nei commenti è come averti sottopelle 🙂

    Sempre grazie a tutti i restanti.

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  46. @mario

    dici:
    non riesco a credere…

    in questo caso non c’è nulla da credere ma solo cercare di capire , di seguire un pensiero(quello di benjamin nella fattispecie o di qualunque altro pensatore che come tale fa rollare il cervello nel tentativo del decollo) perchè altrimenti vuol dire che non credi neppure all’intelligenza in generale… ma allora è del tutto inutile che continui ad obiettare, non si tratta di obiezioni infatti ma di semplice adozione di un credo (fede) nichilista e a questo punto non è che non credi, viceversa CREDI che non sia possibile, ma non lo puoi dimostrare.
    insomma ti accontenti della terra sotto i piedi e vorresti che lo facessero anche gli altri.

    se non hai sentito la chiamata alla conoscenza e alla ricerca non puoi per questo pretendere che siamo tutti sordi o ciechi

    saluto tutti

    elena f

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  47. Mi sembra che la fallacia del senso comune ha vasta letteratura (vedi le illusioni percettive e cognitive). Difficile difenderlo.
    Ma questo non significa conseguentemente che la verità appartiene ai pochi.
    Con Nietzsche si spalanca l’irruzione del divenire. L’episteme è demolito.
    Sulla stessa strada Leopardi e Gentile,i più rigorosi nel demolire ogni verità immutabile.
    L’Uomo non è un fascio di luce che può cogliere la verità, perché questa può essere concepita astrattamente solo come toglimento infinito dell’apparire trascendentale della contraddizione. E’ solo in questo senso che la ricerca della verità ha carattere umanamente finito, come un disvelamento infinito. Ratzinger pone nel suo ultimo libro Gesù come la verità, questione che giustamente Cacciari definisce come inquietante.
    Credo che la dimensione più conoscibile e vivibile paradossalmente per l’uomo è solo l’Amore e non il Pensiero. Paradossalmente, perchè sembra l’Uomo moderno rifiutare la dimensione dell’Amore

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  48. dire che il divenire si spalanca con nietzsche è quantomeno un’imprecisone nel senso che eraclito parecchi secoli prima fu il filosofo del cambiamento e del mutamento come unica dimensione del reale. con nietzsche semmai si spalanca l’abisso dell’uccisione di Dio (la morte di cui parla nella gaia scienza non è un affermazione di “morte naturale” ma l’affermazione della volontà dell’uomo di uccidere Dio). in tal senso il nichilismo che da lui deriva è una scelta di fede, non per niente il nostro è un profeta dell’annientamento dell’uomo in vista della nascita dell’Oltreuomo (ciò che sta dopo l’uomo e l’umano), della volontà di potenza che annichilendo non Dio ma l’idea di Dio (fra idea negata e realtà da annientare passa l’impossibilità di dimostrarne l’inesistenza) annienta l’uomo e l’umano , l’atto di ybris che ne deriva penalizza la realtà che si ritrova senza fondamento, non per inesistenza di questo ma per negazione ideale, ed è tutto questo a ridurre la realtà e la sua conoscenza alla sola dimesione del materiale ; l’oltreuomo così diventa un uomo piccolo piccolo perchè non più capace di fiducia nella possibilità di confrontarsi con le domande fondamentali che da sempre lo hanno interrogato. è così che uccidendo Dio si uccide l’uomo. la nostra società non può ritrovare la dimensione dell’Amore, perchè un uomo così ridotto non è capace neppure di pensare le profondità abissali dell’Amore che è donazione di sè, poichè vive tutto nel tentativo egoistico ed egocentrico di allungare quanto più possibile il suo tempo visto che non si lascia altra dimensione che quella della “terra sotto i piedi”. si è passati dall’eudaimonia al benessere come surrogato della felicità: in queste dimensioni non c’è spazio per una riflessione sull’Amore.
    Quanto a Ratzinger (di cui non ho letto il libro) non può , come ciascun cristiano ,che affermare che Cristo è la Verità; questa è la Verità di fede su cui si fonda tutta la fede cristiana, posso dare ragione a Cacciari se dice che ciò è inquietante, ma le persone di fede sanno quanta inquietudine generi nel cuore dell’uomo confrontarsi con il paradosso dell’Amore Crocifisso.

    saluto tutti

    elena f

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  49. A Mario Ardenti. Intendevo dire non che il contenuto della proposizione “Hitler ha governato la Germania” è vero a priori,come tu sembri aver inteso (in tal caso sarei ovviamente un ingenuo), ma che l’affermazione della veridicità di quella proposizione implica necessariamente un’idea a priori della verità e della veridicità in sé. Aggiungo che se non condividessimo un’idea generale di verità non potremmo nemmeno dialogare qui.

    In riferimento all’ultimo di Elena. Lo condivido pienamente. In particolare, io enfatizzerei molto, nella mia prospettiva girardian-gansiana, come il Dio di Nietzsche non muoia accidentalmente, o di vecchiaia, come molti lettori sembrano aver inteso, ma sia stato UCCISO. E questo riporta il discorso sul rapporto tra religione, violenza, sacrificio e genesi degli idoli (o dèi). Il rapporto critico è quello tra verità e potere (che è sempre, in qualche misura, potere idolatrico, cioè religioso).

    Aggiungerei che oggi tutti i poteri di questa terra si riempiono la bocca di Amore e di Emozioni, ma sono nemici del Pensiero (abbiamo un papa teologo, però). E su questo c’è da pensare….

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  50. Potrei continuare, ma già troppo ho abusato dello spazio e della pazienza.
    Una sola cosa: “la terra sotto i piedi” ritengo essere la dimensione più ardua da sostenere, costringendoci in silenzio all’ineludibile confronto con la “verità” delle cose.

    Ancora grazie, e sempre con simpatia.
    Mario

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  51. Occorre fare un po’ di chiarezza. Cosa intendiamo per verità? Se vogliamo comprendere com’è fatto il mondo, quali sono le leggi che lo governano (leggi naturali, non quelle decise dagli uomini…) c’è un unico metodo sicuro: quello scientifico. In estrema sintesi: metodo galileano + utilizzo di modelli falsificabili (dunque scientificamente validi) da sottoporre alla verifica sperimentale e da perfezionare strada facendo. E su questo non mi dilungo perché ho già detto in altre occasioni. Solo qualche aggiunta rispetto all’applicabilità di tale metodo. Che cosa possiamo ritenere di poter indagare efficacemente attraverso di esso? Senz’altro i fenomeni fisici, chimici e biologici. Ci sono stati dei tentativi di estenderlo ad altri campi (sociologia, antropologia, economia, psicoanalisi, etc.). I fatti hanno dimostrato l’impossibilità di applicare a tali domini il metodo scientifico nel senso che ho dianzi richiamato. Ma è possibile adottare una metodologia pseudoscientifica (raccolta dati, costruzione di modelli, tentativi di predizione e successiva verifica sperimentale…), non perfetta ma sicuramente preferibile rispetto ad altre vie: superstizioni, visioni mistiche, dogmatismi, verità rivelate o imposte che dir si voglia. Bene. Ci sono delle questioni che non rientrano nella giurisdizione della scienza. Ne abbiamo sentito parlare tutti sin dai tempi della scuola: perché siamo qui, da dove veniamo, dove andiamo, perché il mondo è questo e non un altro (in termini scientifici: perché il mondo è regolato da queste leggi fisiche e non da altre?)… Ok. Per tentare di ragionare intorno a tali quesiti c’è una disciplina a me cara: si chiama filosofia (per favore, non confondetemi con De Crescenzo!). Ma voi, letterati e professori, mi insegnate che tra i filosofi ci sono anche i sofisti, persone abili nell’imbastire ragionamenti eleganti e forbiti, e tra costoro molti religiosi che si ostinano a brandire ancora oggi la vecchia e dannosa logica aristotelica per convincerci che Dio esiste. Poi arriva quel simpaticone di Bertrand Russell che sottopone al vaglio della logica tutte le loro deboli costruzioni che crollano come castelli di sabbia in balia del vento. L’errore dei teologi che cercano di convincerci attraverso la ragione che Dio esiste è madornale, nello stesso modo in cui è clamoroso l’errore di chi pensa di poter dimostrare razionalmente che Dio non esiste. Né l’una né l’altra ipotesi possono essere dimostrate razionalmente. Credere in Dio o essere atei sono ambedue degli atti di fede. Punto. Fine della questione. Detto questo, posso ammettere tutto: visioni mistiche, statue di marmo che lacrimano, il sangue di San Gennaro che si scioglie muovendo l’ampolla che lo contiene (anche se le autorità ecclesiastiche non ne hanno mai concesso l’esame biochimico, ma se volete credere che sia sangue puro mi sta anche bene), e le cose che possono apparire più assurde agli occhi di una mente non dico razionale ma semplicemente munita di spirito critico e buon senso. Tutto questo mi sta bene, a una condizione: che resti confinato nell’ambito di esperienze-percezioni soggettive (e includo anche la soggettività relativa a un determinato gruppo sociale). Ma evitiamo per cortesia le invasioni di campo. Queste sono sempre molto dannose e causano spesso inutile spargimento di sangue. Come se non bastasse quello che si è versato e si continua a versare per gli stupidi giochi di potere con cui da sempre sparuti gruppi di esaltati che hanno in mano le sorti del mondo amano gingillarsi a danno di miliardi di donne, uomini, vecchi e bambini.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  52. No! dire che con Nietszche si spalanca il divenire non è un’imprecisione, perchè N. è il primo filosofo moderno che descrive in maniera rigorosa il divenire (da qui la sua conseguenza della Morte di Dio).
    Eraclito con il suo linguaggio appartiene all’indeterminato.
    Dopo Eraclito e i presocratici s’instaura la storia dell’episteme che vuole salvare dall’irruzione nel divenire e funziona fino a Nietzsche. Con la comparsa di N. appare un testimone nuovo, che deterministicamente spalanca all’irruzione del divenire.
    Eraclito s’inscrive nella tradizione degli iatromanti, alla fondazione di Velia. Il discorso però sarebbe lungo da svolgere, come su tante altre osservazioni fatte, magari più tardi.

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  53. Una cosa è confrontarsi come cristiano con il sacrifico di cristo e l’amore, una cosa è confrontarsi con una cristo a cui si fa dire che è verità. Si fa dire, ribadisco.
    Quindi, non può esserci un solo modo di sentirsi cristiano, a meno che la posizione ortodossa della Chiesa di Ratzinger non sia considerata una verità immutabile. Cristo-verità è un dogma? Aggiungo cmq che il suo libro è molto impegnativo, non è un libro divulgativo, la base analitica di partenza, la teologia di Schnackenburg è quanto di più impegnativa c’è per confrontarsi. Ma non basta una vita. Quel teologo ha dedicato alla sua opera sull figura storica di Cristo ben 50 anni!

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  54. Certo qui il discorso sarebbe lungo, e non mi va di perdermi in una diputa filosofica d’antico stampo. La tentazione ce l’avrei, perché vorrei obiettare ad un Nietzsche che “descrive in maniera rigorosa il divenire”, anzitutto perché il divenire non può essere “descritto”, e poi perché Nietzsche non è “rigoroso”… Ma tralascio questo.

    A mio parere il discorso nietszcheano della morte di Dio è il discorso dell’uccisione di Dio. E Dio secondo lui è stato ucciso dagli uomini. Questo aspetto dell’uccisione, del sacrificio, chiarissimo nel testo nietscheano, è stato misconosciuto dagli interpreti. Nietsche aveva ben compreso come l’umanità sia sempre stata regolata dal meccanismo vittimario, e come nel suo profondo la tradizione giudeo-cristiana vi si opponga: da qui la sua avversione verso il cristianesimo (che egli unifica poi al platonismo, il che è stato in parte fuorviante sia per lui che per i suoi successori). Nietzsche vorrebbe tornare al mondo della religiosità pagana, in cui le vittime erano rese tali senza alcuna pietà. Il suo è, in profondità, un discorso antropologico, non metafisico o antimetafisico, ovvero è quest’ultimo solo in seconda istanza.

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  55. scusatemi, non ho letto gli ultimi interventi , problemi indipendenti dalla mia volontà mi costringono a stare lontana dalle vostre discussioni,solo il tempo di scusarmi soprattutto con coloro che eventualmente abbiano ribattuto ai miei argomenti con i quali non avrò modo di continuare il dibattito.

    buon lavoro

    saluto tutti

    elena f

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  56. Nietzsche è stato considerato in passato erroneamene uno scrittore non rigoroso ma non lo è, come hanno dimostrato Jaspers, Severino e lo stesso Ginzburg. ormai nessuno usa più la sua malattia per dire il contrario

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  57. Nessuna “dimostrazione” in filosofia è definitiva. Il “come hanno dimostrato” suona sempre appello ad auctoritates… Può essere che se sul senso del “rigoroso” ci possiamo intendere. Veramente, ci sono alcuni oggi che ritengono la follia di Nietzsche non separabile dal senso profondo della sua filosofia. Ad esempio René Girard, Giuseppe Fornari, e nel suo piccolo anche il Brotto. Comunque, la follia di Nietzsche non è usata da costoro a smentire la validità teorica delle sue affermazioni,come qualcuno fece in passato, ma per mostrarne la tragicità (cosa che in fondo piacerebbe allo stesso Nietzsche, il quale non avrebbe mai accettato che la follia di un pensatore non avesse alcunché da spartire col suo pensiero).

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  58. Quando dico che N. è rigoroso, giudizio di valore ampiamente diffuso (certamente la maggioranza)tra coloro che si sono occupati di N., non intendo naturalmente affermare che rigoroso significhi validità teorica delle sue affermazioni, piuttosto un rigore argomentativo, dove argomentativo può essere anche un pensare per figure e non solo per concetti. Penso al poderoso lavoro di Enzo Melandri sull’analogia edito da Quodlibet.
    In quanto a dimostrare, ritengo che l’auctoritates abbia fondatezza che può essere di-mostrata (o smentita dimostrandola). Ma è qualcosa che si può vedere, mostrare e raggiungere una posizione comune. Negarla è propriamente nietzchiano, fuga nel divenire. Non credo che Girard e fornari abbiano dimostrato su N.
    Ma stimo moltissimo Fornari, sebbene io guardi al di là del mondo solo greco

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  59. Dimenticavo. In quanto al lavoro più convincente sul ragionamento argomentativo di N. sul divenire, penso all’Anello del Ritorno di Severino

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  60. @ manzoni (58)

    ti ringrazio…

    è che vedi, i miei strumenti “filosofici” sono rimasti ai bigini del liceo di diversi decenni addietro, e non li ho mai aggiornati, costretto sono dunque a ingegnarmi da solo nel luogo impervio delle visioni del mondo: impervio e pericolosamente inutile, vivendo poi ciascuno di fatto la propria “visione” nell’unico modo, e concretissimo, che la storia gli ha dato in possibilità.
    e credo in più che ciascuno di noi abbia una sola cosa da “dire”, comunque la coniughi, la travesta o addirittura (si)finga di negarla. Siamo irrimediabilmente monocordi e spesso noiosi, e meglio sarebbe mescolare le nostre “visioni” in una fredda birra ed in una misogena elegia sui seni delle ragazze.

    “Perché la Verità dovrebbe manifestarsi soltanto ad alcuni «dottori» e non anche agli altri comuni mortali?”

    e infatti, come mi par tu suggerisca, così non è davvero: i “dottori” sono ricchi di parole in “…gia”, meritatamente sudate, ma tutto finisce qui.

    cordialmente

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  61. beh mario condivido totalmente.. di certo eraclito russel nietzesche etc sono ottimi compagni d’arme ma, ahimè, per trovare le proprie verità se si ricordano bisogna dimenticarli, non servono, le nostre verità sono dentro di noi e tra loro e noi non ci può essere che il silenzio.

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  62. La verità è che vogliono licenziarmi perchè ho i capelli e la barba incolti. Cioè, non riescono a raccogliergli simbolicamente, non riescono a cibarsi di me. Non riescono a prendere le mie ritrosie, le mie fughe, le mie pernacchie e metterli in riga. e se ne fottono dell’arte… si e no sono arrivati al mercato dell’arte, alla speculazione. L’arte in sé, nel suo farsi storia è incomprensibile… tale e quale come la verità! e se chiedessi loro: ma esiste una Verità oggettiva, oppure noi uomini, dobbiamo accontentarci della “soggettività” o, come sopra, dell’impossibilità di conoscere. Mi farebbero un’espressione da cardo, da rucola, da zolla di terra che vorrebbe fare l’orologio ed invece è pura merda! Eppure esiste una verità oggettiva! Esistono leggi chiare e universali! è tutto regolato da leggi per reggersi: quelle sono le leggi e la verità! Se una mela si regge su un mobile, quella è la verità: è chiara! Il problema della speculazione diventa la morte dell’anima solo quando le speculazioni sono fatte da malcapitati, da mercenari. La mia rabbia è che non esiste libertà! Non è concepibile essere un artista su questo pianeta, non è concepibile avere un carattere, delle idee. Qui, caro Gian Ruggero, pare che ce ne sono ma io sto assistendo al Disarmo dell’Uomo… e per disarmo non intendo l’uomo che finalmente getta le armi ma il contrario: l’uomo che getta sé stesso, le proprie vocazioni, persino il pensiero di una propria individualità: qui, la massa, vuole esorcizzare i diversi e non vuole più saperne parlare di rivoluzioni: qui, hanno appeso l’anima al chiodo: giocano di culo, col culo, con le corna che non si trovano materialmente. Qui, necessitano sangue le bestie!
    Desiderano sangue, sono stanche di speculazioni e di essere prese in giro, vogliono la verità del loro sangue, del loro essere bestie, che per quanto un limite almeno è… possibile e vero. Per quanto mi riguarda, esistono delle leggi oggettive, sono come pilastri, totem… che le tante soggettività interpretano ma non si può andare da nessuna parte insieme, come gruppo/società/massa, perché la maggior parte devono portare i soldi a casa. forse si correva il rischio di diventare tutti dei grandi criminali, degli illuminati che centravano il senso della vita- che sento vivamnete che c’è- ma si è scelta la lobotomia, il disarmo appunto. In questo finale coi fiocchi, su questa zattera di Gericault, prima di una necessaria restaurazione di certo non umana, si tratta di dedicarsi alla verità all’interno di un sistema di scemissimi robots di carne presuntuosi a cui interessa solo “la giornata”, per cui il resto è chiacchiera e perdita di tempo. Esiste la verità? Io la mordo la verità, la porto tra i denti ma la situazione è grave e non ci sono scorciatoie per chi deve scoprirsi. La verità non è commerciale, potremmo dire… come fare a convincere tutti ch’è il lavoro che ha distrutto l’uomo: è un gran macello. Una società di poeti era impossibile per l’uomo, il poeta è “il grande criminale”- poveri noi, quante belle anime martoriate e fatte impazzire dai sistemi- ora si tratta per i grandi criminali poeti di fare l’eterna danza dipinta da Matisse. Di girare ebbri sulle macerie. Di raccogliere fiori e mangiare e bere. ed evitare le pallottole sparate dalle capre. e di sputare sulle tombe, come su tutte le chiacchiere. Ma cos’è vero? è vero che se voglio andare a destra, nessuno deve paralizzarmi con le proprie paure. Questo pianeta ha paura ancora dei dinosauri! le fa filtrare generazione dopo generazione e per togliermele queste paure ci vuole tempo. Questa società non vuole saperne di individui che passano il tempo a scrollarsi le paure di dosso. Io su questa società sto imparando a fare i miei bisogni, ad evitare le pallottole e a dar da mangiare alle mie cellule. Cosa diceva di fare il Siddharta di Hesse: pensare, aspettare e digiunare… se non sbaglio. Io voglio vivere e solo realizzandomi posso farlo, per questo devo pagare. Una verità oggettiva è che la massa ha bisogno ancora di sacrifici e questi vengono eseguiti di nascosto. “Il syuicidato dalla società” di Artaud ne accenna. La maggior parte delle persone sono degli ingranaggi perfetti e il sistema elimina le persone non funzionanti, i non ingranaggi. Questo sistema è sbagliato: questa è una verità purtroppo. Esiste la luce ed esiste il buio: il nostro sistema ha scelto il buio! Gli esempi di luce oltre a pagare con la propria persona sono buoni solo per sciacquarsi la bocca tra un lavoro ed un altro, tra un’omissione ed un’altra. La lobotomia è la nuova peste e sta avanzando!
    Orodè

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  63. @ Orodè: “Questo pianeta ha paura”… specificherei: “L’uomo è preda delle sue paure”… fra le prime quella di risconoscere la Verità poi di essere libero. Perché, come un tempo si diceva e una canzonetta lo ribadiva tramite la voce della Caselli: “La verità mi fa male, lo sai! Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu… la verità ti fa male, lo so”.

    Forse che si sia ‘girato’ troppo attorno al tentare di ‘definire’ cos’è la Verità per paura… se non vero e proprio terrore di ciò che ne potrebbe scaturire?

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  64. La (mia? Però indubbiamente sì, anche mia) verità è Cristo. E altroché se assomiglia a un errore (per gli altri, chiaro… però sufficit per il quesito).
    😉
    f.

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  65. La verità è quella cosa che si raggiunge via via che le togli intorno le bucce dell’autoinganno, stile cipolla. E più vai avanti, più ti vien voglia di piangere (sempre come la cipolla).

    “La verità fa male, lo sai”
    Caterina Caselli

    (credo)

    Marco

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  66. Interrogarsi senza lasciarsi condizionare, riflettere a lungo, da soli, in quel silenzio fatto di coraggio, per riuscire a sentire la voce della Verità. Solo allora sarai libero. Infatti. Non ci potrà mai essere Libertà senza Verità.

    Verità dunque non significa accettare supinamente un credo (in senso lato), ma provare a focalizzare sennò non ci potrà mai essere consapevolezza. E allora ..meglio un fautore della Verità che segue un percorso personale di ricerca, che potrebbe apparire presuntuoso, ma è onesto nel suo divenire, piuttosto che un arido esecutore di Verità, che ha la stessa consistenza di una nuvola passeggera.

    Buona giornata

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  67. Orodè e Rina, avete colto nel segno: la questione della verità è indissolubilmente legata a quella della libertà. E hai fatto centro anche tu, Gian Ruggero, dicendo che l’uomo ha paura di riconoscere la verità e di essere libero. Credo che partendo da questi due assunti si possa tentare un approccio pragmatico ed efficace. Aggiungo un lemma che potrà darci una mano: la verità è strettamente legata al concetto di potere. Nei secoli bui la chiesa cattolica era l’unica depositaria della conoscenza e, guarda caso, esercitava un potere enorme non solo in termini secolari ma estremamente pervasivo e invalidante nei confronti della civiltà e del progresso. Un pensatore del calibro di Leibniz (tanto per fare un esempio, ma potrei citarne a dozzine), si astenne dal pubblicare alcuni suoi scritti che avrebbero anticipato di circa due secoli le speculazioni dei moderni filosofi logici, soltanto perché in contrasto con l’ancora imperante logica aristotelica, causa nefasta insieme a chi l’ha avallata e difesa nel corso dei secoli del mostruoso ritardo lungo il cammino della verità di cui ancora oggi l’umanità intera subisce le conseguenze. È inutile citare l’abiura di Galileo e le decine di altri casi analoghi… Attenuatosi lo strapotere ecclesiastico, abbiamo avuto Voltaire e il secolo dei lumi e della rivoluzione foriera di liberté fraternité ed egalité di cui tutti noi occidentali siamo figli e debitori. Appena un attimo di respiro ed è scoppiata la rivoluzione idealistico-romantica, sono arrivati Hegel (con la sua logica falsa e ingannevole), Schopenhauer, Nietzsche… – e a casa nostra, visto che ci piace essere sempre al passo coi tempi, lo strascico neoidealistico di Croce e Gentile, per cui ancora oggi tanti di noi italiani sono convinti che la scienza sia mera tecnica e ignorano completamente le più elementari nozioni di meccanica newtoniana ed elettromagnetismo (però usano l’automobile, mandano tonnellate di SMS, scrivono su questo blog…): non dico che dovrebbero sapere che la teoria della relatività citata persino dal mio salumiere non vuol dire: tutto è relativo, bensì l’esatto contrario… ma conoscere almeno le nozioni fisiche di base, ormai consolidate da secoli… – sono arrivati Hitler e Stalin (due facce della stessa medaglia), poi abbiamo imparato ad apprezzare il jazz, il rock e la Coca Cola e ci raccontavano che la verità bisognava cercarla al di qua del muro… Poi il muro è crollato… E ora? Quale verità ci è rimasta dopo aver visto montagne di macerie imbrattate di sangue e dolore? Dov’è la libertà? Orodè, quanto è amaro il tuo commento! E quanto è arduo, Gian Ruggero, seguire il tuo consiglio di superare le nostre paure. Com’è possibile in una società che “non vuole saperne di individui che passano il tempo a scrollarsi le paure di dosso”? È questo il cuore del problema: siamo divenuti semplici ingranaggi di complessi e intricati meccanismi, proprio come ci raccontava settant’anni fa quel geniaccio di Charlie Chaplin… E l’ingranaggio non ha la facoltà di pensare, deve fare l’ingranaggio e basta. E se si guasta o inizia a dare segni di insofferenza o di ribellione non ha scampo: va sostituito con un altro più “efficiente”. È questo il punto: è possibile affrancarsi dalla catena di montaggio? È possibile liberarsi delle maglie di questa società “liberale” che ci ordina con tono imperioso: produci-consuma-crepa, e ci chiede anche di essere felici?

    A presto.
    Pasquale

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  68. Sempre dai miei taccuini:

    Jung, nella sua “Risposta a Giobbe”, pone il Dolore come condizione del sorgere dell’autocoscienza, della certezza del sé, della difesa del sé dai lati oscuri del se stesso e quale coronamento della Verità. Così Giobbe s’eleva a simbolo della Giustizia e della coerenza nella Verità, perché egli soffre ingiustamente (come poi tutti gli uomini all’atto di esistere) e accetta tale Dolore, pur sottolineandone la radicale assurdità. In tal modo egli diventa davvero immagine di Dio, ma si tratta dell’immagine di Dio possibile che svela, contemporaneamente, la malattia di Dio reale: l’incoerenza rispetto al Suo dover essere Verità e Giustizia, l’incapacità di porre sotto controllo il proprio lato oscuro, distruttivo, incosciente. Inoltre Giobbe indica la terapia necessaria: la vittoria del più debole, della vittima che ha sofferto la violenza è illuminante; Giobbe, in questo e secondo Jung, era moralmente superiore a Dio. L’essere creato aveva, a questo riguardo, superato il creatore. La sofferenza… il Dolore conduce Giobbe alla Verità e indica a Dio il suo dovere. Aiutato dalla Sophia, Dio comprende che gli tocca prendere atto d’essere il Giusto e d’essere la Verità. Tale presa d’atto deve passare attraverso il Dolore dell’uomo e, quindi, Dio si fa uomo e muore in croce per salvare se stesso, ripetendo la dolorosa umana sofferenza di Giobbe: l’uomo che s’era già salvato ponendosi nella Giustizia e nella Verità, reprimendo in sé ogni istinto negativo. La Croce riscatta Dio, lo rende capace di servirsi della sua stessa potenza, di disciplinarla, di controllarla. Non importa ricordare come Jung si mostri dubbioso sulla consistenza e sull’irreversibilità del dominio che Dio ha raggiunto nei confronti di se stesso, in quanto fonte di ingiustificabile sofferenza. Importa sottolineare come per Jung si diventa uomini e si diventa Dio allo stesso modo: soffrendo… cioè vivendo appieno il Dolore di una condizione perennemente traumatica e sfinente.

    Dolore come Verità? O che altro?

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  69. Ci sarebbe da aggiungere che LA verità (singolare) è un concetto davvero troppo ampio. Rileggendo meglio le citazioni del post mi appare lampante che LA verità (singolare) non esiste. Esistono LE verità (plurale). Mi piace immaginare che Gian Ruggiero volesse sottolineare questo con la domanda del titolo. Come dire: “Ognuno ha la sua”. Ciò non vuol dire che alcune non siano simili. Semmai, forse, è il modo con cui si arriva a stabilire UNA verità che non varia molto: un processo di esfoleazione. Un peeling dell’inganno. Un processo che non è mai semplice semplice.

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  70. Il Dolore è “sintomo” di Verità, ed è esso che ti apre uno spiraglio di luce attorno. In questo consiste il suo valore. Dietro c’è la Verità che, altrimenti, non avresti colto.

    per Jung si diventa uomini soffrendo… cioè vivendo appieno il Dolore di una condizione perennemente traumatica e sfinente.
    Io aggiungerei che immolarsi nel Dolore ha un signicato -a tempo-. Non può e non deve, secondo me, il dolore vivere una situazione di stallo, ma da esso partire per pervenire a quello spicchio di Verità che ci appartiene. È un diritto/dovere nei confronti di noi stessi.
    Tutto ciò è faticosissimo. …ammesso che ci si riesca.

    Alla fine però, ammesso che ci si riesca, la Verità è possibile che sia quella a noi meno gradita. Forse è per questo che Gian Ruggero dice che la Verità fa paura.
    Qui farei un distinguo: -Consapevolezza della Verità- e -Accettazione della Verità- . La prima è importantissima perché rende vedente anche un cieco, la seconda varia secondo la tempra di ogni persona.

    Un saluto

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  71. non ritenendo di dover parlare di verità oggettive e mantenendomi dentro l’opinabilità delle verità soggettive ..il dolore come verità si, per qualcuno è addirittura redenzione quindi siamo impastati di questo concetto che il dolore è strumento e il potere ne ha avuto e ne ha necessità di questo strumento ha anche bandito il sorriso perchè pericoloso ..ma mi chiedo se le nostre verità siano qualitativamente diverse a seconda che siano comprese di fronte alla morte di una madre o di un padre o di fronte alla nascita di un figlio cioè, siamo certi che alla verità, sia che che provenga da atto folgorativo o da lenta acquisizione di consapevolezza, sia necessaria la sofferenza e che invece è proprio il canale più inquinante ho visto crescere mio figlio e ho letto le sue verità che erano libere nel sorriso e coercizzate nelle sue lacrime..ho molti dubbi
    la verità è davvero frutto di un percorso ? o forse è la liberazione dalla paura che ci fa liberi e ci pone di fronte alle nostre verità? la verità si sposta? o è li, dentro di noi e soltanto bisogna avere gli occhi per vederla ?

    ho scritto mentre pensavo perdonate la forma non perfettamente congrua 🙂

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  72. La Verità oggettiva è inconfutabile. Qui siamo tutti d’accordo, mi pare. Quella soggettiva potrebbe apparire -adattata- ad personam, ma non per questo non la si deve considerare Verità.
    Ognuno di noi vede la Verità che un altro a braccetto non vede, e viceversa. Lo scambio può allargare la visuale a ognuno di noi, senza negare o sminuire la -nostra- Verità.
    Io in un tramonto vedo che è finita la giornata, un altro ci vede un miracolo divino, un altro ancora un fenomeno geografico. Tutte verità soggettive, tutte con una valenza ristretta a un ambito.

    Ho detto prima che considero il dolore sintomo di Verità. Correttamente avrei dovuto dire _UN_ sintomo di Verità, dunque non il solo. Un segnale, nello specifico, che oltre c’è dell’altro. Il Dolore non è fine a se stesso, richiama la nostra attenzione a qualcosa a noi ignoto, la Verità, appunto.
    Condivido con Angela che anche l’entusiasmo, come la gioia o la fiducia possono portare alla Verità.
    Il sorriso che fa luce sul mondo circostante ..l’ideale, un sogno.

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  73. Il mondo della verità è il mondo del segno, che è fondamentalmente parola, ma anche gesto e cenno. La verità riguarda dunque solo gli umani nel loro essere nel mondo. E primordialmente è sperimentata già dal bambino nel momento in cui vive la prima relazione tra il significante e il significato come attuantesi o non attuantesi: mamma, e il seno col latte; così come può sperimentare la non-verità: mamma, e un succhietto di gomma che non conforta.Dunque il segno come compossibilità di verità e non-verità. Sono fondate insieme.

    Il luogo della verità è perciò la relazione interumana: nel flusso dei segni che unisce gli umani si conosce la stabilità dell’essere altro da sé come distinto e indipendente ma insieme tanto umano quanto il sé. IL segno che rende umani gli umani dice anzitutto la verità della loro reciproca presenza di umani, e su questo fondamento ogni ulteriore verità posa.

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  74. un sogno e perchè no, rina. il ‘sogno’ puo contenere grandi verità solo che senza la libertà non diventano realtà, quindi lì la verità soggiace alla libertà..o no

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  75. Io non credo più a nessuno ma credo nella mia missione, nella mia rivoluzione, restaurazione, palingenesi… in un ordine migliore.
    Ho affrontato a lungo nei miei giorni il problema delle parole- che poi è il problema della lingua delle maschere. Considerato come vanno le cose, porrei una tassa sulle parole e un conta-parole in cielo in modo che non ci siano evasori. Tanto la libertà riguarda effettivamente pochi. Perché su questo pianeta si evade dalle proprie responsabilità. è tutto correlato! la verità è che non si può dire della verità se non si è veri. la verità non esiste finché non si è veri. Di certo dobbiamo passare il tempo senza morire. un esempio chiaro su cosa sia la libertà è confrontarsi con le seguenti domande:
    1) Quello che faccio in questo momento mi piace?
    2) Domani mattina sarò nel posto che desidero?
    Colui ch’è sempre nel posto che desidera, nel posto necessario al proprio sviluppo, può sicuramente essere un esempio di verità e libertà.
    Come può manifestarsi una verità oggettiva ad un popolo di ingabbiati? La storiella di dover passare dalla cruna di un ago era ed è la chiave di violino, ciò che metterebbe fine alle atrocità e darebbe nuova vita a tutto. Ma è evidente che interessano di più le atrocità. come canta Gaber (meglio di caterina Caselli) in “Io se fossi Dio”: “Io se fossi Dio, non avrei fatto gli errori di mio figlio e sull’amore e sulla pietà mi sarei spiegato un po’ meglio!”.
    Questa canzone la canto per intero, ad occhi chiusi e in lacrime. e le lacrime sono verità e redenzione. Pensando alle tante cose belle di questa vita sento che ce la potremmo fare ma la maggioranza non lo sa e ferma proprio gli individui che lo sanno. La mancanza di verità è la fine del mondo. “Chi non ha peccato scagli la prima pietra!”
    io non posso salvarmi in questo contesto ma ho l’impegno di provarci, il mio engagement nel tentativo. Questo è ora il vero engagement: raggiungere sé stessi… aldilà delle parole e dei nomi.
    Il vascello ebbro è fatto di baci colorati, di essenze e spezie pure. il contraffatto modo di vivere vuole eliminare i sogni della terra, dell’uomo e della donna. la verità è sempre stata lì… praticamente poco usata… s’è ricoperta di muschio, è stata spostata in cantina e gettata in un pozzo nero. Eppure ha un suono che ancora alcuni possono ascoltare. Di certo il dolore è una sveglia. E la verità esiste come esistono l’amore e la musica. Lo confermo in quanto individuo di questo pianeta. Non c’è più spazio per le parole. Ci conviene diventare muti e operare.
    Ringrazio Pasquale Giannino per la comprensione.
    Orodè

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  76. quello che faccio adesso non mi piace più e domani non sarò nel posto che desidero ma, so dove vorrei essere e cosa vorrei fare e so molto bene stare muta e operare e sto operando.la tassa sulle parole mi trova vecchia propositrice e condivido anche il resto e se sul battello ebbro c’è ancora un posto chiudo la lista 🙂

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  77. A me sembra che il rapporto tra significante e significato sia il regno della dimostrazione.
    Una dimostrazione può anche essere ultimativa (perché non si mostra il suo contrario) ma non è la verità.

    Quest’ultima appartiene all’indicibile, di cui si può solo accennare; e comprendere (con il metodo fenomenologico).

    La verità non è segno!

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  78. “raggiungere sé stessi”… scrive Orodè… e sono pienamente d’accordo, ma chi non lo è? Del resto ogni mistica e ogni filosofia (da noi partorita) tende a questo.

    Temo, sempre più, che, dialetticamente, non si riesca ad uscire dal ‘labirinto’ del soggettivo, seppure, ognuno di noi, abbia la sensazione che esista (o, almeno, abbia l’impulso a credere), ‘veramente’, una (ad una) Verità Oggettiva… cioè di tutti… appartenente a tutti… quale specie su un pianeta facente parte di un universo del quale quasi nulla si sa e che, come si è detto nei post precedenti, può essere ‘sogno’… così come si è detto che di tale ‘sogno’ infine si è stanchi perché nessun uomo, finora, è riuscito, nell’arco della vita (ma anche dell’intera storia temporale della nostra specie), a piantare la bandiera di una certezza. E tale assenza di certezza stanca, ci proietta nel sogno e, soprattutto, indica che non esiste una benché minima verità applicabile all’intero, facendoci, di nuovo, ripiombare nella stanchezza, quindi nella deriva del sogno e in quelle infinite interpretazioni.

    Un cane che si morde la coda? Forse sì. Alcuni nell’attesa che la scienza possa dire, altri che il Messia di nuovo torni fra noi, altri nel relativismo, altri nel nichilismo, altri in infiniti altri e altri e altri stati, facenti parte di un unico stato: quello (appunto) umano.

    E’ forse l’Amore la Verità. Ma poi cos’è l’Amore? E nel ‘vero’ esiste?

    Così ci indicò il Cristo… così hanno sempre sostenuto gli anarchici… così ne scrivono e ne cantano gli uomini… così, dicono sempre gli uomini, che si può morirne, come viverne…

    ma è vero, oppure ancora ci illudiamo?

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  79. Pur riconoscendo che Emanuele Giordano (di cui condivido qualche sfaccettatura, per es. quando dice che l’Amore può cogliere la verità ..io son convinta che anche il Pensiero abbia lo stesso potere) è persona molto qualificata, trovo che -il segno è verità-, come afferma Fabio Brotto: “Il mondo della verità è il mondo del segno, che è fondamentalmente parola, ma anche gesto e cenno.”

    È uno stimolo leggervi, un piacere avervi conosciuto.

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  80. L’Amore è Verità, Gian Ruggero, ed esiste! L’Amore, ho scoperto che è indistruttibile. Anche se proviamo a disintegrarlo vive, e continua a vivere al di là del nostro modo di gestirlo.

    Un abbraccio

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  81. per me
    la verità è prenotare un lungo volo per decolonizzare le prove che siamo esistiti
    mettere fine alla riformulazione delle verginità

    la totalità che tende ad una non-totalità assoluta (Verità) e quindi appartenenza ad un insieme puro riformulato in tutte le sue verginità

    questo scritto con piglio assertivo
    e poi le domande 30 secondi dopo

    il vuoto è puro?
    il vuoto è assoluto?
    il vuoto potrebbe essere (uno o lo )insieme di una o della non-totalità assoluta (Verità)?
    la Verità può essere non-totalità assoluta?

    grazie dell’attenzione
    un saluto
    paola

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  82. “la totalità che tende ad una non-totalità assoluta (Verità) e quindi appartenenza ad un insieme puro riformulato in tutte le sue verginità”

    leggasi privo della parte finale, così:

    “la totalità che tende ad una non-totalità assoluta (Verità) e quindi appartenenza ad un insieme puro”

    svista di loco-
    sorry
    p.

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  83. ma aggiungo – per correttezza secondo quello che ho scritto più su in considerazione forse fin troppo assertiva
    messa in coda ad altre considerazioni –
    che io non cercando la Verità ed essendo autoreferenziale mi interessa molto di più prenotare un lungo volo per colonizzare le prove che esisto a me stessa.
    è una questione privata di oggetti smarriti e di oggetti smarriti.
    ‘notte.
    paola

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  84. Cara Paola,
    mi sembra perfetto come dici tu
    “la verità è prenotare un lungo volo per decolonizzare le prove che siamo esistiti
    mettere fine alla riformulazione delle verginità

    la totalità che tende ad una non-totalità assoluta (Verità) e quindi appartenenza ad un insieme puro”
    questo movimento metterebbe pace. ma penso che possono farlo in pochi e il rischio nel percorso è di smaterializzarsi prima di raggiungere la meta, prima di diventare zeri assoluti, né ladri né rapinati. ma credo che si davvero il movimento ideale. ci si dovrebbe muovere così. ma siamo pesanti e il peso non va via con uno schiocco delle dita, oocrre una vita di esercizi… questo diventa il vero unico lavoro… ma- per la nostra salute- dovremmo saper prendere il buono e il bello di tutto- io voglio fare così!- persino della nostra/mia pesantezza. Rischi di fare la fine di Icaro. Attenta alla luce e alle sue trappole. Ti abbraccio.
    Orodè

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  85. Credo poi che il Vuoto non sia puro, perché il limite e il metro siamo noi. Se arriviamo ad uno stato di purezza assoluta anche il Vuoto sarà puro- altrimenti credo che il Vuoto è il Vuoto. Non esiste il Paradiso. Esiste solo un lavoro enorme e perenne nel miglioramento assoluto. Tutto ciò non deve scoraggiarci perchè il premio è comunque l’alleggerimento, l’equilibrio.
    A presto
    Orodè

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  86. Non riesco a comprendere cosa possa essere essere una verità soggettiva o oggettiva. Mi sembrano qualificazioni insensate.

    Che cosa sia – obbiettivamente – la verità, resta difficile da stabilire; ma nei rapporti con gli uomini non ci si deve lasciar terrorizzare da questo fatto. Ci sono criteri sufficienti per un primo orientamento. Uno dei più sicuri è quando ci si sente obbiettare che un’affermazione è troppo “soggettiva”. Quando questa obbiezione viene fatta valere, e con l’indignazione in cui echeggia la furente armonia di tutte le persone ragionevoli, si ha motivo di rallegrarsi tra di sé per un attimo. I concetti del soggettivo e dell’oggettivo si sono completamente invertiti. Oggettivo è l’aspetto non controverso del fenomeno, il cliché accettato senza discutere, la facciata composta di dati classificati: e cioè il soggettivo; e soggettivo è ciò che spezza quella facciata, ciò che penetra nella specifica esperienza dell’oggetto, si libera dei pregiudizi convenuti e colloca il rapporto con l’oggetto al posto della risoluzione di maggioranza di coloro che, nonché pensarlo, non lo vedono neppure – e cioè l’oggettivo. L’inconsistenza dell’obbiezione formale di relatività soggettiva appare proprio là dove questa obbiezione è sollevata più di frequente, e cioè nel campo dei giudizi estetici. Per chi sappia reagire con precisione, e si sottometta seriamente alla disciplina di un’opera d’arte, alla sua legge formale immanente, alla necessità della sua costituzione, la riserva del carattere puramente soggettivo della propria esperienza si dissolve come una misera apparenza; ed ogni passo che egli compie nell’interno della cosa, grazie ad una sensibilità estremamente soggettiva, ha una forza oggettiva incomparabilmente maggiore dei concetti sperimentati e comprensivi (come le determinazioni statistiche) la cui pretesa validità scientifica va a scapito di quell’esperienza. Ciò è doppiamente vero nell’epoca del positivismo e dell’industria culturale, la cui oggettività è un prodotto del calcolo dei soggetti che l’organizzano. Di fronte ad essa, la ragione si è rifugiata – interamente ed ermeticamente – nelle idiosincrasie personale, accusate di arbitrio dall’arbitrio dei potenti, che vogliono l’impotenza dei soggetti per timore dell’oggettività che è conservata solo presso di essi
    (Adorno)

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  87. La verità oggettiva se fosse un bacio sarebbe un bacio ambito e prezioso per tutti. La verità soggettiva è come un bacio prezioso per sé stessi, una conquista personale appunto. Ambire ad un bacio buono per tutti è una delle follie dell’uomo che anziché mettersi al lavoro dentro cerca- tutto rotto, con cerotti e stampelle- di fare il redentore ma tant’è… ce l’abbiamo nel sangue mi sembra…
    questo voler redimere anziché redimerci, dev’essere uno scalino su cui inciampiamo spesso, una vera trappola…
    Orodè

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  88. @Emanuele Giordano,
    mi sorprendi!
    La differenza tra verità soggettiva e oggettiva è fondamentale per capire cosa è la verità assoluta e intoccabile,
    la verità astratta.

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  89. Perché dire che la Verità è segno è pericoloso.

    I semiologi ipotizzano con il loro discorso che la cosa di cui parlano può sempre essere trattata come segno;e, a sua volta, questo segno viene pensato nella rete dei concetti della teoria della comunicazione. “E’ ciò che rimpiazza qualcosa per qualcuno”, diceva Peirce, ripete Lévi-Strauss, e questo significa che la cosa viene concepita come un messaggio, vale a dire un supporto provvisto di una sequenza di elementi codificati, e che il destinatario, anch’egli in possesso del codice, è capace, decodificando il messaggio, di ritrovare l’informazione inviatagli dall’emittente.
    Si ha allora, ipoteticamente, un immediato svuotamento della cosa, che diventa sostituto: rimpiazza “l’informazione” per il qualcuno, il destinatario. Senza dubbio si può concepire questa sostituzione in due modi, secondo due linee di pensiero molto diverse. Si può dire che il segno sostituisce ciò che signiifica (il messaggio sostituisce l’informazione), è l’accezione più brutale, per esempio il platonismo delle Teoria delle idee: il segno è insieme schermo e richiamo a ciò che annuncia e nasconde. Su questo Port-Royal ha detto tutto. Oppure pensare la sostituzione non più metaforicamente, ma secondo la interminabile metonimia che Saussure o qualsiasi economista politico concepisce sotto il nome di scambio; allora non è più il significato (ciò che è codificato) che viene sostituito dal segno, ma si escogita questo trucco: anche la significazione non è fatta che di segni e continua all’infinito,non ci sono perciò che rinivii, la significazione è sempre differita, il senso mai presente in carne e ossa, ci si riempe di compassione per il povero Husserl, si dice: ma no, non ci sono che scarti, e se c’è senso è perché c’è segno, e se c’è segno è perchè c’è scarto, non uno qualunque evidentemente, non si passa a caso da un elemento all’altro, al contrario è un viaggio organizzato da un termine all’altro, estrema precisione del sistema o della struttura, ed eventualmente, avendo l’anima religiosa come Freud o Lacan, si produce l’immagine di un grande significante per sempre assente, la cui sola presenza è di assentificazione, di riserva e di avvicendamento dei termini che in tal modo si fanno segni-sostituti gli uni degli altri.
    Guardate cosa fate: in primo luogo annichilite il materiale. Non c’è materiale là dove c’è messaggio. Lo ha detto, ammirevolmente, Adorno a proposito di Schonberg: nel serialismo, spiega, il materiale non vale più come tale, ma soltanto come relazione, come rapporto da un termine all’altro. E in Boulez non si avrà che relazione, non solo fra le altezze del suono, ma fra le intensità, i timbri, le durate. Dematerializzazione. Come prima conseguenza il rapporto diventa un riporto all’infinito, instaurando così, come tratto fondamentale del sistema, la ricorrenza, in quanto la reiterazione del riporto significante garantisce che non si avrà mai la presenza stessa e che si dovrà sempre compiere del lavoro per determinare i termini ai quali, in un corpus dato, il termine studiato può e deve condurre. L’altra conseguenza è che con il segno comincia la ricerca.
    Quando predominava l’organizzazione metaforica della significazione poteva trattarsi della ricerca di Dio, del significato; questa metafora è assente dal pensiero di noi moderni che troviamo la nostra gloria nella sostituzione metonimica all’interno della struttura: per noi la ricerca non è più quella di un dio o della verità, ma è la ricerca tout court, la ricerca scientiifica, non un ricerca di cause, si sa che questo non è un buon concetto, ma una ricerca di “effetti” nel senso scientifico, ricerca di un discorso che può produrre metamorfosi reperibili, prevedibili, controllabili, dunque ricerca di discriminazioni. Non c’è segno e pensiero del segno che non sia di potere e per il potere.
    IL regno del segno è il potere

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  90. Scusa Carla, ma se ci rifletti la verità assoluta, intoccabile, astratta non può proprio da come tu la definisci essere qualificata, cioè toccata da aggettivi come soggettivo e oggettivo. Adorno poi dice un’altra cosa che compete l’inversione dei termini e che già mi sembra un passo avanti verso la verità. Solo un piccolo passo, ormai però cancellato dalla contemporaneità

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  91. e dai che faccio il 100!

    Si diceva bene dicendo che si sarebbe arrivati a 100.
    Evidentement la verità interessa, nonostante non si trovi accordo neppure sulla sua definizione.

    Al di là delle mille parole e di una certa “fretta” dinanzi le verità scientifiche (sono dimostrate, che gusto c’è?)pare rimanga la certezza che qualcosa da scoprire vi sia davvero, che questo “qualcosa” sia in primo luogo dentro di noi, e che vada sfasciato prima di gettarlo nel mondo.

    A me resta la convinzione che ognuno, per sé, nulla abbia da capire, tutto conoscendo, sino a rimozione o ad enfasi (che è la stessa cosa)

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  92. Giordano, ho l’impressione ancora che siamo forse più vicini di quanto tu pensi. Se rivedi attentamente il mio 82, vedi che non vi dico che la verità E’ il segno, ma che il suo mondo è quello del segno. Significavo che essa per noi umani abita il mondo dei segni. Ma non si riduce ad essi.
    Quanto all’affermazione che il mondo dei segni è il mondo del potere, potrei essere d’accordo, se si fa coincidere l’umano, cioè la sfera del segno il cui piano “verticale” trascende il piano “orizzontale” delle pulsioni e degli appetiti puramente animali, con il potere stesso. Poiché anche gli umani più critici delle modalità in cui il potere viene esercitato dagli e sugli uomini, come Gesù, sono rimasti entro l’orizzonte del segno. Tanto che gli stessi miracoli, che sono gesti e operazioni, vengono chiamati “segni”.
    Ma io non penso che esista solo la sfera del segno. Per questo facevo l’esempio del bambino e del latte materno. C’è la datità dell’esperienza, c’è l’immediatezza ancora-non-significata, ci sono le realtà brute, ecc. C’è, se si vuole, la nuda vita, il dolore insoffribile. C’è anche tutto quello che abbiamo in comune con gli animali. Ma ciò che ci rende umani è il segno. Quello con cui ci comunichiamo il nostro reciproco riconoscimento come umani.

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  93. quella ferita che ogni uomo , in quanto tale, ha in sè fin dalla nascita, anche se di solito cerca di occultarla o tenerla chiusa ad ogni costo. è la ferita che non concede all’uomo di chiudersi nel suo “essere” e lo mantiene aperto alla verità: giacchè la verità, prima di lasciarsi conoscere, ferisce.
    (m.zambrano, Dell’aurora, marietti, p.41)

    “si produce un’aurora solo quando lo sguardo e il visibile si aprono all’unisono” (in.Id, p.19)

    forse davvero abbiamo bisogno di riscoprire la ferita che la verità ha inscritto nel nostro cuore, non la cercheremmo se non esistesse, non ne parleremmo se non fosse possibile coglierla, o meglio forse dire ac-coglierla come rivelazione di una luce che viene proprio come un’aurora.
    forse è davvero giunto il momento di cominciare a “pensare in un’altra luce”, come nel pensiero della zambrano la luce non è mai quella del mezzogiorno capace di accecare ma una luce aurorale, la visione di un’aurora che inizia ad illuminare la notte.
    Heiddeger diceva che -in filosofia avere problemi non è la stessa cosa che avere domande- il problema è già impostato e reca con sè la traccia dell’impostazione che spesso è pregiudiziale alla ricerca, la domanda invece si dischiude come qualcosa di assolutamente nuovo, tutto da scoprire.a-letheia è la domanda fondamentale del nostro esistere, ma l’uomo non è sola ratio, imparare l’amore per la sapienza anche attraverso l’ascolto delle altre dimensioni dell’umano può essere un nuovo cammino verso la verità.forse abbiamo bisogno di una rinnovata un’intelligenza del cuore.

    saluto tutti

    elena f

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  94. Sì, quella purezza che hanno i bimbi non dovremmo mai perderla Gian Ruggero. Parrà banale ma è così….Si sarebbe uomini migliori!
    Un caro saluto

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  95. i bambini sono semplici..credono ai sorrisi e nulla è impossibile,danno fiducia, giocano, richiedono su esigenze primarie, non riconoscono differenze, se non di sesso, e dispersi nella folla si cercano, diventano amici riconoscendosi solo dalla statura. se solo non li ricoprissimo dei nostri detriti che bei campi sarebbero gli uomini.

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  96. remember kubrik.
    l’uovo è la Verità
    non il suo prodotto covato.
    che poi i bambini siano semplici
    è tutto da vedere
    sicuramente hanno il pregio
    di distinguere la verità umana
    dalla realtà umana
    (è la verità umana non è la Verità)
    fino a che non si decida di dai loro
    antidepressivi chiamati la cocaina dei bambini.
    mi chiedo se sarà per questo essere in grado di distinguere tra verità umana e realtà umana
    che nel mondo
    c’è un aumento esponenziale
    di suicidi infantili?
    per fare un esempio
    molti in vietnam
    molti in certi tribù
    indios ridotte all’osso
    come quella dei kaiow nel mato grosso do sul
    ma sembra che anche da noi
    non vada per niente bene.
    un saluto
    paola

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  97. Fino ai due anni di età direi che i bambini sono più prossimi alla verità o innocenza. Dopo i due anni inizia la stratificazione

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  98. mi viene in mente la nostalgia, il mito dell’età dell’oro, un tempo in cui tutto era bello, che l’uomo ha smarrito irrimediabilmente, ma c’è un’altra lettura possibile persino della Genesi (che similmente parla del tempo in cui non c’era il peccato-male-morte ovvero del tempo dell’innocenza), che quel tempo sia un tempo fututo, il tempo che verrà o che potrebbe non venire mai, un tempo da costruire nel tempo e nella storia attraverso la libertà che, come dice Pareyson, è un abisso su cui l’uomo sta appeso, un abisso dove la scelta libera bene /male lo rende ciò che è: è essere umano. i bambini sono incoscienza e non verità, (neppure il vangelo parla di diventare come bambini ma come pais, servi giovani, servetti ); guardateli stringere i pugni per ottenere ciò che vogliono già a pochi mesi, guardateli chiedere senza dare e vi accorgerete che per quanta tenerezza possa ispirare un bambino esso è già egoista ed egocentrico, perchè la natura è egoista ed egocentrica, ci vuole un lavoro infinito per diventare essere umani liberi, sia liberi da sia liberi di; la prima libertà è quella paradossalmente più facile da raggiungere, quella del liberarsi dall’impulsività, quella che fa dell’uomo un essere padrone di sè, la seconda libertà, quella di, è una libertà attiva, una dynamis, una forza che spinge incontro al prossimo, a dare invece che prendere, ad uscire da sè per rendersi prossimo a chi ci viene incontro. questa è la verità, la libertà che sottende l’uomo, L’Uomo, non il bambino,quella di riuscire ad amare senza chiedere nulla in cambio,o di amare se stessi facendo del mondo e degli altri terra di conquista. questo è o potrebbe diventare l’eden ma potrebbe anche non diventare mai, perchè la libertà è sempre una scelta fra il bene e il male (donarsi/prendere per sè).
    credo che questo valga sia per chi crede in una vita eterna sia per chi crede invece che tutto si esaurisca in questa vita:
    la verità è che il mondo non ha altra realtà che la lotta fra il Bene e il Male, bene e male che non stanno fuori di noi ma dentro di noi e che non cesserà fino all’ultimo nostro respiro.

    saluto tutti

    elena f

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  99. @ elena

    “la verità è che il mondo non ha altra realtà che la lotta fra il Bene e il Male, bene e male che non stanno fuori di noi ma dentro di noi e che non cesserà fino all’ultimo nostro respiro”

    Ma cosa vuol dire “stanno dentro di noi”?
    Più corretto dire che “ce li abbiamo messi” per mera convenienza, per doverosa necessità, per non eccedere in omicidi.
    Più corretto dire che “abbiamo finto che”, per fare meno fatica, per eludere lo sforzo di chiederci ogni giorno “perché non ti uccido?” e per rinnovarla ogni giorno la risposta, con fatica, con dubbio, con insofferenza, quando il guaito va altrove, perché il guaito va sempre altrove, è nato “prima” e non sa e non vuole sapere, può stare “buono” ma non sarà mai “convinto”.

    Ed allora, in questo mondo/vita sensa un senso, eccola la verità che abbiamo scelto: non uccidere, desiderandolo con ogni fibra (al contrario dei bimbi, che uccirebbero se potessero) perché riprodursi ed uccidere sono i punti tra cui oscilla il pendolo, e di forza quei punti li abbiamo dovuti organizzare.

    Salutando

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  100. antonella

    per un cattolico quella risposta è tutt’altro che facile, perchè la deve scegliere ogni giorno sapendo che non è nelle sue forze seguire quella Via che è Verità e Vita perchè quella Via è la Croce e la scelta di rinnegare la Verità della croce è sempre parte del suo quotidiano vivere chè altrimenti non potrebbe dirsi libero, invece lo è eccome!ricordati che Pietro ha rinnegato il suo amico di fronte alla paura del supplizio eppure lo aveva riconosciuto come colui che ha “parole di vita eterna”, eppure aveva giurato che non lo avrebbe rinnegato.

    @mario

    chi avrebbe messo, di grazia, il male e il bene dentro di noi? come l’uomo avrebbe raggiunto quest’idea che uccidere l’altro è male? perchè avrebbe dovuto fare un salto, che tu dici, conveniente, dov’è la convenienza nel non togliere di mezzo chi ci intralcia, chi sta lì come pericolo per la nostra sopravvivenza, chi ci infastidisce? chi mangia il nostro pane?
    la convenienza è quella che la natura offre come soluzione: la legge del più forte
    gli animali non si chiedono perchè non uccidere se l’istinto li spinge a farlo lo fanno, perchè in natura vige la legge del più forte, la legge della conservazione della propria vita ad ogni costo
    dunque o si è animali e si segue il puro istinto oppure si cerca di essere umani e ci si trova a dover scegliere fra il bene e il male fra lasciare o togliere all’altro spazio vitale, fino a dare o togliere la vita stessa. è la libertà a renderci uomini o per parafrasare il grande Totò: siamo uomini o… animali?

    saluto tutti

    elena f.

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  101. elena.
    il regno è ancora e sempre quello.
    animalia.
    animalia che sta tra il bene e il male.
    il bene e il male due aggettivi ormai moderni
    assoggettati sempre e comunque a poteri terreni
    usati e abusati sempre e comunque da poteri terreni

    gli animali sono più vicini alla Verità di quanto non lo sia e non lo sarà mai l’uomo, questo penso
    e in queste parole mie parole non vi è volontà alcuna di offendere nessuno.
    spero sia chiaro.
    grazie
    p.

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  102. @ elena

    …non so mai farmi capire…

    “convenienza” è dare regole all’istinto, “creare” tabù (bell’articolo sull’Unità di oggi)questa per me è la genesi dell’etica, tutta umana e tutta necessaria, costruita in nome dell’unica “pace” possibile, in nome di una socialità ineludibile che soltanto nelle “regole” può concretamente realizzarsi. ma nella coscienza piena, per chi vuole/può, della rigorosa funzionalità/relatività di quella costruzione, evitando di “farsi belli” con “sentimenti” che sempre sono “figli” e mai “padri”
    nell’articolo di cui dicevo sopra ci sono ricordati gli unici, veri, sentimenti di base: la sessualità per procreare e l’aggressività per difendere: tutto il resto, ripeto necessario, e per cui se mi fosse chiesto darei anche la vita, viene solo dopo.

    ti ringrazio
    mario

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  103. @paola

    nessuna offesa almeno per me, anche se non condivido affatto il tuo punto di vista. e le ragioni sono già scritte nel mio commento precedente.gli animali non sono vicini alla verità nè lontani semplicemente la verità non li interessa. solo la coscienza è il luogo della domanda sulla verità e dunque solo l’uomo si pone la questione della verità.
    l’essere umano si trova ad essere libero di scegliere, è il solo essere sulla terra a chiedersi quale sia un agire buono e uno cattivo.l’animale non si fa domande. l’uomo trascende se stesso sia che compia il male sia che compia il bene. non c’è male in un leone che uccide una gazzella o un altro leone, l’animale non ha il potere di dominare i propri istinti l’essere umano sì, può scegliere di farlo, per questo la sua è sempre una scelta libera, o dobbiamo pensare che ogni assassino agisce senza capacità di intendere e di volere? che gli assassini, i mafiosi, per fare solo esempi macroscopici, sono tutti pazzi incoscienti? no sono liberi e liberi di scegliere e fanno le loro scelte.
    la libertà è un percorso difficile, scegliere il bene o il male è però l’unico modo per l’uomo di vivere, la non scelta è già una scelta in negativo.la Verità non sta nella natura allo stato brado essa abita i luoghi impervi della memoria e del cuore umano.

    saluto tutti

    elena f

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  104. @mario

    ho capito benissimo il tuo intervento ma non condivido affatto l’ideologia che lo sottende.

    che l’uomo si sia dato regole è una evidenza che non ha bisogno di essere commentata, ma il tuo intervento non chiarisce i motivi, le ragioni della nascita di questa regolamentazione, non dice il perchè una cosa è bene e l’altra è male.la domanda fondamentale è perchè l’uomo si è da sempre interrogato su quale sia l’agire virtuoso e quale no, cosa sia bene e cosa male ed è questo che ha fatto nascere le leggi non la presunta convenienza che poi a ben vedere è un palese svantaggio.

    saluto tutti

    elena f.

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  105. rimanendo nel regno animalia è dimostrato che un animale ha uno spazio intorno, perfettamente misurabile, che nessun domatore può erroneamente invadere senza essere sbranato. alla bravura del domatore è richiesta la riduzione del raggio di tale cerchio senza mai valicarlo e un giorno, giungere finalmente a toccare la belva fatta mansueta, cioè lui da quel momento in poi,con debita cautela, può entrare impunemente in quello spazio non suo e per altri molto pericoloso. ma noi,animali coscienti,abbiamo sempre coscienza dell’ampiezza del nostro ‘spazio di pertinenza’? e chi sa se abbiamo la coscienza costante di attenzionare dove inizia quello dell’altro.
    e il bene e il male forse che non rimangono iscritti giusto nelle intersezioni e sovrapposizione di questi ‘invisibili’ cerchi?
    il leone sazio, nel farsi toccare non sente più pericolo, non ha necessità di uccidere.

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  106. stiamo parlando di un’ammaestramento, dunque di un’azione umana sul comportamento dell’animale predatore, non di un leone che vive liberamente nella savana. il predatore caccia per istinto, cibarsi e difendersi dal nemico sono il suo unico codice di comportamento , ovvero il suo unico codice di comportamento è la salvaguardia di se stesso a costo della vita dell’altro(animale o uomo per lui non ha importanza)
    il resto è umanizzazione, ovvero azione mirata dell’uomo. mi pare che il discorso delle relazioni fra esseri umani sia molto più complesso rispetto a quello relativo al cosiddetto “spazio animale”, ma è ormai tristemente chiara una certa tendenza ideologica a ridurre sempre più l’umano al solo piano del comportamento animale. millenni di storia non avrebbero portato che una riduzione di tutto l’umano ad un equazione con animale e a dimenticare la capacità di autotrascendimento e di superamento dei bassi istinti, che è stata la fonte del conoscere e del sapere e della continua evoluzione dell’intelligenza ma soprattutto la fonte della scoperta e della riflessione su quel mistero che è la persona umana, che in quanto persona non appartiene più al regno animale.

    saluto tutti

    elena f

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  107. “che è la persona umana, che in quanto persona non appartiene più al regno animale.”

    aiuto.
    qui mi fermo
    e non per pavidità
    ma perchè già con la storia degli assassini
    e dei mafiosi
    elena sa bene di evermi messa in difficoltà
    fraintendendo completamente, con il suo infelice esempio, le mie parole.
    lascio a chi ha più strumenti dialettici
    il confronto
    i miei sono in parte combusti e in parte altamente infiammabili in questo momento su questo tema.
    un saluto
    p.

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  108. sono stanca di colpi bassi ragionati come tali e come tali evidenti utilizzati come mezzo per fare terra bruciata all’interlocutore a favore delle proprie ragioni
    e poi dopo questa affermazione presuntuosa e saccente e irrispettosa verso invece chi crede il contrario

    “che è la persona umana, che in quanto persona non appartiene più al regno animale.”

    non ho più motivazioni a continuare il discorso che girerebbe solo a vuoto su se stesso fermo restando che non lo abbia fatto di già dall’inizio fino ad adesso.
    p-

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  109. Pur piacendomi molto la definizione di Kraus (poiché altrimenti la “verità” sarebbe una gran noia), la mia “verità” l’ha in bocca la volpe de Il Piccolo Principe. Sono un animale.

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  110. Io mi permetto di continuarlo, il discorso.
    @ elena
    ma le “regole” sono tutto, e sono esse stesse la definizione del male/bene.
    e per “convenienza” intendo solo tutto ciò che ci permette di stare insieme limitando i contrasti, e la domanda che tu ci ricordi, che esiste ed è antica, sull’interrogarsi dell’uomo su quali siano i comportamenti “virtuosi” è la domanda su quali regole convenire per poter vivere insieme.
    “ridurre” l’etica a regole convenienti non lo ritengo un abbassare il livello, al contrario: è lo sforzo umano di costruirsi, in termini politici direi che è lo sforzo verso la libertà, il farsi civili, appunto regolandosi.
    che poi l’etica delle regole richieda impianti ideologici per divenire patrimonio comune e non mera osservanza di leggi, è altro discorso. personalmente mi astengo dall’uccidere non per “orrore”, ma per convinta aderenza ad una convenienza che non è solo personale, ma collettiva. a me può bastare, e basta, ma so bene che sui “grandi numeri” ci vuole ben altro.
    ti ringrazio davvero per l’interlocuzione
    mario

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  111. giusto una rinfrescatina, ma non esisteva la clava al tempo delle caverne e l’uomo sembra cacciasse anche e, se uomini per non morire arrivano a mangiare altri uomini, dico, se il progresso che ci sarà ha già migliorato lo ‘spazio animale’ umano, perchè precludere ciò ai bellissimi leoni..non capisco 🙂

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  112. ma poi ha mai finito di cacciare l’uomo o cacciano per noi i macelli. ma gli umani cacciano anche per gioco o solo per essere morbidamente avvolti nelle pellicce, cacciano a colpi di missili per il petrolio e cacciano riempendosi di dinamite. almeno le ‘belve’ cacciano solo per mangiare e per non morire..o no

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  113. Altre Verità che si assommano. Altri innesti. Altre tensioni. Discorso che assume una valenza totale… come poi amo. Il diversificarci dagli animali… o l’esserlo: e ben sappiamo come l’istinto ancora giochi nel nostro esistere. E che sia l’istinto (Natura) prima o unica Verità (visto che sopra abbiamo tirato in ballo i bambini: ancora vicini all’origine, fino a quando non si ‘corrompono’ a causa del ‘sapere’)? Che sia quindi il sapere la causa che ci allontana dalla Verità? Così è scritto nella Bibbia. Il frutto dell’Albero della Conoscenza (vietatoci dalla divinità) ci ha fatto perdere il Paradiso… ci ha fatto sprofondare nel dubbio e nella continua ricerca, spesso intrisa di immenso dolore. Che sia questo nostro ‘cervello’ la prima causa del non poter possedere la Verità? Che sia, appunto, la conoscenza?

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  114. @paola

    se c’è stato fraintendimento c’è sempre possibilità di chiarimento, l’intelligenza è fatta anche per superare se stessa e i limiti delle possibili incomprensioni. nessun colpo basso poi è stato sferrato, solo un uso quanto più possibile rigoroso della ragione capace di fare esempi per mostrare il percorso del proprio pensiero all’interlocutore. gli esempi sono spesso macroscopici, ma se ne possono riportare altri e tutti dimostrerebbero la fondamentale e necessaria libertà di scelta dell’uomo che lo rende altro rispetto all’animale che non sceglie ma agisce per istinto.

    @francesca

    condividiamo l’amore per una lettura che reputo straordinaria, ma non mi risulta che sia stata la volpe a scrivere quel piccolo capolavoro.

    @rina
    deliberare significa scegliere: ha a che fare col discernimento col discrimine, col separare, per poi poter prendere una cosa e lasciare l’altra, possibilemente assumere il bene e lasciare il male, dunque è proprio dell’uomo.

    @mario
    se le leggi sono tanto convenienti perchè i carceri traboccano di malviventi? e perchè le associazioni a delinquere, che essendo associazioni di esseri umani devono avere delle leggi di aggregazione (e per quel che ci è dato sapere sono anche leggi piuttosto rigide)sono contrastate dalle leggi dello stato?
    il problema non si risolve con le risposte su una convenienza smentita dai fatti. la convenienza dell’uomo sta nel suo tornaconto personale, se rimane ad un livello animale di legge del più forte e l’interrogazione sul bene e sul male nasce da quel misterioso imperativo che è “non uccidere” che non mi sai spiegare da dove venga.

    @angela
    mentre aspetti l’evoluzione dell’intelligenza del bellissimo leone sta attenta a non pensare che sia già avvenuta e non avvicinarti troppo, un pit-bull sbrana per molto meno.

    @gianruggero

    la bibbia non parla della conoscenza come ciò che allontana dalla verità, l’albero al centro del giardino è detto una volta albero del bene e del male e un’altra albero della vita, leggendo attentamente il testo si nota come ci sia una sovrapposizione fra i due alberi e come essi simboleggino Dio stesso che appunto è vita e conoscenza. il “serpente” tenta l’uomo proprio spingendolo ad impadronirsi di ciò che invece può ricevere come dono, vita e conoscenza, che nascono non dal possesso (mangiare il frutto proibito) ma dalla contemplazione e dal riconoscimento di Dio come unico datore di quelle due realtà che sono propriamente divine. dunque, per la bibbia non si può strappare la conoscenza e la vita a Dio ; separare vita e conoscenza dalla contemplazione di Dio conduce l’uomo lontano dalla verità che biblicamente, ovvero per le persone di fede ebraico-cristiana, è Dio stesso

    saluto tutti
    elena f.

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  115. Caro Gian
    nonostante la Stanchezza… vittima e carnefice, preda e predatore , da sempre uniti comunque da un Voler Sapere, conoscere, vedere, toccare, per quel limite oltrepassato oramai nei tempi della storia.
    Se l’uomo non fosse stato curioso, non solo avaro, non saremmo qui a parlarne, per me ascoltarvi, in tutte queste parole, parole, parole.
    Nei Fatti Gian dove le parole tacciono e il poeta muore.
    Da sempre speriamo di riuscire a vivere tutti i ruoli potendone uscire immuni, per quell’egoismo che di rado è sano, della nostra specie.

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  116. (Non c’entra affatto ma lo dico qui: la nuova veste del blog è infinitamente peggiore della precedente).

    A me pare che questo thread abbia, tra le altre cose, esposto una grande difficoltà del pensiero comune contemporaneo, che sembra incapace di fissare la differenza essenziale tra l’animale e l’uomo. Come ho già detto, questa differenza è istituita dal segno, che è ben diverso dai “segnali” con cui comunicano gli animali, e che consente la nascita della cultura, che gli animali non possiedono.
    Come tutti sanno, i rapporti tra gli animali all’interno di una stessa specie sono regolati dal cosiddetto “pecking order”, che è stato osservato per la prima volta tra le galline: in un gruppo, il più forte “becca” tutti gli altri, e non è beccato da nessuno, il secondo è beccato dal primo e becca tutti gli altri, fino ad arrivare all’ultimo nella gerarchia, che è beccato da tutti e non può beccare nessuno. Il criterio discriminante è la forza. Una spietata legge gerarchica domina le relazioni tra gli animali. Ma insieme consente che non si giunga mai alla violenza indifferenziata, ma semmai solo a uccisioni mirate. E’ tuttavia chiaro che tra gli animali non esistono diritti né doveri (e non è un caso che l’animalismo possa parlare solo di diritti degli animali, non di doveri, che sono pensati dall’uomo per l’uomo. Come pensare infatti i diritti reciproci di predatori e prede?).
    Con la comparsa dell’umano, si ha una rottura del “pecking order”, esso non basta più, e la specie potrebbe collassare nell’autodistruzione. Per questo l’antropologia generativa attribuisce la nascita del primo segno, con cui l’umano fa la sua comparsa, ad un atto di rinuncia, un atto di differimento di quel tentativo di impossessarsi di una preda che scatenerebbe nel gruppo proto-umano, in assenza appunto di un pecking order, la violenza indifferenziata. Questo significa che noi umani avremo sempre la tendenza alla violenza e insieme la possibilità di differirla, mediante lo scambio reciproco di segni, che sono gesti e parole, il dialogo e lo scambio. per questo ogni interruzione dello scambio, come ne avvengono anche in questo lit (igioso) blog, allude sempre alla possibile violenza.

    Ma il perdere il senso della differenza (di tutte le differenze) è un portato della cultura “vittimaria” che si è diffusa in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, per cui il concetto di “vittima” è stato esteso dalle minoranze umane perseguitate agli animali, e perfino alle piante. E tutti vogliono essere dalla parte delle vittime, quando non si proclamano vittime essi stessi. Comprenderne le origini storiche è fondamentale per un pensiero che voglia mantenersi razionale.

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  117. Caro Fabio
    Grazie di questa tua, spesso si sceglie la parte della vittima per comodità di vita.
    Risultare tale quando il mondo chiede carnefici, è meno complesso del riuscire a bilanciare, l’animale che ci soggiorna.
    La parte che di noi ci appare oscura è spesso molto più chiara di quanto vogliamo farla sembrare.
    Il segno, il segno Fabio, illuminami meglio su questo, vista la mia ignoranza che si fa forte solo rispetto ad un vissuto.

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  118. per vedere i caratteri più grandi, intanto, cliccare, nella barra di explorer (file, modifica, visualizza, preferiti, strumenti)su “visualizza” e poi su “dimensioni testo”: “molto grandi”.

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  119. Elena, la mia in effetti era una asserzione. L’animale è fatto di istinto, ma la cattiveria fa parte dell’uomo.
    Ciao

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  120. @fabio

    concordo pienamente e aggiungo che il diritto umano all’esistenza e alla vita si fonda sul riconoscimento della differenza di cui l’altro è portatore. ma solo una consapevole accettazione di tali differenze reca in se i germi per una nuova con-vivenza, l’appiattimento ad uguali è un atteggiamento che dice all’altro “ti accetto solo se mi assomigli, se ti rendi uguale a me”, il difficile sta nell’accogliere l’altro nella sua irriducibilità all’io che sono. siamo tutti diversi, potrei dire unici, pur essendo umani, è l’unicità dell’essere umani che ci guida a cercare un con-vivere pur nella diversità.
    quanto al vittimismo diffuso anche questa è una forma di sopruso, è l’altra faccia della prevaricazione anche se apparentemente in veste di remissività, è l’atteggiamento di chi proietta sull’altro un’aggressività che pur possedendo non vuole riconosce a sè stesso. accade spesso nelle discussioni, è un fatto da mettere in conto ma non ne farei un problema.
    non ritengo questo blog litigioso, lo scambio di idee può essere luogo di tensioni e di contrasti ma se tutto accade nel rispetto, senza voler necessariamente vedere malizia negli interventi,(possibilmente senza vederla anche quando c’è e passando oltre) ritengo che sia un contrasto sano e senza secondi o terzi fini che non siano il chiarire a se stessi e agli altri il proprio pensiero, resta poi la libertà di ciascuno di cercare di comprendere, vagliare, discernere e solo dopo assumere ciò che si è valutato buono e lasciare ciò che invece si è valutato insostenibile.
    è un lungo lavoro , ma importante in un mondo sempre più bisognoso di luoghi di incontro.

    saluto tutti

    elena f

    p s

    grazie fabrizio per i consigli su come leggere meglio il testo. speriamo che presto si risolvano anche le questioni tecniche!

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  121. vado giù confusa, me ne scuso
    e premetto che la mia intelligenza spesso non supera se stessa, ahimè.

    quando scrivo che tra il bene e il male sta animalia
    intendo quello spazio nel quale un uomo
    mettiamo un uomo di un campo di concentramento scalpella il corpo congelato di un altro uomo per ricavarsene carne da sfamarsi
    in questo caso la capacità di intendere e di volere che gestisce il nostro rapportarci civile è volta alla sopravvivenza e perde completamente ogni inibizione etica e morale
    per sostituirla con l’urgenza di soddisfare un bisogno primario. la fame. e in quel momento la carne del cadavere è egoisticamente il bene.
    quella che muove il predatore.

    Levi non domanda: se questo è un uomo?
    ma scrive: se questo è un uomo, affermativamente al condizionale.
    terribile, no?

    per me bisogna andarci piano con il posizionare autisticamente e asetticamente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e considerare
    prima di giudicare la storia il tempo il luogo il fatto la causa che innesca l’effetto.
    in natura guardando gli animali superficialmente ci viene molto più facile ed è più “semplice” accettare
    il cannibalismo, la violenza, o la supposta assenza d’amore negli accoppiamenti perchè siamo convinti che gli animali non abbiano
    capacità di intendere e di volere (almeno questo mi pare che tu affermi, elena) o forse che non hanno nemmeno il cervello?
    eppure eppure… io non credo sia così semplice
    liquidare tutto con una separazione netta uomo-animale
    non possiamo permettercelo
    è proprio questo atteggiamento altero e sprezzante che sta portando la natura (uomo compreso)a ribellarsi
    io trovo molta più verità umana/animale nel cervello dello squalo che una volta issato a bordo della nave dall’uomo e viene privato da vivo delle sue pinne e poi ributtato a mare sempre da vivo e lasciato annegare.
    ma il male non è nell’uomo che gli taglia le pinne
    ma è in quelli che mangiano la zuppa di pinne di pescecane
    molta più verità umana/animale in una bambina che messa alle strette dagli adulti (alcuni in un male che a loro sembrava facesse bene o fosse bene, alcuni agendo in un idea del bene che invece si sarebbe rivelata male) che gli stanno intorno si butta giù dalla finestra
    (dove il bene dove il male?)
    grande l’uomo che riesce a fare annegare un pesce?
    grande l’uomo che riesce a invertire persino
    l’ordine naturale vita-morte?
    anche qui si scivola si scivola
    io trovo molta più verità in un pit bull che non ci pensa due volte ad azzannare
    forse finalmente impazzito dopo essere stato vessato in continuazione magari da padroni che sembrano tanto persone per bene e nel bene.
    pace al loro cervello.
    ma che ne sappiamo noi?
    gli animali e la natura sanno fermarsi da soli
    l’uomo non ce la fa sempre a fermarsi pur fregiandosi di appartenere al Regno Umano
    e quindi superiore (superiore è certa la volontà di buttare i rifiuti nello spazio del vicino per tenere pulita casa propria) almeno a me non pare ci sia nessuna volontà di fermarsi e non credo Elena che si possa dire che il Regno Umano sia solo abitato da assassini, no?

    non posso pensare ci siano solo due scale mobili una per il male in giù e una per il bene in su
    non posso e non ci riesco

    un saluto
    grazie dell’attenzione
    paola

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  122. Da che mondo è mondo ci si nutre degli animali, ci si copre delle pelli degli animali cacciati.
    Ora, io non capisco l’odierna battaglia animalista: pellicce no etc, etc.
    Ma guardiamo le nostre scarpe? Sono forse di cartone ..o di pelle?
    Preciso che io adoro gli animali, e li reputo di una sensibilità, molte volte superiore all’uomo.
    Ecco, nell’animale la sensibilità è genuina, nell’uomo è frutto di un lavorìo interno, che vuole scacciare tutto il male di cui l’uomo stesso è intriso. L’uomo cresciuto, l’uomo che ha sporcato il bambino che è stato.
    Come diceva Moravia: -i bambini sono uomini ..soltanto un po’ più piccoli.-
    La purezza di un bambino si annebbia nel processo di crescita, le brutture, anche quelle che appaion più innocue, ledono il candore, e il bambino ogni giorno è più uguale all’uomo.
    Qualsiasi bambino piccolissimo è un angioletto, poi angelo, poi perde un’ala, poi un’altra, e infine è uguale ai grandi.

    Saluto tutti

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  123. E…quel bimbo che resta tale nonostante le ali perse?
    Che combatte quotidianamente contro il mondo dei grandi?
    Che non porta più i calzoni corti ma mantiene le ginocchia sbucciate?

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  124. Ma appunto, Cara Polvere, il concetto di assassinio è un concetto umano. Sei tu, umana, che condanni l’altro uomo che massacra gli animali. L’animale non può farlo perché non gli appartiene il logos. Quando in natura due eserciti di formiche si scontrano (e i morti possono essere migliaia, e pur essendo solo insetti sono viventi e abbastanza intelligenti se misurati secondo certe capacità di “problem solving”) non ci sono trattative di pace o ragionamenti a posteriori su chi aveva ragione e chi torto, è pura uccisione di massa, anche quando le risorse del territorio permetterebbero ai due formicai di convivere pacificamente.
    E’ vero però che gli umani hanno sempre avuto la tentazione di “umanizzare” gli animali (e oggi quella inversa di ridurre l’umano all’animale). Questo è legato al fatto che noi siamo animali, col nostro carico di istinti, e nello stesso tempo culturali (qui non uso l’espressione “spirituali” per fare un discorso rigorosamente scientifico).
    Capire che ciò che differenzia l’umano è il segno significa, in questo quadro, non solo comprendere l’irriducibile differenza tra l’umano (culturale) e l’animale (istintivo), ma anche comprendere che ciò che caratterizza ab origine l’umano è la sua tendenza alla violenza da un lato, e dall’altro al suo differimento. E lo strumento con cui gli umani hanno da sempre differito la violenza che essi stessi secernono e che li minaccia è il SACRIFICIO. Capire questo è capire nel suo fondamento tutto il percorso storico delle religioni (fondate tutte sul sacrificio, reale o metaforizzato)e delle culture umane, e capire anche perché nella sua origine la cultura umana è sempre religiosa.

    Per millenni gli umani non hanno mai assunto la perte delle vittime, ma hanno cercato in tutti i modi di stare dalla parte del vincitore,del sacrificatore, o meglio di essere vittoriosi, mediante la forza. In questo sviluppavano culturalmente la pulsione animale al trionfo del più forte. Fino alla coerente tematizzazione nel “Mein Kampf” di Hitler. Insomma, la logica darwiniana non la possiamo ignorare, la natura si basa su di essa, e la solidarietà in natura è uno strumento di lotta del gruppo (il branco di lupi o di babbuini).
    Ad un certo punto della storia dell’umanità, sono emerse delle idee nuove, filosofico-religiose, che hanno iniziato, prima in modo incerto e oscuro, poi chiaramente grazie alla rivelazione giudaico-cristaiana, a vedere la realtà e la storia (fin dalle origini, a ritroso) nell’ottica della vittima (umana). Il lungo processo culturale, in parte laicizzatosi, ha portato all’Occidente di oggi, in cui il rifiuto della vittimizzazione sta raggiungendo in alcuni gruppi e individui una condizione paradossale (nemmeno i vegetali viventi possono essere uccisi, e una pianta di insalata è vivente come me, perciò ha i miei stessi diritti)…

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  125. “Quel bimbo che resta tale” (..bellissima espressione, Paola) deve cercare in tutti i modi di mantenere in vita quella purezza che ha dentro, come il bene più prezioso, difenderla e salvarla. E lì, l’uomo può perché è un essere razionale, -maturo-, consapevole, in grado di fare dei distinguo e operare delle scelte.
    Non sono solo parole, l’uomo è in grado di custodire e proteggere il bambino che ha in sé. Basta che lo voglia.

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  126. Condivido Rina, anche se spesso il bimbo che ci abita, come tale fa i capricci ed è cattivo.
    Ma come ad ogni bambino gli si perdona tutto anche il diventare grande senza esserlo.
    Un abbraccio

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  127. Paola, non dobbiamo permettere che si contamini il buono che è riuscito a salvarsi in noi. Forse si spenderà l’intera vita per questo, ma ne varrà la pena.
    Comprendere ma -non- perdonare il bimbo capriccioso, essere pietosi ed essere accondiscendenti son due cose diverse.
    Ti abbraccio anch’io
    ..mi sembri tanto una bambina capricciosa, ma tu in fondo sei come me, come tutti, solo che sei sfrontata, hai arsura di vita, ma la vita si può goderla anche solo sorseggiandola.
    Un bacio

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  128. Ahimè vorrei riuscire a fare capricci, riesco a perdonarli ma di rado ne faccio.
    Una bimba di certo mi abita, alla quale però ho dato un estremo saluto mesi or sono.
    Mantenendo di lei la voglia di vivere, sempre e comunque.
    Arsura di vita…molto bella questa tua, se sorseggio va di traverso, voglio bere da sempre, per la fonte che sono che dono senza riguardo.

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  129. Vacci piano, è ingurgitando che ti va di traverso.

    Non so più che dirti.. ora ti parlo così:

    IL MONDO PIÙ VERO

    Hai vissuto così intensamente da stare male.
    L’arcobaleno iridante che hai avuto davanti
    ti ha fatto svolazzare da un colore all’altro
    per poi ripiombare nel nero più nero.
    Ma tu hai goduto della fantasia dei tuoi giorni,
    hai proteso le mani in avanti
    e sempre hai raccolto più acqua da bere.
    A piene mani hai gustato ogni sorso
    e ora tu sogni di riandare al passato.
    Tu hai sognato, tu hai bevuto,
    sei affogato persino nei tuoi sogni talvolta.
    Hai molto imparato, hai molto sofferto.
    Ora tu vuoi far riemergere i sogni,
    quei sogni che ti hanno cullato,
    che ti hanno fatto stramazzare,
    per cui tu oggi continui a volare.
    E voli più in alto, fino alle stelle,
    quando ti riappropri del mondo più vero,
    quando non ti lasci impigliare
    da presunte verità
    che, in una ragnatela tessùtati attorno,
    t’impediscon di sgusciare nella tua interiorità,
    nel calore del tuo io,
    nel mondo più vero.

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  130. Esatto.
    Preciso, preciso all’essere che ispira tali parole.
    Ma io, all’io non impedisco di sgusciare per quel mondo più vero che so esistere.
    Un io che conosco, che affronto, che amo.
    Attraverso la sofferenza si riesce a vedere, ad ascoltare anche i silenzi voluti di un mondo incapace di parlare.
    E poi cara Rina finiamola qui perchè penso che abbiamo deviato un attimo sul tema.
    Deviazioni dovute e sempre utili e costruttive, nel mio essere un animale piccolo che necessita ancora della tana per sopravvivere.

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  131. Scusa Gian Ruggero, ma i tuoi argomenti portano lontano come sempre, sembra di essere fuori tema, ma chissà che non ci sia un legame in tanti discorsi diversi, che non siano tutti sfaccettature dello sforzo continuo dell’uomo di capire di più.
    Un saluto

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  132. Mi basterebbe per riempire la mia sofferenza la vera disponibilità alla ricerca della verità,
    una verità che non potrà che essera ricercata solo nella profonda condivisione, non può esserci verità senza la disponibilità all’amore,
    siamo strutturati o/e destrutturarci in relazione all’Altro solo l’amore nella relazione ci porterà ad accettare l’unica verità l’impossibilità di definire una verità assoluta

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  133. le parole, è vero, conducono lontano. nel loro essere segno e di-segno ci conducono alle strette gole dell’inconoscibile. nell’impervio percorso ,disperatamente, a mani nude, tentiamo di estrarre dal quelle irte pareti quello che possiamo, giusto per non arrivare totalmente impreparati alla strettoia finale.
    l’unico rischio è che in questa forsennata corsa ci dimentichiamo anche di noi, ci dimentichiamo che ‘le cose’ non sono segni sono cose, e che la potenza della vita per comprenderla non la devi studiare, se l’hai studiata devi dimenticarla, devi solamente e semplicemente amarla.

    che dite ..sarà che ho visto da poco centochiodi? 😉

    dai pit-bull mi guardo bene elena, visto gli allenatori 🙂 e ahimè credo già all’intelligenza fiera del temibile leone.

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  134. @paola

    il mio è un parlare chiaro. non ho assolutamente asserito che il mondo degli umani sia abitato solo di assassini, non so poprio dove tu abbia potuto leggere una cosa simile, ma sicuramente non nei miei interventi.

    @ daniele

    la filosofia dovrebbe e potrebbe riprendere i fili di un pensiero che sembra sostenuto da pochi illuminati relativo proprio a ciò che dici e cioè che la verità della persona è il suo essere in relazione e che solo nell’incontro con l’altro nel rispetto della sua alterità irriducibile a ciò che l’io conosce di sè sta la possibilità di giungere alla verità sull’uomo.

    credo sia necessario un ricupero del valore della persona. una riflessione attenta sulle responsabilità che derivano all’uomo proprio dal suo essere sospeso sull’abisso della libertà, potrebbe dare nuovo ossigeno ad una società piagata da un indifferenziazione, omologazione, omogeneizzazione che non fa bene nè al mondo animale nè a quello umano, e potrebbe aprire nuovi squarci nella ricerca della verità.

    saluto tutti

    elena f

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  135. Scusate la confusione e la sintassi, ma scrivo dal lavoro tra un problema tecnico e uno d’officina fuggo qui.
    è proprio il dramma di essere uomini sospesi sull’abisso della libertà condizionata, comunque, che ci impedisce di aderire come gli altri esseri perfettamante al creato.
    Provocatoriamente potrei dire che gli esseri più consapevoli/aderenti sono i minerali e poi i vegetali ed ancora decrescendo gli animali ed infine l’uomo. E poi l’amore cristiano disinteressato l’ama il tuo prossimo quanto te dove è stato vittorioso?

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  136. “i bambini sono incoscienza e non verità”, è stato detto. Penso invece che la verità sia prossima alla verità fino ai due anni di anni, quando ancora la coscienza non è quel deposito che poi accumulerà strati su strati. Se leggo La Coscienza in psicoanalisi di Antonio Alberto Semi, non posso più pensare in termini di verità. Ma neanche l’inconscio è verità. Per la verità occorre la morte dell’anima o una filosofia della persona.

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  137. @daniele

    l’amore cristiano è vittorioso ogni volta che qualcuno ama come Gesù ha amato,ma essendo un amore che agisce nel silenzio e nell’umiltà ha bisogno di occhi e cuore attenti per essere visto ascoltato e accolto e magari (magari!) corrisposto

    @ emanuele

    la filosofia della persona mi pare una strada tutta da percorrere e ricca di possibilità.

    saluto tutti

    elena f

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  138. Grazie, Elena, per le tue precisazioni riguardanti l’Albero della Vita o del Bene e del Male, di biblica memoria.

    Rina… indubbiamente siamo in piena deriva, stiamo andando, comunque, col vento in poppa… ma non si sa dove. Però stiamo sfruttando il vento, e ciò ci rende ‘degni’ del poterci definire uomini, esseri pensanti, in cerca di un porto. Che poi il nostro destino sia l’erranza perenne, beh, non dimentichiamoci, mai, della figura dell’Ebreo Errante e di quelle infinite metafore. Si va, nel lasciarci andare alla forza della natura e di quelle leggi.

    Infine la Verità è una stabilità mobile… una sorta di circolare ritorno a Sion, alla Sion terrena, ma, soprattutto, a quella celeste, almeno, così, mi piace pensare. Lo stesso fu del grande Dante… lo stesso è di tutti noi.

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