Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Oboe sommerso

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,

e i giorni una maceria.

La mia giornata paziente

La mia giornata paziente
a te consegno, Signore,
non sanata infermità,
i ginocchi spaccati dalla noia.

M’abbandono, m’abbandono:
ululo di primavera,
è una foresta
nata nei miei occhi di terra.

L’Eucalyptus

Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.

In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.

M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.

Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Auschwitz

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.
Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: ” Il lavoro vi renderà liberi ”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le doccie a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.
Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Il mio paese è l’Italia

Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

Lamento per il sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

(tutte le poesie sono tratte da: Tutte le poesie, Oscar Mondadori, Milano, 1994.)

Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) il 20 agosto del 1901 e trascorse gli anni dell’infanzia in piccoli paesi della Sicilia orientale (Gela, Cumitini, Licata, ecc.), seguendo il padre che era capostazione delle Ferrovie dello Stato. Subito dopo il catastrofico terremoto del 1908 andò a vivere a Messina, dove Gaetano Quasimodo era stato chiamato per riorganizzare la locale stazione. Prima dimora della famiglia, come per tanti altri superstiti, furono i vagoni ferroviari.
Un’esperienza di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo nell’animo del poeta. Nella città dello Stretto Quasimodo compì gli studi fino al conseguimento nel 1919 del diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, sezione fisico-matematica.
All’epoca in cui frequentava lo “Jaci” risale un evento di fondamentale importanza per la sua formazione umana e artistica: l’inizio del sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che sarebbe poi durato tutta la vita. Negli anni messinesi Quasimodo cominciò a scrivere versi, che pubblicava su riviste simboliste locali.
Nel 1919, appena diciottenne, Quasimodo lasciò la Sicilia con cui avrebbe mantenuto un legame edipico, e si stabilì a Roma.
In questo periodo continuò a scrivere versi che pubblicava su riviste locali soprattutto di Messina, trovò il modo di studiare in Vaticano il latino e il greco presso monsignor Rampolla del Tindaro.
L’assunzione nel 1926 al Ministero dei Lavori Pubblici, con assegnazione al Genio Civile di Reggio Calabria, assicurò finalmente a Quasimodo la sopravvivenza quotidiana.
Ma l’attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea ai suoi interessi letterari, sembrò allontanarlo sempre più dalla poesia e, forse per la prima volta, Quasimodo dovette considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche.
Tuttavia, il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli amici messinesi della prima giovinezza, soprattutto il “ritrovamento” con Salvatore Pugliatti, insigne giurista e fine intenditore di poesia, valsero a riaccendere la volontà languente, a far sì che Quasimodo riprendesse i versi del decennio romano, per limarli e aggiungerne di nuovi.
Nasceva così in ambito messinese il primo nucleo di Acque e terre. Nel 1929 Quasimodo si recò a Firenze, dove il cognato Elio Vittorini lo introdusse nell’ambiente di “Solaria”, facendogli conoscere i suoi amici letterati, da Alessandro Bonsanti, ad Arturo Loira, a Gianna Manzini, a Eugenio Montale, che intuirono subito le doti del giovane siciliano. E proprio per le edizioni di “Solaria” (che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) uscì nel 1930 Acque e terre, il primo libro della storia poetica di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici dell’epoca, che salutarono la nascita di un nuovo poeta.
Nel 1932 vinse il premio dell’Antico Fattore, patrocinato dalla rivista e nello stesso anno, per le edizioni di “circoli”, uscì Oboe sommerso.
Nel 1934 Quasimodo si trasferì a Milano, che segnò una svolta particolarmente significativa nella sua vita e non solo artistica. Accolto nel gruppo di “corrente” si ritrovò al centro di una sorta di società letteraria, di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori, scultori.
Nel 1936 Quasimodo pubblicò con G. Scheiwiller Erato e Apòllion (prefazione di Sergio Solmi) ancora un libro fortunato con cui si concluse la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lasciò il lavoro al Genio Civile e iniziò l’attività editoriale come segretario di Cesare Zavattini, che più tardi lo farà entrare nella redazione del settimanale il “Tempo”. Nel 1938, per le “edizioni primi piani” uscì la prima importante raccolta antologica Poesie, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che rimase tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana. Il poeta intanto collaborava alla principale rivista dell’ermetismo, la fiorentina “letteratura”. Nel 1939-40 Quasimodo mise a punto la traduzione dei Lirici greci, che uscì nel 1942 nelle edizioni di “corrente” e che, per il suo valore di originale opera creativa, sarà poi ripubblicata e riveduta più volte.
Sempre nel 1942 presso Mondadori uscì Ed è subito sera.
Nel 1941 gli venne concessa, per chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio di musica “G. Verdi” di Milano. Insegnamento che terrà fino all’anno della sua morte.
Durante la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continuò a lavorare alacremente: mentre continuava a scrivere versi, tradusse parecchi Carmina di Catullo, parti dell’Odissea, Il fiore delle Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Epido re di Sofocle (tutti lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Un’attività questa di traduttore, che Quasimodo portò avanti negli anni successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore. Numerosissime le sue traduzioni: da Ruskin, Eschilo, Shakespeare, Molière, Dall’Antologia Palatina, Dalle Metamorfi di Ovidio; e ancora da Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard (quest’ultima uscita postuma).
Nel 1947, edita da Mondadori, uscì la sua prima raccolta del dopoguerra, Giorno dopo giorno, libro che segnò una svolta nella poesia di Quasimodo, al punto che si parlò e si continua a parlare di un primo e un secondo Quasimodo. Di fatto l’esperienza tragica e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento che l’imperativo categorico era quello di “rifare luomo” e che ai poeti spettava un ruolo importante in questa ricostruzione, fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile. Quest’ultimo aspetto spiega da un lato perchè la poesia resistenziale di Quasimodo supera quasi sempre lo scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto all’omologa poesia europea di quegli anni; dall’altro, che non c’è vera rottura: solo che, rimanendo coerente con le proprie ragioni poetiche, il poeta, sensibile al tempo storico che viveva, accoglieva temi sociali ed etici e di conseguenza variava il proprio stile.
Dal 1948 Quasimodo tenne la rubrica teatrale sul settimanale “omnibus” (nel 1950, sempre come titolare della stessa rubrica, passò al settimanale il “tempo”).
Nel 1949 uscì presso la Mondadori La vita non è un sogno, ancora ispirato, anche se un pò stancamente, al clima resistenziale.
Nel 1950 Quasimodo ricevette il premio San Babila e nel 1953 l’Etna-Taormina insieme a Dylan Thomas.
Nel 1954 uscì per la casa editrice Schwarz Il falso e vero verde; un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia di Quasimodo, che rispecchia un mutato clima politico. Dalle tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo, tipiche di quella “civiltà dell’atomo” che il poeta denuncia mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più scabro; Quasimodo media lessemi anche dalla cronaca, il ritmo si fa più secco, suscitando perplessità in quanti vorrebbero il poeta sempre uguale a se stesso. Seguì nel 1958 La terra impareggiabile (Mondadori, Milano), premio Viareggio. Ancora nel 1958 Quasimodo mise a punto l’antologia della Poesia italiana del dopoguerra; nello stesso anno compì un viaggio in URSS, nel corso del quale venne colpito da infarto, cui seguì una lunga degenza all’ospedale Botkin di Mosca.
Il 10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo ricevette il premio Nobel per la letteratura e lesse il discorso Il poeta e il politico, venne pubblicato l’anno dopo nell’omonimo volume (Schwarz, Milano 1960) che raccoglie i principali scritti critici di Quasimodo. Al Nobel seguirono moltissimi scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento delle traduzioni.
Nel 1960, dall’Università di Messina gli venne conferita la laurea honoris causa; inoltre fu insignito della cittadinanza di Messina.
Sempre nel 1960 sul settimanale “Le Ore” gli venne affidata una rubrica di “colloqui coi lettori”, che tenne fino al 1964, quando passò al “tempo” con una rubrica simile.
Nel 1966 Quasimodo pubblicò il suo ultimo libro, Dare e avere; un titolo emblematico per una raccolta che è un bilancio di vita, quasi un testamento spirituale (il poeta infatti sarebbe morto appena due anni dopo).
Nel 1967 l’Università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa. Colpito da ictus il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove si trovava per presiedere un premio di poesia, morì sull’auto che lo trasportava a Napoli.
(tratta da: http://www.salvatore-quasimodo.it/biografia.htm)

26 pensieri su “Salvatore Quasimodo (1901-1968)

  1. Grazie Luca
    stamane la tua scelta rende un sorriso.
    (…Per te quel giorno è sempre il rimbombo
    di spari lontani dietro le colline
    e il vecchio sul viale alla stessa ora…)
    Le tue parole mai confuse alle tante a cui si cerca di dare Importanza.
    Se ne dicono tante, si blatera troppo, mentre tu quando scrivi e scegli sei coerente, ascolti i tanti che si fingono capaci di vivere, sempre nel rispetto così raro.
    Quelle del poeta che proponi…M’abbandono, m’abbandono:
    ululo di primavera,
    è una foresta
    nata nei miei occhi di terra…
    Come in questo giorno ritmato dalla pioggia prossima a cadere.
    Grazie.
    Mentre mi appresto a vivere un’idea di me.

    "Mi piace"

  2. Di fatto l’esperienza tragica e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento che l’imperativo categorico era quello di “rifare luomo” e che ai poeti spettava un ruolo importante in questa ricostruzione, fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile.

    Uomo del mio tempo

    Sei ancora quello della pietra e della fionda,
    uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
    con le ali maligne, le meridiane di morte,
    -t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
    alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
    con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
    senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
    come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
    gli animali che ti videro per la prima volta.
    E questo sangue odora come nel giorno
    quando il fratello disse all’altro fratello:
    “Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
    è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
    Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
    salite dalla terra, dimenticate i padri:
    le loro tombe affondano nella cenere,
    gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

    grazie davvero luca per queste tue parole e per la scelta di questi testi. straziente grido di disperata speranza all’uomo perchè s’elevi dalla cenere del farsi caino all’uomo.

    saluto tutti

    elena f

    "Mi piace"

  3. @Grazie Paola. Mi fa piacere tu abbia apprezzato la mia scelta di riproporre un “classico” scolastico, anche se un po’ dimenticato. Sei sempre lettrice attenta e puntuale. Devo ammettere che un tempo Quasimodo (nella solita triade con Montale e Ungaretti) non era proprio tra i miei poeti preferiti. Poi rileggendolo un po’ più grandicello ho imparato ad apprezzarlo e a leggerlo sotto un’altra luce.

    @Grazie Elena!hai centrato proprio Quasimodo. C’era un Paese, una società da rifare, bisognava ripartire da zero e gli intelletuali ed i poeti avevano certo altro spessore, altra valenza ed altra considerazione. Ora senza tirare in ballo Zdanov e il realismo socialismo, questi poeti ci credevano davvero di poter migliorare il mondo coi loro versi. Mi viene in mente la vicenda di Gatto, molto simile a Quasimodo.
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  4. Giustissimo proporre e riproporre Quasimodo , spesso, purtroppo, sottovalutato nel panorama della poesia italiana!
    Io ho capito la sua grandezza traducendo alcune sue poesie in Tedesco – tra l’altro anche ” Lamento per il sud”, una delle mie preferite!
    Grazie!

    "Mi piace"

  5. Intendiamoci! Io amo Quasimodo, lo ritengo un “portatore di musica” ineguagliato, un grande lirico come forse non ne abbiamo mai avuti in lingua italiana (per quanto io conosca).
    Non capisco pienamente il suo ridimensionamento,ecco, era una proposta in questo senso.

    Una sua grandissima,dopo Oboe sommerso,:

    Latomìe

    Sillabe d’ombre e foglie,
    sull’erbe abbandonati
    si amano i morti.

    Odo. Cara la notte ai morti,
    a me specchio di sepolcri,
    di latomìe di cedri verdissime,

    di cave di salgemma,
    di fiumi cui il nome greco
    è un verso a ridirlo, dolce.

    "Mi piace"

  6. @Molesini hai ragione, putroppo la critica non sempre centra il mirino, come notiamo spesso sia in poesia che in prosa. Grazie per la tua proposta. Per fortuna si studia a scuola (se si studia ancora?).

    @Stefanie Golisch hai ragione, è un grande troppo in fretta ridimensionato; non sempre il Nobel paga. L’hai tradotto in tedesco? Non sapevo. Deve essere stata una bella esperienza.

    @Claudia è vero i poeti (ma anche gli intelletuali) che osano troppo alla lunga non hanno troppi amici, vengono emarginati, esemplare il caso di PPP ma qui non vorrei andare fuori tema.

    Un caro saluto

    "Mi piace"

  7. inizialmente non ho amato Quasimodo, mi appariva un emulo di certo D’Annunzio minore, poi l’ho favorevolmente (ri)scoperto a partire dalla raccolta “La terra impareggiabile”, un miracolo pànico-mediterraneo…

    "Mi piace"

  8. e, ovviamente, a partire dal Q. traduttore dei Lirici Greci: forse, il capolavoro di Q., non una traduzione, ma la riscrittura miracolosa di un autore senza cultura classica, ma miracolosamente ad essa vocato…

    "Mi piace"

  9. Grazie Enrico!I cavalli di razza come Quasimodo vengono fuori alla lunga…Mi ricordo al liceo una polemica tra chi criticava Quasimodo per la sua traduzione poco “letteraria”-“filologica” e chi ne apprezzava le qualità poetiche di riscrittura. Putroppo troppa filologia e critica obnubilano, a volte, la vera poesia…
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  10. arrivo in ritardo…ma arrivo!
    Quasimodo, un grande!
    dove c’è l’essenzialità, lo spirito è sottile.
    e ciò che è sottile, raggiunge il cuore.

    "Mi piace"

  11. Grazie Carla!Nessun ritardo, la poesia è lì, non fugge, quando è giunta l’ora arriva e folgora…
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  12. Caro Luca,

    è proprio vero, i poeti e gli intellettuali che osano fanno fatica a trovarsi, e sopratutto a mantenere, degli amici.
    Così i poeti che non seguono le linee e le tendenze fanno fatica ad essere storicizzati, perchè nessuno sa cosa dire e dove collocarli.
    Per inciso Modica è un posto del tutto particolare, anche come paesaggio, e andandoci di persona forse ho capito una briciola in più della poesia di Quasimodo. Grazie di cuore.

    "Mi piace"

  13. Caro Berto, putroppo non sono mai stato a Modica e nemmeno in Sicilia ma un giorno ci andrò. Terra di poeti e scrittori. Mi viene in mente Lucio Piccolo col suo barocco (tanto per rimanere nel campo dei poeti dimenticati…). La pensiamo alla stessa maniera sugli intelletuali “scomodi”. Stai facendo un ottimo lavoro col tuo blog sui poeti di Parma. Anche lì ce ne sono di dimenticati….
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  14. io ho ricordi personali indelebili di gite (vivevo, bei tempi, a Messina) in un luogo stupendo come Tindari (di fronte alle Eolie) e… trovarvi incisa “Vento a Tindari” di Quasimodo, … ah poesia, natura, archetipi protostorici, scaturigine ctonia, tutto in tempo reale!…

    "Mi piace"

  15. anch’io ricordo Tindari. dall’alto cercavo una forma in quelle tre pozze d’acqua. cerchiamo una forma. ma è il vento, quel vento inconfondibile di Tindari, la vera forma delle cose, la verità instancabile del moto.
    grazie, Luca.
    fabrizio

    "Mi piace"

  16. Grazie Enrico e Fabry per i vostri bei ricordi su Tindari e la magnifica terra di Quasimodo!Devo andarci il prima possibile… 😉
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  17. Ciao Marco. Diciamo che ora agli “obliati” ho deciso di unire (ogni tanto) qualche classico, non sempre obliato. Diciamo secondo i miei gusti. PPP, come sai, rientra tra i miei top ten… 😉
    Grazie!
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  18. Sì Antonella assolutamente verrò presto! 😉 Quasimodo rientrava in quel mio proposito di un classico ogni tanto, però a lungo la critica l’ha un po’ “obliato” Quasimodo. Da voi meno male no….Grazie!
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  19. Una lirica finissima e intensa, quella di Quasimodo, resa spesso struggente dal dolore della storia.

    Nobel meritatissimo, checché ne dicessero gli immancabili detrattori.

    Ciao, Luca

    Giovanni

    "Mi piace"

  20. @Grazie Gianni. Ottima la tua citazione!Su Quasimodo si va sempre sul sicuro…

    @Giovanni anche per me Quasimodo è stato un Nobel meritato per quanto io non creda molto ai premi letterari, ma forse il Nobel, un tempo, aveva un’altra valenza.

    Un caro saluto

    "Mi piace"

  21. Grazie Gian Ruggero, mi fa piacere ti sia piaciuta la riproposta di Quasimodo. L’ho sto rileggendo in questo periodo. Di giganti (in poesia) in un secolo ne nascono pochi. Nel secolo scorso ce ne sono stati, chissà se ne vedremo anche nel XXI secolo.
    Un caro saluto

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.