Il silenzio secondo Vito Mancuso

il-silenzio.jpgVito Mancuso
Il silenzio interiore e l’esperienza dello spirito

L’importanza del tema
Attribuisco un’importanza decisiva al tema del silenzio. Esso è legato alla vita interiore, alla dimensione contemplativa della vita, e se ha un senso la religione è esattamente quello di educare alla vita interiore: “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Luca 10, 42).
La via privilegiata per giungere alla vita interiore è il silenzio, come mostrano unanimi tutte le scuole spirituali, induismo (yoga come disciplina del silenzio), buddhismo, sapienza greca (Pitagora imponeva 5 anni di silenzio a chi voleva essere accolto come suo discepolo), il deserto nella tradizione cristiana.

Quindi parlando del silenzio, non parliamo di qualcosa di secondario, ma di essenziale.
La grande concorrenza che si è sviluppata tra le religioni e le spiritualità, che è appena agli inizi e che prenderà dimensioni sempre più ampie in questo mondo sempre più piccolo villaggio dal punto di vista delle idee, si gioca per la gran parte su questo, sulla capacità di nutrire le anime.La tesi
La mia tesi consiste nel sostenere che fare silenzio è la condizione necessaria per accedere all’esperienza dello spirito, la quale è lo scopo essenziale della religione.
Dico subito che qui si colloca la divisione fondamentale tra le religioni, le spiritualità e le filosofie dell’umanità, le quali sono segnate dalla divisione fondamentale tra chi identifica il silenzio con l’esperienza spirituale più alta facendo del silenzio il messaggio ultimo, il senso del mondo; e chi invece vede nel silenzio il più nobile degli strumenti per cogliere la realtà assoluta, ma non l’identifica con la realtà assoluta stessa.

La situazione
È indubbio che oggi vi sia una consapevolezza abbastanza scarsa nella coscienza cristiana media riguardo al silenzio e alla sua importanza. Ricordo la reazione a metà tra delusione e scetticismo del clero milanese alla prima lettera pastorale di Carlo Maria Martini, intitolata appunto La dimensione contemplativa della vita. Non vi sono dubbi che l’educazione cristiana tradizionale sia molto più improntata sul fare. Questo emerge anche dalla qualità della nostra preghiera, non sempre tale da rispettare l’indicazione di Gesù: “quando pregate non sprecate parole” (Matteo 6, 7), ed emerge dalla qualità delle nostre liturgie, così poco ricolme di autentica preghiera e di momenti di silenzio. Anche a livello di teologia spirituale si hanno le idee poco chiare sulla realtà alla quale spetta il primato, se debba essere la vita contemplativa come appare dalle parole di Gesù a Marta e a Maria, oppure la vita attiva, come appare dall’unico comandamento che è quello dell’amore. Il problema non è per nulla risolto: conta di più la fede o le opere della carità?
Forse anche per questo qui in occidente molti spiriti inquieti alla ricerca di Dio sentono che il cristianesimo non è la risposta alla loro sete di spiritualità, e anche non pochi cristiani avvertono l’esigenza di una “riforma” (si crede che il problema sia orizzontale, mentre in realtà è verticale).
Anche da parte del cosiddetto “mondo” (come se noi non fossimo mondo, l’unico mondo creato da Dio) vi è una duplice e contraddittoria disposizione di fronte al silenzio. Da un lato, visto che l’anima occidentale si ritrova così assediata dal rumore e dal nervosismo e per questo così bisognosa di quiete, esso è sentito come un’esigenza profonda dell’anima. Dall’altro lato però negli esseri umani c’è anche un indubbio timore di fronte all’esperienza del silenzio, il quale ricorda così da vicino la morte. Pascal assegna all’incapacità degli uomini di stare racchiusi per più di mezz’ora da soli in silenzio in una stanza l’origine dei loro problemi: “Tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera… ecco perché gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto… Obbediscono a un segreto istinto che li spinge a cercare fuori di sé il divertimento e l’occupazione… La noia, con la consueta autorità, non smetterebbe di uscire dal fondo del cuore, dove ha radici naturali, colmando lo spirito di veleno”. Ai nostri giorni vi sono sempre più persone che non possono vivere senza la tv costantemente accesa. L’horror vacui, un concetto della fisica antica non più attuale nelle moderne scienze della natura, rimane un validissimo principio nella sfera psicologica, dice la paura di fronte alla noia, e il continuo ricorrere al divertissement come uscita da sé, come dispersione, per vincerla. La nostra energia interiore è sempre proiettata verso l’esterno, di modo che se non c’è più un punto esterno a cui appoggiarsi, cade, sente il vuoto, e le sembra di morire. Per questo c’è una difficoltà immensa nel fare silenzio. Lo si può fare solo a patto di saper vincere la paura del vuoto, così vicino al senso del nulla e della morte, e soprattutto solo di avere un punto fisso dentro di sé a cui legare saldamente il bisogno di relazione che noi ospitiamo, che noi radicalmente siamo.

Il silenzio immette al cospetto del sacro e della morte
Il silenzio attrae e insieme respinge, esattamente come il sacro, mysterium fascinans e mysterium tremendum, secondo la nota tesi di Rudolf Otto esposta in Das Heilige del 1917. Se il silenzio ricorda la morte alla coscienza comune, è perché effettivamente vi è uno stretto legame tra esso e il grande silenzio che è la morte. Imparare a fare silenzio significa quindi imparare a morire, e non a caso imparare a morire è lo scopo della filosofia e della vita spirituale. I Veda e le Upanishad, il Buddha, il Tao Te Ching, Platone, Epicuro, i filosofi stoici, Qoelet, e poi Montaigne e Spinoza, fino a Wittgenstein e Simone Weil, insegnano unanimi che il vertice della sapienza umana consiste nell’imparare a morire, cioè nel non avere più paura della morte.
Si potrebbe obbiettare da parte cristiana che non si tratta di autori cristiani, o non del tutto cristiani. Ma esattamente le stesse cose sono affermate anche da alcuni tra i più grandi cristiani. Ireneo di Lione scrive nell’Adversus haereses che “l’opera del cristianesimo non è nient’altro che imparare a morire”, mostrando come il fine del cristianesimo sia del tutto identico a quello del platonismo. Nel Cantico delle creature Francesco d’Assisi parla della morte come sorella e per essa loda il Signore: “Laudato si, mio Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare”. Giovanni della Croce insegna nel Cantico spirituale che “all’anima che ama la morte non può essere amara… La tiene per amica e sposa e si rallegra al ricordo come se si trattasse del giorno delle nozze… Infatti la morte le darà il compimento dell’amore che desidera”. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, pressoché sterminato, comprendendo la maggioranza dei padri della Chiesa e degli scolastici. Tra gli autori moderni è doveroso almeno menzionare Francesco di Sales, Pascal, Alfonso Maria de Liguori, Teresa di Lisieux. E poi che altro dice il Maestro quando invita a rinnegare se stessi e a morire come il seme per dare frutto? Imparare a morire non significa fare di ogni giorno un funerale, ma, proprio al contrario significa sconfiggere ogni paura e quindi fare ogni giorno l’esperienza più pura della gioia, ben diversa dalla felicità del mondo. Gioia come semplicità, distacco, leggerezza del cuore.

Il silenzio e la conoscenza
Le grandi tradizioni spirituali dell’umanità collegano la saggezza in modo inversamente proporzionale alla quantità di parole usate: meno si parla, più si è saggi. Pitagora esigeva addirittura cinque anni di silenzio per gli aspiranti filosofi. Il libro dei Proverbi dice: “Chi è parco di parole possiede la scienza, uno spirito silenzioso è un uomo intelligente” (17, 27).
Il saggio è colui che parla poco. Perché? Perché ha una cosa più importante da fare: ascoltare. La dimensione spirituale matura è legata alla capacità di ascoltare, in silenzio, ben più che alle parole che si dicono. Simone Weil individua la più alta virtù spirituale nell’attenzione, la prosoché di cui già parlavano gli Stoici. E per essere attenti, occorre saper fare silenzio. Innanzitutto dentro se stessi. Il silenzio e le parole descrivono due tipologie di vita interiore: quella nella quale il lavorio della psiche è disciplinato (il silenzio), e quella nella quale è continuamente all’opera (le parole). Molto spesso le conversazioni tra gli uomini sono monologhi dove l’altro è solo l’occasione per parlare di sé perché in realtà non lo si ascolta, e non lo si ascolta perché non si è capaci di farlo, e non si è capaci perché manca la condizione essenziale, cioè il silenzio interiore.
Per tutte le grandi tradizioni spirituali il saggio è colui che parla poco e che, di conseguenza, è in grado di ascoltare molto. L’ascolto lo rende in grado di ricordare, ripensare, riflettere, cioè di collegare tra loro i molteplici e contraddittori messaggi della vita. Questo lavoro di elaborazione delle informazioni per trovarne il senso complessivo è il più alto lavoro del pensiero. Si tratta di una cosa che non dipende dall’erudizione, ma dal silenzio interiore: per questo si può incontrare un contadino saggio e un professore di teologia stupido.
Questo vale anche per la lettura. La vera lettura non è quella veloce di chi vuole consumare, andare a vedere come va a finire, per poi passare subito ad altro. La vera lettura è quella lenta, attenta, che sa scendere sotto la superficie delle parole. È quasi sempre la seconda o la terza lettura, quasi mai la prima. Rileggere è molto più importante che leggere. La lettura vera non si può fare senza silenzio interiore. Il silenzio è necessario per capire.
Perché il silenzio è così fondamentale per capire? Perché mette a tacere dentro di noi l’immaginazione, ciò che Marco Aurelio chiamava phantasia, cioè il pensiero legato ai desideri, alle attese, ai bisogni e agli impulsi dell’io. Il più delle volte il pensiero degli uomini è guidato dalle passioni, non si cerca la verità ma solo la convenienza. Anche in teologia talora è così: non si cerca la verità, la nuda verità quale appare libera, sconvolgente e sovrana; si cerca l’accordo con la dottrina, la difesa del dogma, si fa apologetica già da subito a livello mentale inconscio. Ma così non si incontra la verità e la sua rivelazione.
Per ascoltare la verità occorre mettere a tacere dentro di noi le passioni (di ogni tipo, comprese quelle devote), e iniziare a vedere la realtà per quello che è in se stessa. Per questo il grado di maturità di una persona è legata alla capacità di silenzio e di ascolto: perché è solo tacendo e ascoltando che si vede quello che è e lo si capisce, ed è solo capendo che si cresce. Lo stadio immaturo della mente invece legge il mondo a partire da sé e così vede in ogni evento qualcosa di bene o qualcosa di male, in ogni persona un amico o un nemico: non è libero da sé e interpreta tutto a partire dal proprio interesse.
Il grado di sapienza raggiunta da un uomo si misura sulla sua capacità di silenzio. Se si fa silenzio, si vede il mondo non in termini moralistici, ma in termini fisici. Si osservano le cose degli uomini come se fossero fenomeni naturali.

Il contenuto della conoscenza
Che cosa si capisce del mondo quando si legge il mondo così? Che cosa succede all’anima che fa silenzio dentro di sé? Io penso che vi sia un percorso interiore a tre livelli, disposti gerarchicamente quanto a valore spirituale e che ora descrivo brevemente, solo per tratti essenziali.
Il primo livello coincide con la percezione della vanità del mondo. La mente che inizia a essere liberata dal silenzio vede il mondo e le cose per cui la maggioranza si affanna come del tutto prive di valore, come inganni, come trappole. È il momento del massimo distacco dal mondo: la liberazione dai suoi idoli coincide con la distanza dal mondo in quanto tale, è il contemptus mundi della tradizione ascetica.
Il secondo livello, che nasce quando l’anima va acquisendo maturità, inizia il cammino di riconciliazione verso il mondo, il quale viene a essere compreso non più come pura negatività, ma tale da contenere anche molte cose buone. Il mondo quindi emerge come contraddizione, anzi come antinomia.
Il terzo e conclusivo livello del cammino dell’anima si ha quando, facendo silenzio ancora di più, lavorando su se stessi, appare un livello ancora più profondo della realtà, cioè che tutto è uno, che l’essere è unificato e che tutto è bene. È ciò che la fisica contemporanea insegna dicendo che ogni fenomeno materiale è riducibile all’energia che lo costituisce: tutto è energia. Gli atomi che formano le mie molecole provengono dalle stelle e chissà da quanti altri esseri viventi: pensiamo al cibo che assumiamo e che costituisce il nostro corpo. Si comprende che tutto è uno (Brahman, essere), che i fenomeni materiali sono solo apparenze dietro cui c’è la vera realtà, che sempre permane, che non si crea né si distrugge, che è eterna.
I tre livelli spirituali hanno ovviamente una traduzione in termini teologici: il primo genera lo gnosticismo, il secondo il politeismo, il terzo il monoteismo. Chi conosce la storia della teologia e della spiritualità cristiane è in grado di comprendere che si ha, anche da parte di chi si ritiene e vuole essere del tutto ortodosso nel senso del più fedele cattolico-romano, un cristianesimo gnostico, un cristianesimo politeista e un cristianesimo monoteista.

L’esperienza spirituale
Ora forse comprendiamo che cos’è un’esperienza spirituale: non è uscire dalla vita, ma comprendere la logica profonda e vera della vita. La più alta esperienza spirituale coincide col comprendere che tutto è energia, cioè che tutto è spirito, perché il termine greco per spirito, cioè pneuma, indica precisamente il soffio igneo che costituisce il fuoco ed è la perfetta intuizione dell’energia e del suo calore vitale. Fare un’esperienza spirituale è toccare il cuore della vita.

La divisione fondamentale
Il terzo livello dell’esperienza spirituale non è univoco. Esso è attraversato da una differenza fondamentale nella percezione della realtà ultima come energia: il vuoto oppure l’essere. Il vuoto esprime una visione negativa della realtà, in Grecia rappresentata dagli atomisti e da Epicuro, a Roma dall’epicureo Lucrezio, in India dal Vedanta secondo la scuola di Shankara e dal Buddhismo della scuola hinayana; nella filosofia occidentale da Schopenhauer.
L’essere esprime una visione positiva della realtà, in Grecia con Platone, Aristotele e gli Stoici; in India col tantrismo (matrimonio di Shatki e di Shiva); nel Buddhismo con la scuola mahayana; nella filosofia occidentale con la metafisica classica e con l’idealismo.
Il cristianesimo, per quanto contenga anche elementi della via negativa con la theologia crucis, si colloca fondamentalmente (almeno secondo la versione cattolica e dell’ortodossia) nella via che privilegia l’essere.

Il criterio
Non esiste un criterio per stabilire in modo incontrovertibile quale delle due vie sia quella più aderente alla realtà. Per questo la divisione tra gli uomini tra chi privilegia la filosofia negativa del vuoto e chi quella positiva dell’essere è destinata a permanere.
Come ultimo punto di questo mio intervento, io offro le motivazioni che mi portano a sostenere la via positiva, per quanto riconosca tutta la nobiltà e anche la necessità della via negativa. Le parole decisive sono due: bene e ordine.
Io sono partito dalla via negativa nella via del pensiero, con il mio libro sull’handicap. Guardavo alla storia e alla natura e vedevo imperare la forza, niente altro che la forza e l’interesse. Poi però, sempre grazie all’handicap, ho capito l’unico vero miracolo al quale credo incondizionatamente, cioè il bene. Nel mondo interessato della forza, c’è chi fa il bene.
Ma poi mi sono chiesto che cos’è il bene. E ho compreso che non è solo un evento che dipende dalla volontà (questo vale per l’aspetto soggettivo del bene) ma in sé è un ristabilimento dell’ordine primordiale, è equilibrio, simmetria dei rapporti, è giustizia ed equità. Ho compreso che il bene si fonda sull’essere, è servizio della natura dell’essere. Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura già inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene è prima della bontà e coincide con l’essere, con l’essere quale ordine.

Conclusione
Desidero concludere richiamando il concetto centrale che ho cercato di trasmettere, quello di esperienza spirituale. Ho detto che per avere una reale esperienza spirituale non è indispensabile superare la materia, uscire dal mondo, andare necessariamente in chiesa o isolarsi in un monastero. Può avvenire in mille altri modi questa commozione per lo spirito santo della vita che si chiama esperienza spirituale. L’unica cosa veramente indispensabile è la solitudine, il silenzio interiore.

19 pensieri su “Il silenzio secondo Vito Mancuso

  1. A conferma di questo:

    “In solitudine la nostra storia non può continuare ad essere una raccolta casuale di incidenti e accidenti sconnessi, ma deve diventare un appello costante a cambiare cuore e mente. Laggiù potremo infrangere la catena fatalistica di causa ed effetto per ascoltare con i sensi interiori il significato più profondo degli avvenimenti della vita quotidiana. Laggiù, il mondo non sarà più diabolico, non ci dividerà più in pro e contro, ma diventerà simbolico, ci chiederà di riunire gli eventi esterni con quelli interni” (Henri J.M. Nouwen)

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  2. Due note su queste parole di Mancuso, come sempre stimolanti

    Primo. “Meno si parla, più si è saggi”. Condivido. E nel mondo letterario e nei blog si scrive/parla moltissimo: quindi vi trionfa la non-saggezza.

    Secondo. Mancuso afferma che il bene “in sé è un ristabilimento dell’ordine primordiale, è equilibrio, simmetria dei rapporti, è giustizia ed equità”. Lo poteva pensare anche Akhenaton. L’ordine primordiale rimanda al religioso arcaico, che è un religioso violento, che accetta e riproduce il mondo segnato dalla forza. Rimanda ad un pensiero metafisico che riprende il religioso arcaico (distogliendo però lo sguardo dall’altare sacrificale, come fa Platone). La giustizia e l’equità sorgono con l’uomo, e sono pensiero dell’uomo. In quello di Mancuso vedo un salto metafisico tra l’ordine della natura, cui appartiene la predazione fin dall’inizio dell’era terziaria, e quello umano. Ma a questo punto la tensione escatologica del NOVUM cristiano mi sembra sempre più labile ed evanescente…

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  3. sarebbe interessante capire come tutto questo si coniughi con il mistero di Cristo e dell’Incarnazione, con l’esperienza Trinitaria e con la vita nello Spirito, in parole povere sembra più lo scritto di un novello sincretista che di un teologo cristiano (ma questa non è una novità).
    dico questo pur condividendo la consapevolezza di un necessario ritorno ad una vita che nasca dal silenzio.
    condividere le premesse però non significa condividere poi lo sviluppo di un pensiero.
    saluti

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  4. molto bello questo che scrivi:

    “Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura già inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene è prima della bontà e coincide con l’essere, con l’essere quale ordine.”

    Posso sapere dove si trova la statua di quella bambina che invita al silenzio con grande umiltà?
    grazie
    carla

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  5. condivido ogni iota di queste pagine. e questo è bellissimo:

    […] in teologia talora è così: non si cerca la verità, la nuda verità quale appare libera, sconvolgente e sovrana; si cerca l’accordo con la dottrina, la difesa del dogma, si fa apologetica già da subito a livello mentale inconscio. Ma così non si incontra la verità e la sua rivelazione.

    grazie, di cuore (perché tutto questo riguarda moltissimo la poesia e/o la sua critica…)
    massimo

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  6. or è qualche tempo, ho scritto dei versi su un motivo non lontano dal tema affrontato davvero acutamente in quetso saggio da Mancuso (con un grazie a lui ed a Fabrizio)- li propongo
    (e siate feroci)

    (lasciti dell’anacoreta)

    I.
    ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
    tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
    c’è il rantolo dello sconosciuto,
    dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,
    ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
    come una vitale persuasione, una resa completa…
    poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone, sapere di questo amore
    che senza abbraccio vede ogni istante,
    egoista del trascendere del legno,
    offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
    e spegne, accende e polverizza – ora impasto il fango, fratello, vanamente
    erigo muri a secco…

    II.
    capro sul crinale delle contrade, sino al Sant’Elia che il sole
    nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato
    il passo – c’era il respiro della neve e le anime dei morti
    che s’addensavano, uccelli che non svernano…
    qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l’umano,
    che non fu pensato – attraverso il vino dei posteri,
    nella sembianza della ricchezza agraria…
    ma come la stretta nella lacrima del padre
    che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina…

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  7. Va bene come semplice introduzione all’esperienza del silenzio. La vita contemplativa sembra una cosa sconosciuta nel mondo contemporaneo.
    Questo richiamo però non si confronta dialetticamente con la logica della realtà contemporanea, temo così che la sua dimensione di liberazione rimanga nostalgia di una mistica che non c’è più o sempre più rara. Come recuperarla? Descriverla così non sposterà di una virgola i più. A me interessa ciò che si pone come episteme rispetto alla modernità.
    Inoltre, se il bene coincide con l’essere (tesi, così come posta, vagamente spinoziana), il male con che cosa coincide? con il non-essere? mi sembrerebbe una tesi insostenibile. Il male è reale e concreto, appartiene all’essere.
    Se lo sviluppo o il disvelamento dell’essere coincide con il bene, il male da dove proviene? In più, se seguendo la teologia cristiana, diamo credito a un Dio come creatore dell’uomo, uomo a immagine di Dio, Dio contiene in sé anche il male. Se Dio è l’ente che ha creato il Tutto, contiene in sé anche il Male. Problema filosofico e teologico per eccellenza e raramente affrontato.
    Un tempo, i teologi erano anche capaci di sezionare in maniera empia il concetto di Dio, ora la teologia contemporanea sembra addomesticata, nasce il taedium Dei, la sazietà di Dio. E di fronte al male degli uomini Dio dov’è? dov’è il suo essere coincidente con il bene?
    Filosoficamente e teologicamente mi sembrano deboli le articolazioni di Mancuso ( di cui ricordo interessanti spunti in Per Amore)
    Non ci sono più teologi come Cano che esibisce i dieci luoghi e si può discutere se sia o no una exhibitio derivativa o originaria, ma cmq mette Dio sul tavolo e lo tratta comme un insecte. Il divino abita certamente l’uomo, ma il modo come la maggior parte dei cattolici si rappresenta Dio, aiutato dal catechismo settario e antropologicamente delirante, fantasmatico e ingenuo (basato sulla credenza fideistica che non è fede e nemmeno storia ma superstizione) è il modo migliore per continuare a tenere lontano Dio dagli uomini. Ridotto a simulacro. Pensare o per Concetti o per Figure è un’altra cosa. Da Vito Mancuso mi aspetto di più.

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  8. Le questioni poste da Luminamenti sono molto serie. Come quelle poste da Mancuso, del resto, con cui si confrontano. E’ chiaro, tuttavia, che se in un blog manca quel botta e risposta che è una traduzione virtuale della disputa reale, poiché nei singoli post l’argomentazione non può che essere limitata, il tutto può risultare scarsamente dotato di senso…

    Nonostante ciò, vorrei aggiungere che quel che mi ha più colpito nel testo di Mancuso è la conclusione: “Ma poi mi sono chiesto che cos’è il bene. E ho compreso che non è solo un evento che dipende dalla volontà (questo vale per l’aspetto soggettivo del bene) ma in sé è un ristabilimento dell’ordine primordiale, è equilibrio, simmetria dei rapporti, è giustizia ed equità. Ho compreso che il bene si fonda sull’essere, è servizio della natura dell’essere. Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura già inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene è prima della bontà e coincide con l’essere, con l’essere quale ordine.” Qui si postula un “bene in sé”, afferrabile dalla ragione umana, che sarebbe il ristabilimento di un ordine, quindi giustizia (ripeto, vi è molto di arcaico in questa visione, ma avendo spazio potrei riportarla alla “scena originaria” ipotizzata dall’antropologia generativa, conferendole un significato non metafisico ma puramente antropologico). Ora il problema risulta spostato all’indietro: se il bene è nel ristabilimento di un ordine, ciò significa che sussisteva un ordine che è stato almeno in parte distrutto. Da chi? E qual ordine era? E, in più: un ordine viene instaurato, creato da una forza, e contro le forze del disordine. In sostanza, ogni ordine è un ordine sacrificale, come mostrano tutti i miti delle origini, nei quali vi sono sempre creature mostruose e caotiche che vengono uccise. Dunque, se l’ordine è buono sono buoni anche i suoi presupposti. Credo che la posizione metafisica di Mancuso vada necessariamente incontro a contraddizioni insostenibili.
    Aggiungo infine che un ordine è sempre ordine tra parti, evidentemente tra parti che potenzialmente potrebbero essere in conflitto, poiché se le parti per essenza fossero armoniche, non si produrrebbe mai un disordine…

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  9. Ho scritto del silenzio ma evidentemente l’attenzione è finita sul bene e sul male. Come si dice? La lingua batte dove il dente duole, e la ferita della nostra anima è data dal conflitto del bene e del male, di questi falsi gemelli, perché in realtà il primo è un essere reale mentre il secondo solo un fantasma. Ma vedo di spiegarmi.
    Io chiedo: con che cosa può coincidere il bene, se non coincide con l’essere?
    Mi sembra ci siano solo due risposte:
    – con il nulla: è la posizione che più logicamente è rappresentata dalle religioni orientali e dalla posizione del nirvana;
    – con la volontà del soggetto o di qualcuno sopra di lui in quanto sovra-essere.
    Per accorciare un intervento che già sento profilarsi troppo lungo, non prendo in considerazione la prima posizione e affronto la seconda, che mi sembra essere sottesa agli interventi dei miei interlocutori, in particolare di Luminamenti e di Fabio Brotto. Questa seconda posizione consiste nel pensare che l’essere è imperfetto e che quindi il bene è al di là dell’essere, come per primo in questa prospettiva ha stabilito Platone.
    Prendiamo il caso di una malattia. Dato che essa accade, i sostenitori di questa seconda posizione ritengono che essa dimostri che l’essere naturale è imperfetto, corruttibile, mentre il bene, il quale scaturisce dall’intelligenza e dalla volontà umane, è ciò che cura e innalza l’essere. Ne viene per loro che il bene è maggiore dell’essere, è ciò che consente all’essere di non essere ambiguo, ovvero: Bene > Essere. Ne viene ancora che l’essere non è né bene né male, è miscuglio sia di bene sia di male, e la visione del mondo che ne consegue è la seguente:
    – male = nulla (morte);
    – bene + male = essere, vita concreta
    – bene = al di là dell’essere, trascendenza.
    Non ho fatto fatica a riassumere questa posizione perché era la mia, presente sia in Il dolore innocente sia in Per amore.
    Per mostrare perché io ritengo superata questa impostazione (come apparirà meglio dal mio prossimo libro che esce ai primi di settembre) torno al caso della malattia. O meglio del malato. Che cosa ottengo quando lo curo? Non ottengo una sua uscita dall’essere, ma un suo ritorno alla pienezza dell’essere naturale prima della malattia; ottengo una sconfitta non dell’essere ma della deficienza o della privazione dell’essere provocata dalla malattia in quanto mancanza di ordine e di equilibrio tra le diverse componenti del suo essere naturale. La terapia giusta lo ristabilisce nel suo essere, e il suo bene viene a coincidere con la perfezione del suo essere naturale. Non si tratta di inventare nulla, si tratta di servire il logos inscritto nella physis, la fisiologia. La medicina deve prima capire e poi adeguare la sua azione a ciò che ha capito.
    Lo stesso si ha con la cura delle piante e con gli animali. Lo stesso si ha nei rapporti umani. Le piante di mia moglie, la gattina dei miei figli, i miei stessi figli, hanno una loro natura che, se io voglio fare loro del bene, devo seguire. Il bene maturo coincide con il servizio dell’essere. Fare il bene è servire l’essere, l’essere concreto qui e ora, la natura inscritta nelle cose.
    E il male cos’è?, mi si chiede. Io condivido la posizione classica secondo cui il male è privazione dell’essere, Plotino (e prima di lui Aristotele e gli Stoici, senza i quali Plotino non sarebbe tale) aveva ragione, e ha fatto bene Agostino a riprenderne tale e quale la posizione – salvo poi tradirla completamente con la mostruosa contraddizione del peccato originale e dell’umanità quale massa dannata, posizione che equivale a identificare il male nell’essere concreto e naturale, e dalla quale si svela il fondo manicheo di Agostino che lo colloca esattamente all’opposto della posizione classica bene = essere. Non a caso è da Agostino che sorge l’impostazione che nega bene = natura per porre bene = grazia.
    Io sono convinto che l’anima di noi occidentali postmoderni sia malata di un male che definisco sindrome gnostica, e che consiste nella mancanza di fiducia nella vita, nell’incapacità di sentire la positività dell’essere naturale. Ci manca la maternità della natura, della materia-mater.
    Mi si dice che affermare che il bene coincide con l’essere è una tesi vagamente spinoziana. Per quanto io conosca Spinoza (che ritengo uno dei pochi filosofi dai quali si attinge luce in ogni sua pagina) si tratta di una tesi pienamente spinoziana. Ma si tratta anche di una tesi pienamente cristiana. Che cosa significa infatti affermare, come fa la tradizione metafisica del cristianesimo almeno da 1000 anni, che Dio è l’Ipsum Esse Subsistens? Affermare questa tesi significa affermare che l’essere è divino, che la vita è divina, che siamo immersi nella grazia perché la grazia non è quella misteriosa e impalpabile e arbitraria azione di cui parla Agostino, ma è la stessa natura ordinata che ci ha portato e che ci mantiene all’essere. Se ha ragione Tommaso d’Aquino a dire che Dio è l’Ipsum Esse Subsistens, allora ogni ente, nella misura in cui è, partecipa della divinità, è tale in quanto partecipe della divinità, e quindi: Esse = Bonum.
    Chi pensa che Dio è al di sopra dell’Essere (bene sovrannaturale), pone la trascendenza in un luogo necessariamente misterioso, e il suo grande problema è spiegare dov’è Dio, soprattutto ora che l’astrofisica impedisce di alzare il dito verso le stelle.
    Chi invece pensa che Dio è l’Essere (l’Ipsum Esse Subsistens, lo stesso essere in quanto sussistente, cioè eterno, cioè senza divenire), lo pensa dentro l’essere, lo pensa come il Logos che ordina l’energia che forma gli enti, coma la luce della nostra immanenza, e sa benissimo dov’è Dio. È qui. È nell’eterno presente che è l’atto d’essere, che (in quanto logos interiore) tiene in piedi l’ordine del mondo e me stesso in quanto fenomeno del mondo.
    L’importante è capire che quando in filosofia e in teologia si dice essere non si designa la realtà quotidiana, l’esperienza di tutti i giorni, la quale non è l’essere ma è il divenire, è essere + non essere, essere + nulla, vita + morte. Noi non siamo reali in senso assoluto, noi siamo parzialmente reali e parzialmente irreali: siamo reali, cioè del tutto conformi all’essere, quando seguiamo la logica che ci ha portato all’essere (che è la relazione ordinata) e siamo irreali quando l’abbandoniamo. Dio, che è sommamente reale, è proprio per questo bene, lo stesso bene; è amore, dice la mia religione, quell’amore che muove il sole e le altre stelle, che è all’origine della vita, e che coincide con l’ordine e con la giustizia.

    Capisco benissimo di trattare problemi che meriterebbero ben altra trattazione. In parte ho tentato di farlo nel nuovo libro, ma spero comunque di aver contribuito anche così al dibattito e a questo bellissimo scambio di opinioni.
    Ora ringrazio chi ha trovato qualcosa di buono in quello che ho scritto e rispondo più concretamente ad alcune questioni che mi sono state poste:
    1) A Carla vorrei dire che non so dove si trovi la statua della bambina: occorre chiederlo a Fabrizio, penso sia lui che l’ha scelta.
    2) Due cose a Luminamenti. La prima è che si può dire, come scrive, che “se Dio è l’ente che ha creato il Tutto, contiene in sé anche il Male”, solo se si sostiene che il male è una forma di essere. Ma io sostengo che il male è non essere, è mancanza di equilibrio; non dico che non esiste, certo che esiste, ma esiste in quanto corruzione di un bene, in quanto disordine che corrompe un ordine. Il male esiste solo qui, in questa nostra dimensione imperfetta e diveniente che è condizione indispensabile per la nascita della libertà, la quale è l’unico vero scopo della creazione. Ma in Dio, nella dimensione dell’eterno, il male non esiste affatto. La mia posizione esclude del tutto, e del tutto logicamente, la presenza del male in Dio. Dio è la luce perfetta quale bene e quale essere (attenzione inoltre a parlare di Dio quale “ente”…).
    La seconda è che io sono del tutto d’accordo con quanto Lei afferma quando dice che il modo con cui solitamente si parla di Dio contribuisce a tenere lontano gli uomini da Lui (se ne parla appunto come di un ente separato). L’unica via però che intravedo per uscire da questa aporia è servire la divinità della vita, cioè appunto l’essere, e l’apice dell’essere che è la personalità. Occorre conciliare l’Oriente (l’essere) con l’Occidente (la persona). Solo così si potrà resistere al drago del nichilismo che sta divorando le anime. Sincretismo, come mi accusa chi si firma Io nel commento n° 3? Il primo a usare il termine sincretismo è stato Plutarco facendolo derivare dall’usanza dei cretesi di mettersi insieme per fronteggiare il nemico comune. Basta guardarsi attorno per rendersi conto delle devastazioni del drago e dell’insufficienza delle formule tradizionali.
    3) Risposta a Brotto. L’ordine di cui parlo non è qualcosa di statico ma di dinamico, è quello inerente all’evoluzione dell’energia e che ha fatto sì che dal caos iniziale sia potuta scaturire questa meraviglia che è la bellezza del mondo (cf. il Timeo). Il disordine c’è, lo so bene, non sono Panglos, tu sai anche che ne ho scritto qualcosa. Ma esso è il prezzo necessario che si paga per la libertà dell’essere, e inoltre ci può apparire tale solo perché siamo orientati all’ordine.
    Certo, è la forza che muove l’essere, l’energia è mossa e ordinata dalle quattro forze fisiche fondamentali. Ma la forza non è negativa, è un principio di ordine, e quindi è positiva. Negativo è il caos, è l’entropia.
    E poi c’è questa storia del sacrificio che a mio avviso va chiarita. Io ci sento sotto qualcosa di ideologico. Ma tu Fabio quanti sacrifici (nel senso girardiano) hai fatto o visto fare? Quante vittime innocenti hai scannato o visto scannare? Il mondo degli uomini è colmo di conflitti, ma non pensi che la gran parte di essi si risolva tramite accordi, patti, mediazioni, convenzioni, compromessi, alleanze, mentre i sacrifici cruenti siano una cosa rara? Io penso che a mandare avanti le cose del mondo sia più la relazione ordinata che non la lotta, meno che mai il sacrificio. Anche la scoperta relativamente recente dei neuroni specchio lo conferma, è l’altruismo alla base della vita.

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  10. Caro Vito, hai ragione sul fatto che c’è molta, troppa carne al fuoco. Il tuo post chiarifica la tua posizione, ponendo altre questioni. Mi verrebbe da chiederti anzitutto come in questa tua visione di Dio si ponga la resurrezione di Cristo: potrebbe sembrare non necessaria, o puramente simbolica, visto il tuo concetto di trascendenza…

    Neuroni specchio = altruismo. Qui mi pare che emerga una tua scelta apriori. Quello dei neuroni-specchio è, in realtà, un puro meccanismo, per cui certi neuroni, quelli che si attivano quando un uomo (o una scimmia) compiono un gesto, si attivano anche quando un uomo (o una scimmia) vedono compiere quello stesso gesto da un altro uomo o scimmia. Meccanismo spontaneo dell’imitazione. Ma è esattamente il meccanismo che sta alla base del conflitto mimetico, per cui prima vedo lui prendere la mela, sono portato a imitarlo, e, se a disposizione non c’è che quella mela là, a dirigere la mia mano su quella stessa mela, e quindi a strappargliela.

    A mio parere, se osserviamo spassionatamente il comportamento delle specie animali, possiamo dire che l’altruismo e l’egoismo siano entrambi presenti. Pensa ad un branco di leoni. I maschi quando conquistano la leadership di un gruppo (lottando con i maschi che vi risiedono e allontanandoli o uccidendoli) per prima cosa eliminano tutti i cuccioli dei maschi che hanno soppiantato. O pensa alle aquile: depongono sempre due uova, a qualche giorno di distanza l’una dall’altra, in modo che il primogenito sia più grosso del fratello, e ad un certo punto possa ucciderlo e mangiarselo. Potrei citare infiniti esempi di comportamento “egoistico” degli animali. “Mors tua vita mea”, la legge della giungla. E anche delle piante, tra gli alberi e gli alberelli di un bosco c’è competizione per la sopravvivenza. Come si fa a vedere nell'”altruismo” la legge fondamentale della natura? Mi pare una posizione del tutto idealizzante e lontana dalla realtà. I gesti alla Salvo d’Acquisto sono rari anche tra gli umani.
    Il nostro ordine è legato al conflitto. C’è anche l’ordine degli eserciti. Ed è vero che le società umane sono forme di ordine basate su convenzioni e accordi, ma i 100 milioni di morti ammazzati del Novecento mostrano quale sia il substrato violento di questi ordinamenti. E l’ordine sorge proprio come rimedio al conflitto. Il prius non è l’ordine, ma il conflitto.
    E se tu dici che dando l’acqua alla piantina fai il suo bene, che dire se una farfalla depone le sue uova su quella stessa piantina, e ne nascono bruchi che la divorano? Li ucciderai per il bene della piantina, ovviamente. E il bene dei bruchi?

    Sacrificio. Certo, il sacrificio nella sua forma arcaica (all’azteca, per intenderci) non c’è più, ma vi sono i suoi sostituti. Basta guardarsi intorno. Il meccanismo del capro espiatorio è all’opera ovunque. Intere popolazioni possono esserne coinvolte (ed elencare i massacri sarebbe lungo, l’Africa gronda sangue, basti ricordare il Rwanda o il Darfur). Quante vittime innocenti ho visto scannare? Moltissime, in verità, anche se non direttamente (mio zio, ad esempio, fu scannato dai partigiani a guerra finita). In ogni caso, la procedura sacrificale moderna e deformata, ma ancor più micidiale, è stata attuata in modo visibilissimo nell’Unione Sovietica con la liquidazione degli antirivoluzionari, nella Germania nazista, e in infiniti altri luoghi. E anche oggi l’ordine sembra doversi fondare sull’eliminazione violenta di ciò che lo minaccia (Saddam, ecc.). Forse è un caso che le feste nazionali vedano sempre sfilate in armi?

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  11. @fabio

    anch’io avevo posto la questione del mistero dell’incarnazione(intesa come evento in tutta la sua portata, compresa, ovviamente, la risurrezione) e del mistero Trinitario. ma il signor mancuso rispondendo ad IO(evidentemete infastidito dal nomignolo) ha solo confermato la sua posizione sincretistica senza affrontare neppure di striscio le domande su cui effettivamente era stato pro-vocato.

    pazienza.

    buona festa dei ss.Pietro e Paolo

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  12. aggiungo, senza dilungarmi troppo, che le nuove posizioni del nostro teologo lo inducono sulla via del rifiuto della trascendenza e della riduzione di Dio ad un puro fatto energetico e immanente(Deus sive natura spinoziano, dunque nessuna novità). Insomma nel silenzio dei mistici il nostro non ha raggiunto altra conoscenza che quella che uno scienziato può acquisire in laboratorio, e un filosofo post-moderno senza più alcuna metafisica ,riesce a cogliere nel limite della sua, per quanto acuta, pur limitata ratio.

    buona giornata

    Io resta con lo scandalo della croce!

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  13. Ringrazio il Prof. Mancuso per il tempo che ha dedicato alla risposta. Commentare richiederebbe una lunga analisi. Preferisco per adesso riflettere su quanto da Lei scritto.
    Leggerò con piacere e stima i suoi prossimi libri. Tornando al silenzio ricordo che J. Hauscher ha fatto rilevare come il termine hesychìa in greco significhi quiete. Si allude così a una quiete come silenzio.
    Inoltre, mi fa piacere constatare il rilievo che Lei dà alla persona. Penso in questo momento al lavoro che conduce da alcuni anni Roberta de Monticelli, riprendendo una certa fenomenologia. C’è ancora molto lavoro da fare perché si riduca o evolva il disordine a ordine. Proporre oggi, nella nostra società contemporanea, la dimensione del silenzio e della quiete, di un abbandonarsi fiducioso alla vita, è un’impresa molto ardua. Ma ritengo necessaria! Concordo quindi. Bisognerà pensare a nuove forme di partecipazione e di coinvolgimento che spostino la soglia d’attenzione. L’Uomo sente già una Mancanza ma è difficile che si metta a cercare. Un certo modo di vivere e pensare sembra averlo ormai catturato. Vive nel mondo dell’opinione e della merce. La mistica sembra ormai scomparsa, a causa dell’apparire dell’illuminismo, diceva Zolla.
    Vedremo dove ci porterà la tecnica e la scienza. Forse ci aiuteranno a comprendere ciò che è già stato compreso da tempo e non sappiamo perché – dimenticato? e che dobbiamo ricomprendere?
    Emanuele Giordano

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  14. A Emanuele Giordano: io penso proprio di sì, che la scienza e la tecnica
    (se si saprà parlare loro, senza vederle come minacce, ma destandole
    alla logica – figlia del Logos – che le anima) ci aiuteranno a
    comprendere ciò che è stato compreso da tempo dalla sapienza spirituale
    di tutti i popoli, e cioè che siamo figli di Dio, dell’Ipsum Esse
    Subsistens, della divinità dell’essere. La scienza non è mai stata
    contraria alla spiritualità presso i popoli antichi, anzi era esercitata
    proprio con questo spirito, si ricordi Ippocrate per esempio. Se dovessi
    dire come mai si è prodotta poi la frattura scatenerei un bel po’ di
    polemiche, e ora non mi sembra il caso. Vorrei solo aggiungere che il
    mediatore della figliolanza che gli uomini percepiscono verso il Padre
    Creatore e Reggitore dell’essere è il Logos, l’identico Logos che
    presiede la scienza, la filosofia, l’etica, la teologia (quando è
    veramente teo-logia) e che trova la più alta realizzazione nella luce
    della coscienza umana personale che si desta alla consapevolezza di
    questa figliolanza, e di cui Cristo è la grammatica fondamentale, la
    sussistenza del Logos in cui siamo stati pensati da sempre.

    A Io: desidero cortesemente segnalare che non ero e non sono per nulla
    infastidito dal Suo pseudonimo, perché dovrei esserlo? Quanto alle
    questioni sollevate, sono così ampie che non posso rispondervi
    esaurientemente. Sappia solo che per me le caratteristiche essenziali
    della verità (cioè di Dio) sono tre: semplicità, integralità e
    soprattutto universalità.

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