Siamo nel vero alla fine?

Credo si possa affermare senza tema di esagerazione che l’insieme della Vita Religiosa in Europa non è in nessun modo un collettivo traboccante di vita, effervescente di inquietudini e creatività, pieno di proposte per scoprire le rotte del futuro.

Al contrario, nell’insieme (non in teoria, ma in questo momento concreto) appare a volte come un deserto intellettuale, persino nella teologia. Pochi commentano, nessuno dibatte, nessuno si azzarda a indicare una possibile via d’uscita o arrischia almeno una nuova interpretazione. Né si spera o si desidera che qualcuno lo faccia. La Chiesa Cattolica sta ancora sotto il pontificato della paura, come suole chiamarlo González Faus. Quel tanto di dialogo e di effervescenza spirituale che si ebbe in altri tempi (quelli del Concilio per esempio), si è esaurito per mancanza di nutrimento, persino per la repressione, e ora non c’è più niente di cui valga la pena parlare; semplicemente si tratta di “far passare il tempo”, di “aspettare Godot”, senza voler dar conto di ciò che si spera e talvolta si teme. Non che si stia con “le spade sguainate”, in un contenzioso con la società, o in una polemica teologica intraecclesiale non risolta… semplicemente, c’è una gigantesca indifferenza, c’è apatia. Società europee che da 50anni registrano percentuali di appartenenza cristiana superiori all’80%, oggi hanno voltato in massa le spalle al cristianesimo e non se ne interessano più. In questo contesto, la Vita Religiosa, come la stessa Chiesa Cattolica, si sente abbandonata come in un divorzio in vecchiaia: non c’è più neppure con chi discutere; la vita è emigrata con i giovani verso altri lidi, e agli anziani non resta che godersi una meritata pensione. Questa potrà sembrare una descrizione assai negativa solo a chi è prevenuto. Chi si è accostato al tema più di una volta la troverà – lo credo sinceramente – realista, sebbene dolorosa. La Vita Religiosa in Europa non solo si trova in un periodo di crisi, ma in un periodo critico grave, forse “terminale” per quello che si riferisce alla Vita Religiosa “realmente europea”. Tuttavia, questa situazione, nell’ottica della speranza cristiana, non smette di essere un “kairós”, un’opportunità che chiama, risveglia, convoca e sfida. Bisogna sottolineare che questi giudizi generali risulterebbero falsi e ingiusti se venissero interpretati alla lettera; essi non intendono affatto disconoscere l’immenso servizio sociale che la Vita Religiosa rende alla società, l’eccellente buona volontà e la generosità personale delle religiose e dei religiosi, in comunità benemerite e perfino eroiche in mezzo alla secolarizzata società europea. Ci stiamo riferendo solo a certi tratti generali di insieme, senza negare il molto buono che c’è nel particolare…

tratto da una dichiarazione di José Maria Vigil

Sono tanti quelli che, di fronte a una crisi, preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Ma tra questi non c’è sicuramente José Maria Vigil, religioso claretiano, teologo della liberazione di origine spagnola attualmente residente a Panama. In un intervento, inviato ad Adista (Agenzia Stampa legata al mondo cattolico), dal titolo “La crisi della vita religiosa in Europa, una sfida per la vita religiosa mondiale”, Vigil traccia un’analisi coraggiosa dello stato, “forse terminale”, in cui versano i religiosi in Europa, nel contesto più ampio della crisi del cristianesimo e in quello ancora più ampio della crisi delle religioni nelle società avanzate, ossia della “forma religiosa propria della società agraria”. Una descrizione che non fa nessuno sconto alla vita religiosa, additandone, in maniera implacabilmente realista, i molti segnali della sua agonia, per quanto lunga questa potrà essere. Ma che pure non abbandona mai l’orizzonte della speranza cristiana, considerando tale crisi “un’opportunità che chiama, risveglia, convoca e sfida”. Perché se le “religioni”, e con esse anche la vita religiosa, stanno scomparendo, la religiosità, ossia la spiritualità umana, non morirà: ciò che l’attende non è la sua negazione, ma un cambiamento sostanziale, una mutazione, una metamorfosi “da cui forse emergerà irriconoscibile”. Bisogna imparare l’ars moriendi, sottolinea Vigil: saper accettare l’ora di morire, con speranza, “rendendo possibile che dalla propria morte nasca la vita per coloro che verranno dopo, passando la fiaccola ad altre mani, con fiducia”. Così come bisogna imparare l’ars vivendi, l’arte del vivere la propria ora, affrancandosi dal passato ed emigrando nel futuro, rinunciando a tentare di ricomporre “ciò che non si può aggiustare”.

47 pensieri su “Siamo nel vero alla fine?

  1. Ti ho scritto una cosa di là. Nel mio piccolo, mi sa che ho detto quello che leggo negli ultimi tre righi. E se fosse ..è presuntuoso che l’abbia fatto notare? Non ho capito però se il
    pensiero è tuo o di Vigil.

    Ho riconosciuto il tuo post da quel “nel vero” 🙂

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  2. Qui sono poste delle questioni immani.
    Anzitutto mi pare di poter dire che la crisi della “forma religione” sia fortissima in Europa, assai meno nel resto del mondo. Poi, che bisogna distinguere tra crisi delle Chiese cristiane e crisi del Cristianesimo. Infine, che occorrerebbe riflettere sul fatto che il primo fine della religione è dare ordine ai comportamenti umani (relazioni reciproche, moralità, costumi): si pensi anzitutto alla sessualità, che la religione regola con precetti e riti, e che in Occidente è precipitata nell’anomismo (anche tra i cattolici, nessuno dei quali segue le indicazioni della Chiesa)…

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  3. Carissimo,
    l’analisi di Vigil mi sembra più che realistica.
    Gli istituti religiosi, sia maschili che femminili, parlano da anni della necessità di una Rifondazione, di un ripensamento della loro forma di vita a partire dai fondamenti.
    E la crisi delle Chiese è negata solo da chi inconsapevolmente ne codetermina l’agonia.
    A me pare però che il Nuovo Inizio sia già avviato, e da tempo.
    Solo che non vogliamo riconoscerlo.
    Dovremmo, credo, ripensare a fondo il senso ambiguissimo dell’intera epoca moderna, e impararne a discernere le traenze escatologiche.
    Questo implica un grande lavoro e un serio confronto delle Chiese cristiane, e in particolare di quella Cattolica, con temi quali la libertà individuale e creativa, l’esercizio dell’autorità, la struttura democratica delle società, l’interpretazione della sessualità come luogo teologico in cui salvarsi (e non da cui salvarsi…), e così via.
    Allora forse incominceremmo a vedere Ciò o Chi sta nascendo nel tracollo di tante forme tradizionali di religione e di schiavitù.
    E forse impareremmo ad identificarci con questo Nascente, invece di continuare a identificarci col Morto e con le sue lamentazioni.
    Se imparassimo ad individuare ciò che è morto, e a lasciare che il morto seppellisca ciò che è morto, saremmo liberi per nascere.
    E ciò da ora!
    Auguri a tutte/i di una buona nascita.
    Marco Guzzi

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  4. @ Grazie Rina. Andrò a leggere. Le ultime tre righe sono una sorta di summa che scaturisce dall’aver letto il pensiero di Vigil.
    @ Fabio. Puoi benissimo dare il via ad un’analisi più approfondita toccando, punto per punto, ciò che hai dichiarato e che mi vede in linea (sempre se ti va, ovviamente).
    @ Marco. Conosco le tue posizioni e so del come stai tentando di far spingere sull’acceleratore ad un mondo (quello cristiano-cattolico come primo, poi in generale). Reputo che in questa tua frase di chiusura al commento risieda la tua visione, o sbaglio? “E forse impareremmo ad identificarci con questo Nascente, invece di continuare a identificarci col Morto e con le sue lamentazioni. Se imparassimo ad individuare ciò che è morto, e a lasciare che il morto seppellisca ciò che è morto, saremmo liberi per nascere. E ciò da ora!” – tale ‘lezione’ (definiamola così) non è solo applicabile alla religiosità-spiritualità, ma, reputo, al vivere di ogni giorno. In effetti sto prendendo spunto da ciò che Vigil (europeo ‘emigrato’ in centro-sud America) dice (‘spara’, visto il come si muove: cioè senza timori) al fine di poter riflettere, assieme, anche e soprattutto sul futuro dell’Europa… (avente matrice cristiana o no).

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  5. Caro Gian Ruggero, i temi in questione non si prestano ad un post, e nemmeno ad una serie di post. Tuttavia, mi vengono in mente due aurei libretti, scritti da due grandi vecchi: “Lo scisma sommerso” di P. Prini, che mostrava come la stragrande maggioranza dei cattolici non segua le indicazioni morali della Chiesa, essendo nei fatti scismatica e fregandosene; e “Non c’è più religione” di M. Ranchetti, da cui prendo queste righe. Io sono stato fortemente impressionato dalla proclamazione “industriale” di santi da parte di G.P. II, che mi è sembrata una sorta di risposta alla produzione capitalistica tendente all’infinito, e dal loro essere ancora quasi tutti ecclesiastici (parroci mai, però). E anche dalla tendenza del papato a santificare se stesso con forza crescente (ormai tutti i papi sono santi, quasi che il cristiano avesse bisogno di ulteriori esempi : di che, del modo di fare il papa?).

    Ranchetti:… le proclamazioni indiscriminate di santi: dalla contemporanea proclamazione di santi tra di loro incompatibili, ascritta alle innumerevoli possibili forme di esercizio della santità, alle più recenti proclamazioni di santi che probabilmente non hanno mai messo piede su questa valle di lacrime, e sono passati direttamente da cielo a cielo. È una strategia che ricorda da vicino quella del supermercato che deve provvedere a tutti i bisogni del cliente offrendo il maggior numero di merci sacre. E testimonierebbe di un mutamento radicale di prospettiva rispetto alla tradizione della confessione di fede cristiana, di cui non si avverte la motivazione religiosa che pur dovrebbe reggerla. Allo stesso modo è difficile interpretare il senso dei viaggi del pontefice, che all’apparenza somigliano sempre di più a una esibizione, pura e semplice, di un capo carismatico non certo giustificata dalle sue parole di una disarmante banalità, e richiamano il peccato di idolatria.

    Ma il fatto è che tutto questo avviene nel silenzio, come se fosse una calamità d’ordine naturale, cui è insensato opporsi. Il silenzio della “cultura” che non fa sentire nessuna voce di dissenso o almeno di prudente preoccupazione. Silenzio dei vertici del magistero, allineati nell’ossequio, o subito tacitati. Silenzio di storici, di filosofi, di teologi, di intellettuali, di letterati, di poeti. Silenzio anche di anticlericali, la cui tradizione, già presente in Italia, sembra dispersa. Tutti zitti e buoni, tranne qualche predicatore isolato, qualche monaco. E questo silenzio è il risultato di una distruzione non sistematica ma puntigliosa di ogni forma di cultura religiosa. Nei ginnasi e nei licei non è impartita alcuna istruzione religiosa, nelle università chi si occupa di queste materie è visto come un nostalgico del medioevo e del suo oscurantismo, ed è subito ritenuto uno spretato. I filosofi spiegano Hegel senza avere alcuna nozione di teologia, come se il suo pensiero sorgesse dalla sua testa, e se si nutrono di Heidegger ignorano la sua formazione teologica. Se mai qualche interesse rivestono gli insegnamenti di storia delle religioni, le cui aule sono ben più frequentate da giovani che sperano di trovare alimento in discipline ritenute esoteriche e forse solo per questo più prossime ai loro bisogni di una vaga spiritualità. Ma tutto questo non avviene a caso: è il frutto di una volontà precisa da parte delle gerarchie cattoliche che sono riuscite nella grande impresa di ridurre la “religione” all’appartenenza alla chiesa cattolica apostolica romana.

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  6. Sono di nuovo qui perché c’era una cosa che mi tornava in mente, mi era piaciuta.. il considerarci, il doverci considerare, come un punto di mezzo, quasi un passa-palla per ogni cosa in cui crediamo. Anche questo è vivere, anzi significa dare un significato alla nostra vita, ‘fermare’ quello in cui crediamo. ..riuscirci non è facile, bisogna sorvolarsi, regalarsi, e io mi rendo conto che in tanti, via via nella mia vita, mi hanno regalato un pezzo di sé in questo modo. Ecco perché ci sono persone, affetti, che non puoi mai scordare.
    Ciao, grazie

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  7. Se imparassimo ad individuare ciò che è morto, e a lasciare che il morto seppellisca ciò che è morto, saremmo liberi per nascere.

    sono d’accordo con marco guzzi. la crisi (da krinein dividere separare) può essere luogo di morte o nascita, o come diceva Jung “sopravvive solo ciò che ha il coraggio di morire”. il religioso è parte dell’umano non lo si può soffocare se non costringendolo in schemi che non hanno altra ragione d’essere che un vago attaccamento a ciò che è conosciuto.il “religioso” dovrebbe essere un nuovo abramo e con coraggio incamminarsi verso una terra nuova.

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  8. @ Fabio. Indubbiamente anche la terza parte del tuo intervento meriterebbe 12 tomi (al fine di fermare il momento)… comunque bisogna continuare a ragionare su questa linea. Invito gli amici a farlo, forse, dopo questa mia ennesima domanda a voi rivolta, arriveremo, finalmente, a un primo punto fisso, così da ridare dignità a questo nostro continente, o, almeno, a definire le forme di quella che può essere-diventare una-la ‘Nuova’ Europa (nel senso di: ruolo).
    @ Rina. “…mi hanno regalato un pezzo di sé” – è quello che sto facendo con tutti voi: mi date/vi do, questo il senso (l’unico) per poter giungere al bandolo della matassa.
    @ Io. Scrivi: “Il religioso è parte dell’umano non lo si può soffocare se non costringendolo in schemi che non hanno altra ragione d’essere che un vago attaccamento a ciò che è conosciuto” – mi piacerebbe che tu ampliassi questo concetto. Ma ‘religioso’ come ‘sacerdote’ o ‘religioso’ nel senso ampio del termine… cioè: credente?

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  9. Io ..non so quanto abbia dato, ma sicuramente ho molto ricevuto. Sono stata fortunata. Ci sono più persone belle di quanto si creda. Quello, o quanto, io ho dato, non so neanche qualificare. Di eterno spessore, bronzei, invece si son rivelati ‘regali’ che sono con me, che mi hanno strutturato, modellato, arricchito.
    Parole, fatti, o silenzi, mi sono rimasti dentro più di altri perché intrisi principalmente di altruismo, hanno corpo, e continuano ad esistere.

    Che tu lo stia facendo.. Gian Ruggero, penso sia fin troppo evidente. Io, come tanti, l’avevo capito, ma una frase tua, una sola, che ho letto recentemente, mi ha sorpreso particolarmente, lì ne ho avuto conferma, lì c’era l’oltre.
    Non cambiare mai.
    Un abbraccio

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  10. @gianruggero

    ho ripreso il termine intendendo la sfera del religioso nella sua accezione più ampia. l’uomo sia che la affermi sia che la neghi deve confrontarsi con l’idea di Dio, dell’assoluto ,dell’eterno. nello specifico della rivelazione invece l’uomo deve confrontarsi con la Verità rivelata liberandola però da strutture e schematismi che appartengono più all’umano che al divino, se parliamo di cristianesimo il vangelo è pieno di detti del nazareno contro una certa gerarchia e contro un certo modo di intendere il rapporto dell’uomo con Dio troppo legato ad una certa esteriorità rituale. non sono dell’idea che il cristianesimo debba essere vissuto nel segreto della propria stanza il che sarebbe una negazione della storicità dell’incarnazione, ma credo nella necessità di dare nuovo slancio alla riflessione su cosa sia spirituale nel senso più vero del termine

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  11. Credo che il problema principale del “religioso” non stia tanto o solamente nel luogo comune della “crisi di valori”, quanto piuttosto nelle modalità, nella pratica – ossia, nel problema liturgico. La teologia moderna ha sistematicamente, salvo poche eccezioni, avuto letteralmente paura della pratica liturgica: essa è spesso stata concepita come un qualcosa di accessorio, una sorta di forma che deve comunque contenere un significato già dato, un dogma. Ma, in realtà, anche per il cristianesimo, il dogma non è un dato come lo può essere una legge positiva: esso è un’esperienza, una incarnazione presente del mistero, la comunicazione comunitaria di un incomunicabile. Tutto questo, è chiaro, comporterebbe una certa quota di pericolo per gli apparati di potere e per la rappresentazione. Ma la liturgia, ogni liturgia, è il centro e il fulcro di ogni visione cristiana e anche della stessa teologia, che molto spesso non ha saputo essere all’altezza di tale pratica, per paura, per quieto vivere. In un tempo in cui il bisogno di “legge” e di “ordini” si rifà sentire, il rischio allora è quello di fossilizzare ancora di più la stessa liturgia, di renderla efficace in senso sbagliato, vale a dire come uno slogan pubblicitario, quando invece dovrebbe richiedere l’efficacia di abitare il pensiero e la sua potenza, la sua nascita continua. è stata smarrita la radice antropologica del rito: e il centro della tradizione cristiana non può non essere analizzato dal punto di vista dell’antropologia del rito. E questo, alcuni teologi italiani (Grillo, Bonaccorso, Tagliaferri) lo stanno facendo, e anche molto bene a mio modesto parere.
    E tutto questo è anche problema più ampio, che a mio avviso riguarda da vicino anche l’estetica. Abbiamo smarrito il senso della liturgia (anche di ogni piccola liturgia quotidiana): e questo fa parte di una dimenticanza e di un rifiuto dell’umano e della creaturalità che mi pare profondamente anticristiano, oltre che antiumano. Il cortocircuito, lo scandalo di carne che è cristo rischia di essere dimenticato soprattutto dalla chiesa. Questo è gravissimo. Mettere al centro l’uomo, e quindi l’antropologia, significa secondo me, recuperare anche la divinità, cioè l’accettazione totale della finitezza, del corpo, della stessa morte (il caso Welby, da questo punto di vista mi pare paradigmatico: la chiesa ha confuso la sua posizione con quella della tecnica, con l’obbligo di rimanere in vita… dove stava la presunta “naturalità” della vita nel chiedere ad una persona di rimanere viva tramite l’artificialità delle macchine in quella situazione particolare?). Abbiamo smarrito il senso dei gesti proprio perchè li abbiamo richiusi in un senso (già) dato. Come quando di un verso o di una poesia si dice “questo vuol dire questo”. Lì, l’umano e tutta la sua potenza muore. E anche il divino.

    andrea ponso

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  12. “…la spiritualità umana, non morirà: ciò che l’attende non è la sua negazione, ma un cambiamento sostanziale, una mutazione, una metamorfosi “da cui forse emergerà irriconoscibile”.

    Condivido la previsione, domandandomi però quale dura lezione – presente, purtroppo, in molti snodi della storia – ci attenda prima di giungere ad un cambiamento reale e condiviso.

    Grazie, Gian Ruggero.

    Giovanni

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  13. Anche il rapporto della FEDE con la RELIGIONE è problematico. La distinzione operata tra i due termini dalla teologia protestante del Novecento è imprescindibile, ma va ripensata. Noi dobbiamo sempre ritornare al dato cristiano di partenza: Gesù non si è scontreto con uomini atei, ma con uomini molto religiosi, dominati dallo scrupoloreligioso. E’ stato condannato dal sinedrio come bestemmiatore. Il suo conflitto (come in tutta la Bibbia) non è stato con l’ateismo ma con l’idolatria. Io penso che il rito della Cena non sia il rito delle religioni, e che nel momento in cui lo si è reso analogo a quelli (e i motivi sono molti, il cristianesimo si è fatto religione e si è assunto tutti gli obblighi e i pesi anche politici di una religione storica)si è innescato un potenziale di conflagrazione tra istanza spirituale-escatologica e istanza socio-politico-morale terrena.

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  14. Gian Ruggero apprezzo questa tua militanza, convinta, coerente e assoluta com’è nel tuo stile. Tuttavia debbo esprimere un profondo dissenso rispetto a tale posizione che peraltro non dovrebbe lasciarti basito. Quando auspichi di “ridare dignità a questo nostro continente […] definire le forme di quella che può essere-diventare una-la ‘Nuova’ Europa (nel senso di: ruolo)”… bene, è una necessità concreta e urgente che avverto anch’io da uomo ancor prima che da intellettuale. Ma non è questa la soluzione del problema. Che la religione o per meglio dire la spiritualità sia in crisi nella vecchia Europa è un dato inconfutabile. Ma quando un sistema politico è in crisi – e avrai inteso cosa intendo per “politico” – bisogna cercare di analizzarne le cause, sforzarsi di capire perché quel sistema non è più efficace. Il mio punto di vista ti è noto ma lo riassumo per chi non mi conosca abbastanza. Personalmente ritengo la “religiosità” un bene per l’uomo nel senso edonistico del termine. Mi spiego. Se un essere umano non riesce ad accettare la malattia, il dolore, la morte… se proprio non riesce a mandar giù l’idea che prima o poi bisogna andarsene da questa terra per dare spazio agli altri che verranno dopo – e magari sarebbe nobile adoperarsi affinché costoro trovino un mondo migliore anziché un letamaio dove le fonti energetiche più comuni, quelle che insozzano l’atmosfera di CO2, stanno per esaurirsi ma i signori dell’impero globale se ne fregano… sarebbe nobile battersi con tutta l’anima perché le risorse di questo pianetino litigioso che vaga nell’universo siano condivise da tutti i suoi abitanti e non soltanto da una esigua minoranza di “furbi” quando miliardi di “schiavi” continuano a morire di fame e non hanno neanche la possibilità di curare le malattie più banali… – dicevo, se l’essere umano non riesce a mandar giù tutto questo ben venga il conforto della religione. Ma quando tale sentimento individuale viene gestito e strumentalizzato dalle gerarchie politico-ecclesiastiche, allora il danno per l’umanità può essere enorme. E su questo non mi dilungo, d’altra parte basta leggere qualche libro di storia… Veniamo al dunque: io reputo che la strada maestra sia quella di battersi per una Europa laica e moderna – orgogliosa delle sue radici umanistiche e capace di valorizzarle – ma altresì pronta a far proprio ciò che di buono e “utile” possa offrire il cammino della conoscenza (e mi riferisco all’utilità di “tutti” nell’accezione “umanistica” del termine, non a quella propugnata dalle sparute minoranze di faccendieri che ci hanno imposto il “Verbo” dell’economia globale…). Ecco, è questo il campo su cui battersi. Bisogna ritrovare le nostre radici più autentiche: l’eredità incommensurabile che ci hanno lasciato i padri greci, i grandi umanisti del Rinascimento, e soprattutto il secolo dei lumi. Mi dispiace Gian Ruggero, ma reputo che la tua sia una battaglia persa ancor prima di intraprenderla.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  15. Da “Il Giornale di Vicenza”, 14 settembre 2006: Come rappresentante della delegazione vicentina di “Una Voce”, l’associazione che opera in tutto il mondo per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana secondo la secolare tradizione della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, desidero felicitarmi con la parrocchia di Ancignano e il suo parroco don Pierangelo Rigon per l’inaugurazione del Museo della Liturgia e della Pietà Popolare, intitolato al Beato Schuster. L’occasione evidenzia l’importanza della tradizione liturgica per l’identità storica e religiosa di una comunità: la liturgia esprime infatti la fede e la propone alla riflessione, soprattutto attraverso la Messa e il Sacrificio Eucaristico. Purtroppo oggi la liturgia è spesso “casuale” e talora nemmeno rispettosa delle rubriche e delle regole espresse anche dal diritto canonico: da quando si è abbandonata la liturgia della tradizione è un autentico far west, al quale nemmeno i vescovi sanno porre un freno. Spero che il vescovo di Vicenza, mons. Cesare Nosiglia, inaugurando il museo di Ancignano, si sia ricordato della petizione presentata da “Una Voce” e firmata da 700 fedeli vicentini, con la quale si chiedeva di poter avere anche a Vicenza, ogni domenica e festa di precetto, almeno una messa secondo il messale in uso nel 1962, come già avviene in molte altre diocesi venete e italiane. Constato inoltre che un museo è sì un luogo di conservazione e di tutela, ma è anche un luogo dove gli oggetti vengono solamente ammirati per la loro importanza storica e artistica, ma nel quale rimangono totalmente inutilizzati, cioè morti. La tradizione della Chiesa Cattolica andrebbe meglio apprezzata per il suo valore spirituale facendola rivivere nella liturgia di sempre: forse il vescovo Nosiglia, nel vedere tanti oggetti legati all’antica liturgia, si sarà ricordato del diniego da lui espresso alla richiesta presentata dalla nostra associazione. A nome della delegazione vicentina di “Una Voce”, mi rivolgo al pastore della diocesi di Vicenza affinché accolga tutti i fedeli e non trascuri nessuno: chiedo a mons. Nosiglia di ripensare alla nostra legittima richiesta e di considerare, secondo gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche le esigenze di coloro che ritengono la liturgia della tradizione non solo un “oggetto da museo”. Massimo Bisson

    …non andatevene, torno, l’argomento si sta facendo interessante. Continuate. Grazie a coloro che finora sono intervenuti… poi dirò ad ognuno.

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  16. liturgia- da leitourghia-servizio reso alla cosa pubblica(leitos-laitos-popolare ergazomai-faccio opero)passato poi ad indicare il servizio sacerdotale.

    i nostalgici preconciliari non sono mai venuti meno, così come abbondano gli indifferenti e gli innovatori a tutti i costi. io non sto nè con i primi nè con gli altri.

    la fede cristiana si è sviluppata intorno ad un mistero fondamentale che è quello dell’incarnazione “o logos sarx egeneto” . l’evento fondante del credo cristiano ha generato via via una serie di riflessioni sul senso del Sacramento che non è un vuoto gesto rituale ma un fatto, un accadimento, una realtà che si verifica nel gesto stesso sia esso il battesimo, l’eucaristia la confessione e via via gli altri sacramenti.
    ciò significa che con la venuta del logos nella carne, la realtà della materia viene innalzata alla dignità dello spirito, viene come dicevano i Padri della chiesa pneumatizzata, spiritualizzata. ogni cristiano cioè, nel sacramento sperimenta il mistero dell’incarnazione, ciò è evidente nell’Eucaristia momento nel quale pane e vino sono, dice il concilio tridentino, transustanziati nel corpo e sangue di Cristo.
    ciò che è importante ricordare però è che l’eucaristia sin dalle origini è stata interpretata alla luce del memoriale della pasqua ebraica, (basta rileggere le omelie ai catecumeni dei primi padri della chiesa) e che il fare memoria non ha il nostro significato di riportare alla mente(significato platonico dell’anamnesis ideale) ma il senso ben più concreto di rivivere l’esperienza di cui si fa memoria. dunque come l’ebreo nel celebrare la pasqua entra a far parte della schiera di Mosè e di coloro che uscirono dall’Egitto, così il cristiano nel memoriale della passione morte e risurrezione del Cristo ,che si rinnova in ogni celebrazione eucaristica, entra, potremmo dire, nel cenacolo e rivive i fatti di quella notte “in cui fu tradito, Egli prese il pane e rese grazie lo spezzò lo diede loro dicendo: prendete questo è il mio corpo che è dato per voi”egli è commesale di Cristo nel momento stesso in cui l’eterno entra con esso nella storia (ephapax-momento unico-inaugurale).
    ora , il vissuto sacramentale di una persona di fede non si realizza se non dentro una consapevolezza di cosa sia un sacramento. il rito per quanto suggestivo sia non potrà mai sostituire il vissuto e l’esperienza che il gesto eucaristico e gli altri gesti (penso al rito della riconciliazione in cui il perdono rende la persona che lo riceve : nuova creatura) realizzano. le nostalgie per i riti antichi fanno parte del museo così come la fede di certa gente che si attacca al fumo dell’incenso.
    il religioso, non sopravvive per la forma esteriore “guai a voi sepolcri imbiancati!” e la nostalgia delle tiare, del latino, e dell’altare rivolta verso il muro, sono un segno della stagnazione della fede peggiore dell’ateismo. il religioso deve vivere e non “sopravvive” della vita dello spirito (per chi crede, ovviamente,)ed è una continua ricerca di un’esperienza viva che è l’incontro con l’Assoluto in Cristo. è questo ciò che la fede attraverso i sacramenti rende efficace.
    è deprimente che ancora ci sia chi crede che rifare la messa in latino possa riportare l’uomo, l’europeo a Dio.

    buon pomeriggio

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  17. Sono d’accordo: il problema di un recupero della liturgia non è certo quello del ristabilire la messa in latino – tutt’altro. Qui si rischia di portare il tutto o verso il museo (!) oppure verso una visione errata del mistero (più vicina alla new age che alla fede). Ma è indubbio che il fulcro del problema comunitario sia proprio la fruizione liturgica, la partecipazione attiva alla fondazione della comunità. Si tratta di integrare immediatezza e mediazione, attraverso una partecipazione ed un uso consapevole del simbolo. Con le filosofie dell’intimità e del personalismo si è davvero dimenticato che il cristianesimo è per sua essenza carnale e umanitario, e che quindi deve nascere ad ogni riunione comunitaria come presenza viva e performante. Nè ideologica nè legata alla vaghezza del mistero o dell’intimità. Cristo è un albero di gesti, come l’uomo in preghiera (definizione di un grande teologo contemporaneo che ho avuto l’onore di conoscere: Elmar Salmann).

    andrea ponso

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  18. Di nuovo grande meraviglia per la vostra capacità di entrare nel nocciolo della questione, ma quel che ora avete detto (Io e Andrea) come può essere inteso dall’uomo comune? Un esempio: il Comunismo (quale altra religione partorita negli ultimi 230anni) fino a quando ha tenuto le masse con 5 slogan chiari (legati a problemi concreti), a simboli chiari (cioè diretti), a manifestazioni celebrative-liturgiche d’effetto e a una mistica elementare (accessibile ai più) è riuscito a sopravvivere, quando, invece, si è ‘avviluppato’ in bizantinismi-gesuitismi politici, senza averne gli strumenti e il retroterra culturale è crollato (ovvio che semplifico per dire che è comunque la complessità che, di solito, ‘allontana’, non avvicina, e di ‘filosofi’ della cristianità o del cattolicesimo ne vedo ben pochi in giro fra quelli che vanno a Messa o si professano credenti)… detto questo, non è che si rischi che la stessa Fede, con le Liturgie, le ‘Celebrazioni’ e i Simboli ad essa connessi o da essa dirivati (e per Fede estendo il termine a qualsiasi forma di teologia-religione presente nel pianeta – cioè a qualsiasi forma di Credenza in un Assoluto Metempirico Metafisico Sovrannaturale) possa diventare unicamente terreno di ‘speculazione’ mentale di pochi e che i molti, come sta succedendo, infine se ne distacchino proprio perché non riescono ad intendere (…cioè non hanno gli strumenti per capire)? Anche Vladimir Majakovskij disse: “Il comunismo è amore” (…era del resto un poeta), ma tale sintesi sublime non bastò e non venne del tutto intesa (infatti necessitava, appunto, una sensibilità-una cultura da poeta per intendere la grandezza di simile affermazione)… così come reputo che se oggi Ponso (poeta a sua volta) dica: “La cristianità è amore” non riesca, nell’oggi, a venire inteso se non da un 1×1000 (e sono buono) di chi dice di essere credente… perché anche in questo caso un’affermazione simile, partorita da una mente elevata, contiene in sé, dal punto di vista sensibile e culturale, ciò che sopra avete espresso + un infinito altro.

    Dove, allora, il punto d’incontro tra ‘padri’ e ‘figli’ di una religione?

    Ringrazio Brotto per la risposta.

    Per Pasquale: Tu fai parte di un’altra ‘religione’, che è quella della ‘ragione’, ma i problemi, come ho espresso sopra, risultano gli stessi: I DISCORSI ALTI SONO PER ELITE, come sempre, e oggi si vive in un mondo in cui le elite sono sempre più staccata dai ‘comuni’… quasi procedono esotericamente (Il fiume del Sapere si è di nuovo interrato e scorre sotto).

    Forse anche in questo il tendere l’indice di Vigil e di tanti altri?

    Quale, quindi, il ruolo del Sacerdote (nell’accezione più estesa del termine) ?

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  19. perchè è importante un ‘rito’ in antico per fondare una città si compivano riti per propiziarsi gli dei se ne compivano altri per parlare con la natura altri ancora il rito è momento di intimo silenzio, quindi ascolto, e profonda condivione condivisione, quindi dialogo. ma cio esisteva quando il tempo aveva tempo.quando l’uomo camminava toccando la terra e i percorsi avevano le giuste soste ieri notte ritrovarmi nel mio letto avendo cenato in tarda serata dall’altro capo dell’italia mi ha creato enorme inquietudine, non è la prima volta ovviamente che ciò succede e a tutti voi sarà capitato e a qualcuno magari capita giornalmente ma non so perchè ieri sera ne ho avvertito la ‘follia’.
    la liturgia e la sua storia per ricomprendere un senso ‘cristiano’ smarrito è di estremo interesse e saluto andrea ponso con cui ho avuto il piacere di ascoltare su questo tema. non sono credente o perlomeno non credo alle chiese quindi la problematica ha una partercipazione che tenta immediatamente dopo a riversarla su altre questioni che abbiano comunque il credere dell’uomo come obiettivo. di sicuro interesse è l’obiettivo dell’europa da trasformare gr, ma forse perchè allocata ai margini di una mare che circonda sento la compressione in raggi d’azione di più piccola portata o forse ho solo il dubbio che le grandi trasformazioni appartengano ai fogli e alla vita restano solo le righe ma non sottovaluterei affatto neanche quelle, anzi, alla fine sono proprio quelle su cui danzano le nostre mani, le nostre piccole mani di uomini che non hanno tempo. perchè la chiesa deve negare il diritto di morire se non c’è più il dovere di vivere, perchè deve negare la partecipazione del rito dell’eucaristia ad un credente che si è separato dalla bugia di matrimoni falliti, perchè deve negare diritti a uomini che si sentono donne e perchè deve negare la ricerca che serve ad alzare la qualità della vita perchè deve negare negare e negare chi è la chiesa che continua negare? dove è dio senza l’uomo.
    non lo so sarà il caldo mah ..
    perdonate i refusi e per favore le virgole mettele voi 🙂 tornerò quando il fresco avrà ricomposto l’etica dei miei neuroni..

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  20. Perchè alla chiesa è negato il diritto di dire chi e che cosa è Chiesa -ekklesìa-comunità di credenti che condividono lo stesso credo, inseriti nella medesima tradizione e radice,che, non lo dimentichiamo è la Croce di Cristo che nello specifico per il cristiano significa la morte a se stessi e al mondo nel Battesimo per una scelta libera di vita nuova, diversa, di un vissuto che poco o nulla a a che fare con le regole del mondo – e chi e che cosa Chiesa non è?

    buona serata

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  21. Edificata dal Conte Ruggero nel 1078 come ‘ecclesia munita’ sulle rovine delle .., conserva ancora dell’impianto originario il superbo..
    ma quello non eri tu gr, vero?

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  22. @ gianruggero

    non condivido la tua assimilazione comunismo-religione e dunque non convengo all’idea dei simboli semplici e chiari in grado di muovere le masse.

    il comunismo è ideologia oltretutto immanentista dunque in nessun modo assimilabile ad una fede.

    quanto ai simboli semplici, è una pura contraddizione in termini, che non trova riscontro nella realtà. il simbolo è per definizione luogo della complessità e del mistero e non si può confondere con il semplice segno o allegoria . intendo dire che la bilancia per indicare la giustizia o la falce e martello per indicare il segno del partito poco o nulla hanno a che spartire con la Croce cristiana.

    che poi ci sia stata nel tempo una superficializzazione della simbologia cristiana dovuta ad un’incapacità mistagogica dei suoi “sacerdoti” che hanno preferito i termini semplici e netti della dottrina e del catechismo ad un incontro approfondito del fedele con i misteri del symbolum della fede, questo è un fatto ma che attiene alla storia degli uomini e non alla realtà intrinseca della simbologia cristiana che resta legata al minsteryum incarnationis e del quale non può fare a meno.

    il compito del sacerdote per quanto utopistico possa sembrare oggi è quello di rinnovare nei fedeli la consapevolezza del Battesimo. per quello che mi riguarda non vedo l’ora che la chiesa diventi un luogo di scelta consapevole e adulta e non di abitudini senza senso, attendo con ansia il tempo in cui i sacramenti non saranno più un commercio bieco come lo furono le indulgenze a suo tempo ma un’offerta che la chiesa fa a chi abbia davvero voglia di vivere consapevolemente la propria fede. attendo il giorno in cui chiuderanno negozi di bomboniere e abiti da sposa per mancanza di clienti, perchè in quel giorno saremo tornati ad una fede semplice e testimoniale e non al supermarket in cui si chiede e ottiene non sapendo neppure cosa si sta chiedendo.
    non credo alla chiesa di massa ma ad una chiesa di pochi pazzi sparuti follemente innamorati del vangelo e di Cristo, veri re sacerdoti e profeti nello spirito, martyri(testimoni) fedeli silenziosi e presenti nel mondo e non elìte, o casta chiusa o esoterica, in grado di ridare slancio e vita all’asfissiata e asfissiante assenza di spirito nei cristiani del nostro tempo.(è quando sono debole è allora che sono forte. s.Paolo)
    attendo un tempo di rinnovamnto in cui sacerdos non sia una carica ministeriale( e qui si aprirebbe un dibattito sulla liceità del sacerdozio come ministero diviso dal sacerdozio battesimale- che è stata la causa del progressivo e inesorabile distacco tra fede e religione)ma un impegno assunto consapevolmente da chi decide di camminare nelle fede.
    utopia? si, ma non esiste nulla di più utopistioco del vangelo.

    buona giornata

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  23. Caro Gian Ruggero grazie della risposta che però condivido al 50%. Concordo in toto sul discorso dell’élite. Anzi, ti dirò di più. Sono profondamente convinto che la Cultura non è per la massa, con buona pace del ’68 e dei titoli di studio conseguiti a buon mercato. Il popolo può-deve accedere all’informazione, ma la “formazione” è per sua natura privilegio di pochi “predestinati”. Detto questo, non condivido il tuo assimilare la razionalità a una forma di religione. Queste confusioni di ruolo sono da evitare, è troppo alto il rischio di offrire il destro a ulteriori strumentalizzazioni e beghe di potere che ci hanno già consegnato troppa storia imbrattata di sangue. C’è una sola guerra da combattere: quella che fissi una volta per tutte dei confini invalicabili fra questi tre pianeti: Religione, Filosofia, Scienza. E perché ciò sia fattibile bisognerebbe auspicare che in ciascuno di tali mondi almeno le élite imparino a leggere il linguaggio degli altri…

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  24. “Io” tocca un punto centrale e dolentissimo: il sacerdozio. E’ anche il punto del distacco tra Cattolici ed Evangelici. Una verità indiscutibile è questa: non c’è sacerdozio senza sacrificio e viceversa), perchè il sacri- ficium, cioè l’atto che rende sacro, può essere compiuto solo da un sacer-dos, cioè da uno che ha il potere di dare il sacro, di rendere sacro un qualcosa.

    Nel momento in cui la Cena è assimilata alla Croce, e questa è interpretata come Sacrificio, sempre nuovamente da attualizzare, è evidente che occorrono dei sacerdoti. E questo è conforme alla mentalità religiosa in sé. NESSUNA RELIGIONE SENZA SACRIFICIO; NESSUN SACRIFICIO SENZA SACERDOTE. A questo punto è inevitabile la formazione di un ORDO, di una casta separata. E’ quello che sono i sacerdoti cattolici ancora oggi, e che saranno sempre, finché la Chiesa cattolica si concepirà come si concepisce. Un ordine maschile di sacerdoti-sacrificanti. In un anno liturgico che sempre si ripete, con i cicli delle stagioni, nell’ordine del tempo (la cui fine escatologica indefinitamente posticipata e resa sostanzialmente nulla fa sì che si possa pensare ad un cristianesimo del terzo millennio, del quindicesimo, del trecentomillesimo). Questa, del resto, è la forma-religione.

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  25. io al mio dio parlo da sola e non accetterò mai che qualcuno si ‘sacrifichi’ per me nel farlo.
    chi vuole essere investito di questo potere si rivolga alla porta accanto please. sono innamorata di cristo e anche lui mi ama molto, nascondo al mondo il suo numero di cellulare. quando voglio basta chiamare, ma a voi non lo ha dato? ineffetti non mi pare che ami molto le elite lui..

    e si,mi sa che c’è ancora molto caldo 😉

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  26. @Angela D.N

    “io al mio dio parlo da sola e non accetterò mai che qualcuno si ’sacrifichi’ per me nel farlo.”

    questa tua sì che è elìte mia cara,
    non credere e vivere la condivisione dell’ekklesìa che si rivolge ad un Padre nostro.

    buona giornata

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  27. ..non so quanto c’entri qui, nel vostro confronto, ma io sono contenta del ripristino della messa in latino. Per me era insostituibile, senza essere una pura pratica formale, si rivelava invece un momento meraviglioso che sanciva un legame di intesa unico, di grande raccoglimento e gioia, che oggi mi sfugge..

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  28. già!! la messa in latino…
    sarebbe ora di ricordare che Gesù parlava in aramaico e nelle prime chiese si celebrava in greco…allora perchè non tornare davvero alle origini, quelle vere, storiche , indiscutibili.
    dai impariamo tutti l’ebraico antico!!! o nella peggiore delle ipotesi,ma più vicina alla radice storica almeno il greco di s. Paolo che per primo ci ha lasciato la formula della cena
    “egò gar parèlabon apò tou kuriou, o kai parèdoka umìn,oti kùrios Iesoùs en tè nuktì è pareidìdeto èlaben àpton kai eukaristèsas èlkasen kai èipen: Toutò mou estin to sòma to upèr umòn: tòuto poiète eis tèn emèn anàmnesin…”(1Cor.11,23-24)
    questa è la primissima formula della fractio panis, quella che le prime comunità cristiane, ancor prima della redazione dei vangeli pronunciavano sul pane nel memoriale della cena del Signore. questa è la radice della messa. il latino non è che una trasformazione resasi necessaria nell’impero dove il greco non era compreso. la messa non è una formula magica da pronunciare con parole incomprensibili, essa reca in sè la necessità che tutti comprendano ciò che viene pronunciato
    buona giornata

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  29. e mi sa che ormai dovremmo dire in inglese per farci capire da tutti..o quasi tutti. anche se farsi avvolgere dall’incomprensibile costringe a sentire nel profondo quindi..da rifletterci.
    beh, Io se poi ci dicessi chi sei tu anche con vaga indicazione semplificherebbe le cose,ho detto sacrificarsi ma se qualcuno lo fa con gioia ha buone possibilità di avere la mia delega pure per fondarle le ecclesie.

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  30. il ‘sacrificio’ ahimè è un fatto che necessita restare nella riservatezza del proprio essere e lì compiuto. il contaggio genera solo peste e morte. mio caro Io, l’umanità necessita di rispetto e gioia di vivere e non di punizioni per sopravvivere con dignità al disastro della nostra precarietà.

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  31. @Angela

    L’inglese va benissimo…per chi lo capisce. Quanto al “farsi avvolgere dall’incomprensibile che costringe a sentire nel profondo”, per un cristiano ha sempre a che far con Gesù cristo rivelazione del Padre.
    quanto a me io sono Io come tu sei Angela per me una perfetta sconosciuta il suono del cui nome non mi dice molto di più di ciò che trovo scritto nei tuoi commenti che per me va benissimo, non ho bisogno della carta d’identità per scambiare idee con chicchessia, inoltre la mia mail è in bella vista al gestore del sito e ai suoi collaboratori, non sono un troll dal momento che mi dispongo al confronto con tutta onestà e assoluto rispetto .
    perciò mi spiace ma ti devi accontentare di confrontarti con Io 🙂
    sul fatto che l’umanità necessiti di rispetto e gioia anche mi trovi d’accordo ma non credo che siamo d’accordo poi sui termini rispetto e gioia che meriterebbero una trattazione a parte(platone aristotele e un’intera generazione di filosofi non sono bastati a stabilirne definizioni definitive)

    buona giornata

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  32. Vi leggo… arriverò…
    @ Io. Il Comunismo, come il Nazismo, a mio avviso era una religione-fede a tutti gli effetti: al posto di Dio c’era un’ideologia-linea di precetti (definita, non a caso, mistica di partito), poi un leader (massimo sacerdote) al quale i restanti uomini ‘divinizzati’ (in accezione ovviamente ‘superomistica’) dalla sua parola e dal suo carisma, nonché dagli atti celebrativi che compiva, si rifacevano, sentendosi, a loro volta, parte di un tutto, di una ‘chiesa’ (per il Nazismo: prima uomo quale individuo divinizzato, già di per sé sacerdote pronto a immollarsi e a immolare, poi parte di un insieme di divinizzati, nella più viscerale visione celtico-sassone)… detto questo, tirate le fila, ecco il perché sia il Comunismo che il Nazismo ce l’avevano con il pensiero-fede giudaico/a-cristiano/a… la Seconda Guerra Mondiale è scoppiata anche per questo… e non è finita qui… mi pare siano questioni ancora in ballo, non trovate?

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  33. @ Io. Scrivi: “…non credo alla chiesa di massa ma ad una chiesa di pochi pazzi sparuti follemente innamorati del vangelo e di Cristo, veri re sacerdoti e profeti nello spirito, martyri(testimoni) fedeli silenziosi e presenti nel mondo e non elìte, o casta chiusa o esoterica, in grado di ridare slancio e vita all’asfissiata e asfissiante assenza di spirito nei cristiani del nostro tempo.(è quando sono debole è allora che sono forte. s.Paolo)” – mi pare un manifesto programmatico non da poco e per nulla utopistico, a mio avviso – cmq quando si parla di: Re Sacerdoti e Profeti dello Spirito non trovi che già in questo ci sia il germe di un certo ‘esoterismo’? Tornando all’utopia: …del resto, prima del 1789 (a parte la breve parentesi inglese ‘600tesca che ricordiamo), nessuno avrebbe pensato che un popolo potesse processare poi ghigliottinare il suo re (…divino) – così come 100 anni fa nessuno avrebbe mai pensato che le donne potessero votare… quindi?!

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  34. @ Rina. Scrivi: “io sono contenta del ripristino della messa in latino”… anch’io, e ancora meglio sarebbe, come ci rende noto Io, poterla celebrare anche in aramaico o in greco antico… e perché no?! Del resto sono un grande assertore dell’origine e della tradizione. Quando ho preso visione del film “The Passion” di Gibson ho avuto la pelle d’oca dall’inizio alla fine… sentire il suo Gesù esprimersi in aramaico è stata poesia pura per le mie orecchie.

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  35. Siete tutti di una bravura sconcertante e di una preparazione da brivido… in particolare la cordata Io, Brotto, Ponso… grandi ‘masticatori’ di teologia. Io ha detto la sua riguardo una possibile uscita dalla crisi, mi piacerebbe sapere la loro da Ponso e da Brotto, nonché dalle amiche che so sempre attente.

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  36. Caro Gian Ruggero, quanto all’uscita dalla crisi della forma-religione in Occidente devo dire che la Chiesa gerarchica ha scelto la via dello “stringer le fila”, prima con GP2 poi con B16 (il recupero del latino mi sembra esemplare), accentuando il suo lato giuridico, secondo la sua intima vocazione romana. A me personalmente l’uscita dalla crisi della forma-religione non interessa, ne sono fuori da un pezzzo. Del resto, se esaminato sulla dogmatica da B16 sarei senz’altro messo nel novero degli eretici. Il fatto è che la funzione prima della forma-religione non ha a che fare con le anime dei singoli, ma col governo della società, che la Chiesa ha sempre concepito come gregge, sia sotto il profilo spirituale che politico. Le società occidentali stanno dimostrando di rimanere in piedi anche senza il legame socio-religioso? Questa è la sfida. A me pare di sì.
    Non è del resto un caso che oggi la Chiesa si concentri sulla famiglia. E lì che si percepisce la corrosione delle forme istituzionali tradizionali….

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  37. Caro Gian Ruggero,

    per ora, potrei rispondere con parole non mie ma che condivido molto. Eccole:
    occorre prima di tutto ribadire con forza “la irriducibilità della liturgia a esercizio di un atto di chi ha già la fede”.
    E, ancora:
    “Il nuovo statuto della parttecipazione al sacramento – nella sua identità di mediazione simbolico rituale strutturale – rivela la riforma liturgica non anzitutto come necessità di modificare i riti, ma come capacità modificatrice che la celebrazione riserva alla vita della chiesa. La riscoperta della dimensione iniziatica del rito liturgico – con tutte le peculiarità di parola e di sacramento – costituisce perciò una riserva di riforma ancora largamente inesplorata. in tal senso allora riforma liturgica significa non prima di tutto la riforma che la liturgia subisce (dalla chiesa) nei propri riti, ma la riforma (della chiesa) che la liturgia promuove con i propri riti.” (Andrea Grillo, “Oltre Pio V. La riforma liturgica nel conflitto di interpretazioni”, Queriniana, 2007.

    andrea ponso

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  38. Un grazie sia a Fabio che ad Andrea.

    @ Fabio. Che le società occidentali riescano a stare in piedi anche senza il legame socio-religioso è indubbio… o, almeno, con l’entrata del ‘denaro’ quale unica religione tutte le altre via via stanno sparendo… e infine il denaro non è che materia, quindi, l’uomo, volta e gira, si rifugia sempre negli ‘idoli’ o ‘idola’, alla Bacone.

    @ Andrea. Condivido il passaggio: “…in tal senso allora riforma liturgica significa non prima di tutto la riforma che la liturgia subisce (dalla chiesa) nei propri riti, ma la riforma (della chiesa) che la liturgia promuove con i propri riti”. E ciò apre-aprirebbe mille altri discorsi, che in primo luogo i ‘sacerdoti’ dovrebbero affrontare.

    Ovviamente grazie a tutti voi che avete contribuito a questa analisi.

    Il dibattito resta aperto… sempre se il tempo ce ne darò tempo.

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  39. Però, caro Gian Ruggero, il denaro non è solo “materia”. Anzi, il denaro oggi ha molto meno realtà materiale di quanta ne avesse ai tempi di Gesù. Esso è la forma universale dello scambio, e non bisogna mai dimenticare il rapporto tra capitalismo e cristianesimo. Non è un caso che il capitalismo sia nato in Occidente… Occorre sviluppare un ragionamento molto ampio, profondo e innovativo, che vada oltre Max Weber e tutti coloro che lo hanno seguito, sullo SCAMBIO come essenza della civiltà occidentale, sul bene e sul male che vi sono legati. Poiché nella società dello scambio noi viviamo e non ne possiamo uscire, e non ha senso sputare sul piatto dal quale attingiamo il nostro cibo.
    Lo scambio può essere di diversa natura (ci si possono scambiare anche insulti e percosse), ma in quanto umani siamo nello scambio. Esso tuttavia avviene in forma differente nelle diverse società. In quella tecnotronica in cui viviamo lo scambio è sempre più immateriale, come stiamo verificando in questo stesso momento in cui ci scambiamo messaggi: esso ha le potenzialità per essere sempre meno violento, ma bisogna vigilare. In ogni caso, indietro non si torna.

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