Lorenzo Calogero

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Lorenzo Calogero non è stato in campo di concentramento come Celan, non ha conosciuto, come Celan, Cioran Gadamer e Heidegger, ma io penso che sia al suo livello, uno dei più grandi poeti del ‘900. Lo penso da tanti anni, feci la mia tesi di laurea su di lui nel 1982, e ne parlai a lungo con Amelia Rosselli, che si considerava sua allieva.

 Penso anche che il fatto che sia così poco conosciuto, e riconosciuto, in Italia, sia il segno della nostra miseria, e decadenza.
Claudio Damiani

da COME IN DITTICI (1933-35)

RIMANE FRA ME E TE

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.

Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.

Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

***

Se guardo e mi volgo attorno
non era volontà di prendere
presagio. Subito mi piega,
linea timida, un tuo bacio.
Una novità era rendere
al plenilunio che nascondo
silenzio fatto rami, intricati
nel profondo, e, di ramo
in ramo, le foglie nelle mani,
una pallida guancia
o una palpebra già lieve
sulla punta delle dita
che timida scolori.
Imparo cosí
di fronte ad una fievole luce chino
il fievole declino del silenzio
della vita.

***

PERPENDICOLARMENTE A VUOTO

Perpendicolarmente a vuoto
tracce erano, limiti, e da questa parte
il vento, in prati ove non si odono
cose di cui non mi ricordo;
e sai quanto noioso un ramo
era e mi guida e dall’aria
mi divide che non amo. Più non riconosco
una larvata presenza di essere,
un’usanza di crescere e non basta:
se mi soffermo un poco un soffio
era già troppo e il resto. Sinuoso
e sveglio un vano respiro d’albero
corrompe me pure in una dolcezza varia.
Una levigatezza che apparve nello spazio
soffre il vuoto, il disordine, il discendere
dell’età morente. Un alito ricrebbe nella guazza.

I sottintesi richiami un respiro d’aria,
una solitudine già odono.

Nella nebbia, per quanto so
ora, come in questa, è partita
la tua presenza dalla grazia
come la sofferenza dalla veglia
del suo volo.

***

Sogni. La speranza del tempo
che fugge innamora. Il tepore
è una promessa non nuova. Fuggi!
La chiara atona scorza di alberi
al supplice colora una cara curva
di ignote distanze, una chiara
corsa di curve nel sole. Ritorna!
Odi l’unica voce che non si frantuma
scritta a caratteri grandi
dentro un’antica dimora (a valle
è la notte, la morte già angelica
e bruna). Contratta, esatta
monotona e scura mentre ti scrivo ti sfiora.
Remota immota tramonta la luna!
Un tenue rivolo scivola, trema mesta
una luce alla gola. Non so che spiraglio
che fievole linea agevolmente rada,
te morta, una siepe, la sete delle chiome
d’aria già bruna che varia.

***

GELIDE PARVENZE

Gelide parvenze, la vita acre dei segni
conosco. Non è finito lo spazio.
Io mi corrompo. Non so l’aurora quale il ladro
del tempo rapido senza scampo. È murmure
il suo sonno a una risposta a sommo
di una tomba nascosta che ti trasporta,
e, di trasporto in trasporto, è il suono
dell’essere felice, gioia non tersa
calma nel suo fondo. E se nel suo velo
un corpo dietro un passo senza peso
vede, triste io ti domando. I cieli
sono sciupati, emersi dentro un raggio.
Nell’isola che li contiene
è una rondine felice.

***

da QUADERNI DI VILLA NUCCIA (1959-60)

III

Sceglievo poche cose
e questa vita dall’arsura del ponte
era cosí proclive; ma non volevo
allontanarmi dai luoghi amati.
Sceglievo fra due rose rosse
e tu, primula, forse mi sai dire
come soavemente avvennero
le contese, prima che si presentasse
in luogo di un luogo amato
la faccia lungimirante
cortese di Dio ….

XXVII

… Forse ti so dire questo solo
folle sul tuo cuore come sopra il cuore d’un leone
o questa è un’immagine che ti rapisce a volo
o è un’estesa vana gradinata;

Ma poi batte un lutto questo cipresso
un momento solo
e, di mano in mano, in mano mia,
tenendo in mano il latte
questo tuo quaderno.

Forse nel cuore della notte batte a volo
un grido di rondine attardata;

ma non è che un lusso
e tutta questa esteriore fucina
di lagrime doveva forse dire fine
a un addio, con lo stesso terrore
con cui mi guardi od io ti guardo
a fine di giornata.

La fine di un giorno non è che un lusso semplice.

Un’orchidea ora splende nella mano.

CXXV

… E quel che mi rimane
è un poco di turbine lento di ossa
in questo orribile viavai

dove è alzato anche
un palco alla morte.
Ma io mi sento sempre spento.
Un poco di nebbia mi assale.

Ed io ho amato un fiore di biancospino
nelle tue giunture, nelle tue ossa,
nelle aperte contrade. Guarda
non piú di ieri; e la sagoma amata
dorme accanto ai futuri cipressi
colla giovinezza della tua gloria.

Ma dimmi; e perché mi ami?
la tua giovinezza passata
e futura era una foglia
e perché da un lembo stai.

Ma tanto, quel che ho amato
era la tua giovinezza scorsa
e remota come un canto
nel canto imminente della sera.

CLIV

questo disco che ora irrora tacito di luna
e tu calmavi col sangue qualunque ebrezza,
era di un’ala
la cui lievità vedi cadere nel sogno ….

a partire da qui ora si danza,
ora si sogna.

CLXVII

e sembra un sogno, ma non ho nessuno.
O anima, o madre dei poeti
e al tuo benigno regno, io poveruomo,
forse nessuno. E languisco nelle tenebre
che mi ha lasciato il tuo smaltato
smalto; io due volte, pronto,
sul punto di uccidermi e anche questo
mi assale in dubbio. I detriti potranno fare
povere cose miracolose e questo mi sale
al labbro, ove io avevo un punto povero
un punto povero di poeta ….

CLXVIII

… come era desto il mattino e in fiore
sulle tue labbra ….

CLXIX

… Ora ti amo per poco
quando in quest’orribile
viavai incominciasti a scorgere
nuda la sera. Forse ora era vero,
ora ti manca a castigo il talento.
Ma, vedi, non fa piú male,
non fa piú paura, anche la leggera
ebbrezza del sonno, quando incominciasti a scorgere ….

***

Lorenzo Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da famiglia “possidente”, il padre Michelangelo figlio di notaio e la madre Maria Giuseppa Cardone, nativa di Bagnara Calabra (pochi chilometri da Melicuccà) figlia di farmacista. Lorenzo è il terzo di sei fratelli. Il paese natale resterà luogo di riferimento affettivo e rifugio del poeta legato essenzialmente alla figura della madre. Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e li conclude a Bagnara, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica.
Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli dove i figli intraprendono gli studi universitari. Lorenzo si iscrive ad Ingegneria e l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. In questo periodo scrive buona parte dei versi che intitolerà poi, 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Il suo stato di salute comincia a manifestare le prime patofobie. Nel 1934 la famiglia Calogero fa ritorno in Calabria. Lorenzo Calogero dopo aver letto la rivista “Il Frontespizio”, cerca di contattare Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate e sarà costretto a pubblicare a sue spese nel 1936 il suo primo libro, Poco suono. Si laurea in Medicina nel 1937, ma pare che Calogero voglia desistere dai suoi progetti letterari. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Calogero ha un rapporto con la medicina più da malato che non da medico, egli stesso scriveva “son vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.
Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa in lettere di Reggio Calabria, il fidanzamento con Graziella si conclude con una rottura dopo cinque anni. Dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al ’53 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi. Parte in seguito per Milano e Torino per incontrare personalmente Giulio Einaudi ma è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; in questo periodo scrisse Avaro nel tuo pensiero in soli undici giorni. Qui si ferma solo per un anno, in seguito ad una delibera del consiglio comunale che lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955, si ritira definitivamente nel suo paese, ma l’eremitico abbandono ad un ininterrotto atto creativo, lo porta a rifiutare i rapporti con il reale, con il quotidiano, con i paesani che per questi motivi lo discriminano. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…. Dopo ventanni riscrive anche a Betocchi chiedendogli di pubblicare da Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce Parole del tempo che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo con una Premessa del poeta. E’ un periodo molto oscuro della sua vita a causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. La patologia riscontrata indica una tendenza depressiva e malinconica che sfocia in patofobie di origine reali e immaginarie, ma l’amore resterà costantemente la sua più grande nevrosi. E’ nella casa di cura che conosce e si innamora di un’infermiera, Concettina. Ritorna ancora nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo…, ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli accompagnata da una lunga lettera in cui chiede di scrivere una recensione ad un nuovo libro “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”, invece è il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, ed è proprio Sinisgalli a firmare la Prefazione a Come in dittici. L’amicizia fra i due continuò con un fittissimo rapporto epistolare. Il 9 settembre del 1956, in seguito alla morte della sua amatissima madre, inizia un periodo travagliato che lo porterà ad un secondo ricovero a “Villa Nuccia”, dove tenta nuovamente il suicidio recidendosi le venedei polsi. Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, cerca disperatamente un editore, circondato da una ingenerosa incomprensione, mangia pochissimo, si sostenta di sonniferi, sigarette e caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a “Villa Nuccia”. Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce il critico Giuseppe Tedeschi, il quale appronta il primo volume delle Opere poetiche pubblicato postumo, nella cui introduzione racconta il loro incontro. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica in quest’arco di tempo e scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Lerici, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria. Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, dove, anziché prendersi cura di sé, decide di consacrarsi solamente alla poesia, corteggiando la morte. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, Inno alla morte.
Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nel fascicolo aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di Opere Poetiche in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di Opere Poetiche, la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero ancora oggi inedito insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella letteratura più alta del ‘900. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:
“Vi prego di non essere sotterrato vivo”.

42 pensieri su “Lorenzo Calogero

  1. Grazie per questo bellissimo post, Claudio. Un grazie anche “interessato”, se vuoi, visto che mi risparmi la “fatica”, già programmata, di una “traduzione” di Calogero “dal silenzio”: avevo infatti ripreso in mano, da qualche giorno, il primo volume della Lerici e stavo già ricopiando dei testi.

    Hai perfettamente ragione, tanto sulla sua grandezza, quanto sull’idiozia imperante. Non solo. Tu non l’hai detto, ma lo aggiungo io: il fatto che Calogero sia stato letteralmente “sradicato” dalla memoria letteraria italiana da almeno quaranta anni, ha permesso a un bel numero di “poeti” (sic!), anche famosi (sic!) di imitarlo fino al plagio, vista l’ignoranza totale, anche da parte degli addetti ai lavori, della sua opera.

    Mi aspetto che qualche casa editrice seria, così come è avvenuto con Beppe Salvia, recuperi almeno una riedizione dei bellissimi volumi della Lerici. Ciò vale, guardando ad altri orizzonti di ricerca poetica, per un’altra decina di nomi (grandi e) sepolti.

    fm

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  2. Grazie Claudio di questa proposta. L’Italia della poesia è una ben strana nazione. Spero che il tuo invito risvegli gli animi editoriali, e risvegli anche i cuori dei poeti…
    Elio Grasso

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  3. Onore a questo mio grande conterraneo! La Calabria non è solo terra di ‘ndrangheta e di cabarettisti che mettono l’acca dappertutto e parlano solo di peperoncino. E’ anche la terra di Corrado Alvaro, Leonida Rèpaci, Mario la Cava… e del “poeta” Lorenzo Calogero.

    Grazie.
    Pasquale

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  4. Qui siamo di fronte ad una delle più macroscopiche rimozioni editoriali ma non solo di tutto il 900. Purtroppo a tutt’oggi vale ancora quello che diceva la Rosselli, amaramente, sull’opera di Calogero “a parte qualche poeta, nessuno ne sa niente”.

    E, confesso, che è veramente difficile saperne di più: una ristampa almeno antologica, anche minima, è, a questo punto, indispensabile.

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  5. “e sembra un sogno, ma non ho nessuno.
    O anima, o madre dei poeti
    e al tuo benigno regno, io poveruomo,
    forse nessuno. E languisco nelle tenebre
    che mi ha lasciato il tuo smaltato
    smalto;”

    Commuovono questi versi, conoscendo la vicenda terrena dell’autore. La madre dei poeti, forse, non dimentica, e nel tempo senza tempo della poesia sceglie l’occasione e la mano: non in forza di obblighi generazionali, ma per richiamo di sangue.

    Giovanni

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  6. Leggendo di Lorenzo Calogero, ho sempre più l’ impressione che se si scavasse, anche non troppo a fondo, bisognerebbe riscrivere ex-novo la storia della poesia italiana, e non solo di quella contemporanea. Bravo Claudio.

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  7. Questi versi sono veramente una scoperta per me! Ci sono volumi recenti in commercio? Sono sempre alla ricerca di poeti da proporre ad alcune riviste letterarie in Germania.
    Grazie,

    Stefanie

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  8. “a partire da qui ora si danza,
    ora si sogna”.

    in molti casi, la felicità è postuma.
    rimane il vuoto lasciato dal non detto, l’abisso del silenzio che ingoia, spesso, l’unica storia che conta.
    grazie, Claudio.
    fabrizio

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  9. Concordo! Calogero l’ho letto e riletto e l’ho trovo sempre straordinario. Esistono in commercio due antologie(Rubettino e Falzea) ma troppo brevi per un poeta come lui. I due volumi della Lerici(anni ’60) in commercio non si trovano più. Speriamo un giorno nella pubblicazione dell’opera omnia!
    Un caro saluto

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  10. claudio, scrivendo “Lorenzo Calogero non è stato in campo di concentramento come Celan, non ha conosciuto, come Celan, Cioran Gadamer e Heidegger, ma io penso che sia al suo livello” intendi forse in qualche modo anche lontanamente suggerire che la fortuna di Celan dipenda dal suo esser stato in campo di lavoro o dal fatto di aver conosciuto C., G. e H.?

    per quanto belle siano queste poesie non vi ho trovato qualcosa di paragonabile alla forza, precisione, novità della Todesfuge, o solo della Chanson einer Dame in Schatten, o al solo verso “wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis”. tu sì?

    ciao,
    lorenzo

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  11. Credo che il parallelo di Claudio fosse funzionale, unicamente, a rimarcare la grandezza di Calogero, che condivido in pieno.

    Su altri piani, a partire dall’idea stessa di poesia che i due autori coltivano, credo sia improponibile.

    Ma è solo una mia idea. Dettata anche dal fatto che non amo, almeno in poesia, le graduatorie. Di nessun tipo. Idea criticabilissima, quindi.

    In questo momento, la cosa che personalmente mi piace rimarcare è che, grazie a questo post, il nome di Calogero ha ripreso a circolare: suscitando l’interesse di chi non lo conosceva affatto e la legittima gioia di quelli che (pochi, purtroppo), stimandolo, l’hanno sempre letto con devozione e ammirazione nel corso degli anni.

    Un saluto a tutti.

    fm

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  12. ma sì che me lo studierò e grazie per averlo indicato. è solo che dalle tue parole mi sembrava che ti stesse sul cacchio celan (non c’entrano le graduatorie).

    ciao,
    lorenzo

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  13. Onestamente ho sentito fuorviante il paragone del bravo e trascurato Lorenzo Calogero, cui occorre ridedicare tutta l’attenzione, e lo spazio di attenzioen(anche critica)che non ha avuto, ma senza queste sterili classifiche.
    Guardiamo in casa italiana, quali erano gli intoccabili, allora, al tempo di Calogero, le censure, le corporazioni potenti?
    Sarebbe come dare la colpa a Pasternak se un suo coevo,italiano, non abbia avuto riconoscimenti.
    Ma scusate, che centrava?
    Falso bersaglio polemico, mi pare (un post, il precedente di marotta, inoltre dedicato al rapporto filosofi-poeti) mentre dei provinialismi conditi di ividie e piccinerie della corporazione letteraria italina, si deduce bene dalla biografia.
    Anche Saba anche Penna scontarono la loro ritrosia con una vita disturbata da un eccesso di sofferenza, e peggio ancora molti altri, lo sappiamo; non è un livello interessante, però ora, fare libere associazioni(meno che mai , anzi offensivo contrapporvi per mettere in dubbio(?)la grandezza poetica e la esemplarità liminare – di tragedia – della vicenda di Paul Celan).

    detto questo, l’invito di Matteo, e di tutti gli altri mi pare unanime,che sottoscrivo pienamente convinta; suvvia, dedichiamo energia critica a contestualizzare, non a generalizzare, perché di confusione, sotto il cielo, ce n’è abbastanza.

    P:S A proposito della giustezza postuma di sistemazione letteraria operata – finalmente – per Beppe Salvia, qui al Nord, attendiamo ancora la collocazione della coeva Nadia Campana, curatrice de “Le stanze di alabastro” della Dickinson, che benchè segnalata (postuma)da Fortini e da Porta,è rimasta ad una compilazione curata senza la omnia, e la cronologia.
    D’altra parte, Milano, a quasi vent’anni dalla morte, non riconosce ancora,(ma Bologna sì), le idee il ricordo critico aggiornato ad Antonio Porta, poeta e eintellettuale, che rese Milano città europea della poesia..e fu “porta” per altri, come voleva, ma speriamo nelle case della Poesia..(da lui ideata)
    Un ultimo invito: vedetevi il bellissmo film, “Le vite degli altri” per capire come oggi gli artisti si sentano disarmati.. davanti alla realtà.
    Credo che centri con questa stanchezza che si avverte in giro.
    Maria PIa Quintavalla

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  14. L’ho visto proprio ieri sera “Le vite degli altri”, Maria Pia, e condivido la tua analisi. Una realtà che prevarica l’artista “dominato” spesso per proprio tornaconto.

    Marco

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  15. Infatti, infiniti sono i modi di provocare e polemizzare, come le vie del Signore. Basta guardarsi bene, ad esempio, dal dire quello che si pensa. Alludere, sottendere, ammiccare. Ma i poeti non dovrebbero essere fuori da questa prassi?

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  16. “Lorenzo Calogero non è stato in campo di concentramento come Celan…”

    Scusi Saya, questo esordio, che si qualifica da solo, le sembra il biglietto da visita di uno studioso, un modo per combattere le nuove “Stasi” di regime? Mi permette di avere dei dubbi?

    Buon proseguimento, signori.

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  17. Cara Maria Pia, Calogero non è, come dici tu, “bravo”. Secondo me è “grande”. Come Celan. Non faccio nessuna classifica. Dico solo che abbiamo un grande che sarebbe piaciuto a Heidegger e a Gadamer, e che sarebbe quindi stato di moda anche lui. Il grave su Calogero non è che non fu riconosciuto ai suoi tempi, ma nel mezzo secolo dopo la sua morte, quando ad esempio c’era Porta.
    Ma penso che l’equivoco nasca dal fatto che per te è solo bravo.
    Ma io poi non ho intenzione di polemizzare con la civiltà letteraria attuale, Calogero sarebbe uscito da Einaudi o Mondadori con la prefazione della Rosselli, furono gli eredi a impedirlo, e mi sembra che tuttora lo impediscano. Bisogna riconoscere poi che, nonostante non sia pubblicato, viene inserito nelle migliori antologie del novecento.
    Sono contento dei tanti commenti positivi, ritornerò su Calogero in questo spazio.
    Ambrogio Colombo non capisco cosa vuole dire, penso comunque che non conosca Calogero (e comunque uno può conoscerlo e non piacergli, però penso che sia importante leggerlo prima, e non solo poche poesie, ma almeno Come in dittici o i Quaderni di Villa Nuccia).
    Claudio Damiani

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  18. Un bellissimo post e mi associo al coro per l’opera omnia –
    vi segnalo un sito http://www.lorenzocalogero.it, dove c’è molto materiale.
    Il discorso tristemente noto degli eredi e dello spettro della vergogna che si porta dietro un suicidio fa riflettere sulla confusione che c’è sempre tra uomo e opera poetica – la seconda dovrebbe godere di libertà indipendentemente dal primo.

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  19. Egregio signor Damiani, mi consenta di esternarle, in risposta a una sua notazione, il mio pensiero. Secondo me, lei presume troppo nei miei confronti, perché non le è dato in nessun modo sapere se conosco o meno Calogero. E infatti, non c’è nessun cenno, nei miei due commenti, all’opera dell’autore da lei postato. Intervenivo solo nel merito di quello che lei scrive, in guisa di cornice. Provi a leggere queste due diverse formulazioni e deduca lei, oltre alla differenza specifica, il significato nemmeno tanto criptico.

    Lei scrive:
    “Lorenzo Calogero non è stato in campo di concentramento come Celan, non ha conosciuto, come Celan, Cioran Gadamer e Heidegger, ma io penso che sia al suo livello, uno dei più grandi poeti del ‘900.”
    Che, come lei mi insegna, se la lingua italiana significa ancora qualcosa, mette in un rapporto di causa-effetto il valore di Celan con l’internamento in un lager, da una parte, e le sue ‘conoscenze’ dall’altro. Non credo non se ne sia accorto, visto che, oltretutto, come pure è stato notato dalla signora Quintavalla, il suo post sembra, in questi termini e non solo, una risposta mirata a uno di qualche giorno fa.
    Capirà, egregio, che ben altra valenza assume, ad esempio, una frase come questa:
    “Penso che Lorenzo Calogero sia uno dei più grandi poeti del ‘900, all’altezza di un Celan”.
    Non crede che siano due biglietti da visita che declinano le generalità di due persone e di due opzioni ben distinte? Io penso proprio di sì. Così come penso di sapere più io di lei, in quanto lettore di ciò che qui viene pubblicando, che lei di me nel merito della conoscenza dell’opera di Calogero.
    Quindi, io ho almeno la consolazione di andare a dormire di notte con due ‘certezze’ che mi riempiono l’esistenza: so che, per il signor Damiani, Beppe Salvia e Lorenzo Calogero sono i due più grandi poeti del ‘900; so che, sempre per il signor Damiani, l’unica giustificazione critica di questa ‘grandezza’ consiste non in un tentativo, anche minimo, di analisi, ma in un ipse dixit di ritorno, abbastanza ridicolo se si pensa che si è al cospetto di poeti e critici di ‘valore’: “studialo!”, rivolto al signor Carlucci, e un mirabolante “così la penso io”, rivolto alla signora Quintavalla.

    Spero di non averla annoiata e, nell’augurarle buone cose, le esterno – so che lei me lo consente – un’ultima riflessione postprandiale.
    Risulta, almeno stando alle statistiche, che questo blog viaggi sulle millecinquecento visite al giorno. Considerato – ma la mia è una stima ad occhio, da lettore abbastanza assiduo – che a commentare siano un centinaio di persone, perché mai ‘qualcuno’ dovrebbe ritenere che gli altri presumibili millequattrocento siano una massa di babbioni ai quali si può propinare tutto, senza uno straccio di giustificazione di quello che si scrive? Solo perché non commentano e non gridano ‘bravo’? A volte, non commentare può essere un atto di misericordia; altre, come nel caso dell’incipit grossolano e infelice del suo pezzo, la misericordia è meglio metterla da parte e destinarla a cose più serie.

    Un saluto a tutti e un augurio di buon lavoro.

    Ambrogio Colombo

    Post Scriptum
    Qualcuno per caso sa dirmi dove e quando Celan e Gadamer si sono incontrati? Colmerei una lacuna.

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  20. Avevo preparato da qualche giorno un post – sempre per i “poeti obliati” – su Calogero con il TIMER. Lo leggerete fra due settimane con altre poesie. Mi fa piacere tutta questa attenzione su un poeta che ammiro molto ma che non oso paragonare a Celan facendo classifiche. Ognuno ha la sua storia e la sua poetica…
    Un caro saluto

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  21. “Questo disco che ora irrora tacito di luna//

    A partire da qui ora si danza,/ ora si sogna”:
    Bellissimo, come gli altri versi.
    Siamo qui per festeggiare il poeta, che è grande.
    Maria Pia Q.

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  22. Sempre importanti i post di Claudio. Grazie anche per Calogero. In effetti è un grande dimenticato… ma si sa, in Italia primeggiano, sempre (o quasi sempre), coloro che non arrecano disturbo… diciamo i ‘medi….’.

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  23. Probabilmente Francesca Matteoni non è a conoscenza del fatto che, dopo la morte del poeta, l’intera sua opera è stata messa a disposizione di Roberto Lerici che ha provveduto a pubblicare i due bei volumi di poesie che sono consultabili nelle più importanti biblioteche d’Italia. Il primo volume ha avuto anche un discreto successo editoriale, meno il secondo. L’editore avvrebbe dovuto curare anche un terzo volume con altri inediti, ma ciò non è avvenuto per cessata attività della stessa casa editrice. I manoscritti sono quindi restati per molto tempo nelle mani di Roberto Lerici che ha coinvolto nella sua passione per il poeta anche Amelia Rosselli che ha tentato a sua volta di pubblicare il già citato terzo volume di opere poetiche senza riuscirvi. I manoscritti sono stati quindi recuperati dai famigliari che proprio nell’ottica della non appropriazione del poeta ne hanno fatto donazione alla Regione Calabria che li custodisce, troppo gelosamente, presso la casa della cultura Leonida Repaci di Palmi. La scelta di “relegare” l’opera in un luogo così periferico è stata criticata da molti, ma ancora oggi è orgogliosamente rivendicata da una buona parte degli “eredi”. Sarebbe interessante sapere che gli intellettuali interessati alla poesia esercitano una forte pressione nei confronti degli organi competenti della Regione Calabria, affinchè questi possano mettere in atto tutti quei provvedimenti finalizzati alla conoscenza ed alla diffusione dell’opera di mio zio (posso rivendicare la parentela?) promessi da tanti anni ma mai attuati.
    PS Durante un colloquio con Roberto Lerici di molti anni fa, ci venne riferito che i veri oppositori alla diffusione dell’opera furoni i comitati scientifici delle grosse case editrici.

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  24. Caro Pietro Calogero,

    No, evidentemente non sapevo più delle notizie che girano nell’ambiente letterario, compresa tutta la problematica di un suicidio letterario o meno che sia, così come le dinamiche complesse che si instaurano nei coinvolti e mi scuso se in qualche modo sono risultata offensiva, non era questa la mia intenzione.

    Riguardo alle regioni e all’ambiente letterario invece purtroppo si tende sempre ad affossare invece che a far emergere: è tipico del nostro paese non volersi sobbarcare la fatica di dar voce a chi la merita. Ed è un gran peccato, un torto che il paese fa a se stesso prima di tutto.

    Sulla pressione degli intellettuali o di chiunque ami la poesia di suo zio, penso che questa sarebbe una bellissima idea e se c’è la volontà qualcosa si può fare, anche a partire da spazi in rete come questo.

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  25. Mi permetto di segnalare un mio modesto tentativo di far conoscere Lorenzo Calogero con il volume “Itinerario poetico di Lorenzo calogero”, edito da Qualecultura/Jaca Book di Vibo Valentia, nel 2003, dal quale, tra l’altro, è stata tratta l’immagine pubblicata nel sito lapoesiaelospirito.
    Grazie per l’amore che dimostrate a questo grande poeta, forse il più sfortunato, in viata e in morte, dell’universo letterario.

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  26. Lorenzo Calogero è senza dubbio un poeta che merita di essere conosciuto più di quanto non lo sia attualmente, ma non è sicuramente un autore facile, come sa chiunque si sia accostato alla sua poesia. Tanto maggiore quindi è il merito della traduttrice Stefanie Golisch, che ha mostrato a mio parere nel suo lavoro sensibilità e competenza. Ce ne fossero di queste iniziative! Tuttavia, leggendo la pur ottima traduzione, mi sono sorti degli interrogativi , che numererò per comodità: 1) perché tradurre “fronda” con “Aufruhr”, come nella poesia SILENZIO SACRO e nel componimento XVI (tratto, credo, dai “Quaderni di Villa Nuccia”)? Lì ci si riferisce evidentemente a un ramo, non certo a una rivolta o a una sommossa. 2) Nella poesia XXVII, “non è che un lusso semplice” viene reso con “ist kein einfacher Lust”, che credo significhi proprio il contrario. 3) Nel componimento CLXIX , “nuda” mi pare vada riferito alla sera, non alla donna, dando ovviamente a “scorgere” il valore transitivo di “vedere da lontano” e non di “apparire”. 4) Se non era possibile conservare la rima nella poesia “Angelo della mattina”,come è comprensibile, non sarebbe stato meglio sceglierne un’ altra per la traduzione? La resa in tedesco senza rima, per quanto pregevole, mi sembra che sia proprio “altra cosa” rispetto all’ originale. Ma, ripeto, questo è proprio un “vedere il pelo nell’uovo”, e come dicevo sll’inizio simili iniziative sono sempre da incoraggiare e da apprezzare, quando si tratta di diffondere la cultura.

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  27. complimenti, ha fatto una bella selezione di poesie, lo dico con profonda gratitudine perché divulgare il nome e l’opera di Lorenzo Calogero contribuisce al risveglio della cultura e alla rinascita di questo grande Poeta per troppo tempo dimenticato…
    un caro abbraccio

    Arianna Lamanna

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  28. Una buona notizia: sta per essere pubblicato, dalla Donzelli, un volume di poesie di Lorenzo Calogero curato da Mario Sechi, italianista presso l’Università di Bari.

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  29. Vorrei soltanto comunicare che è in edicola un mio articolo illustrato su Lorenzo Calogero. E’ alle pagine 16/17 della Rivista popolare d’élite “Frigidaire” n. 234 (inserto del quotidiano “Liberazione” uscito Giovedì scorso, 12 Maggio)e resterà in edicola sino a fine mese. Ho iniziato, inoltre, a comporre il medesimo articolo sul mio Blog di Libero Comminuty con, aggiunte, varie poesie di Calogero che nella rivista, per ovvi motivi di spazio, non compaiono.
    (L’indirizzo Web è: http://digilander.libero.it/giuseppe.teobaldelli).
    Saluti, Giuseppe Teobaldelli Teo de Baldus Maceratensis

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  30. spero che la poesia di calogero venga alla luce dalle buie rovine ,perchè merita di essere ammirata in una nazione che non conosce più se stessa.

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