lì vidi: nero, patio, riso – Gian Paolo Guerini

Traduzione dall’italiano all’inglese di Federico Federici

Lo scopo delle parole è liberarsi dalle immagini

Juan de la Cruz

____lì vidi: nero, patio, riso

[1 – 27]

nero
lezzo e amo tra t’amo vai
se vacua dire asmata
qua tira la cura
e sta la saggia sorte
che pensieri vara
amara e certa tra rovi
di rese corte bende
a pieno nel punto
che là andai col lento derma
quel che punto guarda
le spalle stira e la nera trona
alloro e ago del muto passo
ti è teco qui con fata
uscio del lago volge e osa
talamo ancora vòlto masso
che la scia mirava
chiosata sorpresa raggiata
compresa al minato greto
colata verta erta di nati tanfi
per ritornare volti
mattino e l’onta sulle stelle
e rancori in ossi e lesa speme
in quella rete del tempo
e la lesta gioia non messe
larve né nesti né venisse con testa
la rosa fiera né tesse
lume senza mentire

[672 – 700]

so il passo come tu sai i remi
e le narici
premono sul raggio
e i gemiti
pungono lagrime
bollori di razzo
fecero guazzo
non era ancora niente
non fronda verde
non nodosi volti
non era ancora odio
non arpie con ali legate
non alberi stranieri
né entrate
né orribili entrate
né fasto smarrito
né voci tra bronchi
né nascoste orme
né grani d’oro
né bruno corso di piede
né orme d’ossa nascoste
né calore che scheggia
né mese di stelle
né sale di selle
né danni su tronchi
né gravidi dolori
errano soavi
quasi tolti
al glorioso idrargirismo

____led I there: leaden patior, laughter

[1 – 27]

black
stench and in love among I love you go
if vacuous to call it asthmatic
the cure draws here
and stays the steady bitter
wise fate, it passes
thoughts in a maze
of short returned bandages
fully where I went to
in a slow derma that nothing stares
the backs stretch and
the black one thronders,
laurel wreath and needle of
dumb steps, fairy outlet of
the lake with thee,
dares and lures still overturned
a wedding bed, an aiming stone or wake
choked, whelmed and rayed
taken in a mined shingly land,
drained trawl steeped
in new born stinks
to return faces in the morn
and the shame on stars
and many grudges in bones
and harmed in hopes
in that time-net
and the quick joy put neither grubs nor grafts
nor came the rose with its fierce head
nor lights unweaving strings of lies

[672 – 700]

I know the pace as you do
the oars and nostrils
press on rays and groans
prick tears, the rockets’
heat in a gouache
not all for nothing
not greenly fronds
not gnarled faces
and was it hatred not
not winged down harpies
not foreign trees
nor entries
nor horrid entries
nor lost in pomp
nor branches’ voices
nor hidden tracks
nor golden grains
nor brown footsteps
nor trace of hidden bones
nor splinting heat
nor month of stars
nor salt of stars
nor damaged logs
nor gravid pains
they mildly wander
and almost all deprived
of the poisonous
mercury glorious

7 pensieri su “lì vidi: nero, patio, riso – Gian Paolo Guerini

  1. la traduzione è notevolissima. mi sembra una poesia che legge nel rovescio delle cose, come nel tappeto di una delle città invisibili di Calvino.

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  2. Una giusta follia, il suono che significa se stesso, un tabulato poetico. Sono d’accordo con Enrico, questo tipo di operazioni è affascinante – e anche utile (la traduzione in inglese, prima lingua).

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  3. Non ho letto l’ultima missiva di Fara – dove si trova? -.
    Il primo impatto con la poesia di Guerini è stato anche per me spiazzante, specie per un primo tentativo – credo naturale un po’ in chiunque – di ricostruire il testo per immagini, più che per suoni (e questo è proprio della categoria dello spazio, spesso preferita al tempo sequenziale e diffidente di fronte alla simultaneità).
    Ho accettato subito, senza riserve, la traduzione perché capivo che mi sarei dovuto porre finalmente dal suo interno il *problema* di questa poesia e risolverlo in qualche modo. La mia, in tal senso, è solo una proposta di traduzione, condivisa con l’autore nei suoi nodi più critici (i neologismi, ad esempio). E’ un po’ come a chi sia stata chiesta una riproduzione, da Pollock o Burri: ci si deve pre-occupare della collocazione delle singole gocce (come di un occhio in un viso), o di qualcosa che trascende la parte? Un ritmo? Una tonalità di fondo?
    Concordo con Franz nella definizione di *suono che significa se stesso*, con l’aggiunta che, trattandosi anche di parole collocate secondo una sintassi verosimile, non si può negare loro una trama, portante o residuale dipende dal punto di vista. C’è sicuramente anche uno spunto biografico nella sequenza delle immagini, ma non è necessario *saperlo*.
    Ci sono interessanti esperimenti contemporanei anche sul versante opposto, dalla musica alla parola, attraverso l’uso della voce nel “pronunciare” le parole (o una somiglianza con esse). Cito i primi che mi vengono in mente: Iva Bittová e Meredith Monk (più o meno in tutta la loro produzione; a loro si richiama implicitamente anche Björk, a mio modo di sentire), Stephan Micus (episodicamente e con una valenza prevalentemente etnica) o, certamente più conosciuto, David Bowie in “Sound and vision”, dall’album Low.

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  4. Grazie della segnalazione, Fabrizio. Purtroppo oggi, nella fretta del ritorno dal viaggio in Germania non avevo avuto proprio tempo di cercare e rintracciare il brano in questione.
    Ho letto la lettera e capisco le ragioni dell’accostamento tra *inutile* e *bello* riferiti al suono (che quindi non è riconosciuto come parola). Capisco le posizioni espresse sul sito di Fara e credo che siano assolutamente legittime, limitatamente alle aspettative che chi legge ripone nel testo stesso che fa oggetto della propria attenzione. Del resto, sono queste le sole aspettative che possono avvicinare un lettore (non necessariamente un critico) a una poesia. Probabilmente, per un critico, c’è il valore aggiunto della verifica dei propri strumenti, così come per certi l’interesse nella scienza può avere carattere tecnologico e per altri invece più fondamentale, ontologico.
    Cercare di decifrare il canto degli uccelli, per esempio, può essere una fatica inutile e quasi sicuramente non aggiunge comprensione al godimento. C’è però il canto, quindi un dato di fatto, e se ci si ferma ad esso, se ne può almeno godere e non credo che questo sia da meno di un discorso. Ci si può chiedere semmai la necessità di straniare da sé il linguaggio al punto da renderlo quasi *incomunicato*, al punto da non riconoscerne schemi e associazioni secondo le regole che ci siamo dati. Perché introdurre i numeri irrazionali se contiamo con le dita? Perché in qualche modo *esistono* nel modo in cui il linguaggio che ci siamo dati si adatta al mondo. Talvolta le cose spingono a ragioni maggiori di complessità. Il che non significa che *qualsiasi complicazione* sia per forza oggettiva: dipende dalle ragioni che la rendono tale. Ritengo che, anche la fuga nei vari riferimenti analitici (il testo come auto-analisi e altro) siano solo tentativi altri di leggere la realtà, secondo schemi più o meno codificati e certi. Può funzionare (magari forzando un po’ la presa, riesco anche ad aprire con la chiave di casa la porta di una stanza), ma l’eventuale insuccesso non può negare tout court che vi siano una casa e una porta. Ci saranno altri modi per entrare. Si tratta del poeta che gioca a fare l’enigmista? O si tratta del poeta che tenta secondo altre prospettive l’ermeneutica del linguaggio? Accennavo già nel mio intervento precedente che c’è una forte componente figurativa nell’approccio usuale al linguaggio (qualsiasi linguaggio) che spesso ne limita la comprensione. Non è un caso che, alla musica si associno spesso immagini. A scuola (non meno all’università che al liceo) mi sento spesso chiedere “sì, ma *che cosa* è un campo elettrico?”. Come se ci fosse un modo diverso di descriverlo, anzi di sentirlo che con i propri occhi.
    Ci sono esperienze, ci sono anzi *cose* che possono essere toccate solo con il linguaggio e, il linguaggio ne è proprio l’organo di senso. Perché solo la matematica e non anche la poesia deve godere di questo privilegio? La natura di tale possibilità – mi pare – risieda nell’essere questo o quel sistema*linguaggio*, non nelle sue peculiarità. Sono due anni che lavoro anche in questa direzione, per scavare per conto mio in cerca di approdi.
    Qualcosa ho trovato, anzi, ho sentito, quindi – forse – qualcosa c’è davvero.
    Mi spiace invece, quando sento che le diverse posizioni stridono l’una sull’altra, quasi per sopraffarsi secondo i crismi di una catena alimentare soprendente.
    Leggevo qualche giorno fa degli attacchi a Magrelli (non ricordo però dove) e insistevano sul carattere della sua poesia, che non sperimenta abbastanza sul linguaggio. Evidentemente, le aspettative di quel lettore erano altre. Eppure, pur su posizioni diverse, non mi sentirei di dire che c’è meno poesia in Mesa che in Magrelli, o viceversa. Ecco, credo che il confine tra poesia e non-poesia sia già piuttosto sfuggente (fuzzy, direbbero i logici) che l’aggiunta di qualsiasi carattere assoluto, a componenti legate soprattutto al gusto, rischierebbe di renderlo definitivamente imprendibile.
    Ringrazio dunque Simone per il preciso rimando che mi ha dato la possibilità di approfondire una riflessione su un tema che mi è molto caro.

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