Il tetto (di Luca Tassinari)

tetto.jpgMagnifica giornata, non c’è che dire. Limpida, serena, cristallina come solo certe giornate d’inverno sanno essere, ma anche pervasa da un tepore amichevole e incoraggiante. Le condizioni atmosferiche influenzano da sempre l’umore dei tetti e la qualità delle loro speculazioni. Non v’è chi non sappia, per esempio, che un temporale rende un tetto felice fino all’euforia, mentre gli ardori canicolari lo sprofondano in stati malinconici prossimi alla depressione. Le giornate come questa stimolano la nostra indole meditativa.

Che io sia tetto, a dire il vero, è un’affermazione meno scontata di quanto possa apparire, e meriterebbe forse il sostegno di robusti puntelli argomentativi. Non è ancora assodato, infatti, in che cosa consista la vera essenza di un tetto, né quali attributi lo distinguano dal non tetto: non la collocazione sopraelevata, che condivide con balconi e cornicioni; non la funzione di copertura, giacché anche i solai coprono; non la forma, che può essere la più varia, né tanto meno i materiali impiegati a costruirlo. Eppure chiunque, osservando una casa, è in grado di indicarne il tetto – posto che quella casa ne abbia uno.

Alcuni dicono che il tetto è l’elemento più alto di un edificio, ma anche questo è opinabile: antenne, comignoli e pennoni parafulmine, per esempio, superano il tetto in altezza. Inoltre non è superfluo notare che un tetto spiovente non ha una quota uniforme, e che la parte inferiore – tipicamente dotata di grondaia – può trovarsi molto più in basso del colmo. In verità la questione identitaria dei tetti è aperta da sempre, e dubito che troverà una soluzione definitiva in tempi brevi, anche perché la notevole variabilità degli stili architettonici e delle tecniche costruttive pone continuamente problemi nuovi che in parte alterano gli equilibri raggiunti in un certo momento storico.

Molto variabile, inoltre, è il livello di autocoscienza dei tetti medesimi, ovvero la loro capacità di percepirsi esattamente come tetto, nonché la capacità di definire i loro simili e di formare con loro comunità armoniose e regolate da leggi condivise. Il dibattito sulla natura tettana, insomma, procede da secoli e non sembra prossimo all’esaurimento, in particolare per quanto riguarda il problema delle minoranze e delle discriminazioni tettali, una questione mai risolta. Non è chiaro, per esempio, se le coperture in paglia o in lamiera di certe baracche abbiano dignità di tetto o se non siano piuttosto specie distinte e inferiori.

Non è difficile intuire l’effetto remora di queste difficoltà di definizione sullo sviluppo di una riflessione filosofica feconda sulla natura del tetto. Non essendo ben chiaro cosa il tetto sia, infatti, è difficile attribuire un senso preciso a proposizioni quali nulla di tettaneo mi è estraneo, che pure non di rado ricorrono nella storia del pensiero. Se non ho cognizione di ciò che sono, come posso stabilire cosa mi è estraneo? La canna fumaria che da me si diparte è tetto o non-tetto? E la linea di colmo che mi contraddistingue è parte di me o è parte di ciò che mi è contiguo? E i coppi che mi rivestono? E le travi che mi sostengono? Lo spazio fra me e il solaio dell’ultimo piano pertiene a me o al solaio?

Domande, solo domande. Quando si tratta della mia identità non posso fare altro che domandare e domandare e domandare, sapendo per certo che le risposte, almeno quelle,non fanno parte del mio essere, e se mai qualche risposta arriverà, verrà da un fuori che non sono io.

Pur non conoscendomi, tuttavia, ho talvolta una chiara percezione di esistere, e questo accade specialmente quando sono visitato da enti che non chiamano sé medesimi tetto. Quando la pioggia scivola sul mio spiovente per poi raccogliersi nelle grondaie, io sento di non essere pioggia; quando una rondine assicura il suo nido sotto di me, io so di non essere rondine, né nido; quando il sole compie il suo giro quotidiano sopra di me io mi percepisco come non-sole. Forse, se queste entità che mi sfiorano fossero infinite, potrei arrivare a una ragionevole definizione di me stesso per esclusione. Purtroppo il numero di non-tetti del quale sono a conoscenza è limitato alla mia esperienza, e non potendo sommare in me l’esperienza di tutti i tetti passati presenti e futuri – che potrebbe comprendere gli infiniti non-tetti possibili – anche questa via mi è preclusa.

E così mi rassegno a non sapere chi sono e cerco nondimeno di condurre un’esistenza degna. Mi accontento delle mie percezioni e delle poche cognizioni che vado raggranellando per via, man mano che la mia esistenza si dipana fra gli scricchiolii delle travi, che prima o poi cederanno, e la resistenza eroica dei coppi, che prima o poi si sgretoleranno. Mi accontento di conoscere il sole che ogni giorno tenta di arroventarmi e le nubi che talvolta cercano di impedirglielo. Mi rammarico per la canicola che mi deprime, esulto per il temporale che mi rallegra. Aspetto.

4 pensieri su “Il tetto (di Luca Tassinari)

  1. “Domande, solo domande. Quando si tratta della mia identità non posso fare altro che domandare”

    E’ tutto tristemente vero (e il racconto è molto bello)

    ma al contrario credo che l’unica risposta, (possibile e vera) se mai arriverà (è questo il vero dramma umano) non potrà che giungere da dentro di noi.
    le risposte che pure giungono da fuori (spesso sono le sole che arrivano) non siano che risposte illusorie

    è il gioco delle maschere e delle proiezioni, che si fa serio/vero solo quando non ci nascondiamo più dietro di loro e sbucciandoci come cipolle(attraverso molte lacrime) riusciamo a raggiungere il cuore del cuore di noi stessi. lì solo lì possiamo essere semplicemente ciò che siamo senza attributi, aggettivi…e persino senza nome

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  2. Io (bel nick!), non credo che domandare sia “tristemente vero”. Direi piuttosto che è felicemente ineluttabile: chiedo, dunque esisto :-). Le risposte, specialmente quelle *definitive*, le trovo leggermente terrorizzanti…

    Mauro, che tu sappia, per noi volte che sosteniamo l’infinito c’è per caso qualche sovvenzione statale, o almeno uno straccio di detrazione fiscale? Va be’ che non ci si annoia, ma son lavori pesissimi!

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  3. non il domandare è tristemente vero ma il non trovare le risposte… almeno lo è per chi non s’acquieta a sapere di “non essere canna fumaria o rondine” o, per meglio dire, di “essere non-canna fumaria e non-rondine”, e vorrebbe invece sapere chi “Io” sia…

    confermo : bel racconto!

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