Il ventennale della morte di Borges – di Sergio Garufi

Il ventennale della morte di Borges. Di Sergio Garufi.
Note e riflessioni sulla figura e l’opera di Jorge Luis Borges. # 2

babele

Pontiggia affermò (ne L’isola volante, Mondadori) che scrivere su Borges è come scrivere su la Gioconda. L’assimilazione lo ha reso rassicurante, familiare, innocuo. “Anziché riconoscerci nell’estraneo, l’estraneo diventa noi, ossia irriconoscibile”. E’ il destino di tutti i grandi scrittori del Novecento, come Kafka e Pirandello, quelli che si neutralizzano trasformandoli in un aggettivo. A quel punto, come nel caso de la Gioconda, si crede di conoscerli anche senza averli mai visti, e ci si sente esentati dal farne esperienza diretta. Si ha insomma l’impressione che oggi i libri di Borges non siano altro che un deposito di citazioni, degli oggetti transizionali la cui sostanza è irrilevante, e in ogni caso subordinata alla loro centralità di feticcio, di certificato di buona condotta, di investimento psicologico. Sbarbaro, che aveva sempre ragione, sentenziò che “l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo”. Alla richiesta di Savater di partecipare a un volume su Borges, Cioran rispose negativamente. Cosa si può dire di chi è stato colpito dal “castigo della consacrazione”? Eppure, proprio motivando le ragioni di quel rifiuto, il rumeno scrisse uno dei saggi più interessanti e originali sull’argentino. E’ una breve e densissima lettera, ora inclusa nella raccolta intitolata Esercizi di ammirazione (Adelphi), in cui Cioran evidenzia i molti tratti che condivideva con Borges; e cioè l’essere nati e vissuti ai margini della Storia. Da qui, dalle periferie culturali dell’Argentina e della Romania, è sorta la loro curiosità senza confini, insaziabile ed enciclopedica.

La cultura italiana non fu al centro dei suoi vastissimi interessi. Nel confronto con le altre letterature occidentali occupò sicuramente un posto meno privilegiato rispetto a quelle di lingua inglese, alla tedesca, alla spagnola e alla francese. Della nostra letteratura non si considerava un profondo conoscitore, e tuttavia alcuni nomi, come Dante, Ariosto, Tasso, Marino, Croce e Papini, ricorrono abbastanza frequentemente nei suoi scritti. Verso il primo, di cui lesse la Divina Commedia in una dozzina di edizioni critiche diverse, riconobbe un grande debito, in buona parte risarcito dalla stesura di nove brillanti saggi che redasse in età avanzata. L’ispanista toscano Roberto Paoli, il nostro borgesiologo più autorevole, in un pregevolissimo studio critico (Percorsi di significato, D’Anna) segnalò come non fosse esente da suggestioni dantesche la predilezione dell’argentino per il resumen, ossia per l’espediente narrativo di condensare la vita del protagonista nell’attimo fatale in cui questi scopre il proprio destino. Si tratta di una tecnica strutturante del racconto che informa di sé molti testi borgesiani, come Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, Emma Zunz e La forma della spada. E a Dante si riconduce pure il motivo della rivelazione della versione occulta di una storia conosciuta, nel desiderio di ristabilire una verità storica mistificata o taciuta. Ma le affinità più evidenti col fiorentino emergono con chiarezza ne L’Aleph, basato su un canovaccio inequivocabilmente dantesco – seppur antifrastico – a partire proprio dai nomi dei personaggi principali (Beatriz Elena Viterbo e Carlos Argentino Daneri).

Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura del nostro paese, in Borges si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità ingenerato dalla massiccia emigrazione di nostri connazionali verso l’Argentina dei primi del Novecento. Testimonianze di questo atteggiamento ambivalente si trovano in numerose interviste di Borges e in un prezioso studio di Nestor Ibarra (Borges et Borges, L’Herne), che fu suo amico ed estimatore sin dagli anni 20. Qui Ibarra racconta come a quel tempo usassero spesso comunicare in un gergo latineggiante di fantasia, per il quale hypogeous stava a significare la metropolitana, phanerogamic serviva a indicare nuotatori troppo discinti, un seminar era un preservativo e l’italiano era chiamato antropomorphus. Pregiudizi certo fastidiosi ma comprensibili, se si considera che allora metà della popolazione argentina era di origine italiana. Nei racconti polizieschi scritti assieme a Bioy Casares, la satira antitaliana sottolinea sovente la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.

Tutto questo gradualmente venne meno con la conoscenza diretta del nostro paese. Eccettuato un primo viaggio con i genitori che risaliva al 1914, in cui la famiglia soggiornò per cinque anni in Svizzera a causa dei problemi oculistici del padre; periodo durante il quale visitarono frettolosamente Milano, Venezia e Verona; Borges tornò in Italia solo nel 1977, ormai cieco e anziano, su invito dell’editore Franco Maria Ricci, che gli aveva affidato il compito di dirigere una collana di libri (”la Biblioteca di Babele”). In teoria, avrebbe dovuto essere un successo. La sua fama era ormai consolidata da diverso tempo, perché in seguito alle prime pioneristiche traduzioni francesi di Roger Caillois degli anni 50 i suoi libri venivano stampati in tutta Europa, e in Italia da Einaudi con l’ottima traduzione di Lucentini. Inoltre nel 61 gli era stato assegnato, ex aequo con Samuel Beckett, il prestigioso Premio Formentor, che gli aprì le porte delle più importanti università americane, presso le quali tenne parecchie conferenze. Ciononostante, in Italia non ricevette un’accoglienza particolarmente calorosa. Il 1977 era un anno di cruenti scontri sociali e politici, l’intellettuale aveva da essere impegnato, e i suoi racconti fantastici suonavano intollerabilmente reazionari. In un’intervista di alcuni mesi dopo, Borges lamentò che i giornali nei loro titoli lo avevano definito fascista. “E’ evidente che se uno in Italia non è comunista, è sicuramente fascista. Non concepiscono altre gradazioni…E’ una specie di povertà dell’intelligenza”.

Tutt’altra sorte ebbe il viaggio successivo, avvenuto quattro anni più tardi. Recatosi a Roma per ritirare il Premio Balzan, egli era ormai acclamato come “il più grande scrittore del mondo” (in un articolo di Lamberti Sorrentino apparso su L’Europeo). Umberto Eco, uno degli autori italiani maggiormente influenzati dall’argentino assieme a Calvino, Tabucchi e Sciascia, solo l’anno precedente aveva dato alle stampe il fortunatissimo Il nome della rosa, prima sua opera narrativa, in cui il personaggio principale, il cieco bibliotecario Jorge da Burgos, s’ispirava in modo inequivocabile a Borges. Nel frattempo il mondo faceva a gara ad averlo, invitandolo a tenere conferenze, ricevere premi e ritirare lauree honoris causa (alla fine se ne conteranno ventitrè!); e lui si concedeva a tutti con facilità, senza alcun tipo di selezione. Quel suo inesausto donarsi al pubblico pareva una dolce kenosi, un atto ludico e sacrificale insieme, un modo di consegnarsi alla tirannia degli altri fino a reificarsi e ad abdicare a se stesso. Di quel frenetico periodo da globe-trotter rimane la testimonianza fotografica del volume Atlas, in cui le immagini di Maria Kodama lo ritraggono su una mongolfiera, o mentre carezza una tigre in uno zoo, o ancora in un monastero shintoista, sempre sorridente e felice.

Nell’ottobre del 1982, quando avevo 19 anni, incoraggiato da un’ispirata recensione di Pietro Citati sul Corriere acquistai la raccolta di poesie La Cifra, e la prima cosa che lessi fu la struggente dedica dell’autore a Maria Kodama. Vi si diceva che, “salvo il caso della indifferente moneta che la carità cristiana lascia cadere nella mano del povero, ogni vero regalo è reciproco. Colui che dà non si priva di ciò che dà. Dare e ricevere sono la stessa cosa”. Quelle parole furono l’incipit di un’ossessione. Da quel giorno iniziò il mio studio matto e disperatissimo. Mi chinavo sui suoi testi come un aruspice sulle proprie interiora, e arrivai a pensare che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale: tutto ciò che lo aveva preceduto preparava il suo avvento, tutto ciò che sarebbe seguito non avrebbe potuto prescinderne.

La prima volta che lo vidi fu all’Accademia Olimpica di Vicenza. Mi recai a quella conferenza temendo il solito sparuto pubblico dei reading letterari, e invece trovai una folla incontenibile e ammirata. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, compresi che anch’io ero un fan, che tanti altri lo idolatravano. “Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie”, scrisse in una breve prosa de L’Artefice. Difatti, il giorno successivo al reading di Vicenza, ossia due anni dopo la lettura de La Cifra e proprio grazie all’interessamento di Maria Kodama, incontrai Borges. Era a Venezia, per un convegno della Fondazione Cini. Alloggiava all’Hotel Londra Palace, sulla riva degli Schiavoni. Mi accompagnarono fin sulla soglia della sua camera, e quando si aprì la porta ebbi un attimo di esitazione, come di fronte a una ierofania. Quasi a convincermi del contrario, Borges mi accolse declamando in italiano i versi dell’inferno dantesco (”Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”). Aveva ragione: la letteratura è un adorcismo, l’unica possibilità che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano. Di qui lo scandalo, e il fascino, e l’imperio. Mi parlò a lungo delle liriche che avevano lenito la sua celibe esistenza: l‘ipallage di Virgilio, “la rosa senza perché” di Angelus Silesius, e poi Shakespeare, Victor Hugo, Quevedo e tanti altri.

Da quel colloquio ricavai l’impressione che due cose sostanzialmente cospirassero alla costruzione del mito de “l’Omero del XX secolo”: l’evocativo physique du rôle del vecchio poeta cieco e la sua opera, talmente perfetta e “armoniosa da apparire inevitabile e perfino ovvia”, com’ebbe a dire lui stesso di Oscar Wilde. La conversazione con lui era così ricca e imprevedibile da vanificare qualsiasi tentativo di etichettarlo. L’inafferrabile e ubiquo Borges non era mai dove si supponeva, si sottraeva a qualsiasi radicamento, evadeva dalle rappresentazioni oleografiche che ce ne facevamo, dai ritratti in cui ci si illudeva di sorprendere e fissare una volta per tutte la sua incerta fisionomia; sempre altrove, sempre in movimento, forse intimamente persuaso di poter eludere finanche la morte. Sembrava l’homme de verre di Paul Valéry, qualcuno che a furia di rispecchiare il mondo aveva infine smarrito la propria identità invece di acquistarla.

Ci incontrammo in altre occasioni e in altri posti, ma l’ultima volta fu a Milano, la mia città, nell’autunno del 1985. Dopo averlo sentito parlare nella gremitissima aula magna dell’Università Statale andai con lui, mio padre e il Prof. Paoli in un ristorante lì vicino. La sollecita Maria Kodama non partecipò, aveva degli impegni da sbrigare e ce lo affidò per il tempo della cena. Ricordo che mio padre lo ascoltò quasi sempre in silenzio, mentre Paoli gli chiedeva di Schopenhauer e io lo interrogavo su dei passi de La morte e la bussola. Riuscì a malapena a finire il suo risotto in bianco, tante erano le domande cui doveva rispondere. In ultimo, data la mia insistenza a farlo parlare solo dei suoi libri, mi rimproverò perché leggevo “troppo Borges”. Ritornata Maria Kodama, ci salutammo dandoci appuntamento a giugno dell’anno seguente, quando avrebbe dovuto inaugurare a Firenze il Nono Congresso Mondiale dei Poeti. Morì pochi giorni prima, nella sua amata Ginevra. Sono l’unico superstite di quella cena.

(pubblicato su Stilos, 20 giugno 2006; su http://www.nazioneindiana.com il 15 luglio 2006)

9 pensieri su “Il ventennale della morte di Borges – di Sergio Garufi

  1. i ricordi si trasformano in eventi, la cronaca in romanzo. merito di Borges, di Garufi? chiunque entri in contatto con l’Argentino, porta via una parte del suo segreto. lo so bene per Calvino, che ne ricevette due terzi dello spirito.
    grazie a Sergio e Francesco.
    fabrizio

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  2. Bellissimo articolo, grazie a Francesco e Sergio che ricordano alcuni tra i più illustri nomi della nostra cultura.
    Personalmente la lettura dell’Aleph mi ha molto arricchita.
    Buona domenica

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  3. Utile e interessante questa carrellata sulla ‘classicità’ di Borges. Due anni fa ho incontrato un giovane funzionario pubblico che conosceva pressochè a memoria interi racconti dell’argentino ed aveva letto, di lui e su di lui, tutto quello che era reperibile in Italia. Effettivamente siamo di fronte, con Borges, ad una sorta di precoce archeologia letteraria, in parte preordinata e voluta dallo stesso autore, inaferrabile proprio per la sua ubiquità, per la sua disarmante costruzione metalinguistica, per il suo fascino atemporale. Concludo ricordandone la produzione poetica, dove invece, ogni tanto, dietro maschere e cosmogonie è raggiungibile l’umanissimo individuo di nome Jorge Luis Borges.
    Antonio

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  4. Antonio, volevo dire che la lettura di “Borges” di Monegal è stata in grado di aprire prospettive prima impensabili, almeno per me, su Borges. Dopo quella lettura, in quasi tutta l’opera di Borges mi pare di vedere, oltre che la biblioteca e il labirinto, anche “l’umanissimo individuo di nome Jorge Luis Borges”.

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  5. scoprii borges trovando per caso “la cifra” in una casa di studenti. da quel giorno ne rimango innamorato, grazie a lui e al parlare di lui con altri ho scoperto chesterton, bioy casares, cortazar…, ma ho perso quel libriccino, la cifra e non riesco più ad averlo perchè nessuno lo ristampa! non è inquietante pensare che forse alcuni libri non potremo più aver occasione di leggerli (escluse le biblioteche)?
    ciao a tutti

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