Scusate il ritardo, ma ogni promessa è debito… (e non è finita qui)

Riflessioni a caldo sull’opera di Sebastiano Aglieco, Gennaro Grieco, Danilo Mandolini, Paolo Rabissi, Giovanni Nuscis, Caterina Accardo, Maria Pia Quintavalla.


L’amico poeta – una foto di Salvatore Cacace

Sebastiano Aglieco, a mio modesto avviso, è uno dei nuovi grandi che la poesia italiana contemporanea può vantare. Se n’è accorto l’amico Milo De Angelis e se ne sono accorti anche altri, ma ancora pochi, sempre a mio parere (in particolare chi cura le collane di poesia degli editori ‘patentati’ – ma forse se ne sono accorti fin troppo bene… dare spazio a personalità del calibro di Sebastiano vorrebbe dire mettere in discussione il 90% di ciò che si pubblica in dette collane… cioè il Nulla). I suoi “La giornata”, Ed. La Vita Felice 2003, e il recente “Dolore della casa”, Ed. Il ponte del sale 2006, sono due libri finiti, opere complete, che vivono a sé e, come tali, Sebastiano ce li ha consegnati e noi li custodiamo. Chi mi conosce sa bene che non sono solito sprecate elogi, anzi, o ‘castigo’ oppure mi stringo nelle spalle e vado avanti, perché poco il tempo che mi rimane, ma di fronte alla poesia di Aglieco non posso che dire bravo, ci sei, il leggerti vale il sostare, il non lanciarmi ai 200 con la mia moto alla ricerca del “volo in ombra”, come lo definiva William Butler Yeats. Sappiamo che nell’elaborazione cristiana il dolore viene associato alla condizione primordiale di umanità, che richiede una riparazione. La sofferenza assume allora il significato di un prezzo da pagare. Cristo sulla croce diventa un caso paradigmatico di sofferenza positiva. Fu questo sacrificio a salvare l’umanità dal peccato e ogni cristiano è chiamato a parteciparvi dedicando la propria sofferenza all’azione salvifica. Ai nostri giorni il Papa ha glorificato la sofferenza : “Condividere le sofferenze di Cristo è al tempo stesso soffrire per il Regno di Dio. Il soffrire contiene un appello alla grandezza morale e alla maturità spirituale dell’uomo”. Questa interpretazione ha avuto conseguenze, in particolare sulla terapia del dolore nei malati oncologici terminali, infatti alcuni medici cattolici esitano ad alleviare la sofferenza perché il trattamento potrebbe entrare in conflitto con la redenzione dei pazienti (giusto tutto ciò? A voi il dire). Nel secolo illuminato il male fisico, il dolore e la sofferenza sono visti come ineluttabili, si insediano nella nostra esperienza e, come il bene, non esistono in sé ma unicamente in rapporto agli uomini. Per Voltaire il male è necessario per il fatto che: “Non scorgo altra ragione della sua esistenza al di fuori di questa nostra e sua stessa esistenza”. Nietzsche attribuisce all’esistenza il significato di tragedia, loda la sofferenza come mezzo attraverso il quale l’umanità evolve verso un ordine più elevato e disprezza il comfort e l’evitamento del dolore, quali forme di decadenza che portano all’indebolimento dello spirito umano. Per il filosofo ebreo Levinas, mentre è nella nostra natura esistenziale essere attivi in relazione al mondo, di fronte alla sofferenza siamo passivi. Ne consegue che la sofferenza è sempre un’alienazione del nostro essere e distrugge l’autocompiacimento della vita. Questo ci permette di aprirci alla sofferenza dell’altro/a attraverso la compassione: l’assenza di significato della sofferenza fornisce le basi di un reale contatto con gli altri. E Sebastiano si sporge fin troppo verso di noi al punto di diventare a sua volta un noi. Che altra virtù artistica può desiderare un poeta? Egli dice di sé. “Sono una mente sotterranea a palpitante”… io aggiungo: “Quella mente è un cuore e quel mettersi in disparte una presenza monolitica”. Altro non aggiungo, già ho dato fin troppo spazio alla (sana) retorica che ho in corpo… ma Aglieco val pure una celebrazione.

Gennaro Grieco ha 54 anni ed è oltremodo presente in web (inserite il suo nome in Google e vedrete). E’ di origine meridionale ma vive a Torino. Scrive in italiano e in dialetto lucano. Ha di recente dato alle stampe in lingua “Apprendimento di cose utili”, Ed. Genesi 2007, poesie dal 1971 al 2001. Riporto a seguito un passaggio tratto dalla dotta introduzione dell’amico Sandro Gros-Pietro al poderoso volume: “Il primo approccio al mondo dell’autore proviene dalla riflessione sul significato etimologico del titolo, attraverso cui si può ricostruire à rebours la versione in greco antico: <>, ci dice il titolo, ossia manthano chrestos, letteralmente crestomazia, cioè antologia. Quella di Grieco è un’indicazione da homo oeconomicus, che applica il principio edonistico dell’utilità: trarre il maggiore beneficio con il minimo sforzo, cioè fare coincidere la bellezza dell’arte con la misura colma dell’efficacia, del rendimento, dell’operosità, del risultato in termini di opus, fabbrica, costruzione, il nuovo pezzo di realtà aggiunto al mondo per mano dell’uomo, all’insegna dell’utile. L’indole del poeta consiste, dunque, nell’orientarsi verso il versante terragno della poesia e nel promuovere un immanentismo manifatturiero, solido e sodale, illuminato da una marcata vocazione di impegno civile e di difesa dei valori fondanti della vita sociale e politica dell’uomo. C’è un termine che viene subito in mente, a questo punto: l’epica, e da lì, per una breve linea di collegamenti automatici, si giunge di presso alla figura del vate, il sommo poeta animato di spirito profetico, che si rivolge al futuro e si propone come levatrice della storia che si compirà, sentinella d’avanguardia e guida non solo spirituale, ma ideologica e ideale, dell’intera nazione che a lui si affida. Prendendola un poco più sul basso, nonché dotandosi di una buona dose di ironia e di giocosità ludica, Gennaro Grieco intende muoversi esattamente lungo la strada appena indicata: un’epica del quotidiano, edificata a misura del lavoro oscuro dei suoi eroi anonimi, incastonata in uno specifico sociale delineato e descritto con i termini del relativismo storico delle dinamiche di classe, autenticata da un’identificazione di ambiente familiare, da un marchio di verità proveniente dal vissuto o, meglio, dalla ricostruzione rispettosa delle proporzioni e dei contenuti della vita nell’ambiente originario in cui lo scrittore è nato…”. Io non conoscevo abbastanza la poesia di Grieco, ora la conosco e, devo dire, mi ha piacevolmente colpito per il coraggio che in essa riversa e per la tensione ideal-esistenziale, in effetti altamente epica, che tramite essa esprime. Bene. Grieco ha ‘cose’ da dire (…ancora ‘cose’ da dire, in quest’ “anticamera del silenzio” che è la contemporaneità ‘occidentale’).

Danilo Mandolini ha dato di recente alle stampe la raccolta “Radici e rami”, Ed. L’Obliquo 2007. E’ poeta che seguo da tempo perché marchigiano, edito presso case editrici amiche e, soprattutto, perché sa raccontare in versi… e io amo chi narra. Ciò non toglie che Danilo non sappia addomesticare la poesia anche dal punto di vista formale. Nella sintesi graffia e scava, eleva, innalza una parola e, attorno a essa, costruisce una struttura, che molto lascia al respiro e a ulteriori aperture, a ulteriori rimandi. Ha scritto di lui Giovanni Commare: “Danilo Mandolini, senza rinunziare al linguaggio fortemente metaforico che lo connota, ci dà un’opera di misura classica, costruita con un lessico selezionato e coerente, ma, soprattutto, una ricerca autentica che vive di vera tensione drammatica, talvolta persino commovente”. In effetti la nota migliore di Danilo è quella che scaturisce dal ricordo, è quella che germina dalla memoria. In “Radici e rami” parla del suo rapporto col padre, del come la figura del genitore ha segnato in positivo la sua esistenza, quindi riporta stralci di lettere del padre scritte a sua madre, nonché testimonianze, sempre in versi, di chi lo ha conosciuto in vita. L’intreccio che risulta diviene, a momenti, spunto per formulare versi-aforismo di sicura pregnanza filosofica. Una riflessione, perciò, scaturita dalla carne e dal sangue originari. Norma Stramucci, della quale condivisi l’analisi, scrisse a riguardo di “La distanza da compiere”, sempre Ed. L’Obliquo, 2004, penultima raccolta edita di Danilo: “…versi che si inerpicano per un sentiero dove il futuro è già passato, e dunque è possibile vi sia ‘spasmodica attesa’ di quanto è già trascorso, in una concezione bergsoniana di un tempo che, nella sua oggettività non può che essere un’astrazione poiché, nel proprio sussulto, non va in una unica direzione ma addirittura ritorna in una ‘nuova attesa del dopo’ in cui ritrovare persino ‘i ricordi di domani’. E dunque, sulla scia dell’insegnamento heideggeriano di Essere e Tempo, Mandolini concepisce il presente, il mero istante, come il tempo dell’inautenticità, della chiacchiera, dell’egemonia – lui chiaramente aggiunge – della mercificazione. Certamente Mandolini, presa coscienza della propria solitudine, sa che non è possibile fissare definitivamente il significato dell’esistenza umana, ché per farlo sarebbe necessario conoscere la propria morte e la morte stessa della storia. Ma dal proprio orizzonte ha deciso di non escludere la morte, praticamente di essere-per-la-morte, considerata la sua ineluttabilità in un percorso che è, appunto, la distanza da compiere”. Questa la poetica di Danilo, una poetica che sempre ritorna nei suoi scritti, segnandone l’originalità.

Paolo Rabissi è triestino, ma vive a Milano. Nel 2004 le Edizioni LietoColle gli hanno edito la raccolta “La ruggine, il sale”. Rabissi era poeta che non conoscevo, visto il come si è molto più prodigato a promuove gli altri che sé stesso (…peculiarità non da poco in un mondo di egossessivi). La sua è poesia che arriva netta, scarnificata, sentenziale, scorciata e schiva (come dice Rossi), e parla di un vissuto comunque duro, aspro, come il trovarsi italiano in una città, appunto Trieste, martoriata e divisa dalla Seconda Guerra Mondiale. Città di confine, dove tutti i confini si intrecciano per poi lasciarsi. Città crogiolo di ricordi, di piccoli drammi, di abbandoni, di esistenze forti, seppure appena appena tratteggiate. Questa raccolta risulta come una sorta di “Antologia di Spoon River” della provincia italiana. Una sintesi riuscitissima di poesia e prosa. Le liriche di Rabissi colpiscono l’esperto e l’appassionato di poesia allo stesso modo del profano, forse perché sfoderano colpi rapidi ma precisi sulla nostra società, sul comportamento del genere umano che, oggi come ieri, risulta sempre lo stesso, con gli stessi problemi e le stesse ansie. Delineando dialoghi inventati, ricamando su parole gettate sulla pagina, Paolo colora tutta la raccolta di una vena di tristezza e di rimpianto, calcando la mano, senza però diventare monocorde, sulle occasioni mancate, sui tradimenti, sulle vite sprecate. Il flusso e riflusso del mare si rivelano, quindi, un’arma a doppio taglio, capace, com’è effettivamente nella realtà, di assicurare sì la meditazione e il rinnovellare, ma, nel contempo, di nascondere un contrasto che è sempre pronto a esplodere. Così ha scritto Antonella Pizzo della raccolta di Rabissi nel blog Laviadellebelledonne: “I versi sono brevi e le poesie anche, sono come delle istantanee che descrivono il tutto visibile e il non visibile. Le metafore sono assenti e la scrittura si gioca nei flash. Uno stile diretto che sembrerebbe distaccato, un controllato distacco come se il poeta non volesse essere coinvolto sentimentalmente. Credo però che il poeta ci sia dentro con tutto sé stesso e conosca ogni pensiero e ogni piega di ogni luogo e di ogni persona e che lo viva in prima persona, e che per pudore non mostri il suo coinvolgimento, anche se è chiaro che ama smodatamente i luoghi e le persone che racconta, perché solo di ciò che si ama si può parlare. E’ dentro i personaggi che popolano i suoi versi, dentro le strade, i bastioni, le mura, le finestre. Così attraverso i suoi occhi, vigili e partecipi, conosciamo il professore d’italiano che non vorrebbe essere come Don Abbondio, ma forse già lo è, i due ginnasiali, il giovane conte, la donna venuta da fuori, l’emigrante tornato da chissà dove, la famiglia di nobili decaduti, il vento, il mare, l’acqua, le notti, i tramonti, le aurore, la ruggine e il sale, anche e soprattutto. E poi memorie, andate e ritorni, treni, navi, cavalli, lucertole”. Libro che vi consiglio. Libro da non perdere.

Giovanni Nuscis è nato ad Ancona, ma è sardo, visto che vive in Sardegna dal 1973. E’ sardo per come si pone in vita e in poesia: diretto, onesto, sincero, testardo, di poche parole spese, ma gravi come bitte d’acciaio. Di recente ha dato alle stampe la raccolta “In terza persona”, Ed. Manni 2006. Anche Nuscis è uno bravo, e, come tutti i bravi (o molti fra loro), non lo fa pesare, anzi, con modestia, pensa di non esserlo, o, almeno, così mi è parso leggendolo, sia in arte, sia nei post che qui ci propone, sia nei commenti che, qui e altrove, lascia, sia nelle mail che c’invia. In web, spulciando qua e là, ho trovato questa nota riguardante la poetica di Giovanni: “Giovanni Nuscis vive un tempo invisibile nel quale tutto è compresente: il passato, gli affetti perduti, i dolori, le dolcezze, in uno stato, potrebbe dirsi, d’ansia composta, d’attesa (ci dice infatti che ‘Una veglia smisurata/ Ci attende’) ma sa accettare anche le apparenze, il gioco di certi momenti. Ascoltiamo una poesia che conquista pian piano, una poesia che coniuga il rispetto della parola con il coraggio di dipanare ragionamenti, immagini, eventi. Il poeta, lo sappiamo, è condannato per sempre alla poesia per la semplice ragione che la poesia finisce per confondersi con la sua vita, per essere la vita stessa: «Potessi come allora abbandonare il remo/ Ignorare la rotta…» invece, ancora e fino all’ultimo giorno, il poeta è «Nudo/ Fanciullo/ Solo/ Come in fondo sono sempre stato/Anche di fronte a mio padre…». Una poesia che si dona come poche alla lettura, che non si dimentica (dalla Redazione Virtuale di Italia Libri www.italialibri.net). E’ vero, Nuscis ricalca in toto la figura del poeta nell’accezione ‘classica’ del termine. A volte si concede a descrizioni di stampo più ‘civile’, ma la sua è lirica che segue il filo della tradizione lirico-intimista rimpolpandola. Sempre di Nuscis e di questa sua ultima raccolta scrive il puntuale Antonio Fiori in una vecchia pagina di questo nostro blog: “La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza. Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato. Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto). E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e quel verso (davvero) libero, ‘Gianni’ Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda”. In effetti Fiori mi trova pienamente d’accordo, in particolare quando fa richiamo alla componente etica che vive Nuscis. Oggi non possiamo più fare a meno, se uomini che si dicono di rispetto, di codice, di ‘levatura’, e che il rispetto ricambiano, all’occasione, di recuperare, in toto, l’esperienza etico-naturalistica o etico-spirituale di poeti come Turoldo, Quasimodo, Viviani, Heaney, Brodskij…

Caterina Accardo mi ha fatto pervenire il suo “Guanciali di terra”, Ibisko Editrice 2004. La sua è poesia che affonda le radici nella natia Sicilia, è scrittura tesa come la corda di un arco, votata al verso breve, che cattura sin dalle prime pagine l’attenzione del lettore, trascinandolo in una storia incalzante che, se da un lato colpisce per la delicatezza e l’umanità del suo svolgersi, dall’altra si trasforma, nello snodarsi degli eventi, in qualcosa di magico e misterioso. Interessante è la capacità dell’Accardo di giostrarsi con naturalezza fra due mondi opposti, uno lieve, che si compone facendo richiamo alle piccole cose che arricchiscono il tessuto del quotidiano, scandito da ritmi più lenti, vicini a una pacata normalità, poi l’altro, descritto magistralmente, a tinte più forti, dove l’irrazionalità, latente o manifesta, esplode a tratti, tracciando immagini e volti dai connotati fortemente segnati, profondamente vissuti. In entrambi i casi la caratterizzazione delle presenze, mai banali, ma sempre vive nella loro marcata unicità, denota la capacità di Caterina di non esaurirne l’incanto nella pura descrizione, ma di saperne sottolineare quell’ addentrarsi nell’anima con onestà e generosità, sondandone gli aspetti più intimi, più complessi, non tralasciandone la psicologia ansiosa o commovente, nei turbamenti che infondono spessore al verso. In questo modo ci troviamo immediatamente calati nella sua vita, non solo come lettori partecipi, ma come se fossimo presenze attive, che si aggirano fra le mura della sua casa, in ascolto, toccando con le nostre mani ogni elemento, visibile o metafisico-metaforico che l’autrice fa risuonare. L’Accardo si cala, con coraggio, nel mondo dell’introspezione più ‘spietata’, non risparmiandosi, non celandosi, e questo ce la rende vicina.

Maria Pia Quintavalla, che amo molto, è uscita nel 2005 con una raccolta titolata “Album feriale”, Ed. Archinto., con introduzione-saggio di Franco Loi. La poesia di Maria Pia incalza, sostenuta da una matrice classica, per quindi lasciarsi a un andare ritmico più votato a sonorità del secondo ’900. Narra, il suo dire, sospeso sulla corrente del fiume Po. Scrive egregiamente Norma Stramucci nel sito della rivista Anterem (www.anteremedizioni.it): << La terza e ultima parte del nuovo libro di Maria Pia Quintavalla, ha come interlocutore un’anima che si protende a un volontario colloquio “per cenni e suoni” con altra anima. I “legami del mondo” sono accantonati mentre appaiono l’immagine e l’immaginazione che rendono “più viva dei viventi” la madre defunta. Ma il “rumore dei vivi” minaccia l’interruzione dell’incanto che vede la madre-aria farsi il luogo stesso in cui la figlia la accoglie; e sono rumore “spemi e rimorsi”, “gesti che mai avrebbero cessato di comandare sui cuori”. E’ invece fatto di silenzio il conversare delle due essenze che si toccano “col pensiero, e desiderio tutto, a lasciare sprigionare gli incontri che sarebbero fluiti.” Colpisce, alla fine dell’opera, l’uso di questo verbo, fluire, così indissolubilmente legato all’incipit del libro dove, a fluire come il fiume che descrivono, sono i versi stessi. Certamente il grande fiume al quale si riferisce Maria Pia Quintavalla è il Po, chiaramente un simbolo, come annota Franco Loi nella Prefazione: della vita che scorre, del sorgere di uno spirito che può farsi poesia. Dunque fluisce un fiume maschile al punto da essere “grande padre”, e fluiscono gli incontri con l’anima della madre. Purgatoriale è l’ambientazione dichiarata a contatto con la madre. Il medesimo aggettivo non potrebbe essere usato per il fiume padre, che non sfugge, non deve essere fermato, non ha varco da superare. […] Del fiume non si coglie infatti l’oggettività, ma la sostanza nascosta. Alla poetessa occorre un gesto per appropriarsene: il sentire “l’aria fine che fa libero / il cuore”; così come un gesto, un fare qualcosa: “Cosa sarebbe accaduto di lì a poco, se non avessi fatto qualcosa come l’antico prenderti per mano, un afferrarti al volo come un tempo”, è necessario per non dissolvere se stessa e la madre. E’ certo individualistica, privata, la dimensione di Album feriale, uno scandaglio del sé, direbbe Saba. Così, tra il fiume padre e l’aria madre, si ha lo svolgimento di una narrazione che ha per oggetto l’anima stessa, i suoi conflitti interiori, i colpi che subisce nel confronto con la realtà: il prendere ad esempio atto di non potere parlare, non potere chiedere testimonianza, alla bambina della foto, perché “io sono quella bambina” >>. I rimandi che si possono fare, leggendo-analizzando la poesia di Maria Pia, sono quelli a Gozzano, quando il poeta richiamava l’immagine della città natale, di quella sua amata Torino, antica e polverosa, a cui egli costantemente ritornava, come ambiente fisico e umano a cui egli sentiva di partecipare in modo intimo, con sentimento e ‘avulsione’, e il paesaggio canavesano, dove, quando nelle sue lo descrive, si ritrovano fondamentali immagini di contemplazione paesista dalle quali nacque quell’estremo mito lirico che “il mondo della natura” poteva dargli, come egli dice: “la sola verità buona a sapersi”; oppure, i rimandi, sono a Fortini, quello degli straniamenti e dell’occulto, dov’egli si rende latore anche di un’istanza, più interna alla ricerca propriamente estetico-letteraria, che fa carico, alla poesia, della necessità di dotarsi di nuovi strumenti formali capaci di vincolare saldamente la scrittura alla tradizione senza esasperarne gli aspetti più lirico-immaginistici… ribadendo questa componente Fortini stesso fa i nomi di Joszef, Machado, Auden, Brecht, come compagni segreti, come auctores di una tradizione più significativa di quella dei Proust, Joyce, Rilke, Gide, come ad affermare la permanente significatività della “grande arte” borghese realistica e la possibilità di evitarne una deriva soggettivistico-formalistica.

41 pensieri su “Scusate il ritardo, ma ogni promessa è debito… (e non è finita qui)

  1. Complimenti Gian Ruggero, non so come fai ad essere tanto consapevole. E preciso. Concordo pienamente con quanto scrivi su Aglieco e Quintavalla. Conosco meno gli altri, ma di te mi fido. Non conosco per nulla invece Caterina Accardo. Se mi leggi tu o mi legge lei forse si può ovviare alla mancanza.
    Grazie del “ritardo” – ce ne fossero…
    -Elio

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  2. Grazie Elio, in molto mi hai fatto scuola per quel che riguarda l’interesse per l’altrui scrittura, tu fra i primi in generosità, in questa italietta votata spesso all’indifferenza e al silenzio sull’altrui sentire.
    Caterina Accardo è la nostra Rina, questo il nick che usa per commentare in queste pagine. Potrai leggere di lei qui e là nei commenti. Poesia di una semplicità a volte sconcertante, la sua, ma che infine tieni in te perché scritta con l’enorme umanità che si ritrova in corpo. Meglio, a volte, tale semplicità a costruzioni astruse, proposteci per ‘sbalordire-stupire’, ma infine vuote perché solo ‘baroccamenti’ formali e niente più.

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  3. Grazie, Gian Ruggero!

    Ma quale ritardo!Sei un mostro-angioletto) di bravura e acume, che preferisce dire “non sono pronto” , e poi fare tutto – e che sorpresa!al vantarsi con promesse da marinaio. .
    Adoro questo tipo di amici, di onestà. (Sono ancora in ostaggio dei capricci della mia poco tecnologica casella postale, ma qui posso pascolare).
    Conosco Aglieco, Rabissi, Nuscis e dunque posso apprezzare meglio le tue analisi.Che mi rilegg ora, con più calma.
    Mentre parli di me, spazi dentro “Purgatoriale”, fatto che mi fa molto piacere, perché la poesia in prosa è un pò diffidata, oggi, anche se praticata(selvaggiamente e clandestina)
    Gozzano, Saba, Fortini, tutti rimandi veri, ma acquisiti.
    Il primo del tutto inconscio. .
    Mi sono formata, come la nostra generazione, spesso, prima sulla poesia europea, per mancanza di un moderno forte, in tradizione italiana, subito dopo sugli italiani(Erano i ’70!)
    Sul rapporto da rifondare con la tradizione dovrò pensarci su, me ne fai sosettare dopo anni di “sottomarina a me stessa”, e di mettermi alla prova..
    Ti ringrazio, e ti abbraccio, sei un grande Gianruggero, dall’anima nobile, e veggente.

    Maria Pia Q.

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  4. Le coincidenze.
    Proprio in questi giorni ci si è conosciute, io e Rina!Scrivendoci tramite un altro post, su temi profondi.
    Le iniziazioni dell’amore, per esempio

    Vorrei leggere, le sue poesie semplici, le chiami, ma come chiedere il suo libro?Aspetterò me lo dica lei.
    Tu continua ad essere il Gian dall’epico cuore, per altri, per il mondo.
    Maria Pia

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  5. Carissimo Gian Ruggero, grazie davvero di cuore per questo dono arrivato a sorpresa, stamane, anche se preannunciato. La tua generosità è grande, così come l’attenzione e l’acutezza con cui hai colto aspetti così significativi del mio lavoro e anche della mia persona, cosa che mi ha fatto particolarmente piacere. (Ma ho letto e condiviso anche quanto hai scritto su Sebastiano e Maria Pia, che conosco, in parte, e stimo).
    Il tempo dedicatoci è sangue che s’unisce al nostro e resta, negli anni; è nostra identità rispecchiata, acclarata nel giudizio dell’altro, e per questo mi/ci è cara e non si dimentica.
    Un fraterno abbraccio
    Giovanni

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  6. Bell’articolo, Gian Ruggero.

    Riguardo a questo:
    “alcuni medici cattolici esitano ad alleviare la sofferenza perché il trattamento potrebbe entrare in conflitto con la redenzione dei pazienti”, se è vero, io che durante alcuni ricoveri ospedalieri ho visto (e in parte vissuto) il vero, estremo dolore, penso che molto semplicemente dovrebbero essere radiati dalla professione.

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  7. Allora, “Rina”, fatti viva…

    Gian Ruggero, “il bello della memoria è / che non ha tempo…”
    -elio

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  8. Ottime recensioni Gian Ruggero, come sempre, del resto!Mancava da un po’ questa rubrica. Fa piacere ritrovarla. Purtroppo ho letto solo il libro di Maria Pia; rimedierò con gli altri presto.
    Un caro saluto

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  9. Maria Pia Quintavalla, Sebastiano Aglieco, Gennaro Grieco, Giovanni Nuscis, sono questi gli autori di cui conosco – per parte o per intero – la produzione poetica. Ma lavori come questo di Gian Ruggero Manzoni sono di estrema utilità, sia per la conoscenza di nomi che altrimenti sfuggirebbero sia per approfondire, col suo aiuto, temi e percorsi della nostra poesia. Andrò dunque alla scoperta dei poeti che non conoscevo e, naturalmente, lo ringrazio per l’attenzione che ha dedicato al mio contributo critico su Giovanni Nuscis, verso il quale abbiamo evidentemente una grande sintonia di giudizio e di stima.

    Antonio

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  10. Gran bella sorpresa, Gianruggero… in una giornata poi che rischiava di finire anonima! Nominato ora mi hai… e grazie per l’analisi acuta. Grazie anche per il bel lavoro di analisi di poeti a me noti come Sebastiano e Pia Maria (con i quali ho qualche dimestichezza e frequentazione e che ho anch’io recensito su La Mosca di Milano), e per quelli che ancora non conosco ma che avrò modo. Insomma bisognerà anche conoscerci… Paolo.

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  11. Complimentoni Gian,
    ammiro molto la tua acutezza nell’analisi poetica, capace di spaziare nel campo dell’arte così come in quello letterario con destrezza e concisione.

    Molto bella la foto, la luce bluette che riverbera sulle pagine, quel sorriso accennato, le ombreggiature così ammorbidite…

    Buona serata
    carla

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  12. “Questa interpretazione ha avuto conseguenze, in particolare sulla terapia del dolore nei malati oncologici terminali, infatti alcuni medici cattolici esitano ad alleviare la sofferenza perché il trattamento potrebbe entrare in conflitto con la redenzione dei pazienti (giusto tutto ciò? A voi il dire) e io dico che

    bisognerebbe informarsi sulle reali esortazioni della chiesa che non ha mai pronunciato parole contrarie alle cosiddette cure palliative o terapie del dolore che aiutano i malati terminali nella fase più drammatica della loro esistenza
    qui c’è un documento del quale ho messo fra virgolette la parte concernete le affermazioni quantomeno superficiali, con le quali si getta altro discredito sull’operato della chiesa e dei suoi fedeli; se qualche medico cattolico non supportasse il malato con le debite cure lo farebbe in nome di un dio estraneo al Dio di Gesù Cristo, pertanto non potrebbe definirsi cattolico.

    Cari fratelli e care sorelle,

    l´11 febbraio 2007, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di Nostra Signora di Lourdes, si svolgerà a Seoul, in Corea, la Quindicesima Giornata Mondiale del Malato. Un certo numero di incontri, conferenze, raduni pastorali e celebrazioni liturgiche avrà luogo con i rappresentanti della Chiesa in Corea, con il personale sanitario, i malati e le loro famiglie. Ancora una volta, la Chiesa guarda a quanti soffrono e richiama l´attenzione sui malati incurabili, molti dei quali stanno morendo a causa di malattie in fase terminale. Essi sono presenti in ogni continente, in particolare in luoghi in cui la povertà e le difficoltà causano miseria e dolore immensi. Conscio di tali sofferenze, sarò spiritualmente presente alla Giornata Mondiale del Malato, unito a quanti si incontreranno per discutere della piaga delle malattie incurabili nel nostro mondo e incoraggeranno gli sforzi delle comunità cristiane nella loro testimonianza della tenerezza e della misericordia del Signore.

    L´essere malati porta inevitabilmente con sé un momento di crisi e un serio confronto con la propria situazione personale. I progressi nelle scienze mediche spesso offrono gli strumenti necessari ad affrontare questa sfida, almeno relativamente ai suoi aspetti fisici. La vita umana, comunque, ha i suoi limiti intrinseci, e, prima o poi, termina con la morte. Questa è un´esperienza alla quale è chiamato ogni essere umano e alla quale deve essere preparato. Nonostante i progressi della scienza, non si può trovare una cura per ogni malattia, e, quindi, negli ospedali, negli ospizi e nelle case in tutto il mondo ci imbattiamo nella sofferenza di numerosi nostri fratelli e numerose nostre sorelle incurabili e spesso in fase terminale. Inoltre, molti milioni di persone nel mondo vivono ancora in condizioni insalubri e non hanno accesso a risorse mediche molto necessarie, spesso del tipo più basilare, con il risultato che il numero di esseri umani considerato “incurabile” è grandemente aumentato.

    “La Chiesa desidera sostenere i malati incurabili e quelli in fase terminale esortando a politiche sociali eque che possano contribuire a eliminare le cause di molte malattie e chiedendo con urgenza migliore assistenza per quanti stanno morendo e per quanti non possono contare su alcuna cura medica. È necessario promuovere politiche in grado di creare condizioni in cui gli esseri umani possano sopportare anche malattie incurabili ed affrontare la morte in una maniera degna. A questo proposito, è necessario sottolineare ancora una volta la necessità di più centri per le cure palliative che offrano un´assistenza integrale, fornendo ai malati l´aiuto umano e l´accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno.”

    Questo è un diritto che appartiene a ogni essere umano e che tutti dobbiamo impegnarci a difendere.

    Desidero incoraggiare gli sforzi di quanti operano quotidianamente per garantire che i malati incurabili e quelli che si trovano nella fase terminale, insieme alle proprie famiglie, ricevano un´assistenza adeguata e amorevole.

    La Chiesa, seguendo l´esempio del Buon Samaritano, ha sempre mostrato particolare sollecitudine per gli infermi. Mediante i suoi singoli membri e le sue istituzioni, continua a stare accanto ai sofferenti e ai morenti, cercando di preservare la loro dignità in questi momenti significativi dell´esistenza umana. Molti di questi individui, personale sanitario, agenti pastorali e volontari, e istituzioni in tutto il mondo, servono instancabilmente i malati, negli ospedali e nelle unità per le cure palliative, nelle strade cittadine, nell´ambito dei progetti di assistenza domiciliare e nelle parrocchie.

    Ora, mi rivolgo a voi, cari fratelli e care sorelle che soffrite di malattie incurabili e che siete nella fase terminale. Vi incoraggio a contemplare le sofferenze di Cristo crocifisso e, in unione con Lui, a rivolgervi al Padre con totale fiducia nel fatto che tutta la vita, e la vostra in particolare, è nelle sue mani. Sappiate che le vostre sofferenze, unite a quelle di Cristo, si dimostreranno feconde per le necessità della Chiesa e del mondo. Chiedo al Signore di rafforzare la vostra fede nel Suo amore, in particolare durante queste prove che state affrontando. Spero che, ovunque voi siate, troviate sempre l´incoraggiamento e la forza spirituali necessari a nutrire la vostra fede e a condurvi più vicini al Padre della vita. Attraverso i suoi sacerdoti e i suoi collaboratori pastorali, la Chiesa desidera assistervi e stare al vostro fianco, aiutandovi nell´ora del bisogno, e quindi, rendendo presente l´amorevole misericordia di Cristo verso chi soffre.

    Infine, chiedo alle comunità ecclesiali in tutto il mondo, e in particolare a quante si dedicano al servizio degli infermi, a continuare, con l´ausilio di Maria, Salus Infirmorum, a rendere un´efficace testimonianza della sollecitudine amorevole di Dio, nostro Padre. Che la Beata Vergine, nostra Madre, conforti quanti sono malati e sostenga quanti hanno dedicato la propria vita, come Buoni Samaritani, a curare le ferite fisiche e spirituali dei sofferenti. Unito a voi nel pensiero e nella preghiera, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica quale pegno di forza e di pace nel Signore.

    Dal Vaticano, 8 dicembre 2006

    BENEDETTO XVI
    08/12/2006
    Documenti allegati: ENG.rtf; FRA.doc; ESP.rtf; documento tratto dall’archivio CEI.

    se avrete avuto la pazienza di leggere il documento avrete sicuramente notato che la contemplazione della croce come sostegno spirituale viene posta in evidenza solo dopo aver chiesto per i malati cure capaci di lenire il dolore laddove non fosse più possibile la via terapeutica per la guarigione; l’una cosa non elimina l’altra.

    saluto tutti

    elena f

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  13. Sono qui è “scusate il ritardo”, copio Gian Ruggero. Solo in queste piccole cose, per altro non ne sono all’altezza.
    Dirti grazie, GianRuggero, è poco. Mi hai sempre accolga con simpatia e mi pare di avere colto anche dell’affetto, il che mi ha aiutato con te ad esprimermi, e qualche volta, mi sono persino scordata di essere in internet.
    Quando dici “la nostra Rina” mi fai sentire parte di un mondo ..parte del mondo.

    Sono stata stanotte la prima, credo ad aver letto questo post, ma erano le quattro, avrei voluto scrivere: che bella sorpresa!, ma non l’ho fatto ..pensavo di essere considerata ‘anomala’
    ..girare in rete a quell’ora (dopo non mi è stato più possibile
    e chiedo scusa a te e a tutti). Leggo però …”descritto magistralmente, a tinte più forti, dove l’irrazionalità, latente o manifesta, esplode a tratti, tracciando immagini e volti dai connotati fortemente segnati, profondamente vissuti.”
    Volevo evitare di essere tacciata per il passaggio notturno, e tanto l’irrazionalità è venuta fuori uguale 😉
    Ma io ora ho bisogno di capire: ‘cosa’ intendevi quando hai detto: -l’irrazionalità, latente o manifesta, esplode a tratti-. Spiegami, per favore.
    Forse che io abbia individuato -immagini e volti fortemente segnati- solo grazie a un mio stato di delirio fulminante che andava dritto e sforava l’apparenza?
    Se è questo il significato credo tu abbia indovinato, anche se io non ci avevo fatto caso.
    E a questo servono le letture, le analisi di una persona valida
    che riesce a vedere oltre. GRAZIE, e confermo che è stata una splendida sorpresa.
    Aggiungo che sei stato generoso nella tua critica, e che avevo sentito tante cose, ma quello che hai detto te ..forse è quello che avrei voluto sentirmi dire.
    Un abbraccio

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  14. A Maria Pia che stimo tantissimo, invierò il mio libro. Sei “una signora”, e qui lo dimostri per la delicatezza e la semplicità con cui tu, che vali, ti avvicini a me e mi chiedi di leggermi.
    Voglio conoscerti di più. Ti leggerò ancora, e spero di esserci ad una tua prossima lettura.
    Un bacio

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  15. Allora, “Rina”, fatti viva…
    scrive Elio Grasso, che non conosco se non per fama.

    Mi commuove, dico la verità, l’attenzione di persone così qualificate ..che stia sognando?
    Ti ringrazio (va bene il tu?), e di me, vedi, ho poco da dire sotto il profilo letterario.
    Provo. Un accenno. Ho pubblicato in riviste, di svariate matrici.
    Ho avuto l’attenzione di GERHARD KOFLER. L’ho scritto in maiuscolo perchè -era- un uomo di una umanità incontrastata. Poeta, critico e quant’altro, tradotto in svariatissime lingue ..pensa un po? ..si era interessato alla mia poesia. Amava quel che scrivevo.
    Di suo mi è rimasto qualcosa, delle poesie molto personali (ma forse la vera poesia è personale, intima, chissà).
    Collaboro (quando ne ho voglia) con Logos, Gruppo che si occupa di Traduzioni multilingue. Traduco in siciliano(è la mia lingua madre) e in italiano analizzo le parole, nella definizione, grammaticalmente etc.., ho spazio anche nella revisone dei verbi. Un passatempo, nulla di più.
    ..mi hanno inserito anche in un dizionario dei poeti, con nomi altisonanti. Mah!
    Mi è capitato, una volta :)), anche di leggere poesie mie e di altri autori in teatro, e poesie mie sono state lette diverse volte in spazi adeguati e commentate in un’occasione da un critico, di cui non ricordo più il nome. Mi ricordo solo che era estasiato, e questo mi basta.
    Sono stata presente in spazi televisivi(locali, si intende), e lì la lettura era affidata ad attori, peraltro molto bravi.
    Tutto ciò ha rappresentato per me solo la gioia di condividere la bellezza in una sua forma, la scrittura appunto.
    In queste occasioni ho scoperto che alla gente piace la poesia, e mi son resa conto che ‘la poesia va diffusa’. Fatelo voi, tu, Gian Ruggero, M.Pia, e altri che sono all’altezza. La gente ama riconoscersi in un verso, sentirsi commossa e scoprire la parte migliore di sé.
    Che altro di me? Scrivo perché mi piace, da sempre, e per me la scrittura rappresenta un’oasi, un esularmi dal mondo per tornarci rinnovata, più limpida, più forte, più autentica.

    Un abbraccio e un grazie di cuore.
    Rina

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  16. Grazie a tutti, amiche e amici, questo è il come ci si dovrebbe incontrare, a mio avviso. Mi scuso con Antonella ma questa notte ero cotto, come poi quasi sempre… quando ho il calo dei farmaci succede. Grazie ad Elena per l’averci riportato le parole del Papa riguardo la malattia e, in particolare, il dolore dovuto ad essa. Grazie a Rina… la quale ha ben inteso cosa volevo dire nel mio post riguardo il suo essere in poesia, ma, soprattutto, in vita. Un abbraccio a tutti. Vi sento vicini.

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  17. allora sei perdonato! 🙂 ci dai il permesso di pubblicare la recensione di caterina accardo su viadellebelledonne? naturalmente dicendo che è stata pubblicata qui. grazie e ciao
    scusa se ti scrivo qui ma credo che il tuo indirizzo non funzioni. a.

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  18. Cara Rina, e ti ringrazio della tua “storia”. Ma oltre alle “partecipazioni”, vorrei tanto leggere il tuo libro. A questo punto, come farne a meno?
    Che tu non mi conosca è una cosa del tutto naturale. La timidezza impera, nonostante gli anni. E lascia stare la “fama”, che di altro si tratta.
    Se leggi ancora queste note, scrivimi alla mail, se ti va, e comunque lascio qui anche il mio recapito. Ti aspetto.
    – elio

    elio.g@tin.it
    elio grasso, c.p. 1412 poste centrali
    16100 Genova

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  19. Anche queste letture meriterebbero un e-book. Disponibile a curarlo, quando avrai finito: dopo le “Bacheche 2006” di Fabbri non mi dispiacerebbero le “Letture 2007” di GRManzoni. Disponibile anche a tenere fuori la mia, per non cadere in conflitto d’interesse: cio’ che mi preme e’ salvare il meglio di cio’ che vedo su blog, prima di cambiare definitivamente scenario (voi, andando per le vostre strade, io spostandomi del tutto sulla mia). Ciao e in gamba.

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  20. @ Antonella puoi tranquillamente riportare nel vostro blog. Riguardo le nostre faccende di rivista, giusto ho inviato alla redazione una mail.

    @ Caro Elio la tua attenzione nei confronti di Rina è stupenda. La sua è poesia ‘viscerale’, a tratti “risuonante di assonanze” e di echi, ma sincera. Confido ti possa inviare il libro, anche se la so, in questi ultimi tempi, oltremodo riservata e ‘acciambellata’ su sé stessa come un gatto.

    @ Caro Giuseppe (Cornacchia) non mi reputo all’altezza dell’amico Fabbri per quel che riguarda analisi-segnalazioni, lui è un professionista in questo senso-campo, io agisco di spinta e d’amore… sono due approcci diversi, cmq grazie delle parole.

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  21. Cara Rina,
    aspetto il tuo libro,(“la signorilità” che leggi in altre mie aprole, è forse della poesia, o dei nostri occhi..)Ma mi fa onore, anche se poco ti conosco, e come inizio fa fede.
    Sono stata via, per sopravvivenza al carcere duro di mesi, e ho trovato pioggia (e lago), ma mentre aiutavo la figlia a fare i compiti, e non trovavo, salvo la prima sera, un point aperto, ho capito, come il tornare a scriversi lettere tra poeti sia un segnale di un’epoca in cui il contatto personale ridiventa importante, anche se il canale lo rappresenta pubblico, corale, quasi la “comunità” cui allude, e che chiama a sé, si facesse garante della verità di questa necessità di scrittura, e di rapporti, che vivifica noi, e il mondo;
    dove vorremmo potere vivere più a fondo, meglio liberi di essere noi stessi,lasciare traccia, rinsaldare progetti, e il resto.

    A Gian R.:ma cosa sono i farmaci in estinzione, non farci sospirare e abbi cura di te..
    Ad Antonella: riprenderò a leggere il vs. sito, poiché ho anche dovuto saltellare fra le mie mails..

    Maria Pia

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  22. Ricevuto,
    e non cessiamo di sognre un’era come dire, arcaica, o naturista dove le erbe e il mare siano una cura migliore..
    abbasso i medici. . che vendono farmaci e proscrivono i sogni ..

    Maria Pia

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  23. Io penso che bisogna un’attimino fidarsi dei medici, anche se sono convinta, un po’ come te, Mariapia, che ‘altro’ è sicuramente il toccasana per contrastare qualsiasi intoppo fisico.
    Inseguire un benessere intimo, respirare la natura, è già un buon procedere..

    Un bacio a te e un in bocca al lupo a Gian Ruggero.

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  24. Pingback: Gian Ruggero Manzoni dice che ho ‘cose’ da dire… « Apprendimento Di Cose Utili

  25. siete tutti bravissimi e fate tutti cose bellissime e io che passo di qui di tanto in tanto mi rammarico sempre del poco tempo che ho per seguirvi.
    complimenti gennaro altrettanti a rina e non in ultimo a gianruggero.
    scusa gr, ma chi non sarebbe cotto alle cinque. farmaci o non farmaci.alle cinque la meravigliosa medicina è il sonno. caro, forse hai solo un letto scomodo 🙂

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  26. Dove abiti esattamente a Palermo, Angela? Combiniamo che ci sono anch’io lì, e ci raggiunge Gian Ruggero? Siete d’accordo, tutti e due?

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  27. Diruto?! Comunque ho capito, io alla Statua. Lasciami l’e-mail, ti farò sapere quando sarò lì. Se arriva Gian Ruggero ..sarà festa!

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  28. Ragazze devo preparare 26 quadri (di cui 10 di notevole dimensione) per una mostra che avrò al Pala Convegni di Jesi a metà settembre… temo che dovrò rimandare il viaggio a Palermo… poi se continua così un caldo, coi malanni che mi porto addosso, diventa dura per me ‘andare’ o ‘venire’… cmq un grande bacio… di certo giungerò, magari con l’autunno 🙂

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  29. caspita gr 26 è impegno notevole, tutta colpa dell’era industriale a cui bisogna pur arrendersi. hai ragione, il caldo qui è afa si stenta a respirare e nelle tue condizioni andare e venire, seppure in aereo, non è affatto consigliabile. l’autunno non è detto che sia meglio nel senso che non c’è più forse a fine novembre prima dell’inverno giusto qualche settimana di transito, bè ma da qui ad allora magari l’autunno ritorna 🙂
    rina, se vuoi la mia mail dammi un luogo dove inviarla 🙂

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