Baldus, la ricezione – di Adriano Padua

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Il numero 0 della rivista Baldus esce nel settembre 1990. Nell’editoriale introduttivo Mariano Baino afferma che la linea della rivista sceglie la contaminazione quale campo privilegiato, sebbene non esclusivo, di riflessione. Anche, se non soprattutto, per analizzarne le possibilità relative a una sperimentazione nuova, in un’epoca di mutamenti delle strutture comunicative, e di generale e complessa ridefinizione della cultura e dei suoi oggetti.

Tuttavia, per comprendere il clima nel quale Baldus nasce e viene ideato bisogna tornare indietro di qualche anno, cioè all’esperienza della rivista Altri termini (alla quale presero parte i tre redattori Mariano Baino, Biagio Cepollaro e Lello Voce) e seguire con attenzione il dibattito critico (spesso caratterizzato da divisioni e da toni piuttosto aspri, nonché da una quasi totale sommarietà dell’analisi) che ha luogo sulla stampa nazionale, intorno a due eventi che coinvolgono in prima persona i tre fondatori della rivista.
Il primo di questi due eventi è la pubblicazione nel 1989 da parte della casa editrice Newton Compton della discussa antologia Poesia italiana della contraddizione a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta. Il secondo corno della polemica è la settima edizione del Festival Milanopoesia che si tiene nel settembre dello stesso anno, durante il quale nasce quel movimento che prende il nome di Gruppo 93. Per forza di cose – la redazione di Baldus è parte attiva dell’esperienza – le vicende legate al gruppo si intrecciano di frequente, dalla nascita allo scioglimento, con quelle della rivista.
All’interno della redazione di Altri termini (1985-1989), rivista diretta da Franco Cavallo, il lavoro svolto da Baino, Cepollaro e Voce ha posto già al centro dell’attenzione tematiche critiche e nozioni di poetica come «postmodernismo», «citazione», «contaminazione» e «allegoria», che saranno poi sviluppate ampiamente in Baldus. Le poetiche proposte possiedono elementi di novità (ovviamente non indifferenti alla tradizione, ma con un punto di vista autonomo e originale) in uno scenario nazionale dominato dal neo-orfismo lirico dei poeti de La parola innamorata , antologia che fu specchio di una generazione decisa a non confrontarsi con le posizioni sperimentali e avanguardistiche emerse fin dagli anni ’50 e ’60.

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Nell’aprile del 1987 ha avuto luogo a Lecce un convegno al quale hanno partecipato esponenti di diverse estrazioni culturali e generazionali, da Romano Luperini a Tomamso Ottonieri, da Alfredo Giuliani a Pietro Cataldi. Il risultato dell’incontro è stato un testo collettivo denominato Tesi di Lecce, che verrà pubblicato prima parzialmente e poi integralmente su l’immaginazione .
Il dibattito suscitato dalle Tesi provocherà una serie di reazioni e proposte che costituiranno il processo di formazione del Gruppo 93 e del dibattito letterario della fine degli anni ’80. Sulle Tesi di Lecce i redattori di Baldus interverranno con un contributo presente nel n. 0, un testo firmato da tutti e tre. Il testo, A proposito delle Tesi di Lecce, verrà poi ripubblicato nel volume Gruppo ’93, a cura di Filippo Bettini e Francesco Muzzioli. Dai poeti di Baldus viene raccolta, tra le varie proposte presenti nelle Tesi, l’ipotesi di una «tendenza allegorica (o di realismo allegorico)», legata strettamente alle questioni della contaminazione, del plurilinguismo e del pluristilismo.

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Il primo luglio del 1989 viene pubblicata una lunga inchiesta sulla poesia italiana da Mercurio, supplemento culturale di Repubblica, a cura del critico e poeta Giorgio Manacorda. L’inchiesta darà luogo a uno scontro tra esponenti del panorama letterario come Alfredo Giuliani, Giuseppe Conte, Guido Almansi, Filippo Bettini e lo stesso Manacorda. Sono anni nei quali la poesia italiana trova ancora spazio nei maggiori quotidiani. Tra polemiche (italianissime) che coinvolgono i Novissimi, Montale, Pasolini, Raboni e tanti altri, il discorso tocca anche i tre poeti di Baldus, dei quali vengono proposti alcuni versi. Manacorda parla di «improbabili e sconosciuti trentenni» , criticandone aspramente le scelte. La replica di Bettini saluta «la diversa aria che si respira rispetto al clima asfittico della passata generazione dei poeti intimisti e “innamorati”», e conclude con la considerazione che con questi nuovi e «antilirici» autori «bisognerà fare i conti» . Anche Giuliani interviene, dissentendo dalle posizioni di Manacorda, nel numero successivo di Mercurio del 15 luglio. Egli si occuperà dell’antologia anche in seguito, sulle pagine dello stesso quotidiano, accogliendo con entusiasmo le scelte dei curatori. Sono segnali del forte impatto che i testi dei tre poeti di Baldus hanno in quel momento storico in cui il dibattito teorico sembrava languire da almeno un decennio.

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Dal 18 al 24 settembre del 1989 si tiene, come è stato detto, a Milano il Festival Milanopoesia, all’interno del quale si infittisce il dibattito tra la nuova generazione di poeti, fra i quali i tre del neonato Baldus, e poeti sulla scena da decenni come Francesco Leonetti, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini. Dalla stampa nazionale e dai poeti dell’opposta fazione («i moderati», come spesso venivano chiamati) questo dialogo fu interpretato, commettendo un errore non proprio involontario, come una vera e propria filiazione priva di reali elementi di novità, una replica nostalgica della Neoavanguardia degli anni ’60.
L’etichetta di «figli del Gruppo 63» è usata fin troppo spesso per i componenti del Gruppo ’93, a causa di contrasti faziosi e ragioni di comodo, che poco hanno a che fare con le poetiche degli autori di Baldus. Ciò avviene, quasi sempre, falsificando e semplificando dinamiche molto più complesse, le quali possono essere esplorate soltanto analizzando i testi poetici e teorici prodotti, nonché i dibattiti pubblici che si tengono frequentemente in convegni e riviste. Basta leggere alcuni titoli dei giornali su Milanopoesia per accorgersi di quanto fin dall’inizio sia diffuso (con rare eccezioni) tale errore di fondo:

L’Espresso, 17 settembre 1989:  «La ri-avanguardia»
Il Giorno, 24 settembre 1989: «Torna avanguardia no al conformismo»
Corriere della Sera, 24 settembre 1989:  «Ecco s’avanza la vecchia avanguardia»
L’Unità, 24 settembre 1989: «Il gruppo 63 ci riprova, sarà il gruppo 93»
Il mattino, 3 ottobre 1989: «Post-avanguardia o neo-tradizione?»

Dalle pagine di Mercurio Manacorda, approfittando della kermesse milanese, ribadisce con rinnovato spirito polemico la sua profonda distanza dagli autori protagonisti del festival. Dei poeti di Baldus scrive: «Fanno peggio quello che i loro padri facevano meglio», riducendo così la loro poesia a «fonemi in libertà» e a «pastiche linguistico» .
Nei diversi resoconti sulla manifestazione milanese, presenti in molte testate, spesso viene data notizia dell’imminente nascita della rivista Baldus ad opera dei tre poeti napoletani. Pochi in quei giorni sono gli articoli che senza affibbiare facili parentele toccano gli argomenti realmente in discussione. Mario Lunetta sottolinea dalle pagine di Paese Sera che: «In spirito fortemente problematico, si respirava un’atmosfera di tensione costruttiva» . Alfredo Giuliani, su Repubblica, afferma che è una «piccola buona notizia» questo nuovo bisogno di una vera discussione letteraria, di poetiche operanti e di retorica, da parte di trentenni-quarantenni che si interrogano su quanto vanno facendo: poesie, scritture dove i generi si intersecano e si corrompono inseguendo una percettività precipitosa e dispersa. Scrittori che soffrono il postmoderno, forse non lo rappresentano, ma non si arrendono. Giovani dai nervi tesi che non sanno dove collocare l’io poetico assediato e allora lo teatralizzano, lo espandono nel cumulo repellente degli oggetti, lo riverberano nelle deformità del dialetto, nelle forme squisite o rudi della tradizione (petrarchismo e Jacopone fanno lo stesso) in rigorose estraneità ritmiche; e tutti attentissimi ai suoni, alla musica che può scaturire da accostamenti disastrati o da strutture chiuse, impervie, che implodono sordamente parola per parola .

Sanguineti, intervistato da Claudio Altarocca su La Stampa, dichiara: «Alcuni di loro usano un dialetto che non ha niente a che vedere con la poesia dialettale. Un dialetto che serve a “sporcare la lingua”, per arricchirla con possibilità di sensi e spessori che il poetese non ha» . In un lungo articolo su Il Mattino Bruno Arpaia precisa: «Baino, Cepollaro e Voce, (che dall’anno prossimo dirigeranno una rivista dal folenghiano e programmatico titolo Baldus) sono disturbati da tanta improvvisa notorietà: intanto perché in queste polemiche, quelle che escono malconce sono le vere posizioni espresse nei testi». Poi, parlando del rapporto con i “vecchi”, prosegue: «Il confronto è stato aperto e le divergenze numerose. Più che la volontà di un “riconoscimento e di una “consacrazione”, c’era in tutti la voglia di una “vera discussione letteraria”» . Così, fra “giovani” e “vecchi”, qualcuno notava le sostanziali differenze.
Il Mattino offre un certo spazio anche a un articolo di Mariano Baino che può così puntualizzare:

Una polemica letteraria – quando non è stata, come nell’incipit, una filippica un po’ isterica – in buona parte svoltasi intorno al “tasso di continuità” fra gli esiti e i modi della Neoavanguardia (Novissimi, Gruppo 63) e quelli di alcuni giovani autori … Per fortuna non c’è stata soltanto una lettura con pregiudizio, guardiana del campidoglio … Per fortuna c’è stata anche una lettura che ha salutato i testi di questi autori come i primi segni visibili di una nuova area di ricerca poetica .

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Nel settembre del 1990 esce il numero 0 di Baldus. Oltre al già citato editoriale di Baino e all’intervento sulle Tesi di Lecce, vi sono pubblicati testi di Emilio Villa, Edoardo Cacciatore e Michelangelo, accompagnati da contributi critici. Segue la relazione d’apertura al primo Convegno del Gruppo 93 e un dialogo con Francesco Leonetti e Filippo Bettini. Il numero si chiude con un saggio sull’opera di Teofilo Folengo che ha dato il nome alla rivista.
I riferimenti e gli intenti programmatici sono dunque inequivocabili fin dall’esordio, e in buona parte differenti da quelli della Neoavanguardia.
La prima apparizione di Baldus desta interesse. Se ne occupa Renato Barilli sul Corriere della Sera, evidenziando l’operazione di «shakeraggio linguistico». Lo stesso Barilli scriverà anni dopo, riferendosi ai tre fondatori:

Quella loro azione congiunta ha dato luogo alla rivista Baldus, il cui primo numero (in realtà un numero zero) esce nel settembre 1990; e non si poteva dare titolo più significativo, con quell’aggancio esplicito a Teofilo Folengo, l’autore che nella nostra storia letteraria rappresentò al meglio un momento di resistenza al sopraggiungere della modernità con le sue varie convenzioni: una scrittura tipografica regolarizzata, la scelta di una lingua nazionale uniforme e precisa. Il Folengo invece resistette a tutto ciò, avvalendosi di una lingua eclettica, posta all’incrocio di mille componenti e confluenze. Baldus fu forse, a livello di riviste, il maggior sforzo teorico, e anche il più organico e risoluto, che si conducesse in quegli anni, realizzando un buon connubio tra i vecchi rappresentanti delle precedenti ondate sperimentali, e i giovani esponenti del Gruppo 93, nonché tra la presentazione diretta di componimenti elaborati secondo i criteri “neo-neo”, e le opportune enunciazioni teoriche. Peccato che appunto disarmonie e incomprensioni tra i tre membri fondatori ponessero fine a un esperimento così riuscito. O forse fu l’inevitabile esaurirsi dell’onda d’urto nel suo impatto più immediato .

Sulla contaminazione pone l’accento La rivisteria, che esplicita anche la parentela con il Gruppo 93. Invarianti dedica al n. 0 di Baldus un lungo articolo di Raffaele Manica che ritiene le proposte della rivista «da discutere, da non far proprie, meglio essendo il dialettizzarle, controbatterle, guardarle in controluce: se deve esserci un senso, non può smarrirsi né in tacita adesione né in ottusa ricusa».
Si torna a parlare della rivista in occasione dell’edizione del 1990 di Milanopoesia, che si tiene in ottobre. Dopo un anno le cose sono più chiare, almeno per chi vuole capirle. Non è il caso di Maurizio Cucchi, che, dalle pagine de Il Giornale, non riesce ad astenersi dalla polemica preconfezionata. Tutto è evidente fin dal titolo del suo articolo: Poche idee all’avanguardia. Più interessante e ragionata, senza intenti di parte, è invece un’inchiesta del Moderno, a cura di Riccardo Bocca e Angelo Pogliani. Buona parte dell’articolo di Pogliani si occupa proprio del rapporto tra Gruppo 63 e Gruppo 93, sottolineando che «non c’è in nessun modo filiazione, piuttosto è un riferimento alle esperienze sperimentali degli ultimi 30 anni, considerate privilegiate rispetto a molte produzioni più recenti» . La seconda parte dell’articolo è dedicata alla neonata esperienza di Baldus, del quale si approfondiscono le tematiche critiche. Si specifica che «la rivista vuole costituire un punto di riferimento e un luogo di sedimentazione delle riflessioni teoriche, per tutti coloro che sentono la necessità del confronto e della discussione, senza con questo pretendere di arrivare alla formazione di una poetica comune a tutti i costi». Anche il Giornale di Sicilia recensisce il n. 0 della rivista letteraria, mentre dalle pagine de Il manifesto è Franco Fortini a occuparsene con un duro articolo dal titolo La lingua slogata con buone o cattive maniere, che parte dalla poesia dialettale per giungere con toni a tratti aspramente critici alle proposte baldusiane:

… procedure come queste – la poesia europea le ha praticate fin dalla prima metà del secolo, soprattutto con Pound – ricevono una singolare interpretazione dalle “traduzioni immaginarie” di cui sopra parlavo a proposito del poeta romagnolo (Tomino Baldassari ndr). Come quelle, possono avere per lingua di partenza una lingua qualsiasi (antica, moderna, nota, ignota, di seconda o di quarta o di ennesima intenzione) perché la lingua di arrivo (e foss’anche un dialetto, non si sa mai, davvero parlato in questa o in quell’area geografica) è già autoreferenziale, indica prima di tutto se stessa, letteraria ossia di convenzione e maniera, come un vecchio rapace in gabbia e, come è specifico di tutte le poesie dialettali, insufficientemente egemonia ossia svolte in presenza di una letteratura in lingua. La gabbia è l’universo culturale nel quale quelle pratiche linguistiche, le dialettali e le altre, si dispongono. Niente latino macaronico senza latino umanistico. Così i procedimenti che cercano una energia dirompente ottengono fatalmente l’effetto contrario: una tiepida perpetrazione decorativa interessante soprattutto i vicini di collegio o di gruppo .

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Il 1990 si chiude con l’uscita, a dicembre, di una raccolta di testi teorici che prende il titolo di Gruppo 93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia. Il volume è edito da Piero Manni e curato da Filippo Bettini e Francesco Muzzioli. All’interno è presente un intervento firmato dai tre fondatori di Baldus dal titolo Allegoria e torsione della lingua. È un vero e proprio manifesto, contenente i punti più importanti del loro discorso teorico. Si afferma l’abolizione della dicotomia tra lingua ordinaria e lingua seconda e della dicotomia tra centralità del soggetto e sua disseminazione, l’uso di citazione, contaminazione, allegoria, la funzione comunicativa della poesia, l’apertura ai dialetti, il grado di torsione dei materiali linguistici.
L’uscita del volume, tuttavia, venne accolta con una certa perplessità dagli stessi componenti del Gruppo 93, ancora una volta inseriti frettolosamente dai critici in una linea «che non c’è» . Una forzatura non condivisa e decisa a priori, dopo due sole riunioni del movimento, che fu gia di per sé molto eterogeneo e difficilmente definibile.
Nel febbraio del 1991, dalle pagine de Il Mattino, Mariano Baino dichiara, all’interno di un articolo sul Gruppo 93, «la sensazione  di veder proiettata» sull’operazione critica di Bettini e Muzzioli «una griglia teorica precedente su posizioni autonome e susseguenti». I tre poeti di Baldus sono presenti anche nella Mozione dei poeti comunisti (con Bettini, Sanguineti, Ottonieri, Volponi e altri), pubblicata da Piero Manni un mese prima.
Il Gruppo 93 continua nel frattempo a riunirsi e a produrre testi, tenendo vivo il dibattito sul «postmoderno» e sulla sperimentazione letteraria degli anni ’90. Se ne occupa anche Remo Ceserani su Il manifesto che, prendendo spunto dalla Mozione dei poeti comunisti, ne osserva con interesse le poetiche, sebbene prenda le distanze dalle pratiche politiche e militanti, rilevando nel gruppo una certa dose di «politichese» nel linguaggio utilizzato dai suoi membri. Il 29 aprile Bettini sull’Unità presenta il Gruppo 93 ai lettori e, riferendosi al collettivo di Baldus, ne evidenzia il «recupero frontale delle linee anticlassiche e trasgressive della tradizione letteraria: in particolare quel cosiddetto filone di “plurilinguismo” che va da Dante a Folengo, Dagli scapigliati a Gadda» . Il 3 maggio a Remo Ceserani risponde Romano Luperini, ospitato dal medesimo giornale. Luperini difende le posizioni del Gruppo 93, in particolare la nozione di «postmodernismo critico» e cita l’esperienza di Baldus:

Si potrà discutere se oggi esistono le condizioni per contrapposizioni radicali come quelle praticate dalle avanguardie storiche (e io, in proposito, sarei abbastanza cauto e, d’accordo coi giovani di Baldus, più per il no che per il si) ma rinunciare a priori ad una reale dialettica del dialogo (la quale comporta di necessità anche il conflitto e la rottura) mi sembrerebbe un ingiustificato cedimento al trionfante postmodernismo .

Sul Roma Umberto La Catena interviene il giorno 8 maggio ricordando la centralità del ruolo del gruppo napoletano nelle vicende del Gruppo 93. A questo proposito cita il seguente e significativo passo del documento del collettivo Baldus sulle Tesi di Lecce: «Occorrono poetiche che sappiano mettere in gioco tutto il complesso di materiali che la nuova sintassi percettiva e critica si propone di riorganizzare». Elio Pagliarani, intervistato dall’Unità, sottolinea invece il tasso di oralità presente nei testi dei poeti in questione: «Sta tornando una poesia sperimentale, strutturata per essere detta ad alta voce (un po’ come i miei testi di Lezione di fisica), soprattutto nel gruppo napoletano Baldus». Il dibattito proseguirà per tutto l’anno su numerose riviste, come Campo, l’immaginazione e, in particolare, Allegoria, le quali svolgeranno, in tempi e modi più consoni rispetto a quelli dei quotidiani nazionali, un ruolo fondamentale per la prosecuzione del confronto teorico sul concetto di «postmoderno» (è davvero difficile oggi immaginare che la formazione di un gruppo letterario possa avere una tale risonanza sui quotidiani e riviste).

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Nell’agosto del 1991 esce il secondo numero di Baldus (n. 1). Il numero è dedicato in prevalenza al dibattito in corso sul postmoderno e sul Gruppo 93, con interventi di Cepollaro, Voce, Barilli, Guglielmi, Luperini, Baino, Frixione, Ottonieri, Berisso. Vi si trovano anche testi poetici di Mesa, Frixione, Costa, Vicinelli e saggi di Barba, Zima, Jachia.
A novembre dello stesso anno interviene nuovamente, con un lungo articolo sulla rivista L’asino d’oro, Franco Fortini. Fortini è ancora una volta piuttosto duro con i nuovi poeti «postmoderni». Critica soprattutto il loro uso delle teorie di Walter Benjamin e la nozione stessa di «gruppo»:

Il confidente ingegno dei giovani autori di cui discorro si tempra alle modificazioni che l’universo tecnologico induce nell’esperienza quotidiana; e ai suoi riflessi, considerati più doverosi che inevitabili, nelle lettere e nelle arti. Molto meno vi sento la coscienza del senso additivo che ad una poesia di tendenza ma soprattutto a una pagina critica viene conferito dal fascio di comportamenti pratici (ideologico-politici) manifesti nella pubblicazione in una rivista, nella pubblica dichiarazione di un movimento o gruppo.

C’è da sottolineare come le critiche di Fortini siano senz’altro argomentate e di tutt’altro spessore rispetto a quelle mosse da chi considerava la «ri-avanguardia» un fenomeno tutt’altro che specifico e complesso. L’onestà intellettuale di Fortini lo porta, nonostante i rilievi teorici messi in luce, ad apprezzare la novità di (musa!), il secondo libro di Lello Voce. Leggendo e soprattutto ascoltando la poesia di Voce, Fortini afferma che «si esce arricchiti di un senso poeticamente concreto» .
Il 31 dicembre 1991 e il 7 gennaio 1992 Remo Ceserani pubblica in due parti su Il manifesto un esteso articolo che ritorna sul postmoderno, comparando il dibattito europeo a quello americano. Il critico accusa di «storicismo» Romano Luperini, criticando il concetto di «postmoderno critico». Secondo Ceserani, infatti, non si può analizzare il fenomeno postmoderno «sulla base di categorie ricavate da una periodizzazione interna o da una tipologia suggerita da considerazioni puramente sociologiche o formali». La conclusione è che «la discussione deve, inevitabilmente, continuare» . Il fenomeno postmoderno è al momento troppo multiforme per essere categorizzato con esaustività. Sulla scia di questo dibattito, si tiene a Siena il 28 e 29  febbraio del 1992 un nuovo Convegno del Gruppo 93. 

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Il Baldus n. 2, datato agosto 1992, si apre proprio con l’intervento del collettivo in occasione di quell’incontro. A una introduzione comune, seguono tre interventi separati di Baino, Cepollaro e Voce. Qui viene specificata la nozione di gruppo come «luogo d’interazione» che non produce necessariamente una poetica uniforme. Si citano riferimenti teorici come Bachtin, Lotman e Benjamin, a cui si aggiungono Virilio, Ong e Jameson. Si considera indispensabile «il disfacimento della funzione normativizzante della tradizione». Seguono nello stesso numero interventi di Bernstein, Vangelisti, Zurbrugg e testi di Benedetta Cascella, D’Urso, Ottonieri, Ragagnin, Heidsieck. Inoltre, c’è un saggio di Paolo Jachia su La ragazza Carla di Elio Pagliarani.

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All’inizio del 1993 escono quasi contemporaneamente due volumi: il primo, edito da Synergon e curato da Bettini e Di Marco, è Terza ondata. Si tratta di un’antologia che ribadisce e aggiorna nei testi e negli interventi di poetica la continuità con la Neoavanguardia già espressa da Bettini e Muzzioli, e accolta con freddezza dai protagonisti del Gruppo 93. I testi degli autori si alternano a testi crtici di Sanguineti, Volponi e altri. Il secondo libro si intitola Gruppo 93 ed è edito da Piero Manni. Raccoglie gli Atti del Convegno senese (compreso il già citato intervento dei fondatori di Baldus) del 1992. È curioso notare come l’assenza di Cepollaro e Voce da Terza Ondata (Baino è invece presente) risulti quantomeno poco lungimirante e si contrapponga al ruolo fondamentale riconosciuto ai tre componenti del collettivo Baldus da Romano Luperini nell’introduzione al volume di Piero Manni. Quest’ultimo viene recensito con una buona dose di scetticismo da Giovanni Raboni sul Corriere della Sera . Il poeta milanese critica principalmente l’impostazione teorica dei partecipanti al convegno, riservando un’accoglienza meno fredda nei confronti dei testi di alcuni autori, fra i quali quelli di Biagio Cepollaro.

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Nell’anno del suo annunciato scioglimento, il Gruppo 93 non riesce a mettere ancora d’accordo i critici. L’evento principale di quel fatidico anno è sicuramente il convegno dal titolo: 63/93. 30 anni di ricerca letteraria, che si tenne al teatro Valli di Reggio Emilia dal 1 al 3 aprile. Il Convegno è accolto come un vero e proprio evento dalla stampa nazionale. Molte sono le controversie tra i diversi componenti del vecchio Gruppo 63, ex amici e nemici di sempre, che rimbalzano come palline colorate da un giornale all’altro.
Sanguineti e Balestrini si preoccupa soprattutto di specificare ai giornalisti che tra loro e il Gruppo 93 esistono affinità e divergenze, ma nessuna parentela. Tommaso Ottonieri, su Il Mattino, scrivendo del convegno di Reggio Emilia, compara i due volumi appena usciti (Terza ondata e Gruppo 93), giudicando il primo «raro esempio di antologia di cui non si capisce cosa i testi stiano a fare, debordante com’è di apparato teorico» . Ancora una volta la linea proposta dai fondatori di  Baldus viene accolta con estrema diffidenza. Intervistato da Liberazione, Biagio Cepollaro prende le distanze dai presunti padri con toni ancora più decisi: «Del Gruppo 63 resta solo il centro di potere. Prendi il caso di Guglielmi … Ecco cosa resta». Interviene anche in questa occasione l’attento Remo Ceserani che, affrontando gli argomenti dibattuti a Reggio su Il manifesto del 6 aprile, parla del Gruppo 93 come di una «vera e propria nuova scuola poetica italiana» , evidenziando l’importanza delle riviste Baldus e Altri luoghi, e dando poi largo spazio alle parole contenute nell’intervento congressuale di Cepollaro, riportato integralmente in Baldus numero 3-4, dal titolo Perché i poeti al tempo del talk-show.

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Con il convegno di Reggio Emilia si considera chiusa l’esperienza del Gruppo 93, che si autoscioglierà come previsto. Con il n. 3-4 dell’ottobre 1993 si chiude  invece la prima serie di Baldus. Nell’editoriale Baino dà l’annuncio del suo addio alla redazione della rivista, annuncio preceduto da ulteriori precisazioni sul rapporto tra il Gruppo 63 e Gruppo 93. In questo numero si offre una particolare attenzione al convegno di Reggio Emilia con gli interventi di Romano Luperini e Gian Paolo Renello. Oltre ai testi di Baino, Cepollaro, Gentiluomo, Voce e Calzavara, vi sono saggi su Calzavara (Rizzante) e Costa (D’Ambrosio), su Rabelais (Demerson) e Bachtin (Perrier).
Dal numero successivo la rivista verrà codiretta da Cepollaro e Voce fino al 1996, anno della chiusura. Con la seconda serie la rivista avrà una connotazione meno “militante” e diventerà in maggior misura luogo di dialogo e conflitto dialettico tra stili diversi. Della redazione faranno parte: Massimo Castoldi, Francesco Forlani, Antonio Paghi, Gian Paolo Renello, Massimo Rizzante, Gian Mario Villalta, Andrea Inglese.

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Dieci anni dopo Reggio Emilia, Lello Voce tornerà sul rapporto con l’avanguardia al convegno di Bologna, in occasione dei 40 anni del Gruppo 63, ribadendo con forza l’autonomia dell’esperienza di Baldus e del Gruppo 93:

Esistono vari tipi di avanguardia … ma esiste poi un tipo di avanguardia particolare, che io purtroppo conosco bene, che è l’avanguardia mio malgrado … sfido chiunque a trovare un solo punto in cui il Gruppo 93, o almeno il gruppo che si riferiva a Baldus, abbia mai pensato di, o voluto essere, un’avanguardia … Abbiamo imparato tantissimo da loro, dialogato con loro, ma non abbiamo mai accettato di essere (per amor loro, o perché magari così faceva comodo ai loro avversari) un’avanguardia nostro malgrado .

La Prima Serie di Baldus ha avuto dunque un ruolo che non fu soltanto quello di manifesto in fieri, ma sopratutto di testimonianza sullo svolgimento dell’importante dibattito politico-culturale che si è tenuto lungo gli anni ’90 intorno ai concetti di «postmoderno», «avanguardia», «tradizione». Se all’interno della rivista c’è stato un approfondimento soddisfacente di queste tematiche, lo stesso non si può dire sia avvenuto su gran parte della stampa nazionale. Molti dei critici e dei detrattori, infatti, salutarono con superficialità la comparsa del Gruppo 93, considerandola  semplicemente una buona occasione per riaccendere le vecchie e logore polemiche anti-avanguardistiche, ormai fuori luogo già alla fine degli anni ’80, periodo nel quale ogni geografia precedente andava invece rimessa in discussione.
A distanza di dieci anni dalla sua chiusura, è possibile e utile ripercorrere attraverso le pagine di Baldus le vicende di quello che è stato l’ultimo movimento di opposizione nel panorama della letteratura italiana del Novecento. Esperienze simili vanno analizzate e studiate poiché con il passare del tempo, appaiono sempre più importanti e meno riproducibili.

A.Padua

BALDUS (1990-1996). Rivista di letteratura
Selezione antologica e raccolta integrale a cura di LELLO VOCE e MASSIMO RIZZANTE.
Introduzione di Massimo Rizzante con un intervento di Adriano Padua
Edizioni No Reply, marzo 2007
ISBN 88-89155-15-9
La rivista «Baldus» ha iniziato le sue pubblicazioni nel settembre del 1990, per iniziativa di una redazione formata da Mariano Bàino, Biagio Cepollaro e Lello Voce , creando vasta eco di dibattiti e polemiche spesso aspri, ma che hanno influenzato in modo visibile le vicende letterarie degli anni ’90 in Italia. Le pubblicazioni sono terminate nel dicembre 1996 dopo 10 numeri e dopo essere stata pubblicata da tre diversi editori, nell’ordine: Pellicani, Nuova Intrapresa, Edimedia. Art Director della rivista sono stati Gianni Sassi e – dopo la morte dell’indimenticabile manager culturale milanese – Andrea Pedrazzini. Pedrazzini ha inoltre personalmente illustrato la rivista a partire dal n. 3-4, anno IV, con una splendida serie di disegni che costituisce una delle attrazioni principali di questa riedizione. Della redazione di «Baldus» , oltre ai fondatori, hanno poi fatto parte (in ordine di apparizione): Massimo Castoldi, Francesco Forlani, Antonio Paghi, Gian Paolo Renello, Massimo Rizzante, Gian Mario Villalta, Andrea Inglese.
Il cofanetto comprende, oltre a un libretto cartaceo che ospita la Prefazione di Massimo Rizzante (Sull’avventura dei baldusiani) e un saggio di Adriano Padua dedicato alla ‘ricezione’ del Baldus , un CD Rom in cui trovano posto un percorso antologico scelto dai curatori, la raccolta completa in formato .doc/rtf di tutti i numeri della rivista e la loro riproduzione anastatica in immagini PDF.
L’opera di digitalizzazione è stata compiuta grazie al Laboratorio di ricerche informatiche sui periodici culturali europei – (Progetto CIRCE) del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e filosofici dell’ Università degli Studi di Trento.
La realizzazione informatica è di Francesca Rocchetti.
L’edizione è stata realizzata con il contributo di Absolute poetry – Cantieri internazionali di poesia – Monfalcone 2007
Il cofanetto (20 p. + cd-rom – € 20.00) può essere ordinato mandando direttamente una e-mail a: maledizioni@sparajurij.com e a sparajurij@katamail.com.
 

10 pensieri su “Baldus, la ricezione – di Adriano Padua

  1. Conoscevo già il tuo saggio, Adriano, e l’ho riletto (e lo rileggerò) con grande interesse: un’esperienza con la quale bisognava e bisogna ancora fare i conti. Bettini, del resto, era stato subito un felicissimo profeta.

    Gran lavoro di analisi e di critica anche nel saggio di Rizzante.

    Complimenti.

    fm

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  2. Ecco, invece io l’ho letto oggi per la prima volta…

    ma presto sarà anche tangibile sotto i miei polpastrelli (anche se poi con l’annesso cd-rom la tangibilità del supporto non coincide con quella della fruizione…)

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  3. grazie della lettura a francesco e luigi. segnalo su universopoesia un breve intervento su baldus di matteo fantuzzi. quello che più mi ha colpito della vicenda baldus è il fatto che a dieci anni di distanza sia oramai impossibile riprodurre un’esperienza letteraria-militante di simile impatto(gruppo letterario+rivista che “scuotono” il mondo delle patrie lettere)nella poesia italiana. e credo che tutto questo sia collegato alla sempre maggiore marginalità della poesia e dei poeti nel sistema culturale italiano, ma non solo(è un concorso complesso di cause ovviamente). saluti

    A.Padua

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  4. Caro Adriano,
    ti sono veramente grato per questo lavoro non facile di ricostruzione della ricezione di Baldus.
    Ho postato sul mio blog alcune considerazioni brevi e due indicazioni di lettura.
    Le due indicazioni riguardano vari momenti e vari intrecci di quelle tematiche e di quei problemi.
    Si tratta di due tesi di laurea (da te conosciute) che oggi, con la possibilità di accedere direttamente alle pagine della rivista, offrono significativi contributi alla discussione: Sergio Garau , Fedeli alla linea che non c’è (tesi di laurea sul Gruppo 93, 2005) http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/GarauTes.pdf e Angelo Petrella, Avanguardia, Postmoderno e Allegoria (teoria e poesia nell’esperienza del Gruppo 93) http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/PetrelAvanTes.pdf
    Un grazie a tutti coloro che a diverso titolo hanno reso possibile questo lavoro e a coloro che lo accoglieranno.
    Biagio Cepollaro

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  5. come spesso accade (in italia) le riviste (come questa) fanno la ‘poesia’, (lasciando allo scoperto tanti critici ufficiali nel libro paga di case editrici con più o meno potere).
    è giunto il momento di ri-leggere cosa è successo in quegli anni, di verificarne le tenute, di ripensare la poesia (anche) attraverso quella esperienza. questo ci tocca e faremo.

    un abbraccio

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  6. curioso come la stampa nazionale sia sempre largamente assente dal cuore della questione. forse bisognerebbe rovesciare decisamente categorie di valore che il sistema dei media consolida regolarmente. dove sta, oggi, il nucleo incandescente del pianeta poesia? la fine delle ideologie segna la fine del dibattito critico? il veltronismo e il berlusconismo hanno chiuso i giochi?
    grazie, Adriano, per questo studio che costringe a rispondere, o almeno a formulare le domande.

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  7. Devo molta riconoscnza alla bellissima rivista Baldus dove nel numero dell’ottobre 1993 e non 1953 Biagio recensisce in maniera entusiasmante la mia raccolta Enunciati edita della collana diretta da Eugenio De Signoribus e nel semestre 94 vennero pubblicate sette poesie che poi verranno pubblicate nell’Ultima Raccolta nella collana diretta da Romano Luperini nel 2002. Peccato che di questa rivista possagga solo due numeri e che una così bella rivista sia finita così presto.

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  8. Carissimo Adriano, può essere che facendo l’antologia di Baldus tu non abbia visto il numero del primo semestre del 1994 dove precedute da una saggio entusiasmante sul Di Ruscio di Biagio Cepollaro vengono pubblicate ben sette mie poesie che poi confuiranno nell’Ultima Racconta nella collana diretta da Romano Luperini nel 2002? Che succede? Il Di Ruscio vi ha deluso? Vi siete sbagliati? E quando vi siete sbagliati una quindicina di anni fa oppure ora?

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