Pier Paolo Pasolini – “Le ceneri di Gramsci”

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Da: Le ceneri di Gramsci (1954)

I

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite… questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio.… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo….

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano

delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.

III

Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l’urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci… Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte…)
E, da questo paese in cui non ebbe posa

la tua tensione, sento quale torto
-qui nella quiete delle tombe- e insieme
quale ragione – nell’inquieta sorte

nostra – tu avessi stilando la supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell’antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d’incudini, in sordina,
soffocato e accorante – dal dimesso

rione – ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso… povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito

è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade

di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo

l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
– con te – il mondo, oggetto non appare

di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto

perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria

sprezzante e perso – per un oscuro scandalo
della coscienza…

IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro di te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

V

Non dico l’individuo, il fenomeno
dell’ardore sensuale e sentimentale…
altri vizi esso ha, altro è il nome

e la fatalità del suo peccare…
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale

oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna

delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce all’inganno.

Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche

le manie con cui dispone il cuore;
e ancora più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza… e ironico ardore

liberale… e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute… Fino alle infime minuzie

in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia… Ben protetto
dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,

difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l’io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto

il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento… Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio

del vento, qui dov’è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l’anima il cui graffito suona

Shelley… Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica

e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,

sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme

col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella maremma, scuri, di stupende fogne

d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.

Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,

dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa… Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico

di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii

del mare… E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza

ne è l’Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome

del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,

in luride spiaggette…

Mi chiederai tu, morto disadorno,
d’abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?

7 pensieri su “Pier Paolo Pasolini – “Le ceneri di Gramsci”

  1. dicono che la grandezza di Pasolini sia nel cinema. leggevo con entusiasmo queste sue pagine, da adolescente. ora ci vedo tanto Leopardi e Foscolo. nato già vecchio? credo che la forza della poesia di Pier Paolo sia in quello che c’è dietro, in un backstage che ne custodisce drammaticamente e felicemente il non detto, fino a farne il vero messaggio, al di là di ogni formulazione linguistica.
    grazie, Giovanni.
    fabrizio

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  2. Stupenda poesia!Grande omaggio ad una delle raccolte più belle del Novecento, ad uno dei più grandi poeti ed intelletuali italiani di sempre!Ogni volta che rileggo PPP è sempre come la prima volta…Grazie Giovanni!
    Un caro saluto

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  3. certamente qui comanda una retorica ancora forte – volutamente retorica e volutamente forte. e Pier Paolo ha ancora (solo) 35 anni; ha intera la sua fede nel popolo, e se dispera di qualcuno o qualcosa – è di se stesso, non del mondo. la trasformazione del suo lavoro avviene, tecnicamente, con il cinema (e la sua poesia si contamina, ma in modo felice); e umanamente con un’apertura all’inabissamento: poiché il mondo “non mi vuole più e non lo sa” e “la vita non interessa più” – anch’io mi inabisso. in quegli anni, Pasolini sarà frammentario e autore di aforismi. qui no: la sua passione è intera e intatta. il popolo è il popolo, i ragazzi sono gli stessi ragazzi; l’amore è amore. ed è soprattutto questa dolcezza iniziale, di uomo giovane, mescolata alla preoccupazione politica, a colpirmi ora… grazie, davvero
    massimo

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  4. versi imbevuti di sangue e vita, dolore e lotta…
    versi che vanno ricordati tutti
    versi di un Grande!
    grazie Giovanni

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  5. Disperata passione qui, disperata vitalità, poi…
    è questo Pasolini a commuoverci tanto. (Così “integro”ancora, come dice Massimo..non solo stilisticamente, per davvero)

    Un altro grande che non lo dimentichi più..Una bella sorpresa, Giovanni,
    Bravo. MPia

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  6. Fabrizio, Luca, Massimo, Carla e Maria Pia grazie per le vostre parole.
    Al di là delle obiezioni e delle opinioni personali circa l’epigonismo
    stilistico, la retorica e i passaggi che ineriscono la sfera sessuale, è uno
    sguardo fresco, ricco e prezioso quello che si impressiona in questi versi;
    chiaroscuro di bellezza e miseria, di candore e dannazione, di fiducia e
    disillusione. C’è qualcosa di aurorale, verginale, qui, che prende al cuore
    (al di là delle contraddizioni, dell’ingenua, eccessiva mitizzazione del
    popolo in quanto popolo, pur rappresentandosi, sempre qui, finanche l’anima
    primitiva, istintiva, brutale).

    Resta dunque la poesia, lo straordinario affresco storico e antropologico
    di una società in trasformazione dopo le ferite della guerra, la fede
    fortissima di chi ha creduto in una società migliore, più giusta e vera,
    facendo la propria (ragguardevole) parte con i mezzi che sappiamo (poesia,
    cinema, militanza critica), pagando per le proprie scelte. “Non
    padre, ma umile fratello” di Gramsci: “eroe in tensione”
    (per la violenza e la prigione patita, la sofferenza psicologica e fisica su un corpo già
    provato), inimitabile e tragico, dall’impossibile discendenza.

    Giovanni

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