POESIA E FILOSOFIA # 1 – H. G. GADAMER LEGGE PAUL CELAN

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Tratto da: Hans Georg Gadamer, Chi sono io, chi sei tu. Su Paul Celan, cura e traduzione di Franco Camera, Genova, Casa Editrice Marietti, “Collana di Filosofia”, I ed., 1989.
[Titolo originale: Wer bin Ich und wer bist Du? Ein Kommentar zu Paul Celans Gedichtfolge “Atemkristall”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt a.M., 1986]

***

Weggebeizt vom
Strahlenwind deiner Sprache
das bunte Gerede des An-
erlebten – das hundert-
züngige Mein-
gedicht, das Genicht.
 


Aus-
Gewirbelt,
frei
der Weg durch den menschen-
gestaltigen Schnee,
den Büßerschnee, zu
den gastlichen
Gletscherstuben und –tischen.

Tief
in der Zeitenschrunde,
beim
Wabeneis
wartet, ein Atemkristall,
dein unumstößliches
Zeugnis.

*

Spazzata via dal
vento raggiante del tuo linguaggio,
la variopinta chiacchiera dell’esperienza
ammucchiata – la poesia dalle cento
lingue, menzognera,
il niente di poesia.

Sgombrato
dal moto vorticoso,
libero
è il sentiero nella neve
dalla forma umana,
la neve penitente,
verso le tavole del ghiacciaio,
verso le stanze ospitali.

Al fondo
del crepaccio dei tempi
nel
favo del ghiaccio
attende, cristallo di fiato,
la tua non intaccabile
testimonianza.

***

La poesia è chiaramente suddivisa in tre strofe, che sono però composte da un numero disuguale di versi. E’ come un secondo atto dell’evento drammatico che era stato evocato nella terzultima poesia «Wortaufschüttung». (*) Quest’ultima poesia si colloca dopo l’evento cosmico che ha distrutto la falsa parvenza del linguaggio superficiale. Solo così si precisa ciò che si intende con le parole Strahlenwind deiner Sprache: si evoca un evento che irrompe da una lontananza cosmica e che, raggiante e tagliente, con la sua forza naturale «spazza via» [wegbeizt] la chiacchiera dell’esperienza in autentica depositatasi in superficie, come se spazzasse via una patina offuscante. Ma sono le pseudo-poesie tutte insieme ad essere chiamate qui bunte Gerede, «chiacchiera variopinta». Le chiacchiere sono «variopinte» perché il linguaggio di cui si compongono queste pseudocreazioni è scelto a proprio piacimento e secondo un mero bisogno di effetti decorativi, di rivestimenti esteriori, e perciò risulta privo di un proprio colorito e di una propria favella. Si tratta di pseudocreazioni linguistiche che, proprio perché sono formate secondo gusti personali, parlano cento lingue; ma questo significa che in realtà non testimoniano nulla, oppure che prestano per così dire una falsa testimonianza. E’ questo il Meingedicht, la «poesia menzognera», che presta un «falso giuramento» e che è Geniche, un «niente di poesia», una poesia nulla, nonostante abbia tutta l’apparenza di una creazione poetica.

L’immagine dello Strahlenwind deiner Sprache, del «vento raggiante del tuo linguaggio», continua a servirsi della metafora cosmica fondamentale in cui si muoveva la poesia «Wortaufschüttung». Il «tuo» [dein] linguaggio è il linguaggio di quel «tu» che «lancia fuori» la «parola» che è come «luna»; non è quindi il linguaggio di un determinato poeta, di questo poeta particolare, ma è il manifestarsi del linguaggio stesso, dell’autentico linguaggio luminoso e chiaro. Questo linguaggio «spazza via» ogni falsa testimonianza, la allontana in modo tale che di essa non rimane più alcuna traccia. Perciò qui la locuzione Strahlenwind può richiamare le dimensioni cosmiche di questa irruzione del «vento raggiante», ma evoca anche e soprattutto la purezza, la radiosa luminosità, la vera spiritualità del linguaggio che non simula espressioni già pronte o già sentite, ma smaschera tutte queste forme in autentiche.

Ma solo dopo che il «vento del tuo linguaggio» è passato mugghiando con la sua purezza radiosa, si apre la via che porta verso il poema, verso lo Atemkristall, verso il «cristallo di fiato», che non è nient’altro che una forma pura, strutturata secondo una geometria rigorosissima e derivante dalla sospensione di quell’impercettibile «nulla» del respiro. Il sentiero è ora aperto, «libero». Il solo predicato frei, «libero», si estende per l’intera lunghezza di un verso, come pure poco prima il prefisso separabile aus-, «sgombrato», occupava un verso intero. In realtà il sentiero che ora è sgombro è diventato visibile come sentiero solo dopo che il vento luminoso ha spazzato via con un movimento vorticoso [ausgewirbelt] la neve che copriva ogni cosa e che rendeva tutto uniforme. Il «sentiero» è simile al tragitto che deve percorrere un pellegrino e che porta ad una altura coperta di ghiacci. Il pellegrino attraversa la «neve» [Schnee], attraversa l’inospitalità, il rifiuto, la freddezza, tutto ciò che richiede rinunce e si presenta uniforme e monotono, tutti ostacoli che il pellegrino penitente confida di superare da solo. Senza dubbio bisogna trasporre questa immagine nella sfera del linguaggio. Infatti a dover essere attraversata è la «neve dalla forma umana» [menschengestaltiger Schnee] . Si tratta degli uomini con le loro chiacchiere che ricoprono ogni cosa. Ma dove conduce il sentiero di questa peregrinazione? Certamente non porta a un santuario per pellegrini, ma ad una regione glaciale che, con la sua aria chiara e luminosa, accoglie l’infaticabile pellegrino come un albergo ospitale. Questa regione dai ghiacci eterni viene definita gastlich, «ospitale», perché solo fatica e tenacia permisero di raggiungerla e perciò proprio per questo in essa non domina più quel turbinìo senza senso formato dalla «neve dalla forma umana». Il tragitto di questa peregrinazione corrisponde così, alla fine, al sentiero della purificazione della parola, la quale ha rifiutato tutte le forme di attualità e tutti i linguaggi precostituiti che la imprigionano in modi differenti, e si è esercitata al silenzio e alla riflessione. E’ questa parola che guida verso un luogo ospitale l’ascesa alla montagna per una via che d’inverno non è stata ancora battuta. Dove si è abbastanza lontani dalla attualità delle occupazioni umane, si è vicini alla meta, a quella meta che è la parola vera.

Quel che là attende qualcuno si trova ancora profondamente nascosto: Tief in der Zeitenschrunde, «Al fondo del crepaccio dei tempi». Sembra si alluda a una fenditura che si apre sulla parete del ghiacciaio e che non è possibile scandagliare. Ma è un «crepaccio dei tempi», una frattura nel flusso uniforme del tempo in un luogo dove il tempo non scorre più poiché anch’esso, come tutto, è fermo in un’eternità immobile. Là, beim Wabeneis, «nel favo del ghiaccio»: anche quest’immagine si impone dal punto di vista ottico e sonoro per la sua immediatezza. E’ «ghiaccio» [Eis] che, come un
«favo» [Waben] depositato a strati o formatosi all’interno di un alveare, è protetto da una struttura immutabile, vale a dire è al riparo da tutte le influenze dello scorrere del tempo. E proprio là, «nel favo del ghiaccio», wartet, «attende», il poema, lo Atem-kristall, il «cristallo di fiato». Certamente in questa immagine bisogna avvertire il contrasto che vi è tra le pareti di ghiaccio costruite tutte intorno e il minuscolo cristallo di fiato, quest’essere di brevissima durata dovuto a un miracolo geometrico, questo minuscolo fiocco di neve che turbina da solo nell’aria in una giornata invernale. Questo essere unico, piccolo, è detto tuttavia Zeugnis, «testimonianza». E’ detto unumstößliches Zeugnis, «testimonianza non intaccabile», evidentemente in chiara contrapposizione alle affermazioni di falsa testimonianza delle poesie «belle e pronte». E colui per il quale il «cristallo di fiato» testimonia (la «tua» testimonianza) sei «tu», quel familiare e sconosciuto che per l’io – che qui è sia l’io del poeta che quello del lettore – è il suo tu «tutto, tutto reale» [ganz, ganz wirklich].

[op. cit., pg. 77-80]

Nota

(*)

Wortaufschüttung, vulkanisch,
meerüberrauscht.

Oben
der flutende Mob
der Gegengeschöpfe: er
flaggte – Abbild und Nachbild
kreuzen eitel zeithin.

Bis du den Wortmond hinaus-
schleuderst, vom dem her
das Wunder Ebbe geschieht
und der herz-
förmige Krater
nackt für die Anfänge zeugt,
die Königs-
geburten.

*

Ammasso di parole, vulcanico,
sopraffatto dal fragore del mare.

Sopra,
la ciurma fluttuante
delle anticreature: lei
issò la bandiera – copia e imitazione
incrociano vane seguendo il tempo.

Fin che tu lanci fuori
la parola-luna
donde accade del riflusso il miracolo
e il cratere,
al cuore conforme,
testimonia scoperto degli inizi,
le nascite
regali.

60 pensieri su “POESIA E FILOSOFIA # 1 – H. G. GADAMER LEGGE PAUL CELAN

  1. La grande poesia interpella la filosofia, e ne è interpellata. Esse stanno in un dialogo, perché ognuna di esse ha un logo. La pseudo-poesia non ha logo, è solo un ciangottio più o meno tecnicizzato. In questo vicinissima a ciò che apparentemente odia, cioè il gergo massmediatico.
    Grazie, Francesco Marotta, per questa occasione di pensiero.

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  2. Sono in commercio una serie di cassette di Hans-Georg Gadamer. Diversi anni fa la Rai le ha trasmesse. Sono un incanto. La voce (nel senso dei contenuti..) del filosofo ti coinvolge al punto che ti pare la tua. Mi ero ripromessa di acquistarle, riascoltarle con calma, ma purtroppo non l’ho più fatto.
    Non sapevo si fosse occupato di poesia. Quante lacune..
    Saluti

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  3. Gadamer, in un’intervista rilasciata pochi mesi prima di morire, aveva dichiarato che è indispensabile , per la filosofia, che i filosofi imparino a leggere i poeti, ad attingere dalla Poesia. Lo ricordo ad ogni possibile occasione. Lui la sua parte la faceva, in prima persona, come dimostra quest’analisi di Celan. Grazie dunque anche da parte mia a Francesco Marotta per questa utile proposta.
    Antonio

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  4. MOlto bene, infatti..
    ben diverso fu il mancatissimo incontro (e così sognato da Celan!) con Heidegger, che lo teorizzò, ma non seppe né volle tradurlo.Memorabile fu appunto l’appuntamento mancato. .
    per cui riapre, qui il cuore, ascoltare quell’io-tu fiducioso, rispettoso, poetico.
    MPia Q,

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  5. Sono di corsa, solo il tempo per ringraziarvi e notare che, postando, deve essere saltata la seconda strofa della lirica di apertura. Più tardi provvederò, sperando si possa poi discutere più diffusamente dell’argomento.

    Buona serata a tutti.

    fm

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  6. @ Fabio Brotto

    Sono perfettamente d’accordo: l’ermeneutica della parola poetica, soprattutto in questo particolare approccio gadameriano al testo di Celan, accentua la dimensione dialogica, che si risolve in un interscambio fecondo tra “io” e “tu”, tra “poema” e riflessione, fino al “punto di non ritorno” in cui, felicemente, l’interpretazione (condotta dall’interno) diventa parte integrante della stessa struttura testuale.

    Mettendo assieme, un po’ “provocatoriamente”, i contributi della critica filologica, quelli della critica di derivazione strutturalista (penso, in particolare, a Derrida e Blanchot) con i risultati della “lettura” gadameriana, si finisce per dare corpo a una mappa più completa dei “territori” celaniani: verso una grammatica sempre più sicura e precisa di quell’immenso “flaschenpost” che è la sua opera. Basta mettere da parte l’idea di esaurirne, nella sua complessità, l’universo di segni e sensi a cui mette capo.

    @ Rina e Antonio Fiori

    Ho avuto la fortuna di ascoltare lezioni e conferenze di Gadamer varie volte, soprattutto da studente. L’ultima a cui ho assistito, con il filosofo ormai novantenne, non la dimenticherò mai: due ore ininterrotte di lectio (veramente) mirabilis, dove la profondità del pensiero era tutt’uno con un eloquio che pochi italiani posseggono.

    Gadamer ha dedicato almeno tre decenni del suo percorso di studioso a indagare i rapporti tra poesia e filosofia e, più latamente, tra estetica e filosofia. Gran parte di questa attività saggistica è raccolta in “Poetica. Ausgewählte Essays” del 1977 (Insel, Frankfurt a. M.), ma molti lavori sono accessibili anche in italiano: “Studi platonici”, Marietti, 1983; “L’attualità del bello”, Marietti, 1986; “Persuasività della letteratura”, Transeuropa, 1988. A Celan, in particolare, ha dedicato parecchi scritti, oltre a questo da cui ho tratto il post. Notevoli ragguagli sul significato della poesia e dell’arte nel percorso complessivo del suo pensiero si trovano in “Poesia e ontologia” di Gianni Vattimo, Mursia, 1985; e in “Storia dell’estetica” di Sergio Givone, Laterza, 1988. Molto bello, anche come “semplice” lettura, è “Maestri e compagni nel cammino del pensiero”, Queriniana, 1980.

    @ Maria Pia

    L’incontro ci fu, oltremodo deludente su entrambi i fronti. Parlarne, anche solo per brevi cenni, aprirebbe un “capitolo” enorme; impossibile esaurirlo in un commento, se non a rischio di approssimazioni: la “letteratura” sull’argomento ha pochi riscontri (intendo: studi specifici e traduzioni) in italiano; molto più ricco il panorama francese e tedesco.

    @ Carla

    Per evitare queste ineludibili “scintille”, bisognerebbe non essersi mai imbattuti, per restare solo al nostro patrimonio letterario, in personaggi come Dante e Leopardi: basta solo averli lontanamente approfonditi, magari fuori dalle rotte delle trattazioni scolastiche, per sapere che ciò è impossibile.

    fm

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  7. Piccola curiosità: nel 2000, quando Gadamer ha festeggiato i suoi cento anni, l’allora sindaco, Orlando, gli ha conferito la cittadinanza onoraria di Palermo.

    Grazie Francesco per i ragguagli particolareggiati. “Il cammino del pensiero” è proprio il titolo che hanno dato alle ventisette cassette sulla storia della filosofia realizzate con le lezioni di Gadamer.
    A questo punto mi sa che devo procurarmele, e sperare poi che faccia in tempo a visionarle tutte..

    Un saluto

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  8. @Francesco
    è chiaro che Dante e Leopardi sono due tra i più grandi!
    per scintilla, bagliore, luce,-effetto di una bomba – io intendo la conseguenza di un incontro possibile tra due “discipline” a mio parere divergenti.
    Ma ora è meglio che mi fermo….il lavoro mi chiama!

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  9. penso che la chiave ermeneutica più efficace, nell’approccio alla poesia in questo momento storico, sia proprio quella filosofica. le altre – stilistica, formalistica, sociologica, storicistica, strutturalista, psicanalitica, simbolica, semiologica, linguistica – rimangono lì, ma rischiano, in un orizzonte in cui tutto si trasforma, di relegarsi drammaticamente ai margini del nucleo incandescente del testo.
    grazie, Francesco, sei prezioso, come sempre.
    fabrizio

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  10. Carla, la mia risposta voleva soltanto ribadire l’idea, da te espressa, dell’inevitabilità dell’incontro tra riflessione e poesia. Cosa della quale sono stato, del resto, sempre convinto. A maggior ragione oggi.

    Ciao, buona giornata.

    fm

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  11. Ciao Fabrizio, bentornato. Sollevi un problema cruciale, ad ogni modo. Spero ci sia modo (e tempo), in futuro, per ritornarci con altri contributi, teorici e “pratici”, di spessore. Io propendo, comunque, per l’interazione dei campi e delle strategie a cui fai riferimento.

    Ciao, buona giornata.

    fm

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  12. La metafisica occidentale inizia forse col poema filosofico di Parmenide. Il verso è anzitutto sacro, poi epico, poi filosofico, e infine lirico. Come non vedere la relazione originaria di religione, musica, violenza e pensiero?

    Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere,
    mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,
    che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l’uomo che sa.
    Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
    L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
    infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti
    cerchi da una parte e dall’altra –, quando affrettavano il corso nell’accompagnarmi,
    le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
    verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
    Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
    con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
    e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.
    Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
    Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
    con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
    senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,
    produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
    nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi
    fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, attraverso la porta,
    diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
    E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
    prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
    “O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
    con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
    rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere
    questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,
    ma legge divina e giustizia. Bisogna che tu tutto apprenda:
    e il solido cuore della Verità ben rotonda
    e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza.
    Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
    bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”.

    (Parmenide, Poema sulla natura, a cura di G. Reale e L. Ruggiu, Rusconi, Milano, 1991

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  13. La poesia di Celan è bellissima, il commento di Gadamer indubbiamente illuminante. Ma la poesia ha bisogno del commento illuminante? Che cosa aggiunge l’analisi alla poesia? Possono i coltelli affilati del filosofo veramente cogliere – e riprodurre con il linguaggio discorsivo – il sonnambulismo della creazione poetica? ( E se si, non sarebbe quasi un insulto all’autonomia dell’opera d’arte? )Vogliamo sapere il significato di una poesia così chiaramente come lo spiega Gadamer? Dobbiamo spiegare tutto? Non sarebbe, in questo mondo illuminato nei suoi angoli più remoti, ora di incominciare la discesa? Non è il bello e il sovversivo della poesia che rifiuta ogni spiegazione? Che si riserva il diritto di usare le parole come parole magiche e non come strumenti di cognizione? Non è forse quella la differenza: che Gadamer aveva bisogno di Celan. Ma Celan sicuramente non di Gadamer.

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  14. Ho letto, Giorgio, con profondo rammarico, visto che l’autore in questione ha un posto “particolarissimo”, da almeno un trentennio, nella mia formazione, nella mia riflessione e nell’articolazione complessiva di quello che scrivo.

    Ho piacere di riportare qui l’incipit del testo di Antonio Moresco, che condivido pienamente, invitando, come hai già fatto, a leggere tutto l’articolo.

    “Giacomo Leopardi è, dopo Dante, il più grande scrittore, poeta e pensatore italiano. Ma mentre Dante è noto, ammirato e studiato in tutto il mondo, Leopardi e la sua opera non godono ancora, fuori dell’Italia, della notorietà che meritano. Leopardi è un genio del calibro di Goethe e di altri autori universalmente conosciuti, ma non è entrato nel canone internazionale dei fondatori della modernità. Particolarmente macroscopico è il caso dello Zibaldone che, a distanza di più di un secolo e mezzo dalla morte del suo autore, non è stato ancora tradotto nella lingua più diffusa del mondo e non è stato assimilato dalla cultura anglosassone. Mentre avrebbe tutte le caratteristiche di una summa moderna in grado di attraversare la crisi delle grandi narrazioni ideologiche e filosofiche e di porre come pochissime altre opere e forse come nessun altra la necessità di ripensare i fondamenti.”

    p.s.

    Grazie Fabio per la preziosa citazione del poema parmenideo.

    fm

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  15. Grazie per l’intelligente rilievo, Stefanie. Cercherò di risponderti con più calma stasera, adesso sto approfittando di una breve pausa sul lavoro.

    Solo due appunti. Il primo: Gadamer ha chiara coscienza, e lo dice espressamente, del fatto che sia lui, i.e. la “filosofia”, ad aver bisogno di Celan, e non viceversa. Il secondo: il fatto che io abbia postato questo testo (con la relativa traduzione di Camera, che trovo estremamente “letterale”: ma l’autore stesso, comunque, spiega le ragioni di questa opzione), non significa che ne condivida in pieno modalità e finalità. Mi interessava suscitare nel blog un “dibattito” sull’argomento, aperto, magari, ai più diversi contributi. E sono oltremodo contento che il primo spunto critico sia venuto proprio da te.

    Mi sono guardato bene, poi, dal mettere in nota una “mia” traduzione delle due liriche in questione, proprio per evitare che l’eventuale dibattito prendesse strade che non erano nelle intenzioni di “questa” rubrica. L’intenzione vera, infatti, è proprio nella ricerca di contributi e argomentazioni come i tuoi, e come quelli che vi sono stati finora.

    Ciao, e buona giornata.

    fm

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  16. A Stefanie Golisch si potrebbe rispondere che anche della critica la poesia non ha bisogno. E che non ha bisogno neppure che se ne parli. Ma così ci si pone su di una via scivolosa. I versi debbono solo essere letti, e basta? O debbono essere ascoltati e basta? E dalla bocca di chi? Ecc. ecc.

    Del resto “autonomia dell’opera d’arte” è di per sé un concetto. E un concetto piuttosto moderno, aggiungo. Lo rifiuta Lucrezio, ma anche Dante, Tasso, e quanti altri poeti… E nel Novecento che dire di Eliot? La poesia non è riducibile al lavoro del concetto, ma ha una vocazione dialogica, come ogni arte al proprio modo, aggiungo. Del resto, se Celan non aveva bisogno di Gadamer, certo ce l’aveva di Heidegger (e qui sta anche la sua tragedia)…

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  17. a Fabio Brotto : si, è vero, Celan aveva bisogno di Heidegger, se no, non avrebbe così tanto desiderato questo terribile incontro non-incontro avvenuto a Freiburg. Ma aveva bisogno di Heidegger in quanto uomo, non in quanto filosofo. Credo che volesse comprendere la sua intelligente mostruosità o la sua mostosa intelligenza. Ma il terribile fu – forse, non lo so – che capì solamente che non c’era niente da comprendere. A quanto pare, Heidegger fece di tutto per “farsi perdonare”. Il grande Heidegger, alla conferenza di Celan, si mise in prima fila, si mostrò piccolo piccolo davanti a questo poeta che egli ammirava e da chi voleva essere – almeno – accettato.
    Ma , come si sa, ci sono incontri nella vita che non ci possono essere. Quasi mi verebbe da dire : per fortuna non tutti i limiti possono essere superati in una bella chiacchierata. La pesantezza, la insopportabilità e il fallimento di questo incontro è la sua verità.

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  18. Sono stupefatta e grata dei vari chiarimenti: da Brotto, (inclusa la citazione di Parmenide)a Stefanie: l’incontro heideggeriano con Celan, dunque fu un non incontro, devo avere, nella memoria, ritradotto, perchè fece soffrire, deludere Celan segnandone il pessimismo. SE avvenne fisicamente, non fu così, spiritualmente, è quanto ne viene confermato.
    Segno che il bisogno era più forte, decisamente ,nell’animo del poeta, o segno dell’inadeguatezza (etica, di coraggio intellettuale) nel filosofo. (laddove funzionino, invece,ed è corretto citare Francia e Germania, è segno di civiltà, anche letteraria.)

    MPia Quintavalla

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  19. All’interno dell’opera di Celan si trovano molti momenti in cui il poeta interpella il pensiero filosofico, incrociando una pluralità di autori, da Spinoza ad Adorno. Basti pensare che – incredibile per un poeta novecentesco – in ENGFÜHRUNG dialoga con Democrito…

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  20. A Maria Pia Quintavalla: Ci fu una passeggiata che Celan e Heidegger fecero insieme nei dintorni della sua famosa ” Hütte” , e di cui non esiste alcuna testimonianza. Né Celan, né Heidegger ne hanno parlato. E io trovo che proprio in questo vuoto assoluto ci sia una grande verità! La poesia di Celan è piena di questi vuoti e di parole che impazziscono. Provo pudore davanti a quell’impazzire e a quei vuoti Perché tradurre tutto ciò in un disorso raggionevole e sensato? Bellezza inquietante e disarmante del farsi colpire in pieno da ciò che assolutamente non comprendo –

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  21. la scelta tra critica apofatica o epifanica è uno dei topoi della letterarietà. un parallelo negli studi biblici potrebbe essere quello tra esegesi ed eisegesi, che ripropone la triade testo, contesto e pretesto. credo che alla fine si debba riconoscere al critico la stessa libertà del poeta. se oggi volessimo fare un elenco di tutti gli approcci critici possibili (oltre a quelli che ho citato precedentemente), dovremmo citare, uno dopo l’altro, i nomi dei grandi interpreti della poesia. ma anche qui la filosofia avrebbe molto da dire, perché si tratta comunque di uno sguardo sul mondo, seppure con parametri invisibili che sfuggono a ogni standard.
    fabrizio

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  22. Cosa pensi di me?
    chiese Poesia a Filosofia
    truccandosi allo specchio.
    “Penso bene e come vedi
    ti rifletto, e taglio corto
    oh mia farfalla, pungitopo.”

    🙂
    Giovanni

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  23. Ringrazio sentitamente Francesco Marotta per le indispensabili indicazioni bibliografiche e tutti indistintamente per i così interessanti e preziosi commenti (con un encomio particolare a Giovanni)…
    Antonio

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  24. Tra la “precarietà” e la “oscurità” della parola poetica, da una parte, e la geometrica struttura del “cristallo di fiato”, dall’altra (ciò che ne fa un “unicum” sul piano del suo “essere”, in quanto grumo di sensi altri), si estende il territorio della “lettura-critica-interpretazione” (e, perché no, della traduzione): dove la lettura diventa non “disvelamento”, ma “compromissione” con la irriducibilità ad essere rappresentata della “radice” fondativa del testo. Lo stesso Celan, ne “Il meridiano”, dice che tra il poetare e il “tra-durre” (interpretare) vi è una similitudine ininterrotta di “approssimazioni”: un “tentativo” di “topografia della vita”, da una parte, e un tentativo di “topografia del testo” dall’altra.

    Il tentativo di “topografia del testo”, operato da Gadamer, non è teso (né lo potrebbe: e lo stesso autore lo evidenzia con chiarezza tanto nella prefazione che nella postfazione, un testo densissimo anche dal punto di vista teorico scritto qualche anno dopo) a penetrare la radicale oscurità/alterità dell’elemento fondativo dell’atemkristall, quanto piuttosto, partendo dalle ragioni del testo nella sua estrinseca datità, quale si offre, dunque, nella complessità dei suoi riferimenti semantici, fonetici, sintattici, di indagare il conosciuto e il dicibile del tessuto linguistico e dell’architettura formale del testo: cioè, sostanzialmente, aprire delle finestre di senso dalle quali affacciarsi a contemplare ciò che non sarà possibile, in nessun modo, “tradurre in linguaggio”. Se vogliamo, e mi si passi il parallelo forse improprio: uno “sfoglio” che fa chiarezza sulla “mappa”, nel merito della “lettera”, grazie al quale soltanto la rete insostanziale dell’analogia, e della “allegoria” complessiva, può emergere in tutta la sua “indicibilità”.

    Non si tratta, quindi, di una “interpretazione/spiegazione” del “poetico” attraverso l’esemplarità di un testo o di un autore. In ciò, comunque, Gadamer, per molti versi, segue lo stesso “metodo di avvicinamento” di cui si serve Celan, che non si sottrasse mai, del resto, dal dare spiegazioni in merito alle sue scelte “lessicali”. E ciò è attestato anche nel suo famoso “discorso” sopra citato. Un altro tentativo di “depistaggio”? Ho la mia risposta, ma non mi pronuncio: qui sto interagendo unicamente nel merito della mia (possibile) comprensione dell’operazione gadameriana.

    Un possibile discorso di “critica” degli apparati ermeneutici, in relazione allo specifico poetico, non potrebbe mai essere esaurito in un botta e risposta di commenti in rete. Almeno credo. L’accumulo sostanziale dei punti di vista, che qui si determina, comunque, non può che accrescere la comprensione (della complessità) del “fenomeno” oggetto di discussione.

    Ben altro, poi, il discorso sui rapporti Celan-Heidegger: si rischia veramente il fraintendimento, anche delle intenzioni, senza far riferimento a tutta una serie di testi ben precisi, conosciuti da tutti. Stefanie, comunque, mi sembra abbia messo dei punti fermi; così come, d’altra parte, le questioni poste da Fabio non mi sembrano di minor peso. Ci vorrebbe un seminario di una settimana, non lo spazio commenti di un blog. Forse…

    fm

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  25. Mi sento piccolo piccolo, e ignorante.
    Ho letto cose molto interessanti e in parte da me, appunto, ignorate.
    Una settimana di seminario su Celan ? Altrochè, ne usciremmmo tutti migliori.

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  26. Conosco anche io poco Celan per cui preferisco tacere. Ottimo post Francesco e molto interessanti i commenti!
    Un caro saluto

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  27. un caro saluto e un grazie a Francesco per l’articolo pieno di spunti molto interessanti, come sempre sono i suoi.
    e poi provo a dire la mia:
    non lo so se da un seminario su celan si possa uscire migliori o peggiori (???);
    nemmeno so se l’ermeneutica filosofica potrà illuminare a lungo certe sostentazioni
    che sembrano a prima vista valide – forse si – forse spinge impercettibilmente in avanti l’onda dell’approfondimento del senso celato della costruzione linguista
    ma, osando dire che per me è la poesia a dominare l’uomo e a scriversi, per mano di esso, nella sua azione profondamente numinosa di presenza invisibile e influente – [la volontà umana in poesia è precaria e sempre messa in discussione e usata semmai come destante del numinosum ], l’intervento e lo studio filosofico di un testo poetico rimane un piccolo seppur splendido come in questo caso, esorcismo a una grande magia. almeno per me.
    paola

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  28. Paola, capisco perfettamente: proprio perché “sento” il pensiero che sorregge la tua considerazione. E ti ringrazio di avercela partecipata. Anche perché, in sostanza, il “corpo” come strumento attraverso il quale la parola si “esprime” e si “espone”, attraversandone le contraddizioni che lo connotano interiormente e come soggetto storico in divenire, è un tema che mi è particolarmente caro.

    Detto questo, e detto che il “seminario” sui rapporti Celan/Heidegger era una iperbole per “esorcizzare” il rischio dell’apertura di un altro fronte (non mi piace proporre argomenti di discussione quando poi so, per ragioni che non sto a precisare, che mi è, purtroppo, impossibile seguire gli sviluppi di un’eventuale discussione), credo – pensando soprattutto all’ultima parte del tuo commento – che forse, preliminarmente, bisognerebbe intendersi sul senso che diamo alla parola “filosofia”. Per quanto riguarda me, ad esempio, è stato proprio questo “abito” a permettermi di indirizzarmi verso una pratica di “lettura”, dei testi altrui, scevra da qualsiasi ipotesi e intenzione comunemente “interpretativa” e a orientarmi verso un’esplorazione “compromessa” e “partecipata”, utilizzando quelle “soglie”, quelle aperture che ogni testo schiude tra le sue pieghe, all’insaputa della stessa mano che materialmente lo compone. Ciò che ne emerge, magari, è un tratto di “paesaggio” che chiedeva unicamente di essere dis-coperto, non certo l’intenzione di mutare i termini del paesaggio stesso, la sua sostanza. In questo iter, ho avuto la fortuna di trovare il sostegno teorico che cercavo nelle “Note per una critica futura” di Biagio Cepollaro: guarda caso, un’altra impostazione “filosofica”, dove lo “sguardo” si fa possibilità di chiave ulteriore, da “aggiungere al mazzo”, ma la porta da aprire rimane sempre la stessa: la specificità, la necessità e irripetibilità del testo: e proprio nei termini, credo di non sbagliare, in cui, molto probabilmente, lo intendi tu.

    Ti ringrazio.

    fm

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  29. nessuna intenzione di mutare il paesaggio stesso.
    sono d’accordo.
    e no, non sbagli. nella tua conclusione.
    lo intendo così.

    sono io che ringrazio te.
    paola

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  30. Caro Francesco, hai perfettamente ragione quando scrivi che “In ciò, comunque, Gadamer, per molti versi, segue lo stesso “metodo di avvicinamento” di cui si serve Celan”, tuttavia pensavo che a sua volta Gadamer si “serve” di Celan per condurre un’ulteriore indagine sui confini della interpretabilità, secondo le sue teorie sull’ermeneutica. Infatti il viaggio che Gadamer conduce all’interno del testo (non a caso l’attante principale è il linguaggio) mi sembra quasi una metafora del processo interpretativo che, prima impaniato nel circolo ermeneutico, si apre pian piano alla fusione degli orizzonti, dove l’incontro col testo equivale a guadagnare questa regione dei ghiacci perenni tramite una parola che spazzi via la menzogna e le false verità.
    Ovviamente, la mia è un po’ una lettura provocatoria e sto esercitando una forzatura al testo.
    Lo faccio semplicemente perché Celan è un autore che prestandosi molto a svariate interprtazioni, proprio in ragione di un suo nucleo indecidibile (penso all’analisi fagocitante ed asfittica, sebbene così affascinante, dello Schibboleth di Derrida), finisce, puntualmente, per essere vittima dell’interpretazione stessa, un pretesto per parlare palesemente del proprio metodo di indagine.
    Volevo sapere cosa ne pensi al riguardo, dal momento che i tuoi approcci invece sono sempre bilanciati da una “sospensione interrogante” in cui è l’umiltà, insieme al beneficio del dubbio (vorrei dire: non-invasivi), a condurre l’avvicinamento al testo.

    Intanto un caro saluto, sperando di poterti vedere presto.

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  31. “…il viaggio che Gadamer conduce all’interno del testo (non a caso l’attante principale è il linguaggio) mi sembra quasi una metafora del processo interpretativo…”

    “Celan è un autore che prestandosi molto a svariate interprtazioni…finisce, puntualmente, per essere vittima dell’interpretazione stessa, un pretesto per parlare palesemente del proprio metodo di indagine”.

    Luigi, cogli perfettamente nel segno, con estrema finezza (e, contemporaneamente, sveli l’intenzione “segreta” di questo post): il fine (o uno dei fini principali) dell’intero excursus gadameriano su Celan è proprio la volontà, chiaramente intuibile, quando non proprio dichiarata, di riaffermare l’unicità della prassi ermeneutica, contrapposta ad altre strategie di avvicinamento al testo, tutte confinate sotto la voce “methodenlehre”. Qui la metodologia non è data a priori, ma è la prassi interpretativa stessa: quindi, strappare il testo celaniano, fosse anche per ciò che riguarda una sola delle sue innumerevoli stratificazioni, alla presunta “oscurità” di fondo variamente attestata, e restituirlo alla “normatività” processuale della comunicazione, sia pure conquistata sul campo, cioè all’area del “linguaggio” semanticamente strutturato, attesterebbe la “validità” di un metodo, e del relativo pensiero di riferimento, che si costruisce proprio in questa procedura, a partire dalla negazione di ogni griglia concettuale interpretativa pregressa.

    La autonoma “via” gadameriana al pensiero, si invera dunque in questa prassi, che non può fare a meno di definire/definirsi il/nel “linguaggio poetico”: è un percorso necessitante, perché definendo non tanto lo specifico del “poema”, ma il “rapporto” tra poesia e filosofia, “la prossimità enigmatica tra le due forme di espressione linguistica”, come acutamente nota Camera nell’introduzione, il risultato dell’interpretazione trasforma l’interpretazione stessa in via autonoma al pensiero. La condanna, etica, della poesia in Platone, si rovescia, in Gadamer, nella ipostatizzazione della parola poetica in “momento strutturale” del pensiero stesso.

    Ed è esattamente quello che accade, a parametri ampiamente differenziati, anche nella lettura di Derrida: esattamente come hai notato.

    Ciao, a presto.

    fm

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  32. Un altro OT (a scanso di equivoci: non si sa mai!). Il link ad “Anterem” che vi avevo segnalato al n. 31, che a quanto vedo non risponde più, almeno a quella pagina, aveva solo lo scopo di comunicare (ne sono particolarmente felice) questo:

    Opere scelte” Regione Veneto

    Il riconoscimento è destinato dalla Giuria del Premio ad Adriano Marchetti, per gli altissimi esiti raggiunti con il suo lavoro di saggista e traduttore; lavoro fondato su una scrittura interpretativa che non solo interroga, ma anche si interroga.

    Marchetti ci indica che accostandosi a un’opera poetica non si è più invitati a estasiarsi, a entusiasmarsi, ma a fare esperienza del suo senso, fino a cogliere il soffio impercettibile che la anima, fino a rimodularne il respiro. Quando ciò accade possiamo parlare di pratica di verità, tanto che l’incontro con l’opera produce nel soggetto un’effettiva modificazione, fino a trasformare la sua coscienza, spostandola, dislocandola.

    Con Marchetti la critica non è più fondazione di unità di misura e si confronta con l’opera scalarmente; assecondando le molteplici interrogazioni che le parole e i segni non cessano di promuovere, impedendo ai significati e ai risultati mano a mano raggiunti di solidificarsi e irrigidirsi. In questa complessità, ogni esito critico non può che costituire un nuovo inizio, una pietra di un compatto edificio.
    Per tali motivi, all’autore viene riconosciuta, grazie alla decisiva partecipazione della Regione Veneto, la pubblicazione di una raccolta di riflessioni critiche e traduzioni selezionate tra i suoi lavori editi e inediti.

    L’opera ha per titolo Scritture di passaggio e viene edita nella collana “Itinera” di Anterem Edizioni. È accompagnata da riflessioni di una coltissima intellettuale e raffinata poetessa, Enrica Salvaneschi (docente di Letterature comparate all’Università di Genova), che sottolinea quanto l’opera di Marchetti si raccordi alla rara categoria del saggio critico come forma d’arte. In verità, anche in queste Scritture di passaggio si può rilevare come Marchetti dissimuli nel lavoro critico «una tensione propria, un proprio contributo, sofferto e offerto, di creatività», misurandosi con i suoi modelli letterari «ben consapevole di sentirsi loro simile e fratello».

    fm

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  33. Ringrazio Francesco (le ultime segnalazioni, in particolare che ribattezzano/ auspicano il sorgere di un nuovo approccio della critica ),l’acuta – come sempre,precisazione di Luigi Metropoli,e la preziosa – a me, di Stefanie, che mi ha fatto ricordare chi e perché battezzò l’incontro con Heidegger, come mancato.
    Fu esattamente Andrea Zanzotto a parlarne,( frequentò a lungo la moglie Gisella, a Parigi),ribadendone l’elemento di grande attesa e sofferenza,che si concretò intorno ad una reale-mancata passeggiata (muta probabilmente).
    Questi fatti, queste “date dalle quali non si può prescindere” furono calco di altre, ben più gravi, e questo non offusca, ma innalza l’opera di Gadamer, e di chi ne crede prosecuzioni necessarie.
    Lo stare vigilanti sulla soglia del magistero di libertà del testo poetico, davanti allla critica, messaggio ben colto da Francesco, e segnalato da Metropoli, rimane messaggio di rilievo ancora oggi, tutto da percorrere e scavare, a rischio personale, oltre, a partire dalle intenzioni.(Leggeremo Marchetti, e conosciamo bene Cepollaro,che ha accettato di rinascere più volte..)

    Maria Pia Quintavalla
    La poesia di Giovanni Nuscis, poi, è una squisitezza.
    E se il blog non funge da convegno,però, stimola molto e tanti.

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  34. Molti i temi toccati da questo post e dai commenti, anche se tutti convergenti. Solo un accenno a qualche stimolo.
    La poesia mi pare avere una priorità logica e storica sulla filosofia. Proprio per questo, forse, è inesauribile e attira i filosofi.
    Alcuni filosofi ci hanno dato letture splendide di poeti che hanno detto in modo particolarmente acuto lo spirito di un’epoca e la condizione dell’uomo.
    Anche grandi critici hanno illuminato l’arte in generale o un artista in particolare.
    Vorrei però sottolineare quella che Francesco chiama la lettura “compromessa” e “partecipata” che i poeti danno di altri poeti. Penso ad alcuni “dialoghi” tra poeti che abbiamo letto anche su questo blog. Penso alle cose straordinarie che hanno scritto i poeti russi del primo 900 (e a quel triangolo di scambio epistolare tra Rilke, Cvetaeva e Pasternak), dando l’uno dell’altro le più penetranti letture estetiche e umane, nonché etiche e politiche, pur nella varietà delle loro poetiche.
    Un’altra direzione della critica esercitata dai poeti che mi viene in mente è quella indicata da Steiner, quella che già i poeti fanno con la loro attività creatrice:
    “Ogni forma seria di arte, di musica e di letteratura è un atto critico… la letteratura e le arti… incarnano… un giudizio di valore sulla tradizione e sul contesto al quale appartengono… Virgilio legge Omero e ci guida nella nostra lettura di Omero… ‘Anna Karenina’ è… una ‘revisione’ di Flaubert… Il nostro miglior critico di Velazquez è Picasso”.

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  35. Virgilio legge Omero. Dante legge Virgilio. Eliot legge Dante. E così via. Lettura genera lettura, interpretazione chiede interpretazione, e io interpreto l’interpretazione che Marotta fornisce dell’interpretazione di Celan da parte di Gadamer. E’ un processo infinito. Come l’interpretazione della scrittura sacra, la prima ermeneutica. E tuttavia, quando uno legge Omero nel suo greco, e fa risuonare quel ritmo possente, si apre un baratro, sul ciglio del quale ci fermiamo stupefatti. Oltre ogni interpretazione qualcosa attraversa i secoli, e la mano dell’eroe ci afferra alla gola…

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  36. Caro Francesco, grazie per le precisazioni.
    “La autonoma “via” gadameriana al pensiero, si invera dunque in questa prassi, che non può fare a meno di definire/definirsi il/nel “linguaggio poetico”: è un percorso necessitante, perché definendo non tanto lo specifico del “poema”, ma il “rapporto” tra poesia e filosofia, “la prossimità enigmatica tra le due forme di espressione linguistica”, come acutamente nota Camera nell’introduzione, il risultato dell’interpretazione trasforma l’interpretazione stessa in via autonoma al pensiero. La condanna, etica, della poesia in Platone, si rovescia, in Gadamer, nella ipostatizzazione della parola poetica in “momento strutturale” del pensiero stesso.” Sei andato ben al di là del mio semplice spunto…

    Giorgio dice che la poesia ha una priorità logica sulla filosofia. In questa frase l’aggettivo, fortemente denotativo, “logica” mi fa tremare. Sembrerebbe quasi un controsenso. E’ un’affermazione forte. Io sono più cauto e mi limiterei a preferire “conoscitivo” a “logico”. Sarei già contento così, Giorgio 🙂

    Poco più sopra, tuttavia, Fabio Brotto trova il fulcro del discorso: Parmenide.
    Ho sempre letto l’incipit del Poema parmenideo come la coalescenza assoluta di poesia e filosofia, insuperato ed insuperabile. Non so se lì nasca la metafisica occidentale, solo resto affascinato dalla coabitazione nell’essere del logos e della visionarietà. Parmenide è il poeta e il filosofo nella complementarità (ma forse: supplementarità) più compiuta. La dialettica necessita del furor visionario e viceversa.
    E poi, altra considerazione (a favore dei poeti, forse): in Parmenide si parla di Dea, non certo di Dio, come dire: si scava nella terra per trovare il verbo, non certo nell’algida sintesi dei pensieri.

    MAria Pia, il solighese ha sempre molte frecce al suo arco 🙂

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  37. Giustamente Fabio Brotto sottolinea che l’interpretazione nasce dall’esegesi delle sacre scritture. Nella cultura cattolica, l’esegesi, cioè l’interpretazione da parte del sacerdote – o teologo – ha sempre avuto e ha tuttora una fondamentale importanza che purtroppo spesso ha sostituito la lettura dei testi stessi. ( Forse non è un caso che proprio in un paese cattolico come l’Italia, tanti non conoscono per niente le sacre scritture!)
    Nel Nord Europa, a un certo punto arriva Luther con la sua parola d’ordine ” Sola scriptura”. Traduce la bibbia in tedesco col preciso obiettivo di mettere ogni credente in grado di confrontarsi direttamente con essa. Questo atteggiamento completamente diverso da quello tradizionale, genera non poche conseguenze anche a riguardo dell’atteggiamento del lettore verso il testo letterario. Nell’ambito della cultura protestante – qui la Germania è solo un esempio che per ovvi motivi conosco bene – prevale a tutti livelli d’istruzione il testo stesso.
    Si parte dall’idea che il testo parla per sé e che lo studente quindi deve essere messo in grado di analizzare un testo da solo. Senza aver bisogno di un tramite. In Italia – cultura cattolica! – noto che nei libri scolastici prima di arrivare al testo si è tenuti a studiarsi meticolosamente ” la vita e le opere dell’autore” più il commento dell’autore del libro di testo! Arrivato faticosamente a quel punto, spesso manca il tempo materiale ( o la volontà?) di dedicarsi al testo stesso che, semmai, viene velocemente portato come una specie di esemplificazione . Il pessimismo dil Leopardi? Ma certo, era gobbo, poverino, quindi non c’e da meravigliarsi…! Chi come me conosce sia la realtà scolastica, sia quella universitaria, sa che purtroppo spesso succede proprio così. Fin da piccoli si impara che io, davanti a una poesia, non ho voce in capitolo. Sono un nullità che ha assolutamente bisogno del commentatore o dell’insegnate di italiano o del professore universitario per scalare quella montagna enorme che è il testo letterario! E quando la mia istruzione ( forzata) finalmente è finita, naturalmente non ho più voglia di aprire un libro per il resto della mia vita. Tanto, da solo/a in ogni caso non lo posso capire!

    P.S. Prendete queste mie righe per favore come un piccolissimo spunto di riflessione. Non c’e nessuna volontà da parte mia di dire verità assolute! Vivere in un paese straniero stimola semplicemente ad un continuo confronto fra la cultura d’origine e quella acquisita.

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  38. Grazie a tutti per il contributo di riflessioni e di spunti interessantissimi che state portando alla discussione. Appena mi sarà possibile, cercherò di riprenderne qualcuno e di rispondere.

    Intanto, visto che c’erano stati dei cenni al rapporto Celan/Heidegger, lascio di seguito alcune indicazioni biliografiche nelle quali l’argomento è comunque trattato. Ometto riferimenti all’ampia produzione saggistica straniera esistente.

    P. Celan, “Cerca di ascoltare anche chi tace. Lettere a Diet
    Kloos-Barendregt”, Archinto 2005.

    M. Blanchot, L’ultimo a parlare, Melangolo ‘90

    E. Levinas, Nomi propri, Marietti ‘84, pp.47-54

    B. Moroncini, Mondo e senso. Heidegger e Paul Celan, Cronopio ‘98

    P. Szondi, L’ora che non ha più sorelle. Studi su Paul Celan, Gallio, Ferrara ‘90

    V. Vitiello, Non dividere il sì dal no. Tra filosofia e letteratura, Laterza ‘96

    In rivista:

    P.Auster, La poesia dell’esilio, “Micromega”, ‘96, 5, pp.173-182

    Baumann/Miglio, Ciò che Heidegger non disse a Celan, “Micromega”, ‘97, 4, pp.213-36

    S. De Lugnani, Il 13 febbraio di Paul Celan, “Nuova corrente”, 79-80, pp.447-99

    fm

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  39. Grazie Francesco, (della bibliografia) e del post, in generale; grazie a voi tutti, ogni contributo essendo prezioso, qui come mai..

    Maria Pia Q.

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  40. Credo sia importante quanto afferma Stefanie nei suoi commenti. Heidegger nella seconda lezione friburghese (“Wass heiss Denken?” (“Che cosa significa pensare?” – Sugarco Edizioni 1978) sosteneva: “Noi siamo tenuti a lasciare la parola poetica nella sua verità, nella bellezza. Questo non esclude che noi pensiamo la parola poetica, anzi lo include.” “…Il detto della poesia e il detto del pensiero non sono mai uguali; a volte però sono la stessa cosa, quando cioè l’abisso che separa poesia e pensiero si spalanca in tutta la sua chiarezza e decisione. Il che può accadere se la poesia è alta e il pensiero è profondo.”
    (Mi chiedo, però: “poesia alta” e “pensiero profondo” sono sempre “chiari””, d’immediata comprensione? Non ne sono così convinto).
    Credo, per ciò, che si dovrebbe partire sempre dal testo, fiduciosamente, senza darne per scontata la difficile comprensione; ma allo stesso tempo, guardandosi bene dal dare un calcio alle “stampelle” dell’apparato critico e della nota biografica: pure esse non scontatamente inutili.
    Se non sempre, almeno ogni tanto si rende necessario, come afferma Francesco “…indagare il conosciuto e il dicibile del tessuto linguistico e dell’architettura formale del testo: cioè, sostanzialmente, aprire delle finestre di senso dalle quali affacciarsi a contemplare ciò che non sarà possibile, in nessun modo, “tradurre in linguaggio”.

    Un grazie e un saluto a Francesco per il post stimolante, e a tutti gli intervenuti.

    Giovanni

    (Antonio e Maria Pia: grazie!)

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  41. Concordo col 42. di Stefanie. Come insegnante di lettere in un liceo classico ho sempre avuto un nemico: il libro di testo. I testi per le scuole sono oberati di introduzioni, note e commenti dottissimi che gli allievi né leggono, né studiano (né capirebbero). Tanto che anni fa io non adottai i libri di testo, facendo acquistare dagli studenti alcuni classici in edizione economica, e cambiando il modo di svolgere il programma. Con studenti e famiglie andò benissimo, un successone. Meno bene con la commissione alla maturità, che ovviamente non capì nulla, fossilizzata com’era nella routine…

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  42. Luigi, sì, non volevo dire che la poesia è logica, ma che la parola poetica ha una priorità, che risulta anche dal ruolo che ha avuto nella storia e che le è stato assegnato dal pensiero filosofico.
    Con priorità storica della poesia mi riferivo al fatto che all’inizio anche religione e filosofia si esprimevano come la poesia, per cenni e visioni, con una parola da interpretare, dunque.
    Ho poi usato l’espressione priorità logica in riferimento al posto che nei sistemi filosofici tradizionali in genere la poesia e le arti occupano: alla base del percorso conoscitivo che culmina con il logos.
    La relativa debolezza della portata conoscitiva della parola poetica, in una prospettiva logocentrica, per il suo essere troppo vicina al mondo della vita, si tramuta in forza, in filosofie come quella di Heidegger, in ascolto della poesia in quanto linguaggio aprente e fondante.

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  43. discussione di alto livello che, come ha scritto Francesco, avrebbe bisogno di ulteriori e complessi approfondimenti. in quanto esegeta cattolico difendo la categoria, spesso emarginata, in passato, dai teologi, per la sua supposta pericolosità. l’esegesi fa riscoprire le radici della fede, al di là delle stratificazioni e del calcare che in certi casi le si è sovrapposto. oggi, qui, abbiamo ancora Martini e Ravasi; e abbiamo avuto Giuseppe Barbaglio, recentemente scomparso: soprattutto quest’ultimo ha avuto il coraggio di guardare fino in fondo a testo e contesto. ma sta prendendo sempre più piede un’attenzione specifica alla scrittura, anche per la positiva influenza dell’ambiente monastico (si pensi a Enzo Bianchi e alla comunità di Bose).
    ho trovato una felice corrispondenza fra critica letteraria ed esegesi biblica, essendo oltretutto passato, in ambito accademico, per la scuola di Mario Petrucciani, che ha favorito con tutte le forze questo orientamento rigorosamente filologico (cfr., ad esempio, http://www.disp.let.uniroma1.it/fileservices/filesDisp/011-012_BARBUTO.pdf). in fondo, il lavoro di Francesco riflette egregiamente tale consapevolezza ed è questo il motivo per cui lo trovo così prezioso e ritengo un privilegio averlo nella nostra redazione.
    un saluto a tutti
    fabrizio

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  44. Sempre di corsa, purtroppo.

    Molti dei temi che qui sono emersi, soprattutto negli ultimi commenti (quello di Fabrizio, pur abbastanza mirato e specifico, ne riassume e ne prefigura una marea), sono presenti e sviluppati in un saggio “particolarissimo” (visto il tema), a mio parere splendido, tra le cose più belle scritte in italiano su Celan, di Franco Camera: “Ledig allen Gebets” (Poesia e preghiera in Paul Celan): un vertiginoso attraversamento dell’opera di Celan, a partire dalla rilettura di un passo tratto da “Umanesimo dell’altro uomo” di Lévinas, in cui si accenna alla creazione artistica (e alla sua espressione) “come parte dell’ordine ontologico medesimo”. L’intersecarsi del piano ermeneutico e di quello ontologico produce una serie di letture oltremodo suggestive e ricche di riflessioni, capaci di illuminare anche il lavoro di traduzione dei testi di Celan. Ricchissima anche la bibliografia riportata nelle note.

    Lo si legge in: AA.VV., a cura di Giovanni Moretto, “Preghiera e filosofia”, Brescia, Morcelliana, 1991, pp. 379-433.

    fm

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  45. Aggiungo, a corollario della discussione, una piccola (grande) “storia di rete”. A dimostrazione, oltretutto, che quando il mezzo è usato in modo intelligente e costruttivo, può rivelarsi un potentissimo strumento di diffusione e partecipazione di cultura “dal basso”, fuori dai circuiti “istituzionali” e, per ciò stesso, con maggior forza dirompente specifica e una diffusione sicuramente più ampia del solito giro di specialisti della disciplina.

    *

    Il primo settembre 2006, Helena Janeczek (redattrice storica di Nazione Indiana e autrice, tra le altre cose, di un libro “imperdibile”, purtroppo introvabile: “Lezioni di tenebra”) – pubblicò sul “sito piumato” tre traduzioni (la sua, quella di Giuseppe Bevilacqua e quella di Luigi Reitani) di uno dei più celebri e controversi testi di Paul Celan: “Psalm”, da “Die Niemandsrose”, del 1963.

    Ne venne fuori una sorta di “seminario aperto” che si protrasse fino al 4 novembre (!), raccogliendo la bellezza di 749 commenti (!), attraverso i quali fu investigato quasi tutto il percorso creativo di Celan, con autentiche “scoperte” e un grandissimo numero di contributi di alto contenuto e spessore. So di una studentessa che si era messa a studiare tutti quei materiali per farne oggetto (o parte) della sua tesi di laurea (devo solo verificare se la cosa è andata poi a buon fine).

    Ma la “faccenda” non finì lì, dal momento che il professor Dario Borso, che ne era stato uno dei maggiori animatori nel blog, organizzò nei mesi successivi, presso l’Università Statale di Milano, un seminario su “Celan e la traduzione” coi suoi studenti di corso.

    Tutti quei materiali, raccolti e ordinati, o soltanto letti e annotati con attenzione, definiscono un quadro preciso ed esauriente di parecchi snodi fondamentali della poetica di Celan. Notevolissimo, tra l’altro, anche il complesso di indicazioni bibliografiche che se ne può ricavare.

    *

    Chi ne avesse voglia, e tempo, può fare, nella prossima estate, una full immersion senza pari, e a costo zero, sull’argomento.

    fm

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  46. Intanto, Francesco, grazie delle notizie bibliografiche.

    Ricordo le traduzioni su Nazione Indiana e l’immensa ragnatela di commenti.

    Ricordo anche, più o meno in quel periodo, che lo stesso prof. Borso nei suoi reiterati appelli a un tale “Doch Gebrochen”, sempre su Nazione Indiana, premeva affinché quel tale acconsentisse ad una collaborazione per tradurre le sue stesse poesie in tedesco (sempre del tale Doch Gebrochen) 😀

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  47. Sì, Luigi: il “creatore” di Doch Gebrochen, oltre ad essere una persona di grandissima cultura e uno studioso di valore, è anche un “personaggio” notevolissimo.

    Grazie, Fabio, per l’indicazione. Il saggio mi sembra di buon livello, ma mi attirano in modo particolare le traduzioni. Devo avere il tempo di riguardarmele con più attenzione.

    fm

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  48. Del resto, Francesco, se si tratta di un uomo che intrattiene uno scambio umano-intellettuale con te, non può essere altrimenti.

    Il saggio a cui rimanda Fabio Brotto ancora una volta mi fa riflettere sul fatto che dalle università inglesi o americane spesso vengono tratti saggi e studi facilmente reperibili sul web (perché autorizzati dall’università stessa o addirittura inseriti a loro cura e pensati direttamente per il web). Qui in Italia questo rappresenta, per ora, un’eccezione. Si trovano molto di meno.
    Se da un lato questo vuoto mi sembra una grande limitazione (ritardo cronico delle istituzioni italiane nel rapporto con la cultura), dall’altro crea sempre più una divaricazione tra la circolazione della cultura sul web e quella nelle accademie.
    E qui mi fermo, perché si passa ad altri discorsi e nuove indagini.

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  49. Buongiorno a tutti,

    è per caso che ho trovato questo sito, e ne son contento. Vorrei chiedervi un aiuto, dato il vostro interesse per Celan. In un sito italiano ho trovato una poesia di Celan, Ritratto di un’ombra. Sapete il titolo originale in tedesco, o l’opera da cui è stata estratta? Il procuratore del sito su cui era stata portata la detta poesia non ha saputo aiutarmi. Grazie!

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  50. La lirica “Bildnis eines Schattens” (Ritratto di un’ombra), del 1948, non appartiene a nessuna raccolta ufficiale di Celan. Fa parte della mole di inediti che puoi trovare in italiano curati e tradotti da Michele Ranchetti nel volume “Sotto il tiro di presagi”, Einaudi 2001.

    fm

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  51. E’ uscita una bella raccolta di poesie e disegni. “Frammenti cosmici-poesie nell’arte” di Andrea Simonetti-editrice Il Filo-

    http://www.ilfiloonline.it/autori/2008/simonetti.asp

    A questo link potete curiosare un po’ la prefazione, ne vale la pena!

    E’ un’opera completa di poesie-pensieri-disegni-dipinti. Una vera conciliazione mistica di arte poetica e grafico pittorica. Il consiglio è leggerlo e viverlo almeno per un po’.

    Monica G.

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  52. Segnalo una tragicommedia su Emanuele Severino, felice sintesi di ‘filosofia e poesia’:
    Donato Sperduto: Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Schena editore, Fasano di Brindisi, 2007.

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