Silenzi di pianura, parole di fiume. Umberto Bellintani

di Adelmina Albini

Come il personaggio che esce dallo schermo ne “La rosa purpurea del Cairo” per abbracciare la spettatrice in sala, innamorata di lui, così Umberto Bellintani mi è venuto incontro con un cappello di paglia logoro, calzato all’indietro e un volto che lascia poco all’intuito, uscendo da un film. “Affettuosa presenza” è una poesia in immagini di Franco Piavoli che ripercorre la corrispondenza – lunga quasi quanto la vita – di Umberto Bellintani con l’amico-poeta fiorentino Alessandro Parronchi.


Il poeta è talmente legato alla sua terra mantovana da non riuscire a staccarsene né dopo l’esperienza della guerra in Africa e della prigionia in Germania e nemmeno dopo aver frequentato il mondo intellettuale milanese negli anni Cinquanta e Sessanta, che lo accoglie con entusiasmo ed esalta la sua originale voce poetica – pubblica la prima raccolta “Forse un viso tra mille” nel 1953 – ma che non risponde al suo profondo bisogno di verità. E presto lo abbandona per tornare al suo paese, S. Benedetto Po, dove resta sino alla fine della sua vita, e dove per vivere, lavora come segretario in una scuola. Una vita che segue la monotonia del quotidiano, ma si illumina nel sognare viaggi dall’altra parte del mondo, che si scontra con la durezza della povertà ma si intenerisce con la ricchezza dell’ispirazione poetica. Protagonista della prima raccolta poetica di Bellintani è la pianura mantovana, con il grande fiume, lungo le cui rive e dentro le cui acque si vive e si muore. Ricordi di giochi d’infanzia, di compagni d’avventure, di notti incantate si intrecciano ai lamenti delle madri di bimbi annegati, ai rimandi ad altri fiumi sugli scenari di guerra, alla memoria mitizzata di paesaggi e genti d’Africa, che impregna la sua poesia con immagini di virile nostalgia, ancor più suggestive in quanto evocatrici di atmosfere e paesaggi popolati di enormi animali esotici, quasi mitici, di uomini e donne “naturali”, in totale sintonia e comunione con la natura circostante, di vegetazione rigogliosa. E sopra tutto ciò il riconoscimento dell’esistenza di un Dio che spesso invoca e osanna ma contro il quale altrettanto spesso violentemente inveisce. Anche la sua formazione artistica – si diploma in scultura nel 1937 all’Istituto d’arte di Monza con il maestro Marino Marini – si riconosce nella plasticità di molte sue immagini poetiche, che non sono rarefatte come pitture metafisiche, ma si impongono come blocchi di granito, nei quali la mano, robusta e delicata, modella un coccodrillo, un’anfora, un galletto tra le corna di un toro. A volte però la stessa mano traccia figure spaventose, quasi oniriche, ossessive immagini interiori che hanno tratti umani e animaleschi.
La poesia di Bellintani sfugge ad una collocazione in una scuola o in una corrente; è molto di più. La voce arcana e primitiva dell’uomo che il quotidiano scontro con la realtà rende consapevole della perdita di un’origine mitica, alla quale guarda con nostalgia, ma senza rimpianto. Concretezza e fragilità, umiltà e grandezza, crudeltà della vita e tenerezza di sguardo.

Umberto Bellintani nacque nel 1914 a S. Benedetto Po, in provincia di Mantova. Nel 1937 si diplomò in scultura all’Istituto d’arte di Monza, tre anni dopo fu richiamato alle armi e combattè in Albania e in Grecia. Dal ’43 al ’45 fu prigioniero in Germania. Nel 1953 pubblicò la sua prima raccolta poetica “Forse un viso tra mille”, cui seguì due anni dopo “Paria”. Nel 1963, dopo “E tu che m’ascolti” si ritirò dalla scena letteraria per tornare al paese di origine, dove visse fino alla sua morte, lavorando come segretario in una scuola. Il lunghissimo silenzio fu interrotto solo dalla pubblicazione nel 1998 di una raccolta che comprende le tre precedenti e altre poesie inedite, dal titolo “Nella grande pianura” (Mondadori). Poco dopo morì.

Il film citato è “Affettuosa presenza” di Franco Piavoli, Italia 2004, 60’

Quanto quanto piede in piazza Duomo,
quanto quanto piede
bussa alle orecchie.

Ma dimmi quante vite morte
vanno per le vie:
dimmi quanti cuori vivi
scendono alle tombe.

Sera di Gorgo

Ancora opache innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle anime viola
le figure d’intorno al carretto
di chi grida il bel rosso dell’anguria.
E l’asino è un’ombra che sogna
e mastica biada.

Là il cielo è un verde di giada;
una rondine vi si tuffa,
esce, si perde:
è quasi ora di accendere lucerne.

Nostalgia

Torna un lamento,
e ne dà l’eco la pallida
ombra del monte al capo viola.

Vedo gli uccelli
sui comignoli dei tetti
di un paese dell’Epiro
e scroscia un fresco scintillato di rugiada.
E mentre trebbiano il grano
dei fulvi cavalli arrivo
ove l’oracolo di Delfo era
nel volto corrucciato del greco
fiero di odiarmi.
Non sarò forse mai,
non avrò più ritorno
a quelle terre ove
di me in cerca s’aggira
un ebbro momento.
Oh triste
esser dispersi nel tempo
e per terra divisi
in parti ed ogni parte la sorella
chiamare vanamente.

Negro allo zoo

Qui è nell’occhio dolente dell’antilope
il mio specchio del tempo che trascorro;
ed in quello mi guardo: vedo il fiume
tra le erbe colle orme di gazzelle
che all’acqua volgevano di sera
o la notte nel chiaro della luna.
Sono un negro nel serraglio di città
che dai ferri delle sbarre vede lungi
dentro l’Africa lontana il suo villaggio.
Là sollevano le palme di mattina
verso il cielo un fanciulletto nudo sempre;
ed un canto s’intona. Godo il verso
d’animale di foresta; mi rammento
della madre che rideva accovacciata
con il sesso disserrato come un fiore
nell’assorta palude. E d’allora
di quel tempo cui vola il mio pensiero
la rugiada mi stilla dagli occhi.

Sulla riva del Vojussa

Sponda dell’acqua serena allora scorse
l’anima mia diffusa in grembo al giorno,
e volle voce a cantare colla rondine
di grazia piena, compagna dell’allodola.

Vaga memoria che ritorni a un fiume veneto,
tu mi rammenti quell’isola di pace
dove un soldato approdando si disarma
e sulla sabbia si distende, scrive un nome.
Ma sul tuo giorno calpesta questo giorno
dal piede intriso del sangue della guerra,
ed altro
è il fiume, conteso, della morte.

Spartaco

E tu sei Spartaco, l’astuto bricconcello,
capobandito, “canaglia fra i maggiori
che mai si fosser veduti alla borgata”
nel tempo ch’era di gloria e d’avventura
entrar negli orti, squartare un pollastrello
e andare a zonzo per boschi e per le siepi
a franger nidi, alla cerca di qual mai
altro diletto di nequizia e malafama.
Pronto alla rissa, tiratore di balestra
se c’era un vetro sottomano di finestra,
o la gallina, un passerotto su d’un ramo.
Rosso di crine, camuso, l’occhio strano,
figlio di fame, di freddo, di miseria,
col genitore ubriaco all’osteria
hai fatto storia e il tempo non la varia.
Questo tu eri. Ti cerco tuttavia
come il più caro dei ricordi; è per malia
di questo giorno autunnale che rammenta
la primavera perduta e fa giunchiglia
dov’era un cardo, l’odore della menta
dov’era il lezzo dei tanti letamai.

A passo di strada

Il ciuco cammina nel vetro
dell’aria, fanghiglia lo stampa
nel piede, lontano
quel canto di gallo e la croce.
Ma liuto non ho
per quanto mi s’agita in petto
la volta che senso mi prende
del chiaro e del buio. E canto
con note comuni e stonate
al passo di strada la voce.
E tu che m’ascolti, perdona,
buon uomo affacciato al balcone
che dà sulla strada, su me
cantante con povera chitarra.

Bocca di balena

Bocca di balena dai centomila denti d’oro
per ingoiare stanotte la terra,
io sono un pescatore di anguille sulla barca
per lasciarle poi libere ondulare
nella corrente del fiume sino al mare.

Bocca di balena dai centomila denti d’oro
il tuo occhio di luna m’ha seguito quando scesi
a sciogliere la barca questa sera
dalla riva e abbandonarmi alla corrente
della vita notturna e poi solare.

12 pensieri su “Silenzi di pianura, parole di fiume. Umberto Bellintani

  1. Che magnifico post!!!Due poeti che amo molto, rileggo spesso e su cui ho anche scritto, anche in questo blog…Grazie Stefanie per tenerne viva la memoria!
    Un caro saluto

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  2. Vorrei aggiungere che è appena uscito – o in prossima uscita – un libro con gli inediti di Bellintani :

    Umberto Bellintani: Se vuoi sapere di me, a cura di Suzana Glavas, Poesis, pagg.138, Euro 12.00.

    Si, anch’io credo che bisogna tener viva la memoria, assolutamente! Come diceva il famoso Rabbi Löw : Il segreto della redenzione è la memoria…

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  3. Stefanie quel libro di Bellintani ho cercato di ordinarlo in libreria ma mi dicono non esiste nè è tra le uscite, così come contattando l’editore: non sa nulla! Tu sai qualcosa? Povero Bellintani….
    Un caro saluto

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  4. a Lucaariano
    Caro Luca, ho parlato con la figlia di Bellintani e mi ha detto che il libro citato sarà presentato in autunno a Mantova al Festival della Letteratura. Presumo che uscirà dopo, anche se è stato già recensito sul Sole 24 Ore.

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  5. Grazie Mimma, perfetto!Infatti avevo letto la recensione di Franco Loi. Pensa che su ibs lo segnala….Mi fa piacere Bellintani venga presentato a Mantova.
    Un caro saluto

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  6. Cari amici,
    ho cliccato per caso e mi e’ uscita la vostra corrispondenza. Il libro degli inediti di Bellintani, da me curato, e’ uscito con la PoiesisEditrice di Alberobello. Il titolare della casa editrice e’ il poeta e scrittore Giuseppe Goffredo. Potete contattarlo al numero di telefono: 080.4321032 o scrivergli al indirizzo di posta elettronica: lab.poiesis@tiscalinet.it.
    Ho apprezzato i vostri commenti e mi piacerebbe conoscervi meglio.
    Un caro saluto, Suzana Glavas

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  7. Grazie gentile Suzana Glavas!Contatterò l’editore per procurarmelo. E’ uno dei miei poeti preferiti su cui ho anche scritto.
    Un caro saluto

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  8. io odio bellintani….pensate a vivere e non a leggere poesie del genere….andatevene a divertirvi e non pensate a rimanere chiusi in casa a leggere poesie…avrete tanto tempo per stare fermi in un posto,allora si ke potrete godervi il vostro libro di poesie maledette…quel posto è la tomba…ahahaahhahaahahah

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