“Vivere e morire nell’ombra di Sylvia Plath” di Daniela RAIMONDI

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Si poteva credere che tutto fosse già stato scritto sulla vita di Sylvia Plath e di Ted Hughes. Ma una recente biografia, uscita in Gran Bretagna alla fine del 2006, fa luce su un lato oscuro dell’infelice matrimonio della Plath con il poeta inglese. Il libro, intitolato ‘A Lover of Unreason’, che traduce: ‘Un’amante Irragionevole”, è stato scritto da due giornalisti israeliani, Yehuda Koren ed Eilat Negev, e narra la tragica vita di Assia Wevill Gutman. Assia viene menzionata nelle biografie di Sylvia Plath come la donna che causò la rottura del suo matrimonio ed è spesso accusata di essere stata la causa principale del suicidio della poetessa americana.
Dopo la morte della Plath, Assia visse accanto a Ted Hughes per sei anni, lo stesso periodo di tempo che il poeta inglese trascorse con Sylvia ma, nonostante questo, e nonostante il fatto che gli avesse dato una figlia, Assia è praticamente assente dalle biografie di Ted Hughes. Nei rari casi in cui il poeta acconsentì a dare notizie sulla sua vita privata, Assia e la figlia da lei avuta non vennero mai menzionate. Hughes dichiarò che dopo il suicidio della Plath, fino al suo matrimonio con Carol Orchard nel 1970, crebbe i suoi figli da solo, che cercava una figura femminile che sostituisse la loro madre ma in tutti quegli anni, sottolineava: ‘non incontrai la donna giusta’. Unici riferimenti ad Assia sono una plaquette di versi a lei dedicata: ‘Capriccios’, uscita con una tiratura molto bassa ed ora irreperibile, insieme alla dedica ad Assia e Shura che apre la raccolta di poesie ‘Crows’. A parte queste eccezioni, Assia non venne mai nominata dal poeta. La sua presenza fu praticamente cancellata dalla sua storia personale.
Assia Gutman nacque nel maggio del 1927 a Berlino da una famiglia di origine tedesca, russa ed ebrea. Trascorse la sua gioventù a Tel Aviv e in Canada. Sposata in terze nozze al poeta canadese David Wevill, la coppia si trasferì a Londra dove Assia lavorò per un’agenzia pubblicitaria. Nel 1961, la casualità volle che Assia e David Wevill affittassero l’appartamento degli Hughes in Chalcot Road, mentre Sylvia e Ted si trasferivano nella loro casa di campagna appena acquistata nel Devon. Alcuni mesi dopo il trasloco, la coppia fu invitata dagli Hughes a passare un fine settimana nel Devon. Poco dopo iniziò la relazione tra Assia e Ted. Scoperto l’adulterio, Sylvia cacciò il marito di casa. Al momento del suicidio della Plath, Assia era incinta di Ted, ma abortì poco dopo.
Accenni ad Assia Wevill sono facilmente riscontrabili nelle poesie che Sylvia Plath scrisse nel periodo che seguì la separazione. In ‘Parole sentite, per caso, al telefono’, si ripercorre in uno sfogo quasi diaristico la fatidica telefonata di Assia alla casa degli Hughes che provocò la rottura definitiva del matrimonio della Plath:
“… che cosa sono queste parole, queste parole?
Cadono con un plop fangoso.
Oh dio, come farò a pulire il tavolino del telefono?….
….Ora la stanza sibila. Lo strumento
ritira il suo tentacolo.
Ma la poltiglia che ha deposto cola nel mio cuore. È fertile.
Imbuto di sozzura, imbuto di sozzura – ….”

In inglese il verbo ‘sibilare’ è ‘ahiss’, un anagramma quasi perfetto di ‘Assia’. Riferimenti alla rivale sono presenti in altri testi. In ‘I paurosi’, ad esempio, la Plath ritorna alla telefonata nella quale la rivale aveva inutilmente tentato di mascherare la propria identità facendosi passare per un uomo: “Questa donna al telefono / dice di essere un uomo… .” La Plath fa inoltre diversi riferimenti al fatto che la rivale non avesse figli: “l’idea di un bambino –/ ladro di cellule, ladro di bellezza – / per lei è meglio esser morta che grassa…”
Dopo la morte della Plath, Hughes e Assia si trasferirono insieme ai figli di lui nell’appartamento londinese di Sylvia, per poi traslocare a Court Green, la casa nel Devon. Assia era perseguitata dal ricordo della rivale. Leggeva ossessivamente i suoi scritti e usava oggetti che erano appartenuti alla poetessa. In una nota diaristica scrisse: “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica. E io mi sto seccando, rimpicciolendo. Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi. Si nutrono di me”. Dubitava dell’amore di Ted ed era terrorizzata dall’idea che lui la relegasse per sempre nel ruolo di amante senza mai giungere a sposarla – paura che in effetti finì col materializzarsi. Assia scrisse in una nota quelle che riteneva essere le priorità di Hughes:
“Prima di tutto il resto c’è Sylvia, e dopo di lei, il Grande Schema, il Genio, i suoi bambini, e l’immobilità del sole, i milioni di falchi e pesci, e l’ombra della notte che io non posso vedere, né sentire…”
Assia era una donna di grande cultura e aveva ambizioni letterarie. Il paragone con Sylvia era inevitabile e lei non poteva che uscirne sconfitta. Paragonandosi alla rivale rifletteva:
“…con l’enorme differenza che lei aveva un milione di volte più talento, mille volte la mia forza di volontà, cento volte l’avidità e la passione che mi contraddistinguono. Non avrei mai dovuto guardare nel vaso di Pandora […] Che razza di donna sono? Quanto tempo mi è stato concesso? Quanto tempo prima che sia tutto finito? […] Sono abbastanza per lui? SONO ABBASTANZA PER LUI?”
Il 3 marzo 1965, Assia dava alla luce Alexandra Tatiana Eloise, soprannominata “Shura”. Ma nemmeno la nascita della bambina, figlia che Ted riconobbe, riuscì ad attenuare il suo profondo senso di insicurezza. Assia continuò a vivere ossessionata dall’ombra di Sylvia. Dormiva nel suo letto e usava le sue lenzuola. Era come ipnotizzata dall’immagine della rivale, e con amara ironia annotava nel diario: “finirò per scrivere una biografia della Plath…”
Si sentì da subito rifiutata dalla piccola comunità rurale del Devon, da molti degli amici di Ted e, sopratutto, dai genitori di lui. Quando il padre e la madre di Hughes si trasferirono a Court Green, iniziarono una campagna di ostilità e silenzio nei confronti di Assia. Il padre di Ted non nascondeva certo la sua antipatia. Non le rivolse mai la parola e si rifiutava di sedere al suo stesso tavolo per consumare i pasti.
Ignorata dai genitori di Ted, Assia passava la giornata curando Shura e i due figli di Hughes. Cercò di assumere il ruolo di madre nei confronti di Frida e di Nicholas:
“Ho sbaciucchiato il collo di Nick ancora e ancora. Mi fa impazzire il modo in cui questo lo fa ridere” – scriveva. Trovava i bambini di Ted teneri e affettuosi e si calò nel suo nuovo ruolo di casalinga e madre: “È fantastico – annotava – come dei bambini, nemmeno miei, abbiano circondato la mia vita. Questi bambini mi piacciono, mi piacciono molto.”
Ma la sua non era certo una vita idilliaca. Si sentiva fisicamente provata, profondamente amareggiata dalla crudele guerra fredda con i genitori di Ted. Ma, soprattutto, viveva in un costante stato di ansia, mai sicura dei sentimenti di lui. Scrisse ad un’amica:
“Ted è esausto per la guerra tra i suoi genitori e me, e sembra che di tutte le persone coinvolte, io sia quella di cui può fare più facilmente a meno.”
Le sue parole si rivelarono profetiche: combattuto fra l’astio dei genitori e la nuova compagna, sfinito dalle cure alla madre sofferente, e in cerca di tranquillità per esprimere la propria vena creativa, Hughes decise che sarebbe stato meglio per tutti se Assia e Shura si fossero allontanate. Nel giro di tre giorni, Assia si ritrovò di nuovo a Londra senza né casa né lavoro, a dover ricominciare tutto da capo con una bambina ancora molto piccola. Il solo denaro che le veniva dato da Ted era sotto forma di prestito, annotato con cura e con tanto di scadenze per la restituzione.
A Londra Assia condusse una vita isolata insieme a Shura, la figlia che Ted Hughes non considerò mai allo stesso livello dei due bambini avuti dalla Plath. Assia vedeva Ted sporadicamente. Dipendeva totalmente da lui, dalle sue telefonate, dai suoi umori e dalle sue visite. Era molto depressa, tormentata dal terrore di essere abbandonata. Si trovò ad affrontare difficoltà economiche e, negli anni, scivolò sempre più profondamente nella depressione. Spesso diceva agli amici che il suicidio era l’unica alternativa alla mille difficoltà che costellavano il suo futuro e quello di sua figlia. Fluttuava fra momenti di disperazione in cui decideva di porre fine alla relazione, e momenti di speranza, in cui implorava Ted di riprovare a vivere insieme come una famiglia. Hughes non voleva separarsi, ma sembrava resistere all’idea di tornare a vivere con lei. Il suo atteggiamento fu sempre vacillante. Rimandava in continuazione, prendeva tempo, trovava scuse nuove per rinviare il momento in cui avrebbero vissuto di nuovo insieme. Iniziò anche a frequentare altre donne. Nel febbraio del 1968 Assia gli scriveva:
“Mio amatissimo, dolce Ted,
… abbiamo permesso a così tanta sporcizia di intromettersi fra noi due. Cose così irrilevanti, che ora mi sembrano irrilevanti. È un miracolo che in qualche modo siamo riusciti a sopravvivere…”

E un anno dopo:

“Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita. Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici. Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago.
Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce…. o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli. Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore. So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted. Apriti, apriti a me come facevi un tempo. E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho…
Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita. Abbiamo bisogno di stare per conto nostro… Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore. Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me. Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me. Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

Per anni la loro relazione si trascinò in un limbo, in una terra di mezzo governata dall’ansia, senza che Ted Hughes si decidesse a formare con lei una famiglia, ma senza che prendesse la decisione di lasciarla. In un momento di cupa depressione, Assia scrisse un testamento in cui ignorò completamente Hughes, ma non i suoi figli:

“… a Nicholas, troppo piccolo per reclamare cose, lascio il mio amore più tenero…. a Frida Rebecca Hughes lascio tutto il mio affetto, e i miei pizzi, i nastri e le sete, insieme a una catenella d’oro”.
La sera del 23 marzo 1969, Assia Wevill si uccideva insieme a Shura, che aveva da poco compiuto quattro anni, in un modo che ricorda molto da vicino il suicidio di Sylvia Plath. Dopo aver trascinato un materasso in cucina, sigillò porta e finestra, depose sul materasso la sua bimba addormentata, sciolse del sonnifero in un bicchier d’acqua e, dopo averlo bevuto, aprì il rubinetto del gas del forno e si stese sul materasso con la figlia ad aspettare la morte.
Il Sergente Bryan Lutley trovò due lettere sul suo comodino: una indirizzata al padre in Canada, l’altra a Ted Hughes. Di quest’ultima, oggi rimane solo la busta vuota; il suo contenuto è misteriosamente scomparso. La lettera al padre dice:
“mio carissimo Vatinka…
la prospettiva di ciò che mi attende è talmente cupa, che il vivere il resto della mia vita significherebbe più dolore di quello che potrei mai sopportare. È una vita di solitudine e di dipendenza. Dipendenza da una ragazza alla pari per le cure di Shura e dai miei datori di lavoro, un’agenzia pubblicitaria di terza categoria pronta a licenziarmi in caso di malattia. Nessun marito. Nessun padre per Shura.
Ho spesso contemplato il suicidio, ma nel passato, la pena che questo ti avrebbe arrecato, e il crimine che avrei commesso nei confronti di Shura, mi hanno fatta desistere all’ultimo momento. Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito. I motivi ora non hanno più valore. Non ci potrebbe mai essere un altro uomo. Mai.
Ti assicuro, carissimo Vatinka… non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?…. Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato. Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me. Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore. Ho vissuto abbastanza a lungo. È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia. I conti sono semplici e tornano. E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola. È troppo grande per essere adottata.
Arrivederci, Lonya, padre mio, mio protettore. Mi manchi moltissimo. Arrivederci amatissimo papà.”
Il suicidio fu ignorato dalla stampa inglese, che mise a tacere ogni connessione fra la vita di Assia Wevill e quella dell’ormai celebre poeta Ted Hughes. Solo nell’ultimo libro del poeta inglese : ‘Lettere del Compleanno’, incontriamo una poesia che narra l’incontro di Hughes e Assia. Nel testo, non emerge ombra di responsabilità personale da parte di Hughes nel corso degli eventi. Per il poeta, è il destino l’unico, vero colpevole delle tragedie che dovevano seguire. Rivolgendosi a Sylvia spiega l’inizio della sua storia con Assia in questi termini:
“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.
Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava
ci scovò
e ci riunì, ingredienti inerti
per il suo esperimento.
La Favola che portava
requisì te, me e lei,
marionette per la sua rappresentazione.”

Nel testo, Assia viene paragonata a una ‘Lilith degli aborti che toccava i tuoi figli con unghie tigrate’. E, più avanti, a ‘un mistero erotico un po’ sudicio [con] lo sguardo di un demone”.
L’intero archivio di documenti che Ted Hughes vendette alla Emory University di Atlanta poco prima di morire, fu aperto al pubblico nel 2000, dopo la scomparsa del poeta. Fra le migliaia di lettere, pile di fogli, quaderni, note, lettere e carteggi, non c’era alcuna traccia della presenza di Assia Wevill nella sua vita.

9 pensieri su ““Vivere e morire nell’ombra di Sylvia Plath” di Daniela RAIMONDI

  1. Grazie a Daniela e Giovanni per questo pezzo: mi procurerò senz’altro la biografia, da reduce quale non sono del folgoramento Plath.

    Assia è stata la vittima di due scritture (che nelle Lettere di Compleanno di Hughes sono confluite in una), oltre che di una vicenda umana già tragica e titanica di per sé.

    Nella poesia che Hughes le ha dedicato The Dreamers, I sognatori, parla dell’incontro con Assia come di un sogno fatale, in cui “la sognatrice che era in lei” si era illusa di poter avere per sé l’amore di Hughes. Non l’amore di un uomo qualsiasi, ma di un poeta, di un individuo dove le due cose si sono pericolosamente confuse assieme. Assia era innamorata del binomio Plath-Hughes in un certo senso. Sembra un paradosso, ma la vita fagocitante ed egoista dei versi, che annulla alla fine l’esperienza reale, ha immolato la Plath, mentre ha marciato sopra ad Assia e alla sua bambina.

    Certe volte farebbe bene a chiunque ha pretese, velleità e anche talenti letterari ricordarsi che la vita è un’altra cosa, che esistere esattamente secondo certe pulsioni che esasperano e sfociano nell’arte può essere, oltre che autistico, letale.

    (p.s. Crow, dove ci sono sia Assia che la bimba, è un libro violento e bellissimo. Se Hughes ha mostrato un minimo senso di colpa lo ha fatto lì. Anche questo dovrebbe far riflettere).

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  2. Scusate. Ma vita privata è vita privata e se dovessi dare un giudizio su questa ora proprio direi ” Hughes è un porco”. E “Assia la vittima complice”.

    Qui la utilizziamo, la vita privata, incantate dal biografo, a ripresentare una sorta di poesia nascosta dietro i fatti scuri e tragici di vite qualsiasi. Perché vite qualsiasi così divengono.

    Io penso che nei cassetti non si debba frugare più di tanto. Che l’opera vada proposta per quello che ha da dire, senza matti suicidi infanticidi eroi di sorta a insaporirne le pagine.

    Casomai, e sicuramente è il vostro caso, e in questo caso chiedo ammenda, la conoscenza amata di un autore può portare ad approfondirne l’intera vicenda. Sempre passando dall’opera, ovviamente, sennò è gossip.

    Mi riscuso ma queste cose mi premeva dir(ve)le.

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  3. Immaginavo che la Francesca avesse già commentato.
    Abbiamo avuto comuni e complici frequentazioni con la Plath (con quello che ne rimane)

    Io vorrei aggiungere che la vita privata di Hughes & Plath, con gli anni, è diventata oggetto di miti urbani. Leggende, direi. Voci di corridoio che si sono spostate dalla scrittura alla biografia. Mi ha sempre inquietato il fatto che Assia si fosse ammazzata seguendo le modalità di Sylvia. E per anni mi sono chiesto se Hughes c’entrasse qualcosa. Un atroce sospetto. Da qualche parte (altra leggenda urbana) lessi che la sera prima del suo suicidio Sylvia e Ted si incontrarono e si insinuava che lui avesse potuto ipnotizzarla. Una storia atroce, sia che si voglia credere alle leggende, sia che si rimanga ai fatti.

    Molesini qui sopra ci ricorda che la vita privata dei poeti dovrebbe rimanere tale e su altri casi mi sentirei di appoggiare. Sulla Plath proprio non ci riesco. E’ vero, la scrittura della Plath trascende in gran parte da quella che è stata la sua vita, tocca dei vertici altri. Ma non a caso è stata definita una scrittura “confessional”: si presuppone, in questo caso, che dato biografico e verso siano IN QUALCHE MODO connessi. Ovvio, di qui a far diventare l’esegeta il Fabrizio Corona della situazione ce ne corre, ma qui non si tratta di gossip letterario. Lettere di Compleanno è a tutti gli effetti un libro privato che può diventare pubblico solo se il lettore è a conoscenza di ciò di cui l’autore parla (cioè la sua esperienza matrimoniale). Secondo me, più che di biografismo, dovremmo parlare di mitologia: sia Plath che Hughes sono riusciti a trasformare, trasfigurare la rispettiva biografia in mito, in epoca, in materiale direi archetipico.

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  4. Grazie Francesca e Molesini per la vostra attenzione. E grazie anche a Daniela Raimondi per la sua lettura di poeta e di donna.

    Si legge, si studia, si scrive per capire e per capirsi, fino in fondo. Le ragioni della poesia, la “verità” (confutabile o meno) dei suoi versi non può esserci per ciò estranea; a prescindere dal valore letterario di un testo o del macrotesto.
    Versi come quelli che seguono – all’esito della ricerca storiografica qui richiamata – per quanto mi riguarda, sono la riprova (eclatante e puntuale, direi, in questo caso) dell’umana fragilità, dell’oscuro in cui ci nascondiamo e ci assolviamo.

    “Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.

    Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava

    ci scovò

    e ci riunì, ingredienti inerti

    per il suo esperimento.”

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  5. Si, sono d’accordo con Marco, la creazione di una mitologia non è gossip. Punta (nasce da) sull’idealizzazione, fa diventare la carne spirito.
    E come dici, Giovanni, la ricerca storiografica ha senso proprio, al di là dell’arte.

    Il mio è stato un commento veloce, a caldo. Come a voler prendere le distanze da quello “che la guarda morire” “che la guarda uccidere” “che la guarda distruggersi” “che lo vede risposarsi felicemente e non parlare mai più di lei”.

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  6. Rispondo di corsa perche’ sono all’estero e usando un computer di fortuna. Non credo che il mio articolo abbia a che fare con il gossip letterario. Piuttosto: ho voluto riscattare una figura, quella di Assia, da sempre ritenuta la famme fatale, causa principale del suicidio della Plath. La vicenda umana di Sylvia Plath e’ importantissima per capire la sua poesia. Stessa cosa credo si possa dire per la poesia di Ted Hughes. Se le vite private dei poeti fossero solo inutile gossip, non esisterebbero le biografie, strumento invece indispensabile per inoltrarci nel loro lavoro. Biografie degli autori sono parte integrale dello studio della loro scrittura, in qualsiasi universita’.
    Un saluto e grazie a Gianni e a tutti i lettori.
    Daniela

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  7. Non era, la mia, una critica al tuo lavoro, alla tua proposta, Daniela.
    Dialettica, era un possibile ramo a cui attaccarsi per un diverso percorso.
    Vero, le biografie degli autori “ci diventano” importanti, comunque.

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  8. Pingback: Vite parallele: Assia Wevill | Sguardi laterali e Opinionismo 2.0

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