La cura degli assenti di Margherita RIMI

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La cura degli assenti

Ci sono cose
che tardano a venire
come figli attesi
nella notte

Che trovo ormai
di me

Meglio mettere qualcosa
in salvo
riprendere la cura
degli assenti

Coprirsi
del proprio corpo
alle gelate.

*

Sono spoglia anche di me
di questo calibro banale
dei miei chiodi
dei contrassegni sovrapposti
dalle parole

Non costruisco più su
cancellature avverse
Sono il grafico
bendato delle mie ginocchia.

*

E’ la memoria delle mani calde
il vuoto degli assenti
le sere che non potevano aiutarci.

Di tutta l’impotenza
il posto delle cose
ferma
avanti
nel buio di uno stampo.

*

Ruote spuntate

Staranno sedute le loro anime
sul parapetto
fino a domani
senza le madri

Si può stare fino a domani
se non si ha più da mangiare
se non ci si può più svegliare

Ma i bambini sanno aspettare
senza le madri, le madri
tra il parapetto e il cielo
gambe su ruote spuntate

Ma se non si può più essere vivi
fino a domani
fino alle madri
non si può più morire.

*

Generazionale
Cosa abbiamo creduto

Lasciata in piedi
non so più ricadere
né rincorrere
una croce che manca

Inizio come te
sdottrinata
muta a dondolare.

*

Ma questa è
Ma questa è
la misura
Questo dolore tutto
da attraversare

con occhi
che sgranano il distacco
che spaiano il mistero
alle carezze

Partenze consapevoli
dal corpo
in cambio di niente
compongono distanze

Ricompense e furti

Misera di me
minacciata
pelle.

*

Talìa talìa
è l’ummira ca passa
e occhiu unn’arrisedi

Me matri facia tanti pinzera
cummigliava la notti e lu spaventu

E ora
abbissa stu mmurmuriarisi
di corpu
di fogli
a li spartenzi.

Guarda guarda/è l’ombra che passa/e occhio non si ferma//Mia madre faceva tanti pensieri/copriva la notte e lo spavento//Ed ora/indovina questo lamentarsi/del corpo/di foglie/ai distacchi.

Prefazione di Maurizio Cucchi

E’ una parola arcaica e ricca di energia, quella di Margherita Rimi. Una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo, che trova qui una piena giustificazione nello scandirsi faticoso e senza automatismi letterari della sua pronuncia: “Dalla trasparenza/delle mie ossa/guardo/il mio bacino/Salgo/sui miei piedi/intitolati a me”. Ed è una parola che arriva subito, che comunica con forza perché dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi. Dice del corpo e della sua imperfetta meraviglia; e del suo problematico aprirsi al mondo, all’altro e alle cose, specchio e conferma di ogni singola esistenza. E dice della morte, che ci consuma istante dopo istante, che è un’ombra che ci accompagna, non richiesta eppure irrinunciabile quanto decisiva. Ma che è non di meno il messaggio è il richiamo costante degli assenti, verso i quali dobbiamo conservare memoria e fedeltà. Più di ogni altra cosa, infatti, sanno radicare noi stessi in noi stessi e nelle nostre origini, che riaffiorano in questi versi anche nella controllata, discreta, ma efficace ripresa del dialetto, che non a caso è chiamato a concludere il libro, tra l’altro in uno dei componimenti più belli, con quelle presenze decisive: l’ombra che passa, la madre e i suoi pensieri, la notte e lo spavento, il corpo e il distacco.
Insomma, un’opera di sostanza, in costante tensione, capace di arrivare al cuore delle cose con una felice asprezza espressiva.

Nota bio-bibliografica

Margherita Rimi è nata a Prizzi (PA) nel 1957, e risiede in provincia di Agrigento dove svolge attività di neuropsichiatra infantile.
Ha pubblicato Traccia d’interiorità (Cultura Duemila Editrice, Ragusa 1990) e Per non inventarmi (Kepos, Castelvetrano-Palermo 2001).
Suoi testi sono stati inseriti in diverse antologie, tra le quali: Il segreto delle fragole, Agenda 2001, Lietocolle 2000; Contributi per la Storia della Letteratura Italiana – Il secondo novecento, tomo III, Guido Miano Editore 2004; Tanto gentile e tanto onesta pare, Book 2004.
Tra i riconoscimenti: vincitrice Premio GamondioPoesia, Castellazzo Bormida 2004; menzione di merito al Premio Lorenzo Montano 2003-2005-2006; finalista al Premio Carver, Roma 2004; segnalazione Premio Maria Marino, Caltagirone 2005 e Premio Senigallia Spiaggia di velluto 2006.

Margherita RIMI – La cura degli assenti
Lietocolle, 2007

14 pensieri su “La cura degli assenti di Margherita RIMI

  1. “Sono spoglia anche di me”, “nel buoio di uno stampo”, “Ma questa è/la misura/ Questo dolore tutto da attraversare”, “Misera di me/minacciata/ pelle”. In questa sintesi di versi, che – noto ora – potrebbero essere, a loro volta, una poesia di risulta, c’è Margherita Rimi. La sua persona e la sua ‘cura degli assenti’, indispensabile attività dell’anima a sostegno delle sofferenze.
    Una segnalazione preziosa questa di Giovanni poichè la Rimi è un’autrice da conoscere assolutamente.
    Antonio

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  2. è un suono legato ad un ritmo d’essenze quello che emerge, dove la misura si fa varco.

    Ma questa è
    la misura
    Questo dolore tutto
    da attraversare

    grazie Giovanni

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  3. Versi che incidono!
    La sua poesia, così essenziale e concisa, rivela una sensibilità sottile verso la realtà – delicata -che la sua professione abbraccia.

    La cura degli assenti

    Ci sono cose
    che tardano a venire
    come figli attesi
    nella notte

    Che trovo ormai
    di me

    Meglio mettere qualcosa
    in salvo
    riprendere la cura
    degli assenti

    Coprirsi
    del proprio corpo
    alle gelate.

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  4. Apprezzato anch’io questa proposta, Giovanni, grazie. Sono molto incuriosito del componimento conclusivo della raccolta, che Cucchi dice uno dei più belli: è possibile leggerlo?

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  5. Ho inserito, Giorgio, il testo in lingua siciliana (e la traduzione) a cui ti riferisci.

    Un caro saluto

    Giovanni

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  6. Grazie, Giovanni, veramente bella, grandi silenzi e grande intensità. La traduzione è dell’autrice, che tu sappia?

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  7. Credo proprio di sì (azzardo io a rispondere: l’autrice ha poca dimestichezza con internet), ma le rigiro privatamente la domanda e ti farò sapere.

    Giovanni

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  8. “E ora
    abbassa stu mmurmuriarisi”:

    secondo i miei ricordi del siciliano, io lo intenderei così:

    “E ora
    calma questo lamentarsi”

    Però può darsi che io mi sbagli o che l’autrice in italiano abbia preferito una sfumatura diversa.

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  9. Giorgio, mi ha confermato l’autrice di avere lei stessa tradotto il testo in lingua siciliana.

    Mi ha inoltre avvertito di un refuso su un termine: “abbissa” e non abbassa (come modificato automaticamente dal computer). Abbissa, nella parlata del luogo natìo, significa “indovina”.

    Giovanni

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  10. Un ringraziamento a chi ha avuto attenzione per i miei versi
    e un’altro ringraziamento affettuoso al mio caro e generoso amico Gianni Nuscus che nel suo blog ha voluto le mie poesie.
    A Giorgio, poi, dico che “abbissa” è una parola che ho ascoltato tante volte, nella mia infazia e nei giochi della mia infanzia,quando i grandi mi portavano un regalo dicevano
    “abbissa chi ti purtavu” “indovina cosa ti ho portato” e poi nei giochi “abbissa unni m’ammuciavu” “indovina dove mi sono nacosto”.
    E’ sicuramente, come come ha precisato Gianni, una parola in uso nella parlata del mio luogo di nascita Pizzi (Palermo)
    Era mia intezione fare una ricerca per sapere se questa parola risulta in uso anche nei paesi vicini.
    Ad Antonio Fiori un saluto caro.
    margherita rimi

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  11. abbissa da noi (ragusa) significa danneggiato, rotto, scassato, sfasciato, invece, da altre parti significa l’esatto contrario e cioè aggiustato, riparato. ho ricevuto la tua bellissima raccolta, spero di parlarne presto su viadellebelledonne. ciao a.

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  12. viva le donne viva le belle donne che sono le colonne della via delle belle donne che sono le colonne di via delle belle donne, come qui a milano in via fiori chiari, una volta…

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