IMPRONTE SULL’ACQUA – di Francesco Marotta

 lo600.jpg

*

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato, dal
le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle, in
certa se
dire il distacco o
annegare negli specchi
del cielo, infinito
rantolo azzurro
*

qui è domani, vizio
assurdo di speranza sfamata
con alcol e catrame
sfumata al cospetto dei vetri
occhieggiando il
colore del sangue
il suono che palpita e
alle vene regala desideri
di luce, la
macchia di un simbolo
tutto messi e
papaveri in
fossili d’ambra, tutto cielo
che cresce, fiorito di spine
tra isole e agavi
in assenza di verbo
fiammante di bocche
dove si origina sabbia e
il respiro si sazia a una
fonte mai
nata
*

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo, domani
brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale
*

la luna si contorce al
la parete, si
sbreccia tra i vapori
azzurrini dell’acqua
che scivola a fatica sul
la pelle, la mia
casa è una soglia
da cui guardo il mare
farsi fiamma, e la risacca
disegnare il dis
ordine di un’
eternità interrotta al
la parola
grido
*

disordine di sguardi, artefice
il fuoco che altrove
spinge l’occhio a una
vicenda di transiti, al
l’ombra che avvalla e
rovina nell’erba
umida di scintille, e tu
che crolli per l’aria
nel segreto coltivi vertigini
di perdute tenerezze, la
passione che ci perseguita di
anni dementi, e forse
solo la cenere ormai
continua ad albeggiare
in superficie, mentre
i figli, ignari
giocano un sogno
tra gesti raccolti qui
a terra, la tua bocca
in un angolo, la
veste nuda
che mi somiglia come un
grido, come un
addio
*

di simile ha un
giardino, si
arcua la sua carne
nel punto in cui l’ala
affastella la pelle a
bisbigli di luce
tra le fronde, lo ricordo
nel suo respiro affannato
che inciela invano
le piume
trapassate in rivoli
d’asfalto, la sua
luna di desideri
che slarga
la bocca dove il dolore
si coagula
in vomito, dicevi del
l’angelo come un
ruvido nero
maculato da chiazze di
volo, dicevi
nel cavo degli anni ora
temi la nascita, l’
inganno del
sangue che preme al
l’altezza degli occhi
*

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori
*

leggere al fondo dell’urna
il sole segreto che cova
l’insania, un
tormento di amanti, antica
croce di eccessi e
stupori che la carne
sfibra di morte
apparente, ma è
una fuga il mio
occhio, la trappola di
parole rarefatte
l’estasi in
quieta
di chi impara la sete
osservando il cielo che
rosseggia intorno a un lume
o una spiga in fiamme
che capovolge il
canto delle messi, ma anche
il vento che passa e
rimesta le voci in calcare
è un tenere
assieme gli accenti e le spine
il giorno e il suo grido
stretti nel
l’ammutolito
lucore di una
pietra, di un astro
*

tacite rughe assediano
i ricordi, l’ago
spazza via l’assenza e
la pagina è pronta
per l’inchiostro che
vaga tra silenzio
e silenzio, un
ospite in anticipo
per la veglia dei morti, un
corpo che agli orli
ha steli di pane raffermo
cisti di sogni e
stagni dove si allunga
la radice
lunare al suo primo
apparire, mi dici
inizia a contare da qui
i nuovi giorni, le righe
nutrite di semi
gli accenti, poi
recita tutto il riserbo, gli
abiti smessi, il
cobalto annerito tra
i pori, le stelle
lasciate a marcire dentro
scrigni di nebbia, il mare
sorpreso a fuggire
le parole dell’onda, ora
è tempo, l’esilio del lume
già varca il confine
tra vene e
memoria
*

secrezioni di un male
che si abita viscere e
sangue, un viaggiare degli anni
su una corda che ha
consistenza di eco, e resiste
con l’arte sottile che
ora stringe, ora allenta, ora
brucia e rinsalda, scolora
riprende, intrisa di umori
notturni, di piume strappate al
l’ala fetale, al ritmo dei giorni
al sesso, a un amplesso
dissennato e coeso, in uno
con quello che avanza, che
resta e si oblia, si veste
ancora di vita, nessun foglio
contiene a misura il
flusso dell’ultima acqua, il
riflusso, il deflusso del seme
la cura che evoca mani
d’angoscia, e il tuo volto
bambino che strappa alla notte
una stilla, una benda inzuppata
di luce, di alcol, di fame
la promessa che dice il
ricamo pungente di altre
albe sugli occhi
*

la crosta si sazia di ghiaccio
minerale, la zolla che
preme ha la pelle
costellata di fori, accensioni
che affondano il senso e
sfumano alla resistenza
del seme, e dunque
l’arsura è un coagulo
che impregna tutte
le cose, un liquido inverso
muta occhi per uscirsene
al sole in forma di
stelo, di voce, mentre
scivola via da ogni sponda
tra un filo di sale e uno
strappo nella rete
del tempo, ma
qualcosa s’attacca al
la bocca, un pulviscolo, un’
ombra, una creta, un’orma
sul manto del buio, un
profilo di sangue, di linfa
aggrumata
s’apprende al suono dei passi
scioglie i lacci al
sonno dell’angelo
che rovina, al risveglio, nel
vuoto di volti del
la prima dimora
*

frana anche l’attesa e
l’ora spalanca tiepide
quieti d’abisso, lo spazio che
cede a un graffio d’anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l’aria,
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull’uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l’acqua che
grandina sete nel
l’arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo
*

ascoltami, con gli occhi
accogli il colpo e immobile
pensa un cenno di saluto
per il fuoco, poi
componi la cenere
nel calice, un sorso di
calore per la tua pupilla
che ha sentito il gelo, il
dono che trascorre e
si allontana come si scioglie
l’alba all’apparire, e credimi
la cera che ti porgo è l’unico
frutto del mio incendio
un pegno maturato in
sorte liquida
simile alla macula di
luce che annuncia la luna
ai poli, è cera o mosto
d’alghe, frumento di deserto
coltivato sui mari
di ponente, osservalo
portalo alla bocca, le linee
aguzze che nuotano
nel grumo sono un sigillo
di notti, e notte che ricorda
vene, umori sparsi, immagini
franate, come chi vive
per lasciare impronte, una
traccia per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni
*

si piega, diventa immagine e
si dispone al pensiero
mentre affiora, la vela
che vibra e calca la marea
col suo carico di acidi, di
spoglie, di rifiuti, passioni
naufragate oltre l’orizzonte, e
aggiunge sbuffi d’edera
o di calce all’albero maestro
alla vite che prepara il vino
dentro il sonno e labbra per
ricucire l’ala nell’affanno, nel
l’inganno dell’aria
che si espande e spegne
il volo in fossili di piume
calcare al sole sulle rotte
del ritorno, da un verso, da
una copia di scintille, ora
si scruta il cielo, il vetro
di un oracolo ventoso, nel
bianco dove opera lo stilo
e ascolta l’inchiostro, i segni
ammutolire a grado
sulla punta, a un battito
di ciglia dall’attesa, dal
nulla che
rifiorisce tra le onde
*

sapersi in sintonia
con la luce
franata dove sei stata
un attimo o una vita
prima che il
colore dell’assenza
riempisse lo spazio
vuoto dei tuoi
gesti, qui ogni cosa
tiene la conta di quello
che hai lasciato, qui
sento il tempo premermi
sul capo con tutto il
peso che ti riduce a
ombra, eco di un
corpo che acquista
movimento a ogni ricordo
a ogni fitta che
ricolma il palmo
di schegge, di voci, di
abbandono, stimmate
di chi muore a
chi non sa morire

31 pensieri su “IMPRONTE SULL’ACQUA – di Francesco Marotta

  1. *

    Tocco l’acqua che mi tocca. Io sfioro lei, lei sfiorandomi. Qui, in questo punto, so che non posso andare oltre se voglio sentirla ancora così, in questo modo. Se solo immergo il dito, lui viene fagocitato e non sentirò altro che acqua intorno. Se il dito lo ritraggo, avrò bisogno di sentire pur qualcosa, ma non sarà la stessa cosa.

    Se pongo un dito sulla superficie dell’acqua, senza immergerlo, si arriva al punto di tangenza sensibile con essa e si fa viva la sua pressione sul polpastrello: allora il dito diviene un’idròmetra in sosta.

    L’acqua è elemento mutevole, adattivo e dirompente, stagnante, catastrofico e sorgivo per natura. Non ha una sua identità precisa. Assorbe tutto, tutto lascia scorrere. Lei può sommergerti, annientarti. E darti vita. Tu hai bisogno di lei, non lei di te.

    Tu puoi pugnalarla, ma immediatamente si richiude intorno alla lama. Puoi canalizzarla. E servirtene ai tuoi scopi. E puoi adulterarla… e qui mi fermo, perchè qui si impone la tua identità.

    *

    L’identità, automaticamente, per un riflesso burocratico, di garanzia, la associamo all’impronta.

    Ma un’identità fatta di impronte-digitali adultera l’identità individuale. Rende un uomo riconoscibile nello statuto del consorzio umano. Controllabile, coercibile.

    L’identità fondata sulle impronte-digitali è una falsificazione dell’umano, perché racconta la sua storia sulla scorta di un codice formale, non sul lascito di un’esperienza.

    Un uomo non è la sua impronta-digitale. È soprattutto l’impronta che sulla pelle gli incide la vita.

    *

    La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta, quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa, perché l’idròmetra si posi e cammini sull’acqua e l’acqua glielo permetta senza affondarla.

    In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola.

    Perché la parola si posi e cammini sulla realtà e la realtà glielo permetta senza affondarla.

    Davide Racca

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  2. Noto frammenti molto suggestivi…
    me le leggo stasera,
    nell’intimità della mia stanza,
    immaginando di sentire la Voce di chi ha scritto.

    Buona serata

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  3. Confermo il mio apprezzamento per la poesia e le poesie di Francesco!Non le ho lette tutte ma salvate e me le gusterò con calma. Complimenti!
    Un caro saluto

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  4. Questa è poesia pura, che meraviglia!

    ci sono versi scritti
    con gli occhi, li
    riconosci quando… (SPLENDIDA)

    riesce più il sale a
    dire la verità del
    la luce, quando… (MOLTO TOCCANTE)

    Brava Antonella per aver postato questo autore. Un saluto

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  5. Cara Rina, mi associo a te negli apprezzamenti.
    Puoi trovare sue poesie in giro per i migliori siti di poesia della rete.
    Per esempio potresti leggere l’intera raccolta di Hairesis (gratuitamente scaricabile in e-book) sul sito http://www.cepollaro.it e ti assicuro che non te ne pentirai…

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  6. percorreti in questi versi così frammentati, dove il dolore è come spezzato da quel
    a capo
    che mi fa fermare quasi per vedere
    sentire meglio, l’interruzione del cuore…
    in “secrezioni di un male” ho trovato la tua essenza.

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  7. “e la risacca
    disegnare il dis
    ordine di un’
    eternità interrotta al
    la parola
    grido”.

    la poesia di Francesco Marotta mi sembra appesa a questo grido, fra eternità ed effimero, all’incrocio del sogno che un uomo e una donna hanno sempre della vita. sono le due visioni, dell’io e dell’altro, che a volte contrastano, e il cui impatto si può solo attutire, come fa l’acqua, la regina della vita e della morte, colei che custodisce la configurazione segreta delle cose, come liquido amniotico, battesimo di ogni sogno che si scontra con il lato duro della vita e si trasforma in grido, appeso all’eternità, assediato dall’effimero.
    grazie per questi versi.
    fabrizio

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  8. E’ così bella Francesco che non trovo le parole. Il simbolo di un amore vero che in molti cercano senza mai trovare ma sapere che qualcuno nella vita lo conosce fa tornare la speranza e la voglia di cercare e trovare. Se tu potessi udire la mia voce sapresti che è rotta dalla commozione, grazie per avermi fatto vivere un’emozione così profonda.
    Ti abbraccio da lontano ma vicina.
    Stella Maria

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  9. L’altra sera, Francesco, c’era Biagio Cepollaro, fugacemente, come me, alla Casa della poesia,(milano)e abbiamo chiesto, all’unisono: Dov’é Francesco?
    (ma era serata dei Quaderni di poesia contemporanea diretta da Buffoni, e giovani e non, poeti e non, presenziavano)
    Anch’io vorrei s entirlo leggere, Francesco, ho detto a Biagio, uscendo, poi. Daresti quel quid che una esecuzione sempre dà alla vita dei testi(curiosità non solo mia)
    Maria Pia Q.

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  10. una cosa devo dirla…
    tra tutti i lettori, giovani soprattutto, e bravi…
    la voce di Maria Grazia Calandrone ha saputo trasmttermi quel brivido profondo di vera poesia…
    quella che ti attraversa, come un dolore.

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  11. Grazie a Fabrizio e a Enrico per gli spunti di analisi; a Stella Maria per le belle parole e la vicinanza.

    @ Carla: concordo in pieno su Maria Grazia Calandrone. Ritengo i suoi testi una lettura ineludibile.

    @ Maria Pia: nessuno mi ha mai invitato a leggere e non so nemmeno se sono all’altezza. Grazie comunque del gentilissimo pensiero.

    fm

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  12. anche a me piacerebbe tanto sentirti leggere!
    Ti invito io sul mio lago….verresti?
    Ciao Francesco.
    Buon 1° maggio.

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  13. Avevo ..perso la tua cartella. Era scappata dal gruppo, era ‘volata’, stagliandosi su un sole albeggiante che ho sul Desktop.
    Contiene “Impronte sull’acqua” e naturalmente “Hairesis”.
    Ci torno tutte le volte che ho bisogno di un po’ di pace.
    Un caro saluto

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  14. Grazie dell’invito, Carla. Verrei volentieri, anche perché il “paesaggio lacustre” è il mio preferito in assoluto.

    Buon primo maggio a tutti.

    fm

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  15. Buon primo maggio anche a te Francesco che, oltre ad essere professore di filosofia, sai cose circa condizioni di lavoro non certo agevoli e non del tutto civili, di cui tanta gente spesso parla con proclami ed ideologie da salotto, senza saperne niente.

    Ciao Maria Pia, presto ti scrivo 🙂

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  16. Hai ragione, Luigi. Il dramma è proprio quello: che a parlare di lavoro, a maggior ragione se precario, e di ogni altra forma di emarginazione sociale, sono rimasti, ormai, solo quelli che un operaio o un emarginato l’hanno visto, quando va bene, in fotografia o sui giornali, o ne hanno letto nei loro manuali di dottrina pronti all’uso (digeriti male, oltretutto). E’ la moda del nuovo millennio: la solidarietà e il cambiamento alle ostriche & champagne! Evviva!

    fm

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  17. “fino all’ultima sillaba dei giorni”. Ma tu parli così, come scrivi? ..ritorno con i complimenti, ma come si fa a non dirti bravo?

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  18. No Rina, non preoccuparti. Ho approfittato del pensiero, che mi era venuto spontaneo, per colorarlo, attraverso le virgolette, di una sottile mano di pubblicità subliminale.

    Un abbraccio.

    fm

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  19. “disordine di sguardi, artefice
    il fuoco che altrove
    spinge l’occhio a una
    vicenda di transiti”

    Questa come

    “un
    tormento di amanti, antica
    croce di eccessi e
    stupori che la carne
    sfibra di morte
    apparente”

    Come, come tante altre immagini che il poeta riesce a rendere nostre.
    Negl’occhi impressa l’emozione vibrante dell’Attimo.
    Che sia fuggiasco o depositario poco importa.
    Ne testimonia lo sfregio impresso sulla pelle per tutti quei giorni a divenire, nella bellezza della Parola Importante.
    Grazie Francesco Marotta.

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  20. Grazie a te, Paola, di cuore. Cercherò di rendere disponibile il lavoro in pdf, proprio per dare la possibilità, a chi volesse, di leggerlo e, soprattutto, criticarlo.

    Questo, per me, è ormai l’unico modo di pubblicare libri. E non si tratta assolutamente di un “lamento”, perché la cosa mi piace e mi soddisfa. Dieci persone, che per libera scelta scaricano gratuitamente un’opera dalla rete, valgono più di cento lettori “ufficiali” distratti che, spesso, nemmeno leggono i volumi che per consuetudine le case editrici inviano.

    fm

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  21. Con piacere, Carla. Però non chiedermi di leggere sul battello: anche se sono un buon nuotatore, non vorrei ci ritrovassimo in acqua con tutti i panni!!!

    fm

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