Ognuno ha la pretesa di soffrire molto più degli altri.

 Ritratto del dolore - Gian Ruggero Manzoni

Ritratto del dolore – tecnica mista su tavola

cm 100 x 70 – Gian Ruggero Manzoni 1998

Conoscendo io stesso il dolore, so venire in aiuto agli infelici. (Virgilio)

E’ doloroso essere in un luogo in cui tutto quello che vedete vi occupa e vi riguarda. (Michel de Montaigne)

Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore. (William Faulkner)

Il piacere non è altro che una tregua del dolore. (John Selden)

In molta saggezza molto dolore. (Michel de Montaigne)

Il dolore ci rimette in mezzo alle cose in modo nuovo. (Clemente Rebora)

La sofferenza: questa è infatti l’unica causa della consapevolezza. (Fedor Michajlovic Dostoevskij)

Il mistero del dolore

C’è un vuoto nel dolore:
Non si può ricordare
Quando iniziò, se giorno
Ne fu mai libero.

Esso è il proprio futuro
E i suoi infiniti regni
Contengono il passato,
Illuminato a scorgere
Nuove età di dolore.

Emily Dickinson

88 pensieri su “Ognuno ha la pretesa di soffrire molto più degli altri.

  1. La sofferenza: questa è infatti l’unica causa della consapevolezza. (Fedor Michajlovic Dostoevskij)

    Sì, la sofferenza sveglia. Scuotendoci mette a nudo tutto il nostro essere e ci rende consapevoli.

    Saluti

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  2. Caro Gian Ruggero,
    purtroppo o per fortuna non tutti hanno la stessa capacità di sentire degli autori che citi.
    L’egoismo e l’egocentrismo sono delle solide corazze, gli individui che ne sono dotati appartengono alla stessa specie delle blatte e dei coccodrilli, che sopravvivono immutati e imperterriti da centinaia di milioni di anni alle catastrofi che hanno segnato la fine di forme di vita più evolute in senso spirituale.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. Il dolore… Gian Ruggero, proprio ieri parlavo con un amico di quanto sia elevata la percentuale di suicidi nei paesi nordici, a dispetto dell’alta qualità della vita che si magnifica da quelle parti. E gli ho detto: ai tempi di mio nonno, quando si respirava l’odore della miseria – quella vera – fra la povera gente mai nessuno pensava al suicidio. Tutt’al più c’era ogni tanto qualche delitto d’onore… Oggi, con tutti i problemi che rendono difficile e incerto il nostro futuro (ahimè, volenti o nolenti siamo oramai tutti nomadi e precari…), ancorché svantaggiati nella ricerca di un’affermazione personale rispetto ai nostri padri (a meno di appartenere a quelle poche centinaia di famiglie che si dividono la torta nel nostro paese)… ebbene, siamo in ogni caso dei privilegiati. E lo siamo per il semplice motivo che non sappiamo cos’è la fame… È vero, ci sono un sacco di trentenni – gli stessi che, se fossero nati vent’anni prima, con il medesimo curriculum, si sarebbero dovuti davvero “impegnare” per non far carriera… – ci sono un sacco di giovani che, senza il provvidenziale soccorso dei genitori, non arriverebbero a fine mese. Ma nonostante tutto nessuno di quei giovani sa cos’è la miseria. Nessuno di quei giovani rinuncia al telefonino, al computer… al divertimento. Io conosco dei vecchi, giù in paese, che non sanno attribuire alcun significato alla parola “divertimento”. Dei vecchi che non conoscono il significato della parola “ferie”. E mi parlano dei tempi della guerra, dei loro parenti e amici che non sono più tornati, di quando chi aveva un pezzettino di terra era fortunato rispetto ai semplici braccianti, che potevano mangiare un piatto di minestra soltanto nelle giornate in cui avevano l’opportunità di faticare dall’alba al tramonto… Eppure questi vecchi hanno più di ottant’anni e non hanno mai valutato, neanche lontanamente, la possibilità di suicidarsi. Allora, veniamo al succo del discorso. Ritengo che l’infelicità e il dolore siano degli stati d’animo alquanto diversi tra loro. Le cause da cui hanno origine sono le più disparate. Ma il risultato è sempre uguale: l’infelicità spesso ti conduce sull’orlo del baratro, perché pensi di “soffrire più degli altri”. Il dolore ti fa innamorare della vita come un pazzo.

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  4. Nel commento precedente leggo: “Il dolore ti fa innamorare della vita come un pazzo.” Può essere, ma tutto dipende dal significato che si dà a ogni termine della frase; che perciò, malgrado l’apparente semplicità, è assai problematica, oltre che cruciale.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  5. @ Rossi Testa

    “L’egoismo e l’egocentrismo sono delle solide corazze, gli individui che ne sono dotati appartengono alla stessa specie delle blatte e dei coccodrilli”

    Pare a me una grave svista questo tuo dire, nel senso proprio di non aver visto di che pasta è l’umano. Fuori dall’egoismo non si è, almeno per ogni atto che non sia costrizione. Il coseddetto “atto libero” (e ci sarebbe da dire in merito…) non può che tendere ad una personale soddisfazione, che a volte si porta dietro soddisfazioni altrui, a volte no, e da qui la caterva di disquisizioni sull’etica che conosciamo.

    ————————

    In quanto al dolore, e mi par di capire che ci si riferisca qui al dolore diciamo così “emotivo”, fa semplicemente “male”, e basta, ed altri “compiti” non ha. Che poi lo “star male” possa servire a capire qualcosa (cosa?) lo reputo proposta improponibile, un pizzico sciocca e maestosamente vanitosa.
    Noto in chi s’occupa d’arti una certa propensione a dar gloria al dolore, genitore pare indispensabile d’ogni artistico prodotto. Sarà anche vero, di certo rimane dannoso.
    A patto che, come può succedere, non sia un atto unico in 80 anni, ben preparato e (si spera) con applauso finale.

    Un saluto
    Mario

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  6. Vorrei fare un complimento per l’analisi oggettiva di Pasquale Giannino circa la condizione dei giovani, e aggiugere questo pensiero: è duro per me adempire a un riscatto sociale che vedo praticamente impossibile; la cultura sì mi ha “liberato”, ma come risolvere la frustrazione di non poter “arrivare”, se arrivare significa qualcosa?

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  7. Argomento molto interessante. Ci sono molti artisti che credono che l’atto creativo non possa che scaturire dalla sofferenza, oppure certe persone che credono che l’aver vissuto un dolore fisico li renda diversi dagli altri, cioè più sensibili, più aperti al dolore altrui, o anche gente che avendo vissuto un dolore magari in famiglia li possa rendere quel tanto al di sopra di coloro a cui, invece, la vita va bene. Io credo che tutto questo sia solo un convincimento, una sorta di suggestione,un costruirsi addosso una parte, un trovare, in quei dolori e in quelle sofferenze, un motivo di vita, cioè un dare un senso all’esistenza tramite quella macerazione più o meno vera o gonfiata. Questo per dire che nell’oggi esiste un teatro del dolore, e si vedano i media in proposito. Tutti a lamentarsi, a piangere, a rincorrere un lutto, a chiedere conforto. Il dolore è personale, intimo. Diffido di chi lo mette in piazza o ne parla troppo spesso. Questo è il mio parere. Comunque stimolanti le citazione che ha riportato Manzoni. Non credo che il dolore porti saggezza. Grazie.

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  8. e non fosse una pretesa?
    ma un semplice fatto oggettivo
    e non pubblicitario?
    come stabilire questo?
    chi ha la pretesa di mettere un termometro nel fondoschiena del dolore altrui?ùla risposta è ovvia.
    si. ognuno ha la pretesa che il suo dolore sia più forte di qualunque altro.
    indipendentemente dalla causa.
    e allora? vorrete mica venirmi a dire che sia egoista per questo?
    post da bella trappolina. eh.

    un saluto.
    paola

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  9. Concordo sul fatto che il dolore/esperienza conducono alla saggezza e dico dolore esperienza perchè ognuno di noi regge il proprio inevitabile fardello di dolore come inevitabile “regalo” della vita.
    Non concordo invece sul fatto che ognuno crede il proprio dolore più grande degli altri, chi è saggio sa bene che è la sua precezione/situazione congiunturale a rendere enorme il fardello. Poi basta voltarsi a guardare altri dolori, altri pesi, l’incredibile sequela di disgrazie, disavventure d’altri, paragona i fatti oggettivi e comprende qual piccola cosa siano i propri dolori e pensa, quanto meno, al senso profondo del concetto cristiano “ognuno sopporta la propria croce, e che essa non sarà mai più pesante della propria capacità di sopportazione”.
    Non sempre appare vero, però quanto meno, se si è credenti, si può pregare che lo sia, se non si è credentim sperarlo, per sè stessi ed anche per gli altri.
    E’ un post interessante e accomunante. Poi mi piace il fatto che non argomenta ma offre spunti attraverso citazioni. Sviscerare il tema in ogni sfaccettatura richiederebbe tempo, approfondimento, confronto.
    Grazie, Gian Ruggero.

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  10. una volta letto Giobbe, il grosso è fatto –

    “E porgi tu il calice pesante” (Dietrich Bonhoeffer)

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  11. Notavo che nella parte centrale del mio commento sono passata da una formulazione impersonale ad una in terza persona. a parte altre sviste qui e lì. spero si capisca comunque il senso.

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  12. Antonella, mi par di intuire che -ha la pretesa- sta per -è convinto-.

    Credo anch’io, come Alivento, al dolore commisurato alla singola capacità individuale di sopportazione, nonché al dolore come inevitabile “regalo” della vita.

    Il dolore, secondo me, cambia sia la prospettiva che l’approccio alla vita.

    Un saluto a Gian Ruggero e a tutti, caramente

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  13. Davvero stimolante questo post di Gian Ruggero e pure molti dei commenti. Devo dire che ingenuamente anch’io credevo un tempo che il dolore rendesse migliori se non altro perchè lo vedevo come una scossa sismica che scuote le nostre certezze e rendendoci più vulnerabili ci fa più vicini alla verità, all’essenza della vita, al senso del nostro essere vivi. Lo vedevo come la possibilità di uno sguardo più acuto, più profondo, più “pietoso” (la pietas latina). Poi mi sono resa conto che ci sono diverse reazioni al dolore tante quante sono gli esseri umani. C’è chi si ribella, impreca, si indurisce, si chiude in se stesso. C’è chi accetta e sopporta. C’è chi ne fa humus fecondo e vivificante per la propria anima… C’è chi dice “perchè proprio a me?” e chi come Massimo un mio caro amico malato di sclerosi multipla da quando aveva 27-28 anni (ora ne ha 50) che dice “perchè a me no?”. Un saluto a tutti ma uno particolare a Gian Ruggero! Lucianna

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  14. Estratti dalla Terza pagina in web del sito allestito dai Giovani Monaci Benedettini del Monastero di S.Vincenzo Martire – Bassano Romano (VT) – http://liturgia.silvestrini.org/preghiere/3.html – sito creato nel 1997.

    2007-03-14
    carissimi, non so se ancora è in funzione questo vostro servizio di ascolto, ma chi vi scrive ha veramente bisogno di un aiuto che le umane possibilità non conoscono. “ho una famiglia che non c’è”, un marito che non è più tale e sono anche fisicamente stanca della mia infelicità di vivere. sono perfino stanca di pregare e mi sto arrendendo una una pallida e vuota esistenza che nemmeno una beimba bellissima riesce a confortare del tutto. aiuto.
    Bruna

    2007-03-12
    Pregate per me e per tutti quelli che come me sono afflitti dall’angoscia! Chiedete al Signore Dio Onnipotente che ci aiuti a risolvere i problemi che da tempo ci opprimono e tolgono serenità allanostra esistenza. Intercedete per noi affinchè Egli illumini la mente di quanti sono preposti a valutare il nostro operato.Vi Ringrazio
    Mino

    2007-03-11
    Ciao scusate che disturbo, ma la disperazione e grande non so piu come supplicare a Dio e alla Madonna la grazia – la guarigione per Caterina di umbertide..invece di migliorare peggiora e da 2settimane che non va piu in bagno e i dottori non possono fargli piu nulla, solo Dio puo se lo vorra’ vi supplico di chiedere pieta’ e grazia per caterina.in cambio gli dono una parte di me al suo posto ditelo voi a Dio, io non devo dare amore e calore a 2bambine di 4e1anno come li ha lei.Caterina gia e’ rimasta orfana da bimba lei non faccia cio alle sue bimbe vi imploro preghiera particolare piu volte se possibile per Caterina. Grazie.
    Agata

    2007-03-10
    Carissimi e amati monaci, Vi chiedo di pregare per me e tutta la mia famiglia, al fine di riuscire a superare una brutta depressione che sto tentando di combattere con tutti i mezzi (preghiera inclusa), fatelo per l’amore che Nostro Padre ci dona. Delle Vostre Preghiere e di me ne hanno molto bisogno le mie figlie di quattro anni e una che a giorni nascerà, e la mia amata moglie che è a pezzi.ricordate a Fr Claudio e Fr Giuseppe che tanto mi sono vicini. Grazie
    Dani

    2007-03-07
    vi chiedo di pregare per me e la mia famiglia e per tutte le persone che soffrono.
    Anto

    2007-03-06
    SONO ROBERTO DALLA PROVINCIA DI PORDENONE SONO A CHIEDERE MISERICORDIA A DIO PERCHE’ LUI POSSA RIUNIRE LA MIA FAMIGLIA E SOPRATUTTO FAR GUARIRE MIA MOGLIE .CON UMILTA’ DIO AIUTAMI CIAO
    ROBERTO

    2007-03-01
    Vi chiedo una preghiera, che il Signore mi dia la forza e la sua pace. Forse è la salute che dà problemi, ma il terrore e l’angoscia della notte sono un inferno, la paura tanta tanta. Non ho più il coraggio di andare a dormire.Grazie!Che Gesù e Maria vi ricompensino.
    Pat

    2007-02-27
    mio marito mi ha lasciato.Chiedo le vostre preghiere affinchè possa ritornare da me . Grazie…
    Brunella

    2007-02-26
    Gentilissimi Monaci benedettini, vi scrivo da Caccamo (PA), ho 20 anni.Sono entrata per caso nel vostro sito per leggere le letture giornaliere per la messa e solo adesso mi sono accorta che avete uno spazio per le preghiere e la cosa mi ha fatto molto piacere. Io volevo chiedervi di pregare per me per due mie intenzioni particolari: la prima io ho scoperto di avere un problema alla bocca, in quanto ho il dente del giudizio in posizione coricata e le radici sono entrate nel canale mandibolare dove si trova il nervo, questo mi provoca dolore, e per quanto risulta nella TAC l’unico modo per risolvere il problema è un’operazione che può causarmi la perdita della sensibilità della bocca. Questo mi fa molta paura, infatti vorrei che voi pregaste per me affinchè tutto vada bane. La mia seconda intenzione riguarda il mio fidanzato Giovanni,io sto con lui da 7 mesi ma nel mio cuore non sono tranquilla, ho paura che non sia sincero, e per questo ci sto male, inoltre prego anche molto per la sua conversione perchè, lui crede in Dio ma non è molto praticante, vorrei che voi pregaste Dio per me per dare pace al mio cuore e per far capire a Giovanni l’importanza nell’essere assidui nelle funzioni religiose. Vi ringrazio di cuore.Con affetto
    Giorgia

    2007-02-17
    Chiedo una preghiera per la mia famiglia, per mio figlio che non va piu’ in chiesa, per me affinche’ guarisca da un problema che ho ai piedi per cui non posso camminare, e per alcuni miei cugini. Ringrazio anticipatamente e lode e gloria a Dio.
    Mariarosaria

    … e si continua così per altre 96 pagine. E questo è solo un sito, ne esistono, come minimo, altri 150… siti in cui confluisce il dolore di tanta gente semplice…

    … invece non esistono siti dedicati alla felicità. Come mai? Che la felicità, invero, sia dimensione dell’animo umano più individuale del dolore?

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  15. nulla vale la pena del dolere, poi capita, certo, e lo si sffronta come si può, no non rende migliori, e De Lea ha ragione, un abbraccio a tutti Viola

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  16. Ottimo post ricco di riflessioni e spunti. Mi piace rispondere sul dolore con il mio poeta preferito nel campo del “dolore”:

    IL PASSERO SOLITARIO

    D’in su la vetta della torre antica,
    Passero solitario, alla campagna
    Cantando vai finchè non more il giorno;
    Ed erra l’armonia per questa valle.
    Primavera dintorno
    Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
    Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
    Odi greggi belar, muggire armenti;
    Gli altri augelli contenti, a gara insieme
    Per lo libero ciel fan mille giri,
    Pur festeggiando il lor tempo migliore:
    Tu pensoso in disparte il tutto miri;
    Non compagni, non voli,
    Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
    Canti, e così trapassi
    Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

    Oimè, quanto somiglia
    Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
    Della novella età dolce famiglia,
    E te german di giovinezza, amore,
    Sospiro acerbo de’ provetti giorni
    Non curo, io non so come; anzi da loro
    Quasi fuggo lontano;
    Quasi romito, e strano
    Al mio loco natio,
    Passo del viver mio la primavera.
    Questo giorno ch’omai cede alla sera,
    Festeggiar si costuma al nostro borgo.
    Odi per lo sereno un suon di squilla,
    Odi spesso un tonar di ferree canne,
    Che rimbomba lontan di villa in villa.
    Tutta vestita a festa
    La gioventù del loco
    Lascia le case, e per le vie si spande;
    E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
    Io solitario in questa
    Rimota parte alla campagna uscendo,
    Ogni diletto e gioco
    Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
    Steso nell’aria aprica
    Mi fere il Sol che tra lontani monti,
    Dopo il giorno sereno,
    Cadendo si dilegua, e par che dica
    Che la beata gioventù vien meno.

    Tu, solingo augellin, venuto a sera
    Del viver che daranno a te le stelle,
    Certo del tuo costume
    Non ti dorrai; che di natura è frutto
    Ogni vostra vaghezza.
    A me, se di vecchiezza
    La detestata soglia
    Evitar non impetro,
    Quando muti questi occhi all’altrui core,
    E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
    Del dì presente più noioso e tetro,
    Che parrà di tal voglia?
    Che di quest’anni miei? che di me stesso?
    Ahi pentirommi, e spesso,
    Ma sconsolato, volgerommi indietro.

    Inutile dire chi sia… 😉
    Un caro saluto

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  17. I vari autori delle tue citazioni non si riferiscono allo stesso dolore, con la parola dolore.
    Il dolore “ha una voce e non varia”, dice Saba. E sembrerebbe avere anche una “voce”, un lemma privilegiato (almeno nella nostra lingua).

    Anch’io ho pensato a Bacon, vedendo l’immagine.
    Bentrovato, GianRuggero (anche tu qui! Ma quanti siamo!)
    G

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  18. il dolore è sempre un ‘danno’ una mancanza, un abbandono, un tradimento, una impossibilità, un vuoto. estrema percezione dell’essere avvolti dalla solitudine dell’involucro che ci racchiude. ma anche lì c’è un limite e l’oltre lascia dietro terreni arsi che necessitano abbondanti piogge ma non è detto che a tutti sia concesso di alzare il viso e assaporare la pioggia molti rimangono nel rimpianto di non avere un ombrello 🙂

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  19. Ringrazio, ovviamente, chi, finora, è intervenuto. Riflessioni sempre all’altezza. Ho letto nomi di tanti amici tra coloro che hanno commentato, ciò indica un avvicinarsi tramite comuni motivazioni e quesiti. Del resto l’uomo è lo stesso uomo in tempi diversi… così scrivevo anni fa, ma la sostanza non muta. Sempre quelli i nodi, sempre quelle le domande, sempre lo stesso il tentativo di risposta.

    Io credo che il dolore non dia saggezza, ma che crei esperienza sì (altrimenti avremmo 6 miliardi di saggi, non trovate? Affermato questo vado a sostenere che chi anche portatore agli altri di dolore a sua volta sia stato vittima di un dolore o, meglio, del dolore). E con ciò introduco un ulteriore discorso. Tale esperienza infine a cosa può servire? Molto mi sono interrogato negli anni su questo. Che tipo di esperienza ho maturato dopo i miei tanti travagli di vita (che vanno da una malattia cronica all’aver visto di tutto e di più, fatto e rifatto da noi uomini in 50anni che sono al mondo, vivendo qua e là senza risparmio)? …

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  20. Dimenticavo… grazie per avermi avvicinato, come pittore, a Bacon. Grande onore, per me, anche se non mi reputo a quelle altezze. Diciamo che sono un ‘Bacon’ molto contaminato dal neoespressionismo tedesco e da una certa componente fumettistico-graffitista… il tutto riassumibile in ciò che viene definita “neofigurazione”.

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  21. @ manzoni

    “… invece non esistono siti dedicati alla felicità. Come mai?”

    beh… non è proprio così: esistono moltissimi blog, perlopiù giovanili, dove si esaltano gli amori vissuti, in serena ignoranza di qualsivoglia definizione concettuale, in presa diretta con i giorni, con il minimo dei filtri “culturali”.
    eppoi chi è “felice” (ma restiamo pure al sereno…) vive una socialità diversa, non cerca complici di (s)venture con cui dibattere (?) improbabili sensi.
    pur membri come tutti di un mondo infame, serenamente e giustamente se ne fottono, in un egoismo vitale e solare, al pari del resto di noi “addolorati nevrotici” che quello stesso egoismo amiamo mascherare di mille problemi e di mille impegni, rosi da mille incoffessate invidie, in una noiosa e presupponente ricerca di di un graal che sabbiamo non esistere, inutili come zavorra ed impotenti ad una copula che espande.

    per le stupide righe che ho sopra scritto, e per la protervia che le sottende, giusto sarebbe che mi legassero le membra a quattro cavalli e li battessero forte perché si avveri macelleria e restassero soli i pagani, “felici” per definizione anche quando piangono, a popolare questa parte di terra.

    ovverosia, della mia ineludibile stupidità.

    alla prossima, poiché non v’è cura.

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  22. “La sofferenza: questa è infatti l’unica causa della consapevolezza. (Fedor Michajlovic Dostoevskij)”

    …o un’acuta sensibilità, aggiungerei, tale da far immedesimare nell’altro, nei suoi stati emotivi non solo negativi. Ci si avvicina così al dolore per esperienza personale o per capacità empatica, di immedesimazione. I fanciulli ne sono di solito indenni, per natura, così come gli egoisti lo sono per scelta, o anche per fortunato destino.

    Proprio l’arte, in antichità, era spesso concepita come diversivo, o luogo in cui la memoria della sofferenza era bandita:

    “Non mi piace chi beve presso un cratere colmo
    narrando risse e guerre lacrimose,
    ma chi mescendo amore e poesia, non pensa che al piacere diletto.”
    (Anacreonte – A mensa)

    Ed è una concezione che permane, che convive con quella che propende, invece, per una rappresentazione reale, veritiera della vita.

    Grazie, Gian Ruggero

    Giovanni

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  23. La capra

    Ho parlato a una capra.
    Era sola sul prato, era legata.
    Sazia d’erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.

    Quell’uguale belato era fraterno
    al mio dolore. Ed io risposi, prima
    per celia, poi perché il dolore è eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentiva querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    Umberto Saba

    Ciao.
    Pasquale

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  24. @ Mario. Non ti preoccupare, di ‘protervia’ ne abbiamo in molti, quindi puoi dire tranquillamente tramite la forma che più ti appartiene. Sui ‘siti’ e non sui ‘blog’ dedicati alla felicità reputo di essere nella ragione io… infatti non scambiamo certi picchi emozional-giovanili-primaverili con quello che è il motivo conduttore dell’esistenza. Concordo, invece, quando dici: “pur membri come tutti di un mondo infame, serenamente e giustamente se ne fottono, in un egoismo vitale e solare, al pari del resto di noi addolorati nevrotici che quello stesso egoismo amiamo mascherare di mille problemi e di mille impegni, rosi da mille incoffessate invidie, in una noiosa e presupponente ricerca di un graal che sappiamo non esistere, inutili come zavorra ed impotenti ad una copula che espande”… come non essere d’accordo? Anche se sul Graal avrei una qualcosina da dire… ovviamente in chiave metaforico-simbolica (…ma certi miei ‘esoterismi’ a volte affiorano, quindi taccio).

    @ Giovanni. “I fanciulli ne sono di solito indenni, per natura, così come gli egoisti lo sono per scelta, o anche per fortunato destino” – temo che nell’oggi, come poi in passato, i bambini siano invece i primi ad accusare il colpo, solitamente causa i grandi, non a caso ogni forma di indagine psicologica, al fine di curare certe ferite-traumi, parte dall’infanzia – riguardo agli egoisti: beh, non posso che darti ragione, ma sono anche uomo che crede che la ruota giri, quindi che, prima o poi, i ‘signori’ (o le ‘signore’) sopra, presi dal troppo sé, ricevano la loro bella bastonata nei denti… e, qualora (per chissà quale progetto ‘maligno’) dovessero svicolare, reputo che chi nel/nella dolore-sofferenza-privazione-indigenza etc. sia autorizzato a bastonare… e non ho alcun problema a dirlo (seppure la mia ritrovata vena cristologica) 🙂

    @ Pasquale. Grazie dei versi di Saba. Sconcertante quel “In una capra dal viso semita”…

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  25. Giusta la tua precisazione, Gian Ruggero: dal dolore i fanciulli “dovrebbero” essere indenni, ma così non è, così non è mai stato, spezzandone il flusso vitale, neutralizzando le energie necessarie per superare decisi e leggeri barriere e steccati, che comunque ci sono. Questo, spesso, è il caro prezzo della crescente, sorprendente precocità di fanciulli e adolescenti.

    Il dolore è bestia polimorfica e imprevedibile, non ammette ricette, soluzioni; e ci trova soli e “unici” perchè interagisce con la nostra particolare sensibilità e fragilità. Non vi è per ciò misura esatta, possibile paragone, rispondenza nel tipo di dolore; e a nulla valgono i richiami esterni alla sua presunta risibilità. Nelle comunità di un tempo, e credo sempre meno, ora, il dolore si faceva cambiale che gira: chi la faceva girare alleviava la propria pena, chi la riceveva si fortifica, affrontando forse meglio esperienze analoghe. La dignità, il pudore, la solitudine che si vive, spesso, nei centri urbani fanno udire più forte il tonfo del dolore che cade: solo e inaccolto. L’arte può diventare un modo per mostrarlo o superarlo, di farlo socialmente accettare, di capitalizzarlo dandogli un senso.
    Difficile accettare l’atteggiamento compiaciuto e baldanzoso di chi, senza merito, è scampato a simili esperienze e che non comprende e magari, grossolanamente, dà del piagnone a quelli che ci sono passati e ci stanno; ma penso alla leggerezza dell’età, della sottocultura, e alla follia o all’irragionevolezza dilaganti; e penso ai miei figli, e cerco di fare la mia parte, affinché non siano come loro. E questa opportunità credo sia uno dei doni e dei doveri più grandi della condizione genitoriale, ma anche di gente come noi che studia e scrive.

    Un caro saluto
    Giovanni

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  26. Dal dolore scaturisce la pietà, quel sentimento che ci permette di vedere noi stessi e gli altri sotto un profilo umano.
    ..forse consiste in questo il significato recondito del dolore?

    saluti

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  27. Ciao Pasquale. La tua capra mi ha fatto tornare bimba quando una capretta mi sostentava. Da allora sono -innamorata- della capra ..anche del suo -intenso- odore. L’amore è continuato, e da adulta -raffinata- ho chiesto e ottenuto un quadro d’autore raffigurante le mie adorate.
    La vita non è solo dolore. A contrasto, momenti così ti fanno rivalutare il tuo dolore.

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  28. Sai qual è il trucco, Rina? Abbandonarsi all’abbraccio di madre natura ed entrare in simbiosi con lei…

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  29. Valore redentivo e rivelativo della sofferenza (Luigi Pareyson, da “Ontologia della libertà”)

    Le concezioni dialettiche otto e novecentesche hanno esaltato la potenza del negativo, vedendovi il motore della storia; ma non hanno sufficientemente distinto il male vero e proprio, la colpa e il peccato, dalla sofferenza. Il male non può essere costruttivo: anche se estremizzato esso non porta con necessità dialettica alla positività mediante un capovolgimento. Esso è di per sé devastante e rovinoso: la sua potenza è grande, ma solo distruttiva. Non è la molla del progresso, ma il cammino della perdizione. L’esito positivo, invece, è proprio della sofferenza, l’unica forza superiore a quella immensa del male. La potenza del male è grande, ma la potenza del dolore è maggiore. Solo il dolore è più forte del male: l’unica speranza di debellare il male è affidata al dolore, che per travagliosa e dilaniante che sia la sua opera è l’energia nascosta del mondo, la sola capace di fronteggiare ogni tendenza distruttiva e di vincere gli effetti letali del male.

    La sofferenza appare in primo luogo come punizione: è il castigo inflitto all’uomo per la sua caduta. Ma ridotta a questo essa rischia d’essere un incremento della negatività: un male aggiunto al male. Ora nella grandiosa economia dell’universo importa meno che il malvagio venga punito che non ch’egli si redima. La punizione non bilancia né pareggia nulla; può uscirne soddisfatta solo la stretta giustizia, che senza riscatto instaurerebbe il suo regno nel deserto della desolazione: fiat iustitia, pereat mundus. La punizione non esce dai confini del male; anzi, può incattivire il malvagio, rinchiuderlo nella torva ostinazione dell’impenitenza, diventare spunto di risentimento, occasione di rivolta, principio di abbrutimento.

    Come dolore soltanto subito la punizione non fa che moltiplicare il male. Ma il dolore più forte del male e vittorioso su di esso è quello dell’espiazione, il dolore accettato, anzi voluto, anzi desiderato e cercato. Nell’espiazione il peccatore, che forse già anticipava la sofferenza nei cupi tormenti del rimorso e nell’angosciosa peripezia del ravvedimento, la desidera per riscattare la sua colpa e pagare il suo debito, la esige come flagello che può dare ristoro, come cilicio che si converte in sollievo. Senza cessare d’esser supplizio e tortura, la sofferenza diventa allora balsamo e lenimento; il peccatore, anche se costretto nel carcere della punizione, in virtù dell’espiazione redentrice se ne sente liberato. Nell’espiazione la sofferenza più straziante è capace di diventare sede di limpida felicità. Kolja, quando viene a sapere che Dmitrij Karamazov innocente sta per essere deportato, esclama: “Che uomo felice!” Questa volontà di soffrire non ha nulla a che fare con le torbide e dubbie alchimie della voluptas dolendi o col sinistro ed equivoco piacere del masochismo, ma è recupero di schiettezza originaria e di sorgiva genuinità. Qui interviene in tutta la sua efficacia l’algebra della sofferenza: meno per meno più. Il male più la sofferenza non è un incremento del tasso di negatività dell’universo. Non è né un raddoppiamento né una moltiplicazione del male, ma la sua eliminazione. La libertà ha introdotto il male nel mondo, e col male la sofferenza. Due eccessi che non si sommano né si neutralizzano a vicenda, ma di cui il secondo è vittoria sul primo. Da due negatività è nata una positività. Con la caduta l’uomo ha voluto rifare l’originazione divina, ed è miseramente naufragato. Egli vede ora che la vera ripetizione umana dell’originazione divina è la sofferenza come espiazione, e quindi come vittoria sul male.

    Ma la potenza del dolore non si ferma qui. Consapevole del proprio valore redentivo la sofferenza diventa rivelativa: apre il cuore dolorante della realtà e svela il segreto dell’essere. Essa insegna che il destino dell’uomo è l’espiazione, e che come più forte del male il dolore è il senso della vita e l’anima dell’universo. La sofferenza si manifesta come il capovolgimento dalla negazione alla positività, il cardine della storia della libertà, la chiave per intendere il destino dell’uomo e la realtà del mondo.

    Donde la potenza del dolore? Dal fatto che anche Dio soffre. Anzi, la sofferenza è propria di Dio: divinum est pati. Dio vuole soffrire. A ciò lo prepara quel tanto di cenotico che inerisce alla creazione, nella quale egli si è ritirato in sé, si è volontariamente limitato e ristretto per far posto all’uomo e alla sua libertà. La libertà umana è cominciata con un consapevole e volontario sacrificio da parte di Dio. Ma da quando l’uomo ha fatto fallire la creazione è stato tutto un seguito di sofferenze: dal dolore di vedere la propria opera manomessa dall’uomo, di constatare che il proprio desiderio di consenso e collaborazione da parte dell’uomo è rimasto inappagato e deluso, di assistere alla rovina dell’uomo pur dotato dell’inestimabile prerogativa della libertà, alle sofferenze intenzionalmente assunte nell’incarnarsi per redimere l’uomo, sino ad accollarsi il peccato, a sottomettersi alla morte, a esporsi all’abbandono da parte di Dio, a discendere nell’abisso della disperazione. La radice unica del male e del dolore, ch’è il mistero della sofferenza di cui solo la religione può sollevare il velo, risiede in questa volontà divina di soffrire per l’uomo.

    Il dolore è il luogo della solidarietà fra Dio e l’uomo: solo nella sofferenza Dio e l’uomo possono congiungere i loro sforzi. E’ estremamente tragico che solo nel dolore Dio riesca a soccorrere l’uomo e l’uomo giunga a redimersi ed elevarsi a Dio. Ma è proprio in questa consofferenza divina e umana che il dolore si rivela come l’unica forza che riesce ad aver ragione del male. Questo principio è uno dei capisaldi del pensiero tragico: che fra l’uomo e Dio non ci sia collaborazione nella grazia se prima non c’è stata nella sofferenza; che senza il dolore il mondo appaia enigmatico e la vita assurda; che senza la sofferenza il male rimanga irredento e la gioia inaccessibile. In virtù di quella consofferenza il dolore si manifesta come il nesso vivente fra divinità e umanità, come una nuova copula mundi; ed è per questo che la sofferenza va considerata come il perno della rotazione dal negativo al positivo, il ritmo della libertà, il fulcro della storia, la pulsazione del reale, il vincolo fra tempo ed eternità; insomma come un ponte lanciato fra il Genesi e l’Apocalisse, fra l’originazione divina e l’apocatastasi.

    E’ la sofferenza che mette in crisi ogni metafisica oggettivante e dimostrativa, Ogni sistema sollecito soltanto d’una totalità armonica e conclusa, ogni filosofia dell’essere unicamente preoccupata del fondamento. Essa sola contiene il senso della libertà e rivela il segreto di quella vicenda universale che coinvolge Dio, l’uomo, il mondo in una tragica storia di male e dolore, peccato ed espiazione, perdizione e salvezza.

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  30. Un mio amico ortopedico mi ha raccontato di una sua paziente suora che lamentava da un sacco di anni tremendi dolori agli arti superiori, ma aveva pensato bene di non andare dal medico perché ravvisava, in tale sofferenza, una preziosa opportunità di espiazione. Solo dopo che i dolori erano divenuti insopportabili la religiosa decise di recarsi dal dottore: il tutto si è risolto con un intervento chirurgico e qualche settimana di convalescenza… Dalle mie parti, in Calabria, ci sono i “vattienti”, protagonisti, nella notte del Venerdì Santo, di un rituale che al giorno d’oggi dovrebbe quantomeno suscitare delle perplessità: le gambe completamente nude, attraversano le vie principali del paese percuotendosi con delle spazzole acuminate, una folla immensa li osserva in assoluto silenzio. Solo alle prime luci dell’alba l’espiazione pubblica giunge al termine, la folla si dirada, le strade e i muri delle case suggeriscono l’immagine di una mattanza… Un signore anziano tempo fa: “Ho sempre partecipato ma quest’anno, purtroppo, la salute non me lo ha permesso: ho mandato mio figlio al posto mio…”.
    Vedi, Fabio, il discorso dell’espiazione non mi ha mai convinto. Soprattutto se mi si chiede di espiare colpe di cui personalmente non mi ritengo responsabile… Certo, se un domani dovessi commettere qualche reato, che ne so, magari trovo la mia tipa al letto con un altro… bene, sono pronto a risponderne dinanzi ai giudici (quelli terreni…) e a pagare il giusto prezzo che il codice penale prevede per un tale caso. Se mi si domanda invece di espiare una non ben definita “colpa” originale commessa da non so chi… beh, francamente penso che gli uomini di intelletto (e di coscienza) dovrebbero adoperarsi al fine di rendere più vivibile e meno gravosa l’avventura che ci è dato in sorte di condividere in questo piccolo insignificante litigioso puntino appena visibile sulla sconfinata mappa dell’universo, anziché fomentare sensi di colpa di stampo medioevale. Nel tuo discorso vedo ben poco di cristiano. Madre Teresa era una cristiana. Madre Teresa non andava dagli ultimi della terra a spiegare “l’algebra della sofferenza”. Madre Teresa andava in mezzo al dolore e donava tutta la sua vita. Senza chiedere in cambio alcunché.

    Pasquale

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  31. Il dolore ci trova sempre, anche se non si va a cercare. Immolarsi volontariamente rischia di toccare l’eccesso nell’affrontarlo, e come tutti gli eccessi non credo sia valido, né opportuno, tranne che non si sia masochisti, santi, o toccati dalla vocazione.
    Per i comuni mortali, credenti, accettare con fede il dolore, senza presunzione né disperazione, cercare di scoprirne il significato e fare nel contempo quanto è possibile per indirizzarlo a una crescita personale, credo sia il solo obiettivo. Almeno per me è così.

    Ciao a tutti

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  32. non credo ad un Dio che punisce e neppure al dolore come espiazione per il peccato originale, ma al dolore come conseguenza della conoscenza, siamo stati gli uomini a fare entrare il male nella nostra vita e con il male il dolore. abbiamo voluto mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, potevamo stare felici a pascolare come le caprette nell’eden e invece…

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  33. Beata ignoranza? Mah! Nell’accezione socratica del termine potrei anche accettarla… È la brama di ricchezza e potere (oltre alla medesima ignoranza) la causa di tanti mali che ci saremmo potuti tranquillamente risparmiare, e da cui neanche la chiesa è rimasta indenne. Non la conoscenza. Anzi – se utilizzata con giudizio – la conoscenza non può che aiutarci a sopportare e capire il dolore che abbiamo avuto la ventura di ricevere nel momento stesso in cui siamo nati. Eccome se ci aiuta! Penso che non mi convertirò mai…

    Buon fine settimana.
    Pasquale

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  34. non so se il sapere aiuta, penso a beati i poveri di spirito. c’è tanto sapere eppure il mondo è quello che è, sicuramente è un male la brama di ricchezza e di potere, anzi il male è proprio quello. il dolore, forse, ci rende migliori perchè ci ridimensiona ma non sono sicura di niente. ciao a.

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  35. Grazie al patire, in effetti il mio corpo è immaginare: uscire in un mondo; destarsi ragionando dal “mondo proprio”, dal sogno, per entrare nel “mondo comune”, nel commercio di significati, che è l’esistenza; alla fine ogni volta, al cospetto della ragione, sorprendersi nell’irriducibilità del senso. Con il dolore ed il piacere irromper la fattualità del mio trovarmi sempre già preso nell’atto del senso

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  36. luminamenti è anche poeta
    a parte l’abbondanza di virgole e punti e virgola a parere mio.
    chiusa proprio bella.

    “Con il dolore ed il piacere
    irromper(e) la fattualità
    del mio trovarmi sempre già preso nell’atto del senso”

    un saluto
    paola

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  37. e no Angela. anche se come antonella non sono sicura di niente, il dolore non credo proprio ci conosca come noi non conosciamo il dolore.
    voglio dire la tavolozza delle intensità.
    non c’è dolore nostre che sia uguale ad un altro. sono tanti bigliettini lì appiccicati al frigorifero e strappati in centinaia di modi diversi.
    ma poi “CI” chi? i soggetti siamo tanti.
    appunto e il DOLORE è composito.
    o no?

    un caro saluto
    paola

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  38. Guardando il tuo ‘Ritratto del dolore’, Gian Ruggero, ci vedo un uomo, ci vedo una donna. Il dolore non è classificabile. Quando veste un viso è identico su tutti ..calcificato. Occhi impressi nel ghiaccio, e ogni muscolo gessato.
    Il dolore fa mostra di sé, impudico. Non si può nascondere.

    Un saluto caro

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  39. State procedendo ormai in poesia… siete bravissimi… perché non continuare donandomi, ognuno di voi, alcuni versi (vostri), o massime, o anche frasi di riflessione – però non urla, vi prego 😉 – che fermino una sorta di impressione che avete del dolore? Proviamo, così, a comporre assieme una sorta di poema in ‘onore’ e in ‘esorcismo’ al dolore. Una sorta di Cadavere Squisito (o Eccellente) di surrealistica memoria (spontaneo, improvvisato, di getto). Là dove si ferma una inizia un altro… fino ad esaurimento. Quasi una ‘preghiera’, o, meglio, un’evocazione in nome e contro il nome del dolore… per dare voce ad un rito collettivo… a una liturgia pro e contro il dolore e quel nostro stato.

    Inizio io:

    LA RUGA DELLA PENA

    Incontrato il vostro viso,
    la fioritura del gesto si ferma,
    la calce lo avvolge e dà forma
    alla tessitura delle domande
    su chi voi siate…
    pellegrini o vittime,
    sopravvissuti o precipitati
    nella sconcertante chiarezza di uno stato?
    Poi quale la maglia che indossate
    e il rosso mare che avete calpestato?
    E ditemi dove la cicatrice per definirci uguali.
    Dove il cambio di umana ansia
    per obliosa pena… come condanna
    che per fragili divinità rifiutate?
    Ora non so di me, del mio frugare
    le carni, il mio ventre, il costato.
    Direi estrarre polpa, seccarla all’estate,
    riempirne barili, spargere sale
    per quindi consumarla al largo, d’inverno,
    quando la nave tracolla o arranca
    nel liquido che fu: di nostra madre.

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  40. il condominio dell’anima.
    il dolore lo conosco, mi conosce,
    lo evito quando posso, sale le scale sempre in silenzio, se incrocio il suo sguardo precipito nel vuoto,le sue finestre sono sempre chiuse non so mai se è in casa, se gli suono per il sale ci posso contare ma se resto senz’acqua lui non ne ha..

    non credo sia quello che chiedevi tu gian ruggero, ma di buon’ora e in estemporanea..
    bacio

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  41. come disse tolstoj per bocca di anna karenina “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” a.

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  42. Perché il dolore non mi intacchi ho deciso di trattarlo con distacco.

    Un bacio a tutti

    Il dolore strappa i tuoi sogni.
    Quando lo tocchi con mano
    ti annienta, ti sfalda.
    È subdolo e potente
    ti schiaccia in un momento.

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  43. Eccomi in risposta al tuo invito di scrivere una sorta di poema assieme.
    Considera che non l’ho nemmeno letta, appena scritta.
    Buona giornata

    Non nasco da un dolore.

    Da un liquido amniotico le cui tracce ancora possiedo io nasco.
    Per nove mesi mia madre ha custodito due creature insieme.
    L’embrione che scalciava un altro embrione, per giunta maschio, ero io.
    Non provai dolore nel venire al mondo.
    Non provai dolore nel mettere al mondo un uomo.
    Se il parto viene considerata una soglia al dolore non è tale.
    Un dolore che donna devi provare per espiare i tuoi peccati.
    Provato, eppure mai considerata assolta.
    Non bastò urlare, sudare, stanca, stesa, partorire come un animale nella giungla, per sentirmi veramente provata da un male da farmi stare bene.
    Solo il massimo livello di dolore può garantire un Bene totale.
    Il pioniere che mi abita, ultima la sua ricerca d’oro, senza tenere le briciole che restano tra le dita.
    Quando il dolore emotivo attanaglia solo quello fisico lo compensa risolvendolo.
    Nasco negl’anni dei cambiamenti, dei compagni convinti, gli anni di rivoluzioni, diritti reclamati urlati e insanguinati.
    Nasco da un dolore collettivo che i miei avi non hanno mai portato nelle vene.
    Discendente da artigianali uomini che senza creare cloni han mantenuto viva la specie.
    Nei miei anni il dolore come ricerca interiore nella crescita che l’essere necessita.
    Basta una volta, una sola per restare segnati quando un Dolore incrocia la nostra strada.
    Eppure solo attraverso lui, ci vantiamo migliori domani.

    Paola Castagna

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  44. Altro maestro del “dolore”….
    Un caro saluto

    SAN MARTINO DEL CARSO

    Di queste case
    non è rimasto
    che qualche
    brandello di muro

    Di tanti
    che mi corrispondevano
    non m’è rimasto
    neppure tanto

    Ma nel mio cuore
    nessuna croce manca

    E’ il mio cuore
    il paese più straziato

    Valloncello dell’Albero Isolato, il 27 agosto 1926

    GIUSEPPE UNGARETTI

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  45. DOLORE

    Dolomitiche fonti
    di lunari sentenze,
    rivoluzioni artefatte
    nel sottobosco di decisioni affrettate,
    marginali scrupoli
    di veloci sentenze,
    e tu
    ti vesti di coperture smaltate
    per accedere
    a ricerche disperse.
    …relitti salati in acque infestate,
    finestre di ingenua veemenza.
    Molate custodie
    sgranano esempi
    di ritulanti promesse,
    cristallini cubi in trasparenza.

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  46. Me ne voglio andare perché ‘qui’ (casa) c’è dolore.
    Me ne voglio andare perché ‘qui’ (mondo) c’è dolore.

    Il dolore è dappertutto. Son le doghe del tuo letto di stelle ovunque tu sia. Che si tenti un rigetto non cambia niente, il dolore è dentro di noi.

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  47. Nella pratica della meditazione vipassana (o discernimento in pali), ci si deve allenare ad affrontare il dolore prima che si sia assimilata la reazione di allontanamento, di disgusto che coglie immediatamente al suo cospetto.
    Hulin, racconta da francese imbevuto di insegnamenti scientifici, certi esperimenti su canini,dimostrerebero che un cane s’imbeve di questo istinto fin dai primi giorni di vita. Proprio l’adozione così remota nel tempo rende puerili i tentativi di estirpare il dolore con la volontà; è, a tutti i fini, un’istinto d’origine, in vista di ogni effetto, come un dato assimilato prima della nascita! Con la vipassana ci si piega su un periodo di tempo minimo, allungato mercé l’attenzione esasperata, pazientissima. Basterà revocare in dubbi l’automatismo della reazione di pena, ce ne darà la prova il fastidio degl’insettini che scivolano sulla pelle e mordicchiano: se lo si medita a lungo come qualcosa di artefatto, di scongiurabile, ci si troverà all’improvviso a poter dispiegare al riguardo la stessa indifferenza dei primitivi. Chi medita si sorprenderà a fabbricarsi l’istintività, la reazione automatica.
    Questi spazi interiori sono tipi del buddismo, quasi ignoti fra noi.
    Leibniz nei suoi saggi di teodicea tuttavia pure invita a considerare la capacità di resistenza alla tortura ostentata da selvaggi interstarditi nel loro “punto d’onore” e afferma che noi si potrebbe forse acquisire la stessa facoltà a prezzo di “meditazione ed esercizio”.

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  48. Spaccato (contributo a tema)

    Domire un sonno struzzo a collo lungo
    svegliarmi involto aborto di cent’anni.

    Che poi forse non lo sai neanche dire
    lascito spaccato del mio cuore
    sezione trasversale e male male
    indescrivibilmente inciso di patire
    oh se tu vedessi in fondo e dentro
    alla soglia del confondimento
    irragionevole buio offuscamento
    nella massa miscredente nella pena
    alla soglia maledetta della scena
    e lingua bocca esofago che sgola
    nella vita bio bucata questa sola
    stropicciata indifferente e semprenulla
    ruminata in vuoto strazio animamente
    niente che riprende e punta a valle
    rotolando sasso piatto tra le spalle
    impigliato a fili scossi e s’aggroviglia
    crolla all’improvviso d’interiora
    sfinimento sovrumano della piovra.

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  49. Vi sto leggendo… non mi sono dissolto nel nulla dell’essere. Contributi buoni, finora, che poi cucirò assieme. Se vi va potete continuare. Già quando avevo attivo il mio blog “Oltre il Tempo” mi lanciai in simili proposte e scommesse… a mio avviso vinte, considerato quel che venne fuori, allora, da un lavoro d’insieme come questo. Grazie a tutti.

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  50. Da Fernando pessoa,
    Da Il guardiano del gregge

    …Se potessi mordere la terra intera
    e sentirne il sapore,
    sarei per un momento più felice…
    Ma io non sempre voglio essere felice.
    Ogni tanto è necessario essere infelici
    per poter essere naturali…

    buona settimana Gian

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  51. Smorfie di vento sui pruni riarsi
    vampate d’Africa lassù
    alla collina
    la grande quercia nella valle
    stremata
    mi parla dei suoi cent’anni.
    Un cucciolo monco si trascina
    alla fonte.
    E quel viandante che non passa più…
    Per pochi attimi eterni
    mi inebrio al profumo
    di zagara
    ammorbato da ricordi labili
    mi perdo
    nell’oblio del domani.

    L’ho scritta adesso. Se lo sa il mio capo mi fa un c…

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  52. Allora, Gian, visto che ci sei replico a questa tua affermazione
    “Io credo che il dolore non dia saggezza, ma che crei esperienza sì (altrimenti avremmo 6 miliardi di saggi, non trovate?)” e ribadisco che il dolore dà saggezza, è un attraversamento che consente, quanto più si è capaci di metabolizzarlo, interiorizzarlo, empatizzarlo, di comprendere il dolore degli altri, la natura umana. Questa capacità è indipendente dalla quantità di dolore vissuto e direttamente proporzionale alla crescita della saggezza.

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  53. @ Ali. Ma per metabolizzarlo, interiorizzarlo, empatizzarlo ci vogliono gli strumenti culturali, amica mia, e non penso che 6 miliardi di persone li abbiano (tali strumenti), altrimenti vivremmo in un altro mondo/pianeta, reputo ben più civile ed emencipato di quello che stiamo vivendo ora. Se mi dici che l’obiettivo è quello di ‘elevare’ l’intero pianeta a certi livelli di sapere e sensibilità… beh, allora mi trovi al tuo fianco, ma, come già ho ribadito infinite volte, l’umanità è ancora giovane e la saggezza è ancora meta ahime lontana. Noi, con le future generazioni, dovremo assistere, ancora, a follie immani, prima di giungere allo stop definitivo che può essere da un lato apocalittico, mentre, dall’altro, palingenetico… a voi la possibile visione-profezia.

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  54. l’umanità non è giovane è vecchia gian ruggero è rattrappita nelle rughe di una corruzione che neanche il botulino può distendere..è tremendamente vecchia quel’umanità che a colpi di tritolo uccide le speranze del cambiamento e gonfia nell’acido della miseria l’adipe della tracotanza. cultura e sensibilità è l’oceano a circondarli e l’unica speranza è che la terra si ribelli ad inabissarli. e vi assicuro che non è solo perchè oggi sono incazzata.

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  55. l’umanità è govane.
    l’umanità è vecchia.
    non saprei.
    certo è che il desiderio del peniero di ciascuno di farsi essere è dolorosamente scomodo sia per il mittente che per il ricevente.
    forse sta lì l’arcano fossato del dolore
    e il pensiero/essere non è giovane nè vecchio
    e, come il dolore, mai interamente chiuso. un saluto
    paola

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  56. Gian Ruggero, pur nella diversità delle posizioni, mi trovi d’accordo sulla missione che urge assegnare alla cultura e ai suoi artigiani. Ecco, io penso che dobbiamo ricominciare da Voltaire, pretendere che ci venga restituita la libertà di parola. Nel secolo scorso ci aveva provato Bertrand Russell (qualcuno mi taccerà di essere un suo adepto, ma non mi stancherò mai di citarlo). Chi non lo conosce legga i suoi saggi, vi troverà una capacità di analisi sconcertante. I suoi moniti erano forti e coraggiosi (dovette sopportare persino l’umiliazione del carcere per aver detto come la pensava – in fondo il medioevo non è mai finito…). Aveva messo in guardia l’umanità intera dinanzi ai pericoli di certi assolutismi culturali che si erano paurosamente rigenerati dopo la grande stagione dei lumi. E tutte le sue premonizioni si sono compiute, compreso l’anacronistico scontro di civiltà (o di religione che dir si voglia) a cui ogni giorno assistiamo. Signori miei, il fatto è uno solo: nelle convinzioni religiose, idealità, ideologie… vi può essere della buona fede, non lo metto in dubbio. Ma vi sarà sempre un manipolo di briganti pronti a strumentalizzare e veicolare tali sentimenti al solo fine di perseguire la loro ingorda e insaziabile brama di potere. Non parlo soltanto degli americani e dell’abilità con cui riescono a sobillare i contrasti nel mondo (così vengono in Italia e fomentano la guerra civile – e dopo sessant’anni pretendono di istallare altri missili nel nostro territorio… ma per quanto tempo ancora dovremo ringraziarli? – vanno in Irak per distruggere terrificanti armamenti che non saranno mai trovati, però il petrolio c’è ed è sempre più caro… vanno in Afganistan con l’alibi di prendere Bin Laden e il Mullah Omar, ma poi riescono solo a riproporci un altro Vietnam laddove l’armata rossa dei tempi migliori aveva clamorosamente fallito nel vano tentativo di accaparrarsi l’ambito oleodotto…). E intanto esportano democrazia… Signori miei, le riserve di petrolio stanno per esaurirsi, il problema energetico è di una gravità inaudita: occorre individuare al più presto un modello di sviluppo efficace e sostenibile (è a rischio la “vita” dei nostri nipoti! la comunità scientifica internazionale non ha dubbi su questa terribile minaccia, nonostante alcuni scienziati pensino ancora che sia tutta una bufala…). Vogliamo parlare delle multinazionali del farmaco? Sono lobby che esercitano un potere assoluto sui governi nazionali e orientano la ricerca e decidono quali malati debbano salvarsi e quali invece no perché non recano abbastanza “profitti”… Che fine hanno fatto gli intellettuali? Sono morti con Pasolini? E continuiamo a trastullarci con i family day, i gay pride, i reality show e carnevalate di ogni genere… Ma certo, tutto questo fa il gioco del potere: meglio bisticciare sui DICO che informare la gente sui problemi del suo tempo… Ebbene, oggi più che mai abbiamo bisogno di intellettuali. Quelli veri di una volta, coraggiosi e capaci di raccontare la verità. E disposti anche a finire sul rogo…

    Pasquale

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  57. @ alivento #63

    credi nella “saggezza”?
    io non so neppure definirla, davvero. e dubito parecchio nella comprensione “circolare” che postuli, e che il “dolore” possa entrarvi in qualcosa, sempre intendendo per “dolore” quello emotivo, il quale, per quando posso avere osservato, genera solo rabbia.
    e poi la rabbia… è molto prolifica…

    Un saluto

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  58. La rabbia è un sentimento che spesso accompagna il dolore, maggiormente legata all’impotenza di mutare lo scenario. La frustrazione derivante dall’inutilità dei propri sforzi o l’impossibilità di ribaltare gli eventi generano rabbia; la rabbia a propria volta genera cose non sempre belle, è un sentimento di tipo dinamico esplosivo o conduce a fare cose insane o esplode dentro in modo corrosivo, se non della propria psiche quanto meno dell’indole o salute. Nei casi meno gravi basta solo far sbollire. In altri casi invece può essere una molla utile a dare efficacia alle proprie azioni; allora è positiva.
    Ma il dolore è un’altra cosa, il dolore più puro non contiene rabbia e non è neanche sentimento dinamico, non muove noi, non si muove dentro, ma sta semplicemente in noi.
    La saggezza invece non è uno stato al raggiungimento del quale ci si siede e si è. La saggezza è un percorso, uno sforzo, ogni esperienza che viviamo la vivifica, ma non sono le esperienze superficiali a farci migliorare in saggezza bensì quelle che fissiamo nella “memoria” del sentire, quelle che ci permettono di capire l’uguale sentire d’altri. E con questa affermazione, risalendo man mano i commenti torno a Gian Ruggero per dirgli che in gran parte ha ragione. Sulla giovane umanità, sul fatto che sia ancora così lontana da una sorta di saggezza collettiva. Sul fatto che occorrono strumenti culturali ma, ritengo maggiormente, intellettuali. E poi occorre la capacità di cui ho parlato, è quella che fa la differenza tra coloro che vivendo le proprie esperienze accrescono la propria saggezza (da non intendere come perfezione di stato ma tensione verso) e gli altri che del capire gli altri attraverso sè stessi non importa niente.
    A Pasquale Giannino dico soltanto che rifondare o almeno condizionare in positivo una società afflitta dai mali che tu menzioni (a che serve in tal caso capire il dolore!) è davvero difficile, chè di rabbia piuttosto si rischia di esplodere.

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  59. Il dolore non dà saggezza, c’è chi per reazione si incattivisce, chi per difesa ringhia. Il miracolo si ha quando, e se, riesce ad ammorbidirci dentro, e l’apertura pietosa che ne consegue è quanto di positivo se ne ricava.
    Ma pietà non è sinonimo di saggezza, credo che per saggezza si debba intendere una serie di visuali che contengano concetti già interiorizzati di giustizia, di fermezza, di coraggio. Tutto ciò è sopra le righe per un uomo solo.
    Che il dolore assurga a saggezza credo sia impossibile. Il nostro spazio di tempo è troppo breve per tale percorso, secondo me.
    Forse bisognerebbe riprendere il filo lasciato da chi ci ha preceduto, ma non si può se non in misura millesimale, ognuno di noi ha bisogno dei suoi tempi per crescere, farsi le ossa con le proprie esperienze, e quando ‘comincia’ a capire ..è già tardi.
    E poi c’è da dire che le musate, nel dolore, qualche volta ci bloccano. Così come il logorìo di quanto ci osteggia, vissuto dolorosamente, ci inceppa.
    ..è un processo troppo lungo, utopistico. L’intelligenza dell’uomo non può bastare a sottintendere i suoi limiti.

    Saluto tutti e un grazie

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  60. “Ognuno ha la pretesa di soffrire molto più degli altri”, in una società così finta è un ottimo sport!
    Io che mi voglio salvare…
    Io che voglio incontrare Orodè…
    La cattiva educazione corre parallela alla corruzione. Il parto è doloroso. Che tutta la vita sia un parto…
    Crea un caos! Crea un caos in cui niente più sembra grave!
    La democrazia pareva salvarci dall’ano innestato nel cervello, dal fallo e dal fosso. Come se il re e la regina non fossero degli stupidi “umani”.
    Vedo solo confezioni vuote sugli scaffali del supermercato. Anche la morale è una confezione vuota. Chi se la ritrova ancora piena deve lottare di più. I poveri assalgono i forni per rubare il pane. Vengono ad eliminare i residui di pane/anima.
    Quando sono passati alcuni individui meravigliosi sono stati presi a calci in culo-divorati- perché disturbavano durante il magna magna generale.
    Sono state raccontate molte favole all’ometto e alla donnicciuola.
    Ora per farsi uomo e donna forse non c’è tempo. Vedo solo bombe ad orologeria, ignoranti.
    Nel commento 27, caro Gian Ruggero, fai una domanda che mi faccio ogni giorno: è il mio termometro: “Io credo che il dolore non dia saggezza, ma che crei esperienza sì(…)Tale esperienza infine a cosa può servire?(…) Che tipo di esperienza ho maturato(…)?”
    Personalmente, il mio fallimento in quanto uomo è notevolmente diminuito oggi(dopo un vasto lavoro di scavo, di recupero e di solitudine…)ma è sempre gigantesco! La saggezza appartiene a pochi. Ma è bella anche come miraggio! Tendendo ad essa mi fa sperare che la mia vita non sarà mai disgraziata!
    Orodè

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  61. Parole amare, Orodè, che incontrano il canto dell’usignolo e lo stridio di una frenata. Poi l’oltre.

    Al falliamento ho sempre risposto con la sfida… ma a cosa? Forse a me stesso? Ma ne valeva o ne vale la pena?

    Dicono che ogni giorno sia un altro giorno… ma a me è sempre parsa una magra consolazione.

    Il dolore pugnale sempre alle spalle, mai in pancia, questa è la sua prima caratteristica. La seconda è che la pugnalata giunge sempre quando meno te l’aspetti (ecco il perché della continua ansia umana). La terza… è che ha sempre il volto di chi più ami (ma non perché sia chi ami a pugnalarti, ma perché il dolore assume, sempre, quell’aspetto… e ciò è folle, ma vero).

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  62. Parole amare ma che incontrano la sfida… sia chiaro vale anche per me. Se ne valga la pena credo che sia inutile chiederselo: si da! Credo che ne vale la pena perché non conosco l’alternativa. Domani continueremo a lottare come sempre. Dobbiamo rubare la luce alle tenebre. Per oggi almeno nel mio caso vado a stendere questo fantoccio di carne per qualche ora.
    Buona notte y Hasta Pronto
    Orodè

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  63. Gian Ruggero e Orodè, avete usato una parola che mi fa rabbrividire: fallimento. Ma come? L’essere artista, poeta, uomo che pensa medita elabora costruisce crea può mai essere assimilato a un fallimento esistenziale? Vogliamo confonderci anche noi coi tanti “manager” del nostro tempo (categoria che aumenta esponenzialmente mentre, chissà perché, gli artigiani, quelli che nella vita hanno imparato a fare qualcosa, sono ormai una specie in via di estinzione)? Vogliamo confonderci con quegli strafighi perennemente abbronzati e dal sorriso sempiterno che uno a vederli pensa: “Ma ‘sta gente qua ha sempre voglia di sorridere, non ha mai un pensiero torvo, qualche cruccio, quantomeno l’idea di tornare a casa di sera e dover sopportare una moglie isterica dopo essersi fatti il mazzo per tutta la giornata”? No, amici miei. Io non voglio essere come loro. Sono fatui, inconsistenti, deboli, pavidi… nonostante giochino a fare i duri. Sono finti e grotteschi come i pupazzi con cui ci divertivamo da bambini. E se non raggiungono gli “obiettivi” sono pronti a incolpare dell’insuccesso qualche povero Cristo, perché loro non possono sbagliare. Sono infallibili! Io preferisco esser “vero”. Coi miei pregi e i miei difetti. E con il dolore che non mi ha mai abbandonato da quando qualcuno ha deciso di farmi nascere in questo mondo di pazzi, senza neanche chiedermi il permesso.

    Un abbraccio.
    Pasquale

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  64. i fallimenti sono aspettative mancate bucate da nostri errori in genere e qualche rara volta a causa di altri. chi ami se ti ama non può mai dare volto ad un pugnale sarebbe un offendere l’amore, può creare problemi forse ma ai problemi si può rispondere, può generare dolore si, ma anche quello ormai sappiamo contenerlo. permettere che l’amore sia il regno del dolore è non avere compreso che la vita merita il più grande dei nostri sorrisi, anche se non siamo stati noi a chiedere questo splendido e tragico vagito.

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  65. @ Orodè. Ormai il mitra è il nostro bastone da passeggio 😉

    @ Pasquale. Conosco quelli di cui parli… con loro bisognerebbe usare il mio bastone da passeggio… datemi una settimana, diceva un mio caro amico, e vi pulisco il ‘giardino’ dalle male erbe 😉

    @ Angela. So come la pensi, quindi non posso che chinare il capo e baciarti la mano.

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  66. Mi hai fatto sorridere, Gian Ruggero. Credo proprio che sia così. Magari ne farò un quadro, un autoritratto. Pensavo già di riciclare una vignetta satirica vista ieri alla mostra su Georg Grosz: un Cristo in croce che indossa una maschera a gas. Mi paiono azzeccate come dittico. A presto.

    Caro Pasquale, il fallimento di cui parlo è la semplice ammissione della mia finitezza paragonata alla possibile grandiosità dell’essere, alla bellezza della luce. Non è una parolaccia. Nè soprattutto una resa… anzi… è un invito a migliorare sempre, a lavorare davvero. Bisogna emanciparsi in continuazione se vogliamo avvicinarci alla nostra vera natura. Fai conto che Fallimento è una città da cui provo ad allontanarmi…
    Orodè

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  67. @gianruggero

    qualcuno una volta raccontò una storia così:

    c’era un uomo che seminò nel suo campo semente buona
    mentre gli uomini dormivano venne il suo nemico e seminò fra il grano la zizzania e se ne andò. quando poi crebbe il frumento e portò frutto allora apparve anche la zizzania. i servi andarono dal padrone gli dissero: signore non hai forse seminato semente buona nel tuo campo? perchè allora vi cresce della zizzania? egli rispose : il nemico ha fatto questo. i servi dissero: vuoi che andiamo ad estirparla?
    ed egli: no, perchè c’è pericolo che estipando la zizzania sdradichiate insieme ad essa anche il grano…

    dovresti raccontare questa storia al tuo amico… 😉

    saluto tutti

    elena f

    Mi piace

  68. La zizzania? Chi di noi è grano e chi è zizzania? Ma chi può rispondere sinceramente? Il politicamente corretto comunque non serve a niente! Se non a perdere tempo! Anche se ormai la verità è considerata un fuori tema e la tele oggettività fa il resto!

    Orodè

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  69. non saprei chi di noi è grano e chi zizzania.non separerei l’umanità in buoni e cattivi, migliori e peggiori.
    ciò che conta è essere consapevoli del fatto che in ciascun essere umano, abitano entrambi gli aspetti .

    il politicamente corretto lo lascio ad altri.

    saluto tutti

    elena f

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  70. Per Pasquale
    a proposito del: tutti palestrati, abbronzati etc..etc..

    “Se a ciascun l’interno affanno
    si leggesse in fronte scritto
    quanti che invidia fanno
    farebbero pietà”
    La Bruyère

    Buona giornata a tutti

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  71. Cara Rina conosco dei palestrati, lo confesso: frequento anch’io i centri fitness. Personalmente non ho mai provato invidia per quelli che passano il tempo ad ammirare i propri muscoli dinanzi allo specchio… Ti dirò, un pizzico di narcisismo ce l’ho anch’io, più che altro mi piace mantenermi in forma… Naturalmente non ho mai partecipato alle discussioni tipiche di quei luoghi: prendi la creatina? guarda che se vuoi crescere ci vuole dell’altro…Il mio personal trainer, dopo il primo anno, visti gli “scarsi” risultati raggiunti mi consigliò di prendere delle sostanze. “Mi basta il peperoncino della mia terra” gli dissi. Il tema che tocchi è interessante, Rina, credo che sulle palestre si possano scrivere fior di trattati sociologici. Frequentandole ho capito molte cose di questa nostra epoca che ha dimenticato il dolore. Eppure ne è sommersa, anche se mostra gli addominali scolpiti e i bicipiti gonfi… Sì, direi che non riesco a trovare alcun motivo per esserne invidioso.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  72. Pasquale, il punto non era l’invidia ..era tutto il resto che volevo postare, ma la frase esatta era quella.
    ..e ora che ti sei descritto aitante e in forma, chissà in quante faranno la fila per te.
    Ciao

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  73. E Gian Ruggero ora dov’è? In ritiro spirituale/culturale a Camaldoli? Aria purificante, silenzio paradisiaco, appena posso andrò anch’io..
    Leggo nel programma tra l’altro:
    “potenza del pensiero”, ma che vorrà dire? Ci faremo spiegare..

    Un saluto

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  74. Ho letto una storia nel Brodo caldo(4): Bella dentro. Sono veramente felice di avere un amico bello dentro.

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  75. Peccato per me e per voi ma non sono potuto andare a Camaldoli causa una serie di problemi di vario ordine e grado. Forse domani (oggi) farò una scappata al volo. Sono tristissimo. I tre giorni che da due anni passo là per il Convegno che organizziamo mi ritemprano. Sarà per l’anno prossimo…

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