Preghiere laiche

Federico Garcia Lorca

Il canto del miele

Il miele è la parola di Cristo,
l’oro colato del suo amore.
Il meglio del nettare,
la mummia della luce di paradiso.

L’alveare è una stella pura,
pozzo d’ambra che alimenta il ritmo
delle api. Seno dei campi
tremulo d’aromi e di ronzii.

Il miele è l’epopea dell’amore,
la materialità dell’infinito.
Anima e sangue dolente di fiori
condensati attraverso un altro spirito.

(Così il miele dell’uomo è la poesia
che emana dal suo petto addolorato,
da un favo con la cera del ricordo
creato dall’ape nell’intimità.)

Il miele è la bucolica lontana
del pastore, la zampogna e l’olivo,
fratello del latte e delle ghiande,
regine supreme dell’età dell’oro.

Il miele è come il sole del mattino,
con tutta la grazia dell’estate
e il fresco antico dell’autunno.
È la foglia appassita ed è il frumento.

Oh divino liquore dell’umiltà,
sereno come un verso primitivo!
Tu sei l’armonia incarnata,
lo spirito geniale di liricità.

In te dorme la malinconia,
il segreto del bacio e del grido.
Dolcissimo. Dolce.
Questo è il tuo aggettivo.

Dolce come il ventre di una donna.
Dolce come gli occhi dei bimbi.
Dolce come le ombre della notte.
Dolce come una voce.

O come un giglio.
Per chi ha in sè la pena e la lira
tu sei il sole che illumina il cammino.
Equivali a tutte le bellezze, al colore, alla luce, ai suoni.

Oh liquore divino della speranza,
dove anima e materia unite
trovano il perfetto equilibrio
come nell’ostia corpo e luce di Cristo.

È la superiore anima dei fiori.
Oh liquore che hai unito queste anime!
Chi ti gusta non sa che inghiotte
lo spirito d’oro di liricità.

(Granada, novembre 1918)

15 pensieri su “Preghiere laiche

  1. bel titolo per questa, che spero sia la prima di una serie!

    se la preghiera è respiro dello spirito, può essere che ci incontriamo in essa, credenti e laici; ma c’è poi così grande differenza di fronte al mistero della vita fra i due? o non sono il medesimo essere umano affacciato sull’orlo della poesia-preghiera che si fa canto struggente?

    L’alveare è una stella pura,
    pozzo d’ambra che alimenta il ritmo
    delle api. Seno dei campi
    tremulo d’aromi e di ronzii.

    Il miele è l’epopea dell’amore,
    la materialità dell’infinito.
    Anima e sangue dolente di fiori
    condensati attraverso un altro spirito.

    grazie fabrizio

    saluto tutti

    elena f

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  2. grazie a Carla ed Elena: sì, la differenza è sottile, quando si arriva alle regioni estreme, all’ultima Thule dell’umanità.

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  3. il miele è dolce
    come la carezza di un amico ritrovato
    come un ricordo dimenticato
    un bacio di Dio nell’ora buia.
    grazie per avermi ricordato di aver letto Garcia Lorca troppi anni fa e forse è giunto il momento di ricominciare a leggere.
    un abbraccio
    Stella

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  4. Garcia Lorca, uomo semplice e molto colto insieme. Il Miele è uno dei simboli più ricchi e antichi. Grazie alla penna di san Tommaso d’Aquino la liturgia latina ha ufficialmente consacrato il miele a simbolo dell’Eucarestia, prendendo come Introito della Messa del Santo Sacramento le parole: Cibavit eos ex adipes frumenti, et de petra melle saturavit eos. “Li ho nutriti con la migliore sostanza del frumento, li ha saziati col miele della pietra”. Si tratta della trasposizione di un versetto del Salmo col quale David pone sulle labbra del Signore che parla al suo popolo le parole: “li nutrirò col fiore del frumento e li sazierò col miele della roccia.

    Ricordiamoci anche che sant’Ippolito prescriveva di dare ai comunicandi tre alimenti: prima una coppa d’acqua, poi del miele e infine una coppa di vino, il tutto consacrato.

    Nel 17esimo secolo, Messer Jean Belot, curato di Ménilmont, che si autodefiniva: “Maestro in scienze divine e celesti”, nella sua singolare opera, citava, come una delle dodici figure del Sacramento dell’Altare, “il favo di miele che ridette la vista a Gionata”. Ecco l’episodio biblico al quale si fa allusione: Gionata, figlio di Saul, re d’Israele, avendo trovato del miele d’api selvatiche in un bosco, ne mangiò davanti al popolo, e i suoi occhi assunsero una luce straordianria; egli stesso lo fece constatare alla folla: “Vedete come i miei occhi sono diventati luminosi perché ho mangiato di questo miele”.

    Nel quinto secolo prima della nostra era, Ctesia scriveva che in Asia scorre un fiume di miele, la cui sorgente nasce da una roccia.
    Questo fiume di miele, ci dice Lanoé Villène, è la Ganga celeste, il nutrimento dei Santi.

    La nostra farmacopea antica e moderna riconosce a tutti i mieli rosati incontestabili virtù curative; ciò nonostante essa non parla più del miele della pietra dalle virtù maggiori di quelle degli altri mieli, dato che in Europa esso è divenuto praticamente introvabile: non è lo stesso di quello di certe regioni montagnose asiatiche, dove il miele delle rocce ha conservato il suo antico apprezzamento.

    Il miele nella civiltà egizia entrava nei riti divini.

    Usato nei riti funerari nella composizione degli unguenti consacrati.

    In Siria si spalmavano di miele i corpi dei notabili morti, e anche questo sembra essere in relazione con la speranza di una felicità futura.

    Nella Vigna mistica, che è del 12esimo secolo, si dice: “Api spirituali, dobbiamo succhiare il miele che cola dalla pietra, secondo la Parola del Profeta, poiché Cristo che è un Paradiso di delizie è anche pietra misteriosa.

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  5. grazie anche ad Antonella e Stella Maria. sempre preziosi i tuoi contributi, Emanuele: approfondirei anche le indicazioni junghiane riguardanti il processo di individuazione.
    fabrizio

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  6. un po’ pomposa e si dimentica del seme dell’uomo, miele di vita. la liricità della poesia qui è a rischio di affossamento, genuina quanto ingenua poesia di natura tutta alla nascita del femminile nel divino, barocca!

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  7. Grazie della proposta di lettura, Fabrizio.

    Federico Garcia è sempre meritevole di riletture, anche se c’è chi predilige l’ultimo al primo Lorca(intorno a “Poeta a New York”, per intendersi)
    leggendolo con testo a fronte poi,ancora meglio esplodono gli echi, le sonorità della lingua.
    Nella mia rubrica di anni fa, per la F.Fabbri,su “L’ Educatore italiano” curai all’interno di un’antologica sul novecento europeo anche lui, in una monografia, pe r i piccoli e le insegnanti,dai 6 ai dieci anni;fu molto amato, come si fa amare lui, promotore di miele.. poetico.

    Maria Pia Q.(toccando ferro è tornata l’illuminazione a casa mia, cioé le risposte vengono pubblicate??!!we hope)

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  8. Quello che dice Elena al n. 2 mi fa venire in mente dei versi di Rumi, grande religioso e grande poeta:

    “… Non giudeo sono, né cristiano, né terrestre né marino,
    né impastato son di terra, né venuto son dal cielo!

    Non di Terra, non di Acqua, non di Vento, non di Fuoco
    non d’Empireo, non di Trono, non di Essere o d’Essenza!

    E non d’India, non di Cina, né Sassonia o Bulgaria,
    non di Persia o Babilonia, né del Khorasan io sono!

    Non del mondo, non dell’altro, non d’inferno o paradiso,
    non d’Adamo, non di Eva, non di eterei giardini!

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  9. grazie a Miele, Maria Pia e Giorgio. anch’io preferisco il secondo Lorca, ma la freschezza del primo spesso è irresistibile.
    una cultura dell’incontro oggi è indispensabile. bisognerebbe cominciare dalla scuola a educare all’intelligenza dell’altro. svecchiare i programmi, favorire una mentalità da crocevia, da stazione, come nel manifesto di questo blog.
    fabrizio

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  10. ho trovato altissimo questo: materialità dell’infinito – è un ossimoro, dal punto di vista dello studioso. è un fatto di metà suddivisibili all’infinito, per il filosofo, come nel paradosso di Achille e della tartaruga. ma il poeta vede la cosa e vede il dopo della cosa, vede il miele e lo adora per quello che è, per quello che può essere, e per quello che lo precede e per la catena che implica… grazie, sempre
    massimo

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  11. grazie a Massimo e a Luca.
    il poeta vede il dopo. una bambina una volta lesse: dal libro del poeta Isaia. e tutti a ridere. ma non non c’era niente da ridere, era vero.
    grazie anche da parte di Federico.

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  12. è una bella proposta – Lorca, Machado, Cesar Vallejo: quanto avrei da ri/leggere e quanta ricchezza da cogliere !!! –

    in effetti hai ragione, in fondo “la differenza è sottile, quando si arriva alle regioni estreme”: magari in futuro ci scriverò qualcosa (se ne avrò la forza…)…

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