Note di edizione

Mi piacerebbe discutere con voi questo articolo pescato in rete nella home page della Rivista Prospektiva, vale come nota di edizione per la spett-abile, vale per me come un monito a tutti gli scrittori esordienti. Buon divertimento.

 Gentile autore, la invito a leggere con molta attenzione queste pagine che riassumono la situazione editoriale italiana con chiarezza. Come vedrà il mondo all’interno del quale lei come scrittore si muove non è certo brillante. L’Italia è agli ultimi posti tra i paesi europei come lettori e all’ultimo posto come numero di libri venduti. Da questo dato iniziamo a parlare di editoria.
Buona lettura
Andrea Giannasi

Scrittori

In Italia, secondo stime recenti, abbiamo circa quattro milioni di scrittori in erba che coltivano la passione della scrittura. Poeti e narratori che seguono orme lasciate da grandi scrittori italiani oramai scomparsi.
Poeti e scrittori che maneggiano la penna con velocità e feconda produttività. Tanto che mediamente un poeta esordiente scrive in un anno almeno 200 poesie, mentre un narratore riesce a comporre due romanzo e venti o trenta racconti (quindi almeno 4 libri completi).
Dunque esiste una richiesta di pubblicazione molto alta e in Italia vengono editi ogni anno 50.000 titoli nuovi.
Nonostante questa grande produzione tra televisioni, radio e tv vengono presentati al grande pubblico in un anno a malapena di 500 libri, molti dei quali scritti da autori italiani noti (dunque non più di 15/20), e da scrittori stranieri (la stragrande maggioranza).
Le possibilità di visibilità per uno scrittore emergente sono ridotte a poche righe su periodici di provincia o di quartiere, ma questo non deve far credere che non esistano possibilità. Il sistema è lento e legato ad amicizie e farraginose deviazioni, corrotto e gestito, sovente, da individui senza alcuna preparazione in materia, ma ancora aperto. Anche se la struttura della promozione e della visibilità ha la forma di un cono d’imbuto, ogni anno almeno due o tre autori esordienti riescono a raggiungere una discreta visibilità.
Certo mancano i maestri che possano fornire validi aiuti, e mancano i critici letterari, ma attraverso libri di qualità e la serietà di tutti gli operatori, si possono aprire nuove vie e serie possibilità.
In questo gioca un ruolo determinante il tempo. Ricordate che se uno scrittore è bravo e non ha fretta di uscire alla ribalta, prima o poi avrà i giusti meriti.
In ultimo è importante iniziare a pensare agli scrittori non più solo come ad autori “truffati”, ma come scrittori che seguono tutte le vie possibili per far conoscere le proprie opere.
Ci sono, e sono molti, gli scrittori che hanno pagato milioni per avere i loro libri e ci saranno sempre. Ci sono autori che possono decidere di cercare un editore che scommetta tutto su di loro.
E’ una regola del sistema. E’ un elemento dell’attuale (ma anche in passato funzionava così) economia editoriale che non può essere, né accusata, né rifiutata.
Ognuno è libero di seguire la via che più lo soddisfa.
Dunque basta far passare lo scrittore come vittima e l’editore come carnefice. E’ una figura questa, distorta e poco realistica. Le vittime infatti sono sempre consapevoli di ciò che li attende.
Ma questo vittimismo e questo piangersi addosso non aiuta gli scrittori esordienti che hanno una dignità letteraria inattaccabile, sia che abbiano pagato, sia che abbiano realizzato una pubblicazione gratuitamente. Perchè poi alla fine se un libro è buono lo è a prescindere dalla genesi che questi ha avuto.

Editori

In Italia operano circa 4.000 editori divisi in tre grandi gruppi.
Il primo composto dai grandi editori ormai riuniti in pochi gruppi editoriali. Questi editori pubblicano il “vendibile” scommettendo su libri che hanno serie e concrete possibilità di vendita. Per questo negli ultimi anni gli scaffali delle librerie si sono riempiti di volumetti di comici, calciatori e cantanti. Per gli scrittori emergenti queste case editrici hanno previsto la lettera standard con la dicitura “siamo spiacenti il suo volume non rientra nella nostra linea editoriale”.
Il secondo gruppo è formato da medi editori che editano libri spesso con forme contributive varie (in ogni caso si garantiscono la vendibilità del libro) e si muovono cercando di districarsi tra distribuzione, mass media e librerie. In questo gruppo operano circa 300 editori con discreti cataloghi e buone capacità.
Da segnalare che in percentuale sono proprio gli editori medi a dover chiudere i battenti per fallimento con maggior facilità rispetto agli altri editori. Questo perché è difficile “vendere” libri oggi.
Poi esiste un terzo gruppo che raccoglie la maggior parte degli editori o sedicenti tali. Dietro a sigle editoriali infatti spesso si celano tipografie che “stampano” libri a pagamento e non forniscono alcuna garanzia dopo l’uscita del volume. Moltissimi non hanno siti internet, non hanno distributori e non fanno alcuna presentazione in un anno.
Ma attenzione non sono truffatori. Sfatiamo questa diceria. Gli editori a pagamento stampano libri per autori che hanno deciso in maniera chiara di editare versando un contributo.
Dunque cade, lo ripeto a scanso di equivoci, la figura che vede l’editore come carnefice e l’autore come vittima.
Oggi internet ci permette di conoscere molto meglio rispetto a qualche anno fa le case editrici. Per questo le scelte si fanno più facili e più chiare. E se proprio volete pagare ricordate che quello che fate non è dissacrante e che quando entrate in un negozio di scarpe prima di uscire pagate le Nike che avete appena acquistato. E così vale per ogni servizio che ricevete.
Regole di mercato nello scrivere, così come esistono nell’arte (per esporre una mostra di quadri alcuni pittori a Milano pagano anche 5.000 euro per una settimana), nel cinema, nello sport (per fare un esempio in Formula 1 i piloti esordienti “portano” alle scuderie i soldi degli sponsor), nella politica e spesso purtroppo anche nella vita quotidiana.
E allora perché a volte si pretende di ricevere un servizio gratuitamente?

Distribuzione

La distribuzione e diffusione dei libri in Italia è ferma agli anni sessanta, quando un “informatore librario” visitava periodicamente le librerie, presentando il catalogo libri. Il direttore di ogni libreria faceva i suoi ordini in conto deposito e dopo qualche giorno arrivava il corriere con il camion a scaricare qualche scatolone. Dunque tempi lunghissimi di diffusione e promozione con una lenta e macchinosa gestione.
Ebbene in sostanza la distribuzione funziona con il medesimo meccanismo, tranne qualche eccezione.
E’ ovvio quindi che i distributori tendono ad avere solo grandi case editrici e lavorare solo su libri vendibili. Questo di fatto chiude le porte alla maggior parte delle case editrici e ad almeno 40.000 titoli ogni anno. Libri però che non sono dimenticati. Semplicemente vengono inseriti in catalogo e sono ordinabili, ma non sono disponibili in libreria e in molti casi nemmeno nel magazzino del distributore.
Non possiamo certo pretendere di avere un distributore in Italia che si incarichi di distribuire tutti i libri editi. Sarebbe una scommessa persa in partenza, legato come è il settore, a regole ferme a quaranta anni fa.
Dunque non ci resta che seguire vie alternative (diffusione diretta, ordini via fax, librerie on line, distributori telematici, etc.), e costruire lentamente e progressivamente nuovi canali di promozione e diffusione.

Librerie

Sono migliaia le librerie italiane, molte delle quali legate ai grandi gruppi editoriali (Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, etc.), ma se escludiamo questi grandi magazzini, la maggior parte delle librerie sono medio-piccole, e dispongono di pochi metri quadrati per esporre i libri. Dunque circa il 90% delle librerie italiane può avere in esposizione un massimo di 7.500/9.000 titoli differenti contemporaneamente. Mediamente una libreria rinnova gli scaffali completamente ogni sei mesi. Per questo solo 10.000 titoli trovano spazio in libreria ogni anno. E gli altri 40.000 libri editi?
Alcuni (forse altri 10.000) si fermano nei magazzini dei distributori, mentre gli altri nemmeno partono dalla casa editrice.
In molti casi la responsabilità è diretta allo stesso editore che non invia il libro, ma non possiamo negare che molti librai non vogliono avere in libreria “titoli che non vendono”. In particolar modo le raccolte di poesia degli scrittori esordienti. Libri che prendono solo spazio.
Non possiamo comunque chiedere ai librai di avere tutti i libri editi in Italia in vendita negli scaffali. Per averli tutti disponibili non basterebbe uno scaffale lungo dieci chilometri.
E quale lettore è disposto a farsi una mezza maratona per cercare un libro di uno scrittore esordiente?
E allora la soluzione alla portata di tutti è Internet con le sue librerie virtuali ed i book shop. Certo non c’è più la possibilità di “toccare” il libro, ma quanti pseudo-lettori si coprono dietro questa scusa per non comprare un libro? Molti, moltissimi.
Ma non solo.
Smettiamo di trincerare la nostra atavica voglia di “non leggere” dietro la solita frase: “Non ho trovato il libro in libreria”. Se un lettore, oggi, cerca un libro lo può trovare, ordinandolo presso una libreria o attraverso internet o telefonando alle case editrici.
Queste scuse lasciamole ai bambini e andiamo avanti.

Costi e guadagni

Facciamo due conti per chiarire gli aspetti economici dell’editoria. E partiamo dal prezzo del libro venduto per avere un quadro migliore.
Se un libro viene posto sul mercato a 10 euro dobbiamo togliere 6 euro, che spettano al distributore e al libraio; 2 euro per la stampa del libro; 0,50 centesimi per l’autore (se ha il 5% di guadagno sulla vendita del libro) e 0,50 centesimi per gli invii postali, le spese di redazione e le tasse (iva inclusa), sostenute dall’editore.
Dunque al termine rimane 1 euro per ogni copia venduta.
Ma dobbiamo mettere in conto che ogni editori serio invia circa 50 copie per promuovere il libro, e per colmare questa spesa il libro deve vendere almeno 100 copie; ma per vendere 100 copie l’editore deve stamparne almeno 500 con un investimento economico di rilievo e per il quale non è garantito un ritorno o un pareggio.
A questo punto è ovvio che l’autore deve contribuire o in termini economici o in termini di immagine.
Per l’aspetto economico l’autore però non deve pagare tutta l’edizione del libro ma solo una parte di questa, scommettendo con l’editore. Per l’aspetto di immagine l’autore può mettere in gioco conoscenze, amicizie, professionalità o quant’altro possa far vendere il libro. Ma non solo. Alcuni editori con gli scrittori si affidano agli acquisti di enti, associazioni, comuni, province, università che in blocco risolvono ogni problema economico. Ma chi leggerà questi libri? E soprattutto, che fine fanno questi volumi? Se da una parte c’è guadagno (per editore e autore), dall’altra si tratta di una operazione di basso profilo culturale. Ma c’è anche questo nel sistema editoriale.
Comunque rimane certo che vendere libri oggi (salvo le edizioni dei comici e dei calciatori) non è facile. Come è palesemente accertato che scrittori ed editori che guadagnano milioni da questa attività vivono solo nei sogni di scrittori esordienti ed editori passionali.
Facciamo qualche esempio: per gli editori è bene non dimenticare il fallimento dell’Einaudi; per gli scrittori non si deve dimenticare che in Italia sono solo due o tre gli scrittori che vivono solamente dei proventi della vendita dei loro libri. Gli altri fanno gli opinionisti, scrivono rubriche, fanni i giornalisti, insegnano.

In definitiva

In definitiva queste “Note di edizione” hanno il compito di chiarire alcuni aspetti del mondo editoriale e cercare di costruire un serio e costruttivo rapporto tra autore ed editore.
Ma soprattutto riportare al centro della questione il libro come prodotto culturale.
Non dimenticando che questo prima di arrivare nelle mani del lettore deve passare attraverso le mani dello scrittore, dell’editore, del distributore e del libraio. Dunque un meccanismo lungo e laborioso, che non sempre funziona.
Ma se il libro è un buon prodotto culturale, prima o poi, troverà la sua giusta via e la corretta collocazione letteraria. Oltre ogni questione.

11 pensieri su “Note di edizione

  1. Io

    trovo che viste le difficoltà economiche (e non solo) in cui si dibatte l’editoria e a fronte dell’innumerevole quantità di libri che rischiano di rimanere sconosciuti, la rete potrebbe diventare quel mezzo democratico e altamente economico in grado di mettere in contatto scrittori e lettori, in fondo, pagina o schermo , ciò che conta è la lettura.

    buona serata

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  2. antonio diavoli

    Avevo già letto qualcosa di simile a questo “decalogo” ad opera di altri editori e, più o meno, le indicazioni sono le stesse.
    Sono sempre un po’ sconfortato dal taglio manageriale di questi discorsi, che, però, capisco essere inevitabile all’interno di un sistema che ha certe regole del gioco. La rete inizia a cambiare qualcosa: 20-30 anni fa, il discorso del “print on demand” sarebbe stato inconcepibile, addirittura sconveniente da un punto di vista economico. Oggi alcuni editori hanno iniziato a praticare questo tipo di politica in sostituzione alla tradizionale edizione a pagamento. Internet permette certamente, in linea di principio, una distribuzione capillare senza ingombro fisico. Il problema che invece rimane è quello della visibilità, perché essere una delle 4 persone in una stanza o una delle 40000 in uno stadio cambia le prospettive e, all’attuale stato dei fatti, credo si sia per questo ancora un po’ all’arma bianca nell’autopromozione, quando non si disponga di qualche altra risorsa collaudata. Trovo interessante il fatto che si sottolinei come nelle librerie spopolino giornalisti, comici, cantanti, calciatori e non tanto per la forma letteraria cui si dedicano, ma proprio per il valore aggiunto del loro nome, della loro immagine. Banalmente, un album fotografico di Kakà oggi venderebbe sicuramente di più che non uno di Pavese o persino di Marlene. E’ una questione non (solo) di genere, dunque. Diario di bordo di Vasco Rossi avrà sicuramente venduto più del diario (pure illustrato) di Frida Kahlo e via dicendo. Non è questione neppure di valori, dunque.
    E’ vero invece che, chi davvero è interessato a leggere un libro, è disposto a ordinarlo in capo al mondo, pagarlo a prezzo maggiorato o chissà che altro. La ricerca di un libro è non meno che l’incontro con una persona. Il libro è proprio *quella* persona, non l’autore in sé.
    Quest’anno, al salone di Torino, notavo che molte persone andavano a comprare nei grandi stand, Mondadori, Feltrinelli ecc. libri che, tranquillamente avrebbero potuto prendere in un qualsiasi altro giorno, nelle grandi distribuzioni delle città. L’occasione era invece, a mio avviso, quella di venire a contatto con cataloghi di editori minori, che non hanno tanta visibilità altrove, cercare in essi qualcosa di nuovo, conoscere anche un autore lì, accanto al banco. Tutto questo manca. Da dove cominciare a darlo? Mi chiedo se la rete sia davvero il luogo adatto o non rischi addirittura di collassare in una moltiplicazione di esperienze individuali, in una sorta di medioevo elettronico. Mah…
    Ottima proposta davvero questa nota di traduzione…

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  3. remo

    Nell’antichità era il lettore che cercava il libro, mentre oggi il rapporto s’è invertito: il libro cerca il lettore.
    In Italia la crisi è complicata dal fatto che moltissimi scrivono e pochissimi leggono. Ogni anno in Italia 10mila persone danno alle stampe le loro opere, su cento che arrivano manoscritti sul tavolo dell’editore, ne risulterà che abbiamo in Italia un numero altissimo di scrittori, fra editi e inediti: circa un milione, o anche di più.
    Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.
    LUCIANO BIANCIARDI
    il lavoro culturale, 1957

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  4. fabry2007

    bel post, davvero, dove le risposte sono allo stesso livello del testo. secondo me, la rete ha a che fare con i sette peccati capitali: favorisce la pigrizia, foraggia la lussuria, incrementa l’ira, ingigantisce la superbia, fomenta l’invidia, stuzzica la gola. però: vince l’avarizia. quindi un libro, qui, lo compri facilmente, se hai la carta di credito. io che non ce l’ho, rimango vittima anche dell’ultimo peccato.

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  5. vbinaghi

    Biecamente economico: qual’è l’utilità marginale del libro, in un’esistenza assediata dall’immagine?
    La lentezza della contestualizzazione e della ruminazione contro l’immediatezza della sinapsi cibernetica?
    Nemmeno i libri sono più gli stessi. Un tempo il libro era il condensato di un sapere: bisognava vivere e imparare molto prima di scrivere. Oggi è soprattutto espressione di sè, del proprio immaginario: letteralmente, ognuno che desideri può scrivere.
    Credo che questo tipo di scrittura sarà inevitabilmente assorbita dai nuovi media, la fiction dal film, la poesia dal blog. Resterà su carta ciò che richiede tempo e consuetudine, e lettura ripetuta, un oggetto mnemonico e sodale.
    Tornerà ad essere per pochi.

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  6. vbinaghi

    La proliferazione di pubblicazioni non è in contrasto con quanto sopra: è l’estenuazione nell’effimero, che precede la morte di un’epoca, quella di Gutemberg. Tutti scrivono, nessuno legge.
    Appena prima di scoprire che si rende meglio visibile la propria maschera in un reality show, o in un nickname.
    Da rileggere Fahrenheit 451 di Bradbury, al di là dello straniamento fantascientifico che ne condizionò le prime letture.
    E’ oggi.

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  7. Giovanni Nuscis

    Chiederà il conto la natura piegata e gemente in un libro? La necessità prima dell’etica, col tramonto di questa civiltà dietro colline di carta e di macerie. Tabernacoli in brossura; e noi, semoventi, circonfusi e trafitti da un vento, nuovo, tutto nostro, di mega:-)

    Giovanni

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  8. robertorossitesta

    Il post non dice nulla di nuovo a chi è immerso da anni nel problema ma lo dice bene, in modo chiaro e onesto.
    Su una frase sono però in disaccordo, la seguente:”Ricordate che se uno scrittore è bravo e non ha fretta di uscire alla ribalta, prima o poi avrà i giusti meriti.”
    Sarà ma non ci credo, a meno che con “prima o poi” non s’intenda un bel po’ dopo la sua morte, quando cioè all’autore finalmente scoperto non è più dato giovarsi direttamente della notorietà per servire quella bellezza che può rovesciare il mondo (sto citando il motto del blog).
    Inoltre, e questa per me è la prova cruciale, ci sono anche autori che dopo anni di tentativi decidono più o meno serenamente di mettere le proprie capacità al servizio di un progetto culturale più ampio, ad esempio producendo e tentando di pubblicare studi e/o traduzioni di grandi opere del più o meno recente passato. Ma non è che costoro ricevano sempre un buon trattamento dagli editori cui si rapportano, pur permettendo a questi ultimi di mettersi in catalogo dei long-sellers che rappresentano delle vere e proprie boccate d’ossigeno.
    Insomma, ormai produrre libri o patate o bulloni è la stessa cosa, cui vengono applicati gli stessi criteri; e l’intellettuale/artista che non si renda organico a questo meccanismo non viene nemmeno onorato da calci nel sedere o pesci in faccia, viene semplicemente lasciato intristire nella propria solitudine e impotenza; e per sopravvivere e continuare a dare qualcosa di buono dovrà trovare in sé e in chi lo circonda delle risorse morali inimmaginabili.
    Chi malgrado tutto vuole mettersi su questa via o perseverare in essa è avvertito.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  9. lucasalvatore Autore articolo

    Certo che questo articolo vale come un monito, chiunque si metta nelle mani di questi tipografi “passatutto” è avvertito, e il lavoro del poèta del tutto svilito. Che di poèsia non può farsi mestiere è cosa certa,

    a me fa ridere il tono quasi intimidatorio del telegramma essenziale, di chi crede di saperla troppo lunga per poter replicare, per la serie è così che va il mondo, io proprio non posso farci un bel niente, non chiedetemi quello che non può essere dato. Gran bel mucchio di stronzate.

    Il punto essenziale rimane, è giusto pagare per essere pubblicati?

    In Italia si scrive troppo e si legge poco, e con questo?

    Avete per caso dato un’occhiata a quanti titoli hanno in catalogo le Edizioni Il Filo? Centinaia, in meno di una decina di attività. Centinaia alla stregua di quella. Il contributo richiesto all’Autore, 1500 euro. Basta farsi due conti. Non mi si venga a raccontare la storia che su un perfetto sconosciuto non si può rischiare, quando entra in ballo l’euro c’è sempre chi ci guadagna e chi ci va a perdere, in questo caso è facile prevedere chi, guarda caso un pò.

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