Michele Parrella (1929-1996)

Delitto all’idroscalo
ad Pier Paolo Pasolini

Ti hanno sfigurato
in un’Italia
che più non riconosci.

E massacrato nell’ambigua
certezza che il tuo corpo
per gli altri non avrà

altro giudice
che la furia dei tuoi
fratelli infelici.

Ora anche il tuo
rimpianto
è stato ucciso.

E nessuno di noi
può credere che l’amore
ha calpestato la tua faccia,

distrutto i tuoi occhi.
Nessuno di noi può credere
che la dolcezza della tua voce

ha insanguinato la tua testa,
come un melograno che rotola
nei solchi dì novembre.

Chi ti ha ucciso
è stato pagato.
Chi ti ha sfregiato

non era stato scelto
e pagato.
Eppure gli hanno detto:

Questa volta non facciamo saltare
un treno, ma un uomo che come un treno
pieno di uva matura corre verso la pigiatura.

Dobbiamo fermare quella vendemmia,
distruggere gli acini, i mosti
di un paese che è cresciuto.

E quel corpo irriconoscibile
annegano
nel suo stesso rimpianto.

(2 novembre 1975)

Le tue piaghe, Lucania

Ti hanno avvolta in un manto nero
ma le tue piaghe non si possono nascondere.
Non ci sono veli né bende
per coprire i tuoi fianchi di ginestra
e il grembo scavato dalle frane.
Non ci sono più veli
per i fanciulli e le ragazze
che battono il piede nella piazza,
né bende per fermare la rivolta
perché i muri splendono come lame
e la quercia si apre
per gettare a terra i secoli,
e riunire i semi ai frutti
i semi ai frutti.

Ti hanno chiusa in una leggenda
terra che non hai confini
e ti dilaniano i fiumi,
i fiumi dividono le tue carni,
è salita a noi la piena
a riunire i vivi ai morti
i vivi ai morti.

Ti hanno abbellita
con frasi splendenti,
ma non ci sono parole né ghirlande
per racchiudere il tuo respiro,
né balconi e chitarre
per cantare le notti e i giorni
le notti e i giorni.

(1952)

Non ci sono più i poveri
a Eschilo Tarquini

Non ci sono più i poveri
se ai poveri rimasti
non è la povertà uno scudo,

se qualcuno fruga negli stracci
per trafiggere a caso
l’uomo ch’è avanzato

alle rapine, ai crolli.

Non ci sono più i poveri
se ai poveri rimasti
non è la pietà uno scampo,

se qualcuno dà fuoco
al tumulo di stracci,
e alle grida non risponde

che il fuoco, il crepitio,
il sordo genuflettersi
delle sagome nell’ombra.

(1979)

Sul trono d’ottobre
a Vita Cavuoti

Tra le vigne scende il Serrapotamo
e il paese lungo sopra un fianco,
regina medievale tra i coppieri.

Mi portarono d’ottobre in uno scialle nero,
nell’ultima casa chiamata il trono.
Un coro di donne diceva il mio nome.

La nutrice con un figlio suo al petto
mi accolse tra pareti di fumo:
odore di quercia e verdi lenticchie.

Dalle cupole scende un velo azzurro,
travertino dorato e nere colonne.
I rami lungo la strada:

Ottobre, un inno, le criniere,
i muri del castello,
l’occhio dell’agnello.

(1963)

Cupo Cupo

Al paese non ci sono violini
e chitarre appese al muro.
C’è solo il tuono
e il bastone del mendicante
alla porta.

M’ha detto mio padre
e la pietra sul petto
che un suono di chitarra
può abbattere un muro.
M’ha detto mio padre
e ha l’argilla negli occhi
che con le vene recise
non si può ballare.

Dobbiamo andare nell’orto
a spaccare l’ulivo
perché il cupo cupo
è più triste del tuono.
Dobbiamo andare coi coltelli
a strappare la nebbia
perché la frana ha sepolto
la vigna.

Non ci sarà il vino
i giorni non passeranno più,
butteremo i sarmenti nel fuoco.
Non balleremo più
l’organetto è inchiodato
al muro.

Dobbiamo andare al monte
a scuotere il santo
perché il cupo cupo
è più triste del tuono.

C’è un baldacchino nella piazza
dove il banditore annuncia il tempo.
Dobbiamo ucciderlo
perché da tre giorni ripete
che verrà la grandine.

C’è un baldacchino nella piazza
dove innalziamo il santo.
Gli strapperemo la veste.
Dobbiamo andare alla croce
a dire che si muova
perché il cupo cupo
è più triste del tuono.

Non ci sarà l’aceto
per l’erba amara e la malva,
bagneremo il pane nell’acqua
e sulle piaghe acqua di calce e olio.
Non parlerà la madre né il figlio
e non verrà la strega
a guarire i dolori delle spose.

Dobbiamo andare al monte
a tagliare la ginestra
perché il cupo cupo
è più triste del tuono.
Il morto resterà in casa
non c’è più vino per portarlo a spalla
lo copriremo di basilico e menta
e sentiremo i lamenti del prete.
Non faremo più la posta alla lepre
e scanneremo il maiale
con pugni di sale nero.

Le camicie sulla siepe
le ha strappato il vento.
Volano via come passeri
accecati dalla bufera.
Dobbiamo andare al monte
a sgozzare l’agnello
perché il cupo cupo
è più triste del tuono.

Le vecchie si sono messe a ballare
col rosario in mano.
Sembrano pignatte scosse
dal tuono.
Ballano da tre giorni,
nessuno le può fermare
e quando fa buio
battono più forte il piede.

I fanciulli gridano alla festa.
Non sanno perché le vecchie
ballano.
Presto le porterà via il fulmine
sul dorso dell’asino.

Laurenzana

Qui sono nato.
Qui ritornerò.

Ma come un aquilone
ho attraversato il Serrapotamo,
la Camastra, il Basento.

Come un aquilone
ho attraversato gli Alburni, il Tànagro,
il Sele, gli acquedotti, il Tevere.

Come un aquilone
sono passato sull’Appennino,
la valle dei padani, il Brennero.

E al mattino, simile
a un aquilone dal filo
infinito, ho sorvolato l’Europa,

azzurra come il Vulturino.

Tutte le poesie sono tratte da: Poesie 1947-1996, Roma, Avagliano, 2007.

8 pensieri su “Michele Parrella (1929-1996)

  1. Ottima proposta Luca. Una voce chiara, forte, autentica del nostro sud. Una voce che mira dritto al cuore… una voce che non ha paura.

    Bravo!
    Pasquale

    "Mi piace"

  2. Grazie Pasquale!!!Poeta che è stato (ri)scoperto da poco con la pubblicazione delle sue poesie. Di quella regione lucana vorrei ricordare anche Pierro, Scotellaro e Sinisgalli. Oltre a a Vito Riviello ancora vivo.
    Un caro saluto

    "Mi piace"

  3. “Ti hanno abbellita
    con frasi splendenti,
    ma non ci sono parole né ghirlande
    per racchiudere il tuo respiro,
    né balconi e chitarre
    per cantare le notti e i giorni
    le notti e i giorni.”

    questa mi ricorda tanto Lorca….

    grazie Luca,
    è bello immergersi in questi ricordi e sognare!

    "Mi piace"

  4. Grande Michele che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere di persona.
    E, come i poeti sempre squattrinato, che campava a cappuccini e cornetti, ma sempre elegante nel suo abito estivo bianco con il panama anch’esso bianco dalla fascia nera.ed un elegante bastone di bambù dal manico d’avorio ed i nodi neri.
    Siccome abitava in una via dietro il mio negozio si fermava spesso a parlare di politica, ma anche di letteratura e di poesia e ricordo quando dopo i delitto Moro ricevette l’incarico di scrivere i verdi per la didascalia sulla Domenica del Corriere, sotto la copertina illustrata da Gottuso ed appena ricevuto il compenso la prima cosa che fece , comprò una rosa rossa per una signora che corteggiava…
    MI regalò una sua pubblicazione con un certo numero di poesie di cui mi rimase impressa una, che parava dei Sassi di Matera , sua città d’origine e che diceva che da quel Sassi potevano venire fuori santi e briganti, ma non sarebbero mai uscuiti ne avvocati ne notai.
    Poesia che mi piacerebbe ritrovare, avendo prestata la pubblicazione e come succede mai tornata indietro.
    .

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